IL VISCONTE NERO
Capitolo 6 di 21

Scritto il 24/06/2026
da ROBERTA CIUFFI


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Le ruote della carrozza sobbalzavano sul terreno ciottoloso. Mrs. Parnell teneva lo sguardo fisso sul sedile di fronte, senza badare ai vaghi commenti del marito sul pomeriggio appena trascorso e sugli ospiti.

Gli aveva chiesto di andare da sola a Farleigh Hall, ma lui non glielo aveva consentito. Che cosa avrebbero detto Lord Wadelton e Lady Lydia, aveva protestato, se avesse mandato sua moglie in giro per la campagna senza scorta, in un periodo simile? Perciò quelle che potevano essere due ore di chiacchiere rilassate si erano trasformate in lunghi momenti di tensione, durante i quali Mary aveva tenuto costantemente sotto controllo il comportamento di suo marito, il modo in cui sollevava un oggetto che era appartenuto a lei, come indugiava sotto un certo ritratto…

Girò la testa verso il finestrino. Farleigh Hall era già una sagoma lontana. Il suo cuore si strinse di nostalgia. La tragedia aveva avvolto la casa in una cappa di tristezza e tuttavia lei desiderava con tutte le forze poter tornare nella propria stanza di ragazza, in cui ancora dovevano aleggiare i sogni e le illusioni della sua gioventù. Chiuse gli occhi e si irrigidì per costituire una barriera contro le lacrime.

«Non è strano che Lady Lydia abbia portato un’estranea a Farleigh Hall, in questa situazione?» stava dicendo Quentin. «Che le sarà venuto in mente?»

«È una donna libera» replicò lei, con voce astiosa. «Può fare quel che vuole.»

Ci fu un istante di silenzio, prima che il marito riprendesse a parlare. «C’è un temporale in arrivo. Devo andare a controllare dei cottage, verso Long Cove. Spero che non starai in pensiero. Dirò agli stallieri di sorvegliare la casa.»

«Non è necessario. C’è abbastanza servitù senza che tu metta degli stallieri fuori della porta con dei forconi in mano» replicò con durezza.

«Sempre meglio essere previdenti. La gente del villaggio è in fermento.»

«E cosa pensi che farà? Mi conoscono da quando sono nata. Non farebbero mai del male a me o ai miei figli.»

«Sì» disse l’uomo, guardando verso il cielo che andava scurendo. «Sempre che Black Tom non decida di andare a cavalcare, questa sera.»

Un tuono accompagnò le sue ultime parole. Il temporale era ancora lontano ma la mente di Mary tornò a quella sera, quella che aveva modificato il corso di tante vite lasciando un baratro a separare per sempre il prima dal dopo. Anche quella era stata una sera di tempesta.

Rabbrividì e si cinse forte la vita con le braccia.

 

 

Edmund Crane portò il cavallo nella stalla sul retro del cottage e lo asciugò con attenzione, prima di iniziare a strigliarlo. Uno scroscio di pioggia – seguito da una terribile folata di vento che per qualche minuto aveva trascinato via le nuvole – si era abbattuto su di loro mentre stavano galoppando lungo la scogliera. Lui stesso era completamente fradicio ma l’abitudine alla disciplina imponeva che si occupasse prima del cavallo.

Le sue ridotte possibilità economiche non consentivano l’impiego di uno stalliere, ma in ogni caso non avrebbe lasciato ad altri un compito che riteneva gli spettasse. Aver cura di tutto ciò che dipendeva da lui era un imperativo che gli era stato istillato nell’esercito e che non aveva mai dimenticato. Era il motivo per cui si era dovuto congedare e che lo tratteneva in quel posto dimenticato da Dio, funestato da una tragedia e oppresso da mille sospetti.

Era passato più di un anno da quando si era trasferito a Lyncombe Dale e il suo spirito smaniava dal desiderio di partire, intraprendere qualche altra avventura, dare una svolta alla sua vita. Non più nell’esercito, no, ma forse a Londra o a Brighton, o in qualche altro posto alla moda dove avrebbe potuto aprire il suo salone di scherma. A volte si sentiva così frustrato dall’angustia della propria esistenza che avrebbe volentieri spaccato qualcosa… o la testa di qualcuno. Ma il dovere lo legava a quel villaggio e a quel cottage. La malattia di Caroline, sua sorella minore, vedova e con due figli piccoli, non gli consentiva scelta.

Terminato il suo lavoro, mise il cavallo nella posta che già aveva rifornito di fieno, poi uscì dalla stalla. Sollevò lo sguardo al cielo. Si stava facendo scuro e sicuramente durante la notte si sarebbe scatenato un forte temporale. Vide un lampo guizzare in lontananza.

Spinse la porta del cottage ed entrò, ritrovandosi nell’ampio locale che fungeva assieme da cucina e soggiorno. Era una sala pulita e accogliente. Ogni attrezzo, ogni pentola appesi alle pareti luccicava come se fosse stato strofinato con forza. Al suo ingresso, un setter grigio che sonnecchiava accanto al camino acceso si stirò e andò a salutarlo scodinzolando.

«Allora, come va, vecchio mio? Tutto bene?» mormorò, con affetto.

Da una pentola sulla stufa proveniva un gustoso odore di zuppa. Crane sentì lo stomaco stringersi dalla fame.

«È quasi pronto» disse una voce di donna, dalla porta che si apriva sulla destra del locale. «Tra poco metterò in tavola. Potete andare a cambiarvi, siete tutto zuppo.»

Si raddrizzò, a disagio. «Grazie, Sally Ann. Come sta mia sorella?»

«Bene. Ha già mangiato e sta riposando. I ragazzi aspettavano voi per cenare.»

Lui annuì. «È meglio che andiate a casa, adesso. Sta per scoppiare un temporale. Penserò io a mettere in tavola.»

Sally Ann Llord non protestò. Andò verso la porta, staccando dall’attaccapanni un grande scialle di lana blu, in cui si avvolse. «Grazie» disse. «Il mio John oggi è via e, se piove, penso che stasera non tornerà. Non mi piace rientrare tardi in una casa vuota.»

«Certo.» Crane la guardò uscire. Sulla trentina, un po' sovrappeso ma ancora attraente, Sally Ann camminava con l’inconsapevole dondolio dei fianchi delle donne del popolo. Sospirò. Forse, dopo aver messo a letto Mark e Mick, ci sarebbe stato ancora tempo per…

Scrollò il capo. Meglio non pensarci adesso.

 

 

Il temporale iniziò dopo cena. Per tutto il giorno il vento aveva battuto contro Farleigh Hall, facendo dello stormire degli alberi un costante rumore di sottofondo. Con il buio, le raffiche s'intensificarono. La governante, Mrs. Billings, spedì tutti i domestici a controllare porte e finestre. La casa divenne un alveare di persone in attività, che si muovevano rapidamente per evitare di prendere atto dell'inquietudine provocata da quel suono ossessivo.

Sembrava che fosse in arrivo una tromba d'aria. Gli ospiti erano già tornati alle loro case, ma molti servitori avevano parenti sulle barche da pesca. Si sperava soltanto che fossero tornati a terra in tempo.

 

 

Thomas faticava a respirare. Il whisky gli aveva consentito di cadere in un sonno drogato, leggero e angoscioso, che non era durato più di un paio d'ore. Si risvegliò in mezzo alla tempesta, tra fulmini, fragore di tuono e violente sferzate d'acqua. Si sollevò dal divano su cui passava gran parte delle notti che non trascorreva all'aperto. Non rammentava neppure quando fosse stata l'ultima volta che aveva dormito in un letto.

L'esplosione di un tuono scosse la torre, come se volesse abbatterla dalle fondamenta. Gli si accapponò la pelle. I peli si drizzarono sul suo corpo. Si sentiva come se un fantasma lo avesse preso per mano.

Sua moglie era morta in una notte come quella, che lui aveva trascorso completamente ubriaco e solo, nel grande letto matrimoniale della stanza padronale. Almeno, era quello che sperava. Anche se non avrebbe potuto giurarlo. Talvolta la mente gli rimandava immagini di alberi tormentati dal vento, fango nelle scarpe, pioggia sferzante sugli abiti attaccati al corpo. E un procedere difficoltoso, angosciante, mentre gridava invano il nome di Julia.

Il mattino dopo, si era risvegliato nel suo letto, nudo. I suoi vestiti non mostravano tracce di fango. Era distrutto e morto di stanchezza e dolore, anche se al momento non riusciva a ricordarne il motivo. Ci sarebbero voluti alcuni giorni prima che ne venisse a capo e a quel punto il corpo di Julia era già stato ritrovato, ai piedi della scogliera.

Inalò l'aria violentemente e rovesciò la testa all'indietro. Ecco che ricominciava.

«Per favore, stasera no» sibilò, come se l'angoscia che lo dilaniava fosse un essere dotato di consapevolezza e pietà.

Stava battendo i denti e si sentiva soffocare.

Sbarrò gli occhi nel buio. Non c'era niente nella stanza. La cosa si trovava all'interno di lui stesso. Il battito cardiaco aumentò fino a costringerlo a buttarsi bocconi sul divano, terrorizzato.

«Lasciami in pace» mormorò. «Lasciami in pace, ho detto!»

Ma sapeva che non c'era modo di farlo smettere. Prima di placarsi, il tormento che lo straziava doveva essere liberato. Gli si doveva concedere di bruciare in una fiammata.

 

 

Palmer salì lentamente le scale che portavano alla torretta, reggendo il vassoio su cui era posata la tazza con la tisana. Ogni sera eseguiva lo stesso rito, sperando che avesse effetto. Talvolta il suo padrone si faceva convincere a bere tutto il liquido caldo e poteva accadere che dopo un po' si calmasse e si addormentasse, anche se il suo era un sonno privo di vero riposo. Altre volte, sembrava ancora più agitato di prima. Palmer temeva che la tisana stesse cominciando a diminuire il suo effetto.

Tuttavia, da quel che aveva visto quando era salito a chiedere al visconte se intendesse scendere a cena, forse quella sera non sarebbe stata necessaria: con la quantità di Whisky che aveva ingurgitato, lui dubitava che sarebbe riuscito anche a sollevarsi dal divano.

Arrivato in cima alle scale, diede un colpo leggero alla porta e poi entrò senza aspettare risposta. Che, come capì immediatamente, non ci sarebbe stata. La stanza era vuota.

«Maledizione» sibilò l’anziano valletto, poggiando il vassoio sul tavolo più vicino. Con quel tempo, il visconte non sarebbe di certo andato sul terrazzo a scrutare il cielo. Si avvicinò alla parete e, pigiando sul meccanismo nascosto, aprì lo sportello segreto. La lanterna a parete era accesa e mandava un fioco chiarore giù per le scale strette, dai gradini consunti. Se ne era proprio andato. Di nuovo. Sospirando, Palmer richiuse lo sportello e andò a gettare la tisana dalla finestra. Meglio non correre il rischio che qualche cameriera decidesse di assaggiarla.

 

 

Sally Ann Llord si rammaricò di aver atteso l’arrivo di Mr. Crane, prima di avviarsi verso casa. Non aveva voluto lasciare da sola la povera signora e i bambini e si era attardata troppo. Il cielo si era ormai completamente oscurato e il temporale era in arrivo.

Il cottage di Mrs. Davis si trovava all’altra estremità del villaggio, rispetto al proprio, una distanza che di solito lei percorreva in pochi minuti ma che quella sera le sembrava incolmabile. Si strinse nello scialle di lana blu per evitare che il vento forte, che le faceva sbattere le gonne e rallentare il passo, glielo strappasse via. Sopra di lei guizzavano i lampi, accompagnati quasi in contemporanea dal rimbombo dei tuoni. A ogni zigzagare di luce che spaccava il cielo nero, Sally Ann sussultava, consapevole del pericolo di trovarsi all’aperto con quel tempo. Un paio di mesi prima un fulmine era caduto su un albero, incendiando un boschetto in prossimità del villaggio, e un altro aveva ucciso tre mucche. Anche se le case non erano un riparo del tutto sicuro, lei provava il bisogno di avere attorno a sé delle solide mura e il calore di un camino ardente.

Mentre arrancava con difficoltà lungo la strada in leggera salita, cercava il conforto di qualche lampada accesa alle finestre, ma la maggior parte erano chiuse, ben sbarrate contro le intemperie. Immaginò le famiglie riunite attorno alla tavola o al focolare. Proprio quella sera il suo John doveva stare lontano! Si era recato alla fattoria di un vicino che aveva dei cavalli da ferrare, la paga era buona e non si era potuto rifiutare. Altrimenti sarebbe di sicuro venuto a prenderla al cottage di Mrs. Davis. Era un brav’uomo, il suo John, e un marito pieno di attenzioni.

L’esplosione di un fulmine la fece rattrappire su se stessa. Odiava i fulmini, li temeva e li considerava un enigma, nel grande piano del Creatore. A cosa potevano mai servire? Al risuonare del tuono, le parve di udire un altro rumore, come un pestare di zoccoli, e si girò spaventata. Con gli occhi assuefatti al buio, scrutò la strada dietro di sé ma non vide nulla. Tornò a girarsi e affrettò il passo, indifferente all’impressione che doveva dare: una matura donna della sua età che correva nella strada, la dignità abbandonata nella paura.

Arrivò al suo cottage con il cuore che tempestava e il fiato corto che le bruciava i polmoni. Mentre spingeva la porta, le parve di nuovo di udire quel rintronare di zoccoli ma un altro tuono coprì ogni rumore. All’interno del cottage il buio era più fitto che all’esterno, le finestre chiuse nascondevano anche il saettare dei lampi e, prima di tirare il battente, lei si attardò a cercare freneticamente di accendere la lampada accanto all’ingresso. Un’altra sorta di esplosione, ma non di tuono, la fece urlare. Qualcosa aveva spalancato la porta con violenza. La lampada le cadde dalle mani, il vetro si infranse e Sally Ann fu sospinta all’interno della stanza da una forza cui non riuscì a resistere. Barcollò all’indietro, agitando le braccia per mantenere l’equilibrio, ma senza riuscirci. Cadde a terra, contro una sedia, e batté la testa sull’angolo dello schienale di legno. Urlò di nuovo, stavolta di dolore. Un istante dopo, una mano gelida le calò sulla bocca e non ci furono più urla per Sally Ann Llord.

 

 

Nonostante il frastuono del temporale, a un certo punto della notte ad Annabelle parve di udire il nitrito di un cavallo. Intontita dal sonno, sollevò la testa dal cuscino. Doveva essersi sbagliata. Non era possibile che qualcuno cavalcasse con quel tempo, neppure Black Tom poteva essere tanto pazzo. Sospirò, si girò sull'altro fianco e tornò a dormire, cullando nella mente l'immagine di un giovane volto sorridente che la fissava da un quadro.

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