IL VISCONTE NERO
Capitolo 9 di 21

Scritto il 03/07/2026
da ROBERTA CIUFFI


⏱ ~17 min

Willie corse verso suo zio con l'evidente intenzione di saltargli al collo, ma, quando stava già per allungare le braccia, si arrestò di colpo, come se qualcuno gli avesse lanciato un silenzioso ammonimento. Deglutì faticosamente e, con aria decisa, protese la mano.

«Ben arrivato, signore. Sono molto felice di vedervi.»

Dal tono non si sarebbe detto. Il giovanotto lo esaminò dall'alto in basso, con uno scintillio malizioso nello sguardo.

«Ma guarda che ragazzo educato» disse. «Devo essere stato lontano troppo a lungo. Non ricordavo che mio nipote fosse un tale gentiluomo. O sei un bambino scambiato dalle fate?»

«Nossignore» rispose Willie, coraggiosamente. «È che sono grande, adesso. Sono il signore della casa.»

Il sorriso sbiadì sul volto allegro dell'altro. «Avevo visto giusto» disse, asciutto. «Sono stato lontano troppo a lungo.»

Afferrò la mano tesa e la strinse con solennità. Le guance del ragazzino si arrossarono per l'orgoglio e tuttavia s'intuiva che continuava a morire dalla voglia di ricevere un abbraccio.

*

Finalmente Charles Seldon si rivolse alla giovane sconosciuta che, poco distante, assisteva a quell'incontro con aria perplessa. Mai quanto la sua, quando l'ebbe avvolta in una rapida occhiata. Sporca di fango, spettinata e con una focaccia stretta nella mano che doveva essere la responsabile di quella briciola all'angolo del labbro. Non aveva mai veduto una donna andare in giro in quel modo, a meno che non fosse una stracciona di Londra.

«Lei è Miss Tressilian» intervenne il nipote, ricordandosi del suo ruolo di uomo di casa. «Le sono finito addosso dallo scivolo.»

Questo non poteva essere sufficiente a spiegarne l'aspetto. Charles indugiò, non sapendo bene cosa gli convenisse fare: un inchino? Chiamare Saunders e farla scacciare dalla porta sul retro? Lei lo prevenne, avanzando con il braccio teso.

«È stato solo un incidente» disse, con voce in cui risuonava una nota roca, molto seducente. «Non mi ha fatto male.»

Era una ragazza decisa e il suo accento ottimo. La porta sul retro era fuori questione. Miss Tressilian sorrise, mentre le loro mani si stringevano, e l'incertezza di Charles svanì di colpo, sostituita da un piacevole senso di calore.

«Voi siete ospite di mia madre?»

Willie rispose al suo posto. «Sì, è venuta con la zia Lydia e lo zio Wadelton. Suo zio, invece, è un pittore.»

«Non sarà Harold Tressilian?» chiese, interessato. «Credevo fosse sul Continente.»

«Difatti.»

«E Lydia e Wadelton sono qui. Perbacco, sembra una riunione di famiglia.»

*

Avrebbe dovuto essere una considerazione compiaciuta, ma non fu così che suonò all'orecchio di Annabelle. Da vicino, la somiglianza con Lord Fairleigh appariva meno evidente. Non a causa dei lineamenti, che erano molto simili, quanto per l'assenza dell'aura tormentata che avvolgeva il signore di Lyncombe. E tuttavia, in quegli occhi infossati, lei intuì lo stesso desiderio di tenere il mondo a distanza. I fratelli Seldon potevano gareggiare a chi fosse il più sfuggente.

«Signore, credo che il vostro bagno sia pronto.» La severa figura di Saunders sembrò essersi materializzata dal nulla.

«Bene. Allora credo che rimanderemo a dopo la nostra conoscenza.» Il sorriso riapparve spontaneo sul volto del giovanotto. «È davvero una bella sorpresa, tornare alla magione avita e trovarvi insediata una graziosa sconosciuta.»

Il maggiordomo chinò il capo. Annabelle dubitava che da parte sua la trovasse tanto graziosa, almeno in quel frangente. Le sue scarpe infangate avevano riempito di chiazze il magnifico pavimento di marmo italiano della hall.

«Spaventapasseri» sibilò tra i denti, quando i due uomini si furono allontanati per le scale.

«Credete che dirà alla nonna che mi sono comportato male?» chiese il ragazzo, preoccupato.

«È possibile» ammise, a malincuore. «Ma non preoccuparti. Mi assumerò io la colpa. Non ti frusteranno.»

«Oh, certo che no, non mi frustano mai» la rassicurò il ragazzino. «Ma scommetto che Saunders muore dalla voglia di frustare voi!»

Con uno scatto improvviso, si lanciò su per le scale. Si voltò per un istante, prima di svoltare per la rampa successiva, e il suo volto apparve ridente e malizioso come quello di un folletto.

*

«Thomas?»

Charles aprì la porta. Si stupì, scoprendo che non era chiusa a chiave. Da quanto gli aveva raccontato Palmer, adeguatamente incoraggiato da una mancia consistente, suo fratello ormai viveva una sorta di vita parallela, all'interno di Farleigh Hall. Non proprio in reclusione, ma qualcosa di molto simile. A quanto sembrava, manteneva al minimo i contatti con i familiari, figlio compreso. Non si distoglieva da quella scontrosità da anacoreta neppure per occuparsi della tenuta o fare la sua parte di padrone di casa con gli ospiti. Wadelton gli aveva confessato di non essere ancora riuscito a parlargli.

Ma ci voleva altro, per tenere lontano lui.

«Thomas?» ripeté, entrando nella piccola stanza.

Suo fratello non c'era, ma l'avevano visto tornare quella mattina, al termine di una folle cavalcata sotto il temporale. Accostò la porta alle proprie spalle e si guardò attorno. La sua vecchia mania per gli astri. Sorrise con una punta di tristezza. Forse, se Thomas avesse tenuto lo sguardo più in basso quando era ancora in tempo, molti problemi sarebbero stati evitati. O forse no, ripensò poi con un senso di disagio. Nella vita c'era sempre l'imponderabile di cui tener conto e in quella di suo fratello era stata Julia. In quella di tutti loro.

«Allora, stai giocando a nascondino?» chiese, con una nota d'impazienza che non produsse alcun effetto.

Le mappe tuttavia gli avevano dato un'idea. Staccò dal muro lo stesso bastone uncinato che il giorno precedente aveva attirato l'attenzione di Annabelle e lo agganciò alla maniglia della botola. Tirò con forza. La scala di corda si srotolò come un serpente, vibrando e oscillando a lungo sotto il suo sguardo di disapprovazione. Doveva esistere un sistema più civilizzato di raggiungere il tetto.

Per niente a suo agio, iniziò a salire. Il dondolio della scala gli faceva gelare le piante dei piedi. Soffriva di vertigini da quando era bambino. Aveva sempre evitato di salire sugli alberi, dove perfino sua sorella Mary riusciva ad arrampicarsi senza fatica. Thomas, poi, era una specie di ragno, capace di scalare la scogliera a mani nude. Tutto l'orrore delle altezze di casa Farleigh si era concentrato in lui.

Emerse con la testa dalla botola. Suo fratello era lì, in piedi accanto al telescopio, il volto privo d'espressione. Charles fu colto dal timore che intendesse rispedirlo giù con un calcio in faccia. Si affrettò a poggiare i piedi solidamente sul suolo… per quanto fosse possibile. Inquieto, lanciò un'occhiata in basso. Fu sufficiente per istillargli la folle tentazione di buttarsi mani e piedi sul pavimento.

«Cosa ci fai qui?» La voce di Thomas era inespressiva quanto il suo volto.

«Certo che è proprio un bel benvenuto» replicò Charles, in tono leggero. «È così che si saluta il figliol prodigo? Mi aspettavo almeno un ‘Come stai?', se non proprio un vitello grasso.»

«Non voglio nessuno qua sopra. Palmer lo sa.»

Charles sentì il cuore dare un colpo sordo, penoso. «Non c'è nessun pericolo» disse, abbandonando la pretesa di fare dello spirito.

Il fratello si girò. Poggiò le mani sul parapetto e fissò accigliato in direzione del mare. Era difficile non considerare la sua schiena come un muro, una barriera messa là per impedire a chiunque di avvicinarsi a lui.

«Perché non scendi giù con me, Thomas?» chiese. Gli sfiorò la manica per spingerlo a voltarsi, ma l'altro si ritrasse di scatto. Imponendosi di non sentirsi ferito, Charles insistette. «Non puoi continuare a isolarti in questo modo. È passato un anno, ormai. Nessuno si aspetta da te un lutto così drammatico.»

Per un istante pensò di essere riuscito a strappargli un sorriso. Deluso, si accorse che era solo una smorfia.

«Avanti, scendiamo assieme. Hai già incontrato Lydia? Ti è sempre stata simpatica, non è vero? E Wadelton era il tuo migliore amico.» Si morse la lingua. Che sistema idiota per invogliarlo a raggiungere la compagnia. Quei due erano la sorella e il fratello di Julia. «E c'è una graziosa ragazza, a quanto sembra la pupilla di tua cognata. Un tipetto bizzarro, se mai ne esiste uno.»

Il leggero spasmo all'angolo del labbro lo colse di sorpresa. Poteva essere un segno di fastidio o anche l'accenno di un sorriso.

«L'hai conosciuta?»

«L'ho vista» fu la secca risposta. «Non è detto che abbia voglia di ripetere l'esperienza.»

«Perché insisti a fare l'eremita?» sbottò Charles, spazientito. «Julia è morta e ormai non puoi più farci niente. La tua famiglia ha bisogno di te. Tuo figlio ha bisogno di te. Perfino io, credo che me la sarei cavata meglio quest'ultimo anno se ti avessi avuto vicino, a elargire i tuoi saggi consigli.»

Thomas si voltò verso di lui. I suoi occhi erano fissi, lo sguardo vacuo. «Spiacente di avervi delusi. A quanto sembra, non riesco a evitarlo.»

L'amarezza del tono era innegabile. Charles dovette lottare con il senso di colpa per non arrossire. O per non crollare in ginocchio davanti a lui a implorare il suo perdono. Ma a che cosa sarebbe servito? Il carico di dolore che suo fratello doveva sopportare era già abbastanza pesante.

Emise un profondo sospiro. Aveva voglia di toccarlo, di stringerlo tra le braccia come avrebbe voluto fare con Willie, quella mattina. Era sicuro che il suo corpo magro non avrebbe fornito una sensazione di maggior solidità.

«Non è stata colpa tua, Thomas» mormorò.

«Fossi in te, non ne sarei così sicuro.»

«Che cosa stai dicendo? Sai che non è vero. Julia era una donna fragile e incostante. Mancava di equilibrio mentale. Nessuno avrebbe potuto renderla felice.»

Il fratello si girò di scatto, in atteggiamento di ripulsa. Continuava a non voler parlare di Julia, a eludere ogni critica nei suoi confronti. La amava ancora?

«Che diavolo sta succedendo laggiù?» L'espressione caparbia sul volto di Thomas mutò in una di sorpresa.

«Che c'è, che hai visto?» D'improvviso, Charles divenne consapevole di un brusio di fondo che, immerso nelle sue preoccupazioni, aveva ignorato. «Cos'è questo rumore?»

Thomas si sporse dal parapetto. Un urlo dal basso accompagnò il gesto, l'urlo sfrenato e violento di una folla rabbiosa. Si ritrasse di scatto, impallidendo.

«È lui, è il visconte maledetto!»

«Black Tom è lassù, andiamo a prenderlo!»

*

«Si può sapere cos'è questo fracasso?»

Dalla porta della biblioteca, dove stava prendendo il suo tè del mattino, Lord Wadelton interrogò il maggiordomo che scendeva rapidamente dal piano superiore. Per una volta, Saunders dimenticò la sua dignità e rispose già dalle scale, a voce troppo alta in cui vibrava una nota di spavento.

«C'è della gente alla porta, Vostra Signoria. Molta gente.»

«Davvero? E cosa vogliono?»

«Cercano Sua Signoria. Sono…» Si fermò di fronte al conte, portandosi una mano al cuore. «Alcuni di loro sono armati, Vostra Signoria. Dicono di volere giustizia.»

«Giustizia?» Adrian inarcò un sopracciglio, come se la parola gli fosse ignota. «Questo è singolare, Saunders. E perché mai vengono a cercarla qui?»

Il maggiordomo lottò per cercare di tradurre in termini blandi le grida che aveva udito salire dalla folla. Ma non ne esistevano, almeno che lui sapesse.

«Sostengono che Sua Signoria abbia assalito una donna, ieri notte. La moglie di John Llord, in un cottage fuori di Lyncombe Dale.»

«Che sciocchezza.» Il conte rise, ma era a disagio. Lanciò un'occhiata in direzione della porta. A quel punto non sapeva davvero cosa pensare di tutta la faccenda. «Naturalmente non è stato lui.»

«Naturalmente, mio signore.»

«Forse dovrei andare a parlare con quella gente.»

Lo schiamazzo stava aumentando. Qualcosa doveva aver attirato l'attenzione della folla, perché esplose un urlo improvviso che fece rabbrividire i due uomini.

«Io lo sconsiglierei, Vostra Signoria. Se mi è consentito esprimere la mia opinione.»

Adrian deglutì. La porta era di quercia e aveva un aspetto resistente e massiccio. Poteva tenerli al sicuro… finché era chiusa. L'immaginazione gli rimandò una visione di Farleigh Hall invasa da una moltitudine di contadini armati di coltelli e roncole, che sciamava priva di freno per le stanze.

«Vi è consentito, Saunders. E penso che abbiate ragione.»

*

Charles azzardò un passo verso il parapetto. Un'immediata sensazione di capogiro lo costrinse a indietreggiare.

«Insomma, che succede?»

Il fratello fissava verso il basso, il volto pallido, quasi esangue. «Sono venuti per me» mormorò.

«Per te? Ma cosa…»

«Maledetto assassino!»

L'imprecazione fece sussultare entrambi. Thomas si volse a Charles, gli occhi sgranati colmi d'angoscia. «Stanno cercando di entrare a Farleigh Hall. Devo andare a parlare con loro.»

«Non fare lo stupido. La cosa migliore per te è restare quassù, sulla torretta.»

Come non avesse udito le parole del fratello, il visconte si diresse alla botola, evidentemente intenzionato a mettere in atto il suo proposito. Con un balzo, Charles gli fu addosso. Lo afferrò per le braccia e lo scosse con violenza. «Maledizione, per una volta mi ascolterai!»

«Che stai facendo? Lasciami.»

«No, non ti lascio. Se è te che vogliono, non puoi andare giù ad affrontarli. Lascia che ci parli io.»

«È mio…»

«Sì, sì, lo so. È compito tuo. Ma per una volta, lascia fare a me.» I due fratelli si fissarono, occhi negli occhi, quelli del minore quasi imploranti. «Per favore…»

Thomas distolse lo sguardo. «Va bene» disse. «Come vuoi.»

Charles lo sciolse dalla stretta. «Resta qui» ripeté, arretrando verso la botola. «Non muoverti.»

Scese la scala di corda, che dondolava come un'altalena. Agitato, finì per saltare a terra a metà della discesa. Se davanti al fratello aveva esibito un'arrogante sicurezza, adesso stava tremando alla prospettiva di quel che lo aspettava.

Era una cosa senza precedenti. Che cosa voleva quella gente da Thomas? Perché ce l'aveva con lui?

Uscì sulle scale. All'inizio dell'ultima rampa che conduceva alla hall, quasi si scontrò con una giovane donna che per un istante non riconobbe.

«Mr. Seldon» lo richiamò lei, mentre cercava di proseguire dopo un inadeguato accenno di scuse. «Dov'è il visconte?»

Allora si accorse che la conosceva, era quella Miss Tressilian che aveva incontrato al mattino, in compagnia di Willie. Vestita com'era adesso, l'idea di farla accompagnare fuori della porta sul retro non gli sarebbe mai venuta in mente.

«Perdonate, signorina, ma…»

«Dov'è il visconte?» ripeté lei, con impazienza. Il suo volto non aveva più nulla di monellesco, ma era piuttosto imperioso, e molto deciso. «Si trova nella torretta?»

«Sì, mio fratello è là. Ma perché…»

«Cercate di mandar via quella gente. Baderò io che lui non scenda.»

Senza aspettare risposta, iniziò rapida a salire le scale. Confuso, Charles restò a guardarla per un istante. Che aveva a che fare quell'estranea con Thomas? Poi il trambusto richiamò la sua attenzione su quanto stava avvenendo dabbasso, e riprese la discesa.

*

Con il cuore in gola, Annabelle raggiunse la porta della torretta. Le emozioni che si stavano scatenando tra la piccola folla ammassata davanti alla porta erano quasi insostenibili. C'era talmente tanto odio, e rancore, e desiderio di vendetta… Non invidiava a Mr. Seldon il suo compito. Sapeva che da parte sua non sarebbe mai riuscita ad affrontarlo.

Spinse la porta e sussultò nel trovarsi a faccia a faccia con Lord Farleigh.

«Dove state andando?» lo aggredì.

Piazzandogli una mano contro il petto, lo respinse indietro. O meglio, fu lui a indietreggiare, troppo stupito per opporre resistenza. Contro la palma, Annabelle udì il battito affrettato del suo cuore.

«Non dovete scendere. Quella gente pensa che abbiate assalito una donna, ieri notte, la moglie del maniscalco.»

Thomas impallidì «La moglie di John Llord?» sussurrò. «Sally Ann?» Saettò con gli occhi per la stanza, come alla ricerca di qualcosa, un ricordo, una prova che non fosse stato lui. Sollevò la mano destra e se la portò davanti agli occhi.

Annabelle seguì il suo sguardo. Le escoriazioni sulle nocche erano arrossate, molto evidenti. D'impulso, gli strinse la mano ferita nella sua.

«Non credetelo neppure per un istante» intimò.

«Come fate a esserne sicura? Non lo sono neppure io…»

«Lo so e basta.»

Parlò con una sicurezza che non provava. Quell’oscurità che era in lui, solida come una barriera di mattoni, le impediva di avvertire altre emozioni oltre al dolore e a un costante tormento. Nulla di malato o corrotto, nulla di ambiguo… ma era l’oscurità a preoccuparla. Non sapeva cosa potesse nascondere. Non era il momento di pensarci. Doveva impedirgli di scendere e affrontare una folla assetata di vendetta.

*

In cortile era in atto uno scontro. Alcuni domestici di Farleigh Hall, con il rinforzo degli addetti alle stalle, si erano interposti tra l'accesso alla magione e gli aggressori. Quando Charles aprì la porta di quercia, il cortile era ormai ridotto a un campo di battaglia.

«Per la miseria» fece Adrian, alle sue spalle, emettendo un sibilo tra i denti. «Un bel pasticcio.»

Due donne avevano atterrato un garzone di stalla e lo stavano picchiando senza pietà; il giovane, steso a pancia in giù, gridava, proteggendosi la testa con le braccia. Alcuni uomini erano impegnati in una colluttazione e altri si affrontavano con lunghi coltelli da lavoro. I domestici si difendevano valorosamente, ma erano in minoranza. La battaglia non sarebbe durata a lungo.

Charles comprese che doveva intervenire con decisione, se non voleva che la situazione degenerasse. Avanzò di un paio di passi, abbandonando la relativa sicurezza della Hall, e si ritrovò nel cortile spazzato dal vento.

«Adesso basta!» esclamò. Nessuno gli badò. «Mi avete sentito?» insistette, gridando. «Ho detto di finirla. Cos'è questa follia?»

«È una follia? È una follia secondo voi?»

Un uomo di mezza età, ma ben piantato e molto vigoroso, si staccò dalla mischia. Impugnava un lungo attrezzo di ferro, semplicemente un raschiatoio, uno strumento da lavoro, che in quel frangente appariva però minaccioso quanto un'arma. Charles riconobbe John Llord, il fabbro del villaggio, un tipo di buon carattere e amante della compagnia. Quando si fermò di fronte a lui, notò la sua espressione stravolta, su una faccia che sembrava non aver mai conosciuto il sorriso.

Quasi reagissero a un segnale convenuto, gli altri interruppero la battaglia e si assembrarono alle sue spalle.

«Ieri notte vostro fratello ha aggredito mia moglie» disse l'uomo, con la voce ingrossata dallo sforzo di trattenere l'emozione. «Una povera donna sola. L'ha aggredita, l'ha picchiata e… e…» S'interruppe, abbassando la testa, stringendo gli occhi, incapace di continuare.

«E l'ha costretta a fare i suoi comodi!» completò per lui una vecchia, agitando una scarpa sopra la propria testa.

«È impossibile!» protestò Charles. «Mio fratello non farebbe mai una cosa del genere. Voi lo conoscete tutti, è sempre stato il migliore dei signori, per voi.»

«Questo era una volta, prima che ammazzasse la moglie e il diavolo si impossessasse di lui!»

Consapevole della presenza di Adrian alle sue spalle, Charles dovette costringersi a non voltarsi.

«Lord Farleigh non ha ucciso proprio nessuno.» La sua voce suonò ferma e cadenzata, anche se internamente si sentiva sprofondare sotto tutto quel carico d'odio e sospetto. «E non ha assalito nessuno, soprattutto non una donna.»

Un tipo in carne si fece largo tra la piccola folla. Il proprietario del Rising Star, l'unico pub e locanda del posto. «Due ragazze sono già state aggredite da quel mostro» insistette. «Una era la mia cameriera, Molly. E tutti conoscono anche lei, lo sanno che non era tipo da star dietro agli uomini.»

Gli altri assentirono, in un brusio confuso.

Sconfortato, Charles guardò dall'una all'altra di quelle facce che aveva sempre visto amichevoli e sorridenti. C'erano la donna che vendeva le uova al piccolo mercato del villaggio e l'addetto all'ufficio postale. Perfino l'unico mendicante della zona, e il sarto, qualche contadino…

«Qualcuno di voi ha mai visto mio fratello compiere una cattiva azione?» chiese, guardandoli negli occhi uno a uno. «Le donne assalite, lo hanno riconosciuto?»

«No, ma che vuol dire?» sbraitò la venditrice d'uova. «Si sa che è stato lui. Si sa che se ne va in giro di notte come un pazzo invasato.»

«Questa non è una prova.»

John Llord avanzò ancora di un passo. Ora si trovava a un palmo da Charles. Il giovanotto si accorse che definire vigorosa la corporatura del fabbro non le rendeva merito. Con un coraggio che non si conosceva, riuscì a non indietreggiare.

«E in ogni crimine, sono le prove che contano, non le supposizioni» insistette, caparbiamente. «Se nessuno lo ha veduto, nessuno può provare che sia stato lui, e questa accusa è insensata e calunniosa. E ve la state prendendo con l’uomo sbagliato, mentre in giro c’è un criminale in libertà.»

Il fabbro strinse gli occhi arrossati dalla notte quasi insonne. E da qualche bicchiere di troppo, sospettò il giovanotto.

«Signore mio, a noi le vostre parolone non ci interessano» sibilò. Il suo alito confermò il sospetto di Charles, che lottò con se stesso per non voltare la testa da un'altra parte. «Noi vogliamo giustizia ed è quello che avremo.»

Con un unico gesto improvviso del braccio muscoloso, scaraventò Charles fuori dalla sua strada e si lanciò in direzione della porta.

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