Gli spalti erano colmi di ragazzi d’entrambe le scuole. I Stone Bridge Bulldogs erano giunti lì una mezz’ora prima. Si erano seduti sugli spalti senza creare disordine e danni, di nessun genere. Il coach Beaver era negli spogliatoi con i ragazzi e girava in tondo come un cane rabbioso. Nessuno di loro lo aveva mai visto così.
«Questo campionato deve essere nostro. Non vi dico a qualunque costo, perché voglio giocare corretto, ma vi voglio carichi già dall’inizio. Dalla prima partita dobbiamo dimostrare d’essere i migliori. Ci devono temere. Quando diranno il nostro nome, devono sussultare e farsela nelle mutande per paura di affrontarci. Questo voglio. Devono essere tutte vittorie. Nessuna sconfitta. Quando i Crabbers entreranno in campo, deve calare il silenzio sugli spalti. Solo a fine partita voglio vedere le persone, in piedi, urlando di gioia per la nostra vittoria.» L’allenatore camminava forsennato avanti e indietro senza guardare nessuno in volto tutto preso dal suo discorso.
«Secondo me ha visto troppi film sul football.» A parlare sottovoce era stato Rick, rivolgendosi al gemello che, compito e serio, non sembrava aver sentito una sola parola del fratello, sebbene un mezzo sorrisetto apparve sulle sue labbra.
«Chissà quale film però, perché non mi pare che i coach dicano Farsela nelle mutande con leggerezza…» Jack s’intromise ridendo lui stesso di ciò che diceva.
«Allora! Cos’è questo bisbiglio? Io vi sto caricando per dare il massimo, chi osa interrompere questo filo di connessione?» La voce del coach bloccò le loro risate.
Tutti in silenzio, sospirarono per ascoltare ancora una volta il suo strampalato discorso.
«Dicevo… dove diavolo sono arrivato? Mi avete confuso!» L’allenatore allargò le braccia esasperato.
Jack alzò la mano, all’improvviso serio «Al farsela nelle mutande, signore.»
Tutti scoppiarono a ridere, Beaver spalancò la bocca. «Non è vero.»
«Sicuro, lo ha detto lei prima. Devono avere paura del nostro nome e farsela nelle mutande. Sono parole sue.» Rick aveva rincarato la dose.
«Sherman, ripetimi perché sei in squadra, ogni giorno sei sempre più odioso.»
«Sono il suo miglior quarterback, signore.» Rick non se lo fece ripetere due volte. Sapeva d’essere bravo.
«Sostituibile da tuo fratello. Nessuno si accorge della differenza. La prossima volta ti consiglio di non dire certe sciocchezze» farfugliò il coach.
«Ma… signore. L’ha detto. Non ritragga la frase, era la migliore e quella più incisiva.» Il suo sorriso spavaldo apparve sul suo volto.
Amadeus fu costretto a dargli persino una gomitata sul fianco «Che rimbambito che sei, Rick.»
«Trovi? Mi avevate capito, quindi?» Il coach si massaggiò il mento ispido.
«Perfettamente. Dovranno avere così tanta paura da non voler uscire dagli spogliatoi con le braghe sporche.» Rick, per sottolineare la frase, marcò persino l’aria come se fosse un pennarello sotto le parole.
«Sono un genio a volte, lo so.» Poi finalmente guardò i suoi ragazzi e commentò «Fuori di qui, subito! Andate a vincere.»
Tara, Rose e Lily stavano cercando i loro posti. Era una giornata di sole, caldo e senza una nuvola. Tara portava in mano una bibita fresca con la cannuccia e un sacchettino di pop-corn. Davanti a lei, Rose si faceva strada per arrivare ai sedili. Lily chiudeva la fila. In quel preciso istante, quando cercò di mettere piede sul primo gradino degli spalti, un braccio la bloccò.
«Tara Beenson.»
La ragazza si voltò per incontrare la voce. Quando vide il volto, il sorriso si smorzò «Gavin Pierce» sussurrò basita.
«Vedo che entrambi sappiamo come si chiama l’altro. È già un buon inizio, non trovi?»
Tara non era molto pratica di ragazzi che la fermavano per un qualsivoglia approccio amoroso. Il sorriso del quarterback degli Stone Bridge Bulldogs non lasciava nulla al caso, era un vero e proprio abbordaggio maschile e, per altro, fatto male. Tutti sapevano che lei usciva con Rick Sherman.
«Non so, mi sono ricordata il tuo nome perché Rick lo ha pronunciato un milione di volte durante la vostra zuffa.»
«Ma tu lo ricordi, questo è già una cosa bella per me» nel dire ciò le sfiorò la guancia con il dito indice.
Tara stava retrocedendo di mezzo passo, quando vide Rick caricare come un toro infuriato Gavin, facendolo cadere di muso al suolo.
«Ma che cazz…» la voce del quarterback avversario fu sovrastata dal rumore assordante delle sedie di legno che si spostavano durante la caduta dei due.
Ruzzolarono nello stretto spazio e, in quel momento, Gavin reagì all’attacco. Scaraventò su Rick una miriade di pugni, allo stomaco e al volto. Rick, dal canto suo, non rimase con le mani in mano, ma anche lui picchiò qualsiasi parte del corpo di Gavin che trovò sotto le sue dita.
«Fermi! Smettetela. Ma cosa state facendo?» Tara cercava di separare i due ragazzi che, ignari delle sue preghiere, insistevano nella loro missione: riempire di botte l’altro.
In quel momento Gavin si alzò in piedi e, senza vedere alle spalle, alzando il braccio, colpì in pieno volto Tara con il gomito.
La ragazza cacciò un urlo e indietreggiò mentre, il rosso del sangue, colava dalle dita intorno al naso.
Rick si fermò di botto e, per un solo secondo, non seppe se attaccare Gavin o andare da lei. Fu il suo avversario a decidere per lui. Gli si scaraventò addosso e lo spinse con forza verso due sedie di legno. Rick perse l’equilibrio, la parte superiore del piede fu spinta indietro da un movimento improvviso, e il tendine si allungò fino al punto di rottura. Rick sentì un suono sordo come un Pop per la rottura di quest’ultimo. L’improvviso dolore alla gamba e, sul retro della caviglia, lo lasciò senza fiato. Subito un gonfiore si presentò, dato che la scarpa stava stringendo troppo sul piede, ma la cosa più brutta che tutti notarono, fu il pezzetto di legno conficcato proprio in quel punto. Cercava di deglutire a fatica, ma sembrava non avere saliva in gola. Alzò gli occhi, che ora erano annebbiati di lacrime, e guardò il fratello sopraggiungere. Amadeus cercò di sollevarlo da terra e lui si aggrappò al suo braccio «C-chiama papà.»
Era successo tutto in meno di un minuto e ora era già in ospedale. C’erano voluti sessanta secondi per rovinare la carriera di un promettente campione.
Si trovava in un letto dalle lenzuola bianche e immacolate, profumavano di disinfettante e di pulito. Non c’erano porte, era solo chiuso alla vista degli altri tramite una tenda tirata. Fuori però sentiva il padre e la madre chiedere informazioni al dottore.
«Capita ad ogni atleta di avere problemi al tendine d’Achille, di solito quando succedono queste cose è già tardi, non esistono situazioni che ti mettono sull’avviso. Rick ha messo il piede male e tutto è avvenuto in un attimo. Solo questo comporta il fermo forzato per parecchi mesi, con annessa riabilitazione…» stava dicendo il dottore.
«Perché mi aspetto un ma dottore?» Logan Sherman aveva la voce normale, in apparenza, sembrava tranquillo e sicuro di sé, nessuno poteva pensare che fosse sconvolto. Non lui che lo conosceva.
«Perché c’è un ma. Al problema normale si è aggiunto un pezzo di legno appuntito giusto in quel punto. Lo abbiamo operato e la riabilitazione sarà più lunga del dovuto. Non c’è solo il modus operandi per la guarigione normale, ma anche quella del legno che ha lesionato il tutto più del dovuto.»
«Per quest’anno Rick potrebbe non giocare più a football intende dire…» Logan era sconfortato. Rick aveva un buco nel petto a causa della voce del padre.
«No, direi che la ripresa sarà più lenta, per cui lo credo quasi impossibile. Sono davvero dispiaciuto signor Sherman. Potrebbe anche non riprendere più a giocare.»
Le voci s’interruppero e Rick chiuse gli occhi. Ecco, l’aveva combinata davvero grossa. L’ultimo anno era quello giusto per la borsa di studio, per i talent scout, per la notorietà, per farsi le ossa verso il domani. Lui aveva massacrato di botte un tizio solo per avergli visto toccare Tara. Era un perfetto imbecille.
Inspirò a fondo e a singhiozzi. All’improvviso aveva voglia di urlare, ma farlo ora non era produttivo, soprattutto con la famiglia fuori.
«Possiamo vederlo?» La madre aveva la voce molto bassa, lui si vergognò maggiormente.
Strinse il lenzuolo tra le mani. All’improvviso non aveva così tanta voglia di vedere la sua famiglia. Inspirò lento e chiuse gli occhi. Avrebbe finto di dormire.
«Credo che l’anestesia dell’operazione sia ancora in corso, forse vi conviene tornare tra poco, andate a prendervi un caffè. È stata una lunga nottata per tutti voi.»
Mentre il dottore parlava, Rick si accorse di tirare un sospiro di sollievo, aveva ancora del tempo per elaborare da solo il tutto. I passi si allontanarono, dopo aver farfugliato qualcosa a lui incomprensibile. Solo allora si tranquillizzò.
C’era poco da fare. Era stato un vero cretino. Attaccare Gavin così, senza pensare alle conseguenze, era stato proprio da irresponsabile. Il campionato era iniziato la sera prima, era la prima partita e il coach se n’era ben curato di sottolineare, categoricamente, che dovevano vincere ogni partita. Era la loro ultima stagione, poi molti sarebbero passati all’università. Si cambiava squadra, si era dei piccoli brufoli fastidiosi in mezzo a dei campioni, dovevano dare il massimo ora per avere un buon biglietto da visita. Alcuni potevano usufruire della borsa di studio per lo sport. Lui e Amadeus ne avevano bisogno. Ma con questo fatto, si era precluso ogni pensiero futuro sullo sport per i prossimi sei o sette mesi. E poi? Anche riprendendo a camminare perfettamente, cosa poteva fare? Con un tendine lacerato avrebbe ripreso come prima, ma il dottore aveva anche evidenziato a cosa andava incontro con un legno conficcato nel piede.
Si era rovinato con le sue mani. Questo era il fatto nudo e crudo. Aveva promesso a Tara di non agire prima di pensare, proprio la sera precedente, e invece ora l’aveva rifatto. Tara! Anche lei sanguinava, e di sicuro ora era furiosa con lui. Si passò una mano tra i capelli. Era impossibile che lo perdonasse. Aveva rovinato tutto ancora prima d’iniziare qualcosa di buono. Era un vero stupido. Meritava di stare lì a guardare il soffitto sconfortato.
Strizzò gli occhi conficcandosi le dita sopra. Fu in quel preciso istante che sentì un rumore e fu costretto ad aprire gli occhi.
«Sapevo che eri sveglio…» la voce dolce di Tara lo spiazzò. Aveva lo sguardo furioso e, al tempo stesso, preoccupato per lui, ma era l’alone viola che si stava creando intorno ai suoi occhi a preoccuparlo.
«Come mai sei…» stava per proseguire, ma si fermò di colpo. «Lascia perdere, la botta sul naso, vero?» pronunciò le parole con grande sconforto. Anche questa era colpa sua.
«Sembra che la mia virtù sia salva, ma il mio naso un po’ meno.»
Rick s’irritò. Non era possibile che cercasse persino di farlo ridere in un momento del genere. Avrebbe dovuto odiarlo come stava facendo lui.
«Come ti senti?»
Rick quasi scoppiò a ridere per l’ironia della domanda. Si fermò all’ultimo e ciò che gli uscì dalla bocca fu un ghigno pauroso «Non potrò giocare per almeno un sei o sette mesi, la riabilitazione poteva essere minore come tempo, ma ovviamente ci ho aggiunto il legno sul tendine. Penso di aver appena concluso la mia carriera di giocatore di football, per cui non mi sento per niente bene, grazie.»
«Dovresti crucciarti di più per aver fatto tutto da solo» proseguì lei rincarando la dose sul suo stato già precario.
Rick si girò verso di lei per vedere bene i suoi occhi bellissimi che, ora, lo guardavano davvero con astio. «Sei arrabbiata con me perché nella zuffa ti sei fatta male, lo so. Sono un idiota e me ne dispiace. Riuscirò a farti delle ottime scuse appena sarò più lucido di ora.» Nonostante volesse parlare con amore, gli uscì dalla bocca un tono troppo indispettito.
Tara sospirò «Non mi hai capito. Non sono arrabbiata per il mio naso, lui non ha nulla, per qualche giorno cambierò colore sotto gli occhi e non avrò bisogno di truccarmi. Sono furiosa, e dico davvero inferocita, perché mi avevi promesso di comportarti bene. Avevi giurato che saresti stato più tranquillo e non ti saresti mai e poi mai immischiato in altre zuffe che non portavano a nulla. Invece che fai? Ti vai a impegolare nella peggiore di queste proprio la sera della prima partita. E perché poi? Per uno sciocco che cerca di farmi il filo ed è sicuro che non abbia nessuna speranza con me. Dico io! Quanto sei stato scemo? O irresponsabile, immaturo e idiota?» Tara, esasperata, camminava avanti e indietro per il piccolo spazio tra il letto e la tenda che li divideva dal mondo.
Forse altre centinaia di persone avevano sentito ciò che la ragazza aveva detto.
Di sicuro tutte erano d’accordo con lei. La scrutava muoversi affascinato. Era imbottito ancora dell’anestesia e non sentiva dolore, men che meno il suo cervello funzionava bene, se il suo solo pensiero era trovarla stupenda anche con la furia in corpo rivolta a lui poi, con mezza faccia che diventava viola a ogni secondo che passava. Quel colore le donava, la rendeva più furente e lui sapeva che lei aveva ragione in tutto.
Sospirò «Hai ragione. Vedila così. Non ci sarà un’altra occasione in cui salverò la tua virtù prima di scendere in campo» detto ciò, girò il volto dalla parte opposta alla sua. Vederla così bella e arrabbiata, a causa sua, gli faceva male più di quel che pensava.
«Vorrei riposare, ora. Puoi dire a miei che li vedo volentieri domani?»
Tara chiuse la bocca senza aggiungere null’altro. Uscì senza avvicinarsi né baciarlo.
Amadeus era fuori dall’ospedale, era appena arrivato e nessuno dei suoi familiari era più lì. Lui, a differenza degli altri, era dovuto scendere in campo con Jack. La prima partita era finita con una vittoria e loro avevano anche dovuto festeggiare insieme agli altri, seppur sottotono. Adesso era davvero tardi, era quasi notte. Sapeva dai messaggi della sorella che Rick era stato operato. Si guardò intorno spaesato e recuperò il cellulare dalla tasca. Gli conveniva chiamare il padre o zio Colin, quando sulla panchina notò una figura seduta che guardava il nulla davanti a lei. I capelli scuri si confondevano con la notte.
«Lily…»
Sebbene lo sussurrò appena, la ragazza si voltò di scatto. Si alzò e gli andò incontro a braccia aperte. Lo abbracciò forte «Ti stavo aspettando.»
«Cosa fai così tardi qui da sola al buio? Se non fossi arrivato?» La strinse a sé con amore, appoggiando la guancia sulla testa di lei.
«Tu non potevi mancare a un evento del genere. E sapevo che non volevi nessuno intorno.»
Lily alzò il viso per farsi vedere da lui mentre sorrideva con aria triste. D’istinto le baciò le labbra «Grazie, Lily.» Si soffermò sulla bocca della sua ragazza. Per un solo secondo, il mondo ruotò intorno a quella sensazione dolce che gli procurava sempre il contatto con lei. Poi si ricordò tutto «Come sta Rick?» Le domandò mentre le accarezzava i capelli.
«Siediti, non credo ti piacerà.»
Amadeus obbedì senza discutere e si accomodò, un po’ teso, sulla panchina rinfrescata dalla notte e prese per mano la sua ragazza, in silenzio ascoltò tutto.
Il cielo doveva essere cambiato e i rumori forse erano spariti, perché l’unica cosa che sentiva erano le sue parole che lo facevano sprofondare nel nulla. Senza riuscire a fiatare, strinse la mano di Lily.
Questa non ci voleva.
Rick era stato sistemato in una stanza più ampia. Ma solo perché era giunto il momento di tornare a casa. Alla fine, si era trovato di fronte il padre e la madre. Nessuno aveva osato fiatare. Non un rimprovero, non una parola fuori posto. La madre lo aveva abbracciato, baciandogli le guance, senza dire nulla.
Il padre aveva uno sguardo strano. Non voleva indagare molto su tutto ciò, perché si aspettava da lui una sfuriata colossale. Non erano dei genitori che volevano ad ogni costo che seguissero le loro orme. Logan Sherman era un grandissimo quarterback e, per un certo periodo, lo aveva fatto anche da professionista ad alti livelli. Ora lui e zio Colin erano coach in una squadra di punta. Squadra dove ancora adesso giocavano zio Norman e Sage. Nessuno aveva forzato la mano ai figli. Non era sicuro che la sfuriata fosse per quello, quanto per il suo carattere irruento che il padre cercava di placare da troppo tempo.
Se solo avesse detto una parola, il padre lo avrebbe mangiato di sicuro. Era meglio non dire nulla, almeno per ora. Poi si sarebbe scusato. Col tempo, forse, quando avrebbe cominciato a perdonare se stesso per la cazzata che aveva combinato.
Si guardò intorno. Per lo meno lì si sentiva protetto. Adesso a casa sarebbe stato come nudo di fronte a loro, lo avrebbero capito solo muovendosi intorno a lui. Espirò con calma. Che disastro.
L’infermiera entrò nella stanza spingendo la sedia a rotelle. Fantastico. Sarebbe uscito come un rottame. Be’, c’era poco da indignarsi, dato che lo era. Quasi diciotto anni e aveva buttato via una carriera promettente. Se non fosse stato disperato, si sarebbe fatto un applauso da solo.
«Gliela appoggio qui, non si affatichi per ora. Si sieda, tra pochi giorni inizierà la riabilitazione. Lei è fortunato, le sue braccia sono allenate, non sarà difficile usare le stampelle e fare tutti gli esercizi a dovere.»
«Molto fortunato direi, sì.»
L’infermiera sorrise. Non aveva capito la sua ironia. Stava perdendo colpi, allora. Usando la forza delle braccia, si sedette sulla sedia a rotelle. L’infermiera, senza tante cerimonie, gli poggiò sulle gambe le stampelle e alzò il poggiapiedi in alto, per l’arto danneggiato.
«Ecco fatto. Dieci minuti e potrà uscire di qui» sorrise.
Tentò di mostrare lo stesso gesto alla donna, ma forse gli uscì qualcosa d’orribile, dato che la vide tirarsi indietro di scatto. Doveva essere di certo una paresi facciale.
Sì, era davvero in vena di essere gentile e felice come una Pasqua. Nessuno aveva mai detto al direttore di un ospedale che, vedere le infermiere sprizzare gioia, non era il massimo quando si stava realizzando che uno la vita se l’era distrutta alla grande? Avrebbe scritto una lettera di protesta.
«Eccoti qua.» Logan Sherman entrò nella stanza e, siccome era ancora un uomo giovane e bellissimo, catturò l’attenzione dell’infermiera che arrossì con violenza. Le sue guance diventarono dei peperoni rosso fuoco e balbettò un buongiorno a singhiozzi. Restò immobile nella sua posizione, senza decidersi ad andarsene. Succedeva sempre così. Suo padre era Logan Sherman, dopotutto. A volte non sapeva come faceva mamma a sopportare ciò. Non che fosse importante, dopotutto lui aveva occhi solo per sua moglie.
«Signor Sherman, buongiorno!»
«Salve. La ringrazio per aver accudito mio figlio. È stata gentilissima.»
«Oh, non si preoccupi. È il mio dovere, ma in questo caso è stato un vero piacere, Rick è dolcissimo.»
Rick alzò un sopracciglio negando l’affermazione, rivolto verso il padre. Non lo vide sorridere, come il suo solito, ma nemmeno lanciargli addosso la forca infuocata.
«Molto. Ho cresciuto un figlio educato. Ora mi scusi…»
Logan si voltò verso di lui e lo guardò con aria seria. «Sei pronto per tornare a casa?»
«Certo» replicò lui drizzando le spalle.
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