Il concerto di stasera è stato strepitoso.
Ho ancora le mani che tremano e le orecchie che fischiano, il suono sembra non voglia uscire dal mio corpo e sono sicuro che, se mi attaccassi un jack addosso, diventerei io stesso un amplificatore.
L’adrenalina mi scorre nel sangue, densa, calda. È sempre così dopo uno show. Il pubblico che urla il mio nome, le luci che accecano, la sensazione di essere invincibile per un’ora e mezza. Poi scendo dal palco e tutto torna a essere reale.
Troppo reale.
Mi tolgo la chitarra dalle spalle e la passo al tecnico senza nemmeno guardarlo. Le dita mi fanno male, ho un taglio sul pollice, ma non lo sento. Non sento quasi niente, a parte quella presenza costante che mi brucia sotto la pelle.
Rebecca.
So che è nel backstage. L’ho vista prima di salire sul palco. Appoggiata al muro, le braccia conserte, lo sguardo attento come se stesse osservando qualcosa che non ha mai visto, invece si tratta del solito concerto, davanti a migliaia di persone. Eppure, lei appare estraniata, in un mondo tutto suo e spesso mi chiedo se reagisce allo stesso modo per qualsiasi esibizione, oppure sono io, con la mia voce e la chitarra, ad attrarla. Non voglio crogiolarmi in quest’illusione, farebbe male scoprire il contrario, ovvero che di me gliene fotte meno di niente.
Rebecca.
Un nome, un enigma. Il mio enigma.
Stasera, però, è accaduto qualcosa di diverso. L’ho sorpresa a guardarmi, non come fa di consueto, con indifferenza, ma come se mi vedesse davvero. Come se potesse leggermi nel cuore.
Fingo di non accorgermene da anni. Fingo che sia normale. Fingo che non mi importi. Ma la verità è che ogni volta che so che è lì, canto con la speranza che capisca a chi sono rivolte le parole delle mie canzoni. Suono e canto cercando di stimolare una sua qualsiasi reazione; tuttavia, sembra non fare alcuna differenza.
Rebecca è la mia make-up artist ed è la migliore amica di mia sorella.
Il tipo di combinazione che non porta mai a niente di buono.
La conosco da quando indossava ancora le Converse, le felpe oversize e i capelli sempre legati in una coda disordinata. L’ho vista diventare donna senza accorgermene, una cosa molto comune che succede solo con le persone che pensi ti saranno sempre proibite.
Ora, è semplicemente pericolosa.
Cammina con una sicurezza naturale e non si rende conto di quanto la renda sexy agli occhi degli uomini. Ai miei, soprattutto.
Lei non flirta. Non gioca. Non cerca attenzioni. Però, quando ti inchioda i suoi incredibili occhi verdi addosso… Cazzo! Ti guarda come se stesse leggendo qualcosa che nemmeno tu sai di avere scritto dentro. Ti spoglia nell’anima e sei perduto.
Io sono perduto.
Recito la parte del coglione, quando sono in sua presenza: la stuzzico, le faccio perdere la pazienza con le mie battute a doppiosenso, ma mi tiene comunque a distanza. Non una scalfitura, non un segno di cedimento. È sempre controllata, ride, scuote la testa esasperata e poi si allontana, incurante di lasciare me in uno stato di totale smarrimento. Ogni volta che incrocio quello sguardo verde, sento una fitta nello stomaco. E mi rendo conto di desiderare una donna che, forse, non potrò mai avere.
Entro nel camerino e mi lascio cadere sulla sedia davanti allo specchio, che mi rimanda indietro un volto stanco e tormentato, così diverso da quello che vede il pubblico. Non la leggenda del rock, idolo, mito vivente: solo uno che non dorme abbastanza, con troppe cicatrici addosso e troppe canzoni tristi nella testa.
Passo una mano tra i capelli, respiro a fondo.
Qualcuno bussa. Due colpi leggeri che riconoscerei tra mille.
«Posso?»
La testa bionda di Rebecca fa capolino dalla porta e la sua voce calma mi provoca un brivido lungo la schiena.
«Vieni» la esorto con un cenno delle dita.
Rebecca entra e chiude la porta dietro di sé, appoggiandocisi contro.
La osservo attraverso lo specchio. Ha ancora il pass del tour appeso al collo, una maglietta nera priva di fronzoli, ma su di lei anche la semplicità sembra una scelta precisa, non una mancanza.
Noto che anche lei mi sta scrutando con espressione indecifrabile e, all’improvviso, è chiaro che entrambi ci stiamo soppesando.
Il camerino diventa troppo stretto, c’è una tensione che aleggia nell’aria e ci tiene entrambi col fiato sospeso.
«Sei stato incredibile, stasera.»
Un complimento innocuo, che fa spesso, ma ho la sensazione che ci sia dell’altro che vuole aggiungere. È tesa, lo capisco dal modo in cui tortura il labbro inferiore con i denti.
Mi impongo di rimanere seduto, altrimenti attraverserei l’esiguo spazio che ci separa e l’afferrerei per le braccia, le darei una scrollata fino a costringerla di ammettere che non sono solo il fratello della sua migliore amica. Non sono solo la rockstar con milioni di follower sui social.
Sono un uomo e brucio di desiderio e sentimenti repressi per lei, per una donna di cui mi sono innamorato senza volerlo.
«Tu mi dici sempre così» commento, inarcando un sopracciglio.
«Perché è sempre vero.»
I nostri occhi si incastrano nello specchio. Io seduto. Lei in piedi dietro di me.
Sento il bisogno irrazionale di dirle qualcosa. Di annullare questa distanza fisica ed emotiva che continua a esserci tra noi. Di smettere di fingere che non stia succedendo niente da anni.
«Perché continui ad assistere a tutti i concerti? Potresti fare il tuo lavoro e andartene via.»
Lei sorride appena. Non è un sorriso felice, ma uno di quelli che nasconde qualcosa.
«E tu potresti smettere di scrivere canzoni che parlano di qualcuno che non puoi avere.»
Silenzio. Sono sotto shock… e capisco che non sono l’unico a essere stanco di fingere.
«Rebecca…» mormoro, mentre mi alzo e mi giro per fronteggiarla. Non più uno specchio a riflettere il nostro scambio di sguardi, ma occhi che si incastrano in altri occhi, senza barriere.
Lei fa un passo avanti, io faccio lo stesso.
«Jim» inizia a dire, usando il diminutivo del mio nome, a differenza degli altri membri dello staff che mi chiamano per cognome oppure James, il mio nome di battesimo.
«Rebecca, io…»
«Noi siamo un errore che non è ancora successo.»
Le sue parole sono acqua gelata sul cuore. E comprendo la verità più spaventosa di tutte:
non ho mai avuto così tanta paura di essere rifiutato.
Rebecca si volta di scatto, spalanca l’uscio e fugge via. La porta sbatte contro la parete, un tonfo sordo, il chiacchiericcio della squadra di tecnici che fa avanti e indietro per il corridoio, intenta a smantellare il palco, rompe il silenzio. Mi affretto a richiuderla, lasciando fuori chiunque altro se non il mio cervello fuori fase.
Appoggio la fronte e le mani contro il legno, serro le palpebre e grugnisco in preda allo sconforto. Sto impazzendo di desiderio per lei, la bramo più di qualsiasi altra cosa al mondo.
Quella frase continua a rimbombarmi in testa.
Noi siamo un errore che non è ancora successo.
Un errore. O, forse, l’unica cosa giusta che ho sempre evitato per paura di rovinare tutto.
Mi stacco dalla porta e recupero il cellulare dalla tasca del borsone in cui conservo i miei effetti personali. Lo sblocco e scorro il menu fino alla chat con il suo nome. È lì, in cima alla lista. Non scriviamo mai cose personali, a parte orari, dettagli di lavoro e battute innocue. Una relazione professionale perfetta, costruita sopra un silenzio enorme.
Jim: Sei ancora qui?
Le doppie spunte si colorano subito di blu e appaiono tre puntini. Sta scrivendo.
Rebecca: Sì.
Il cuore mi batte come prima di salire sul palco. Solo che stavolta non ho nessuna chitarra a proteggermi, nessun microfono che faccia da filtro tra la mia anima e la mia voce.
Jim: Dove?
Rebecca: Sul lato del palco da dove hanno appena portato via l’attrezzatura.
Jim: Non muoverti.
Esco a passo svelto, il cellulare stretto nel pugno e le gambe che si muovono a grandi falcate per raggiungerla. La trovo seduta sul bordo del palco vuoto. Le luci sono quasi tutte spente, restano solo quelle blu di servizio. Sembra un altro mondo rispetto a mezz’ora fa, quando c’erano diecimila persone che urlavano.
Ora siamo solo noi due e l’eco dello staff in lontananza.
Mi siedo accanto a lei. Non vicinissimo, ma nemmeno troppo lontano. Se proverà a fuggire di nuovo, mi basterà allungare un braccio per agguantarle il polso. Non la lascerò andare via, stavolta.
«Rebecca, cosa significa quella frase?»
Lei continua a dondolare le gambe, lo sguardo perso sulla platea vuota.
«Nulla d’importante.»
«A me sembra il contrario.»
Non commenta, ma almeno si decide di volgere l’attenzione su di me. Colgo tutta la sua fragilità e mi incazzo per questa situazione assurda.
«Rebecca…»
«Se stai per dire qualcosa di cui potresti pentirti, taci, per favore» sbotta, scattando in piedi con un movimento agile.
No. Non può pensare di tagliare il discorso con una simile frase del cazzo.
La seguo e le blocco il passaggio verso il backstage. Non la tocco, ma siamo abbastanza vicini che riesco a percepire la fresca fragranza di limone del suo profumo. La inalo e mi si affaccia nella mente l’immagine di lei sdraiata in un mezzo a un agrumeto, in qualche isola del Mediterraneo, col sole che le bacia la pelle e le illumina gli occhi.
«E se fosse qualcosa di cui mi pento da anni di non aver detto?»
La mia è una sfida per costringerla ad ammettere finalmente la verità, invece la sua espressione si adombra e paura e desiderio si alternano nelle profondità delle iridi verdi.
«Jim, tu vivi in un mondo dove tutto è eccessivo. Io no. Io sono reale. Ho una vita semplice. Non posso essere una parentesi, un diversivo di cui presto ti stancheresti.»
«Non voglio che tu sia una parentesi.»
Mi avvicino di qualche centimetro. Non la tocco ancora, ma lo spazio tra noi cambia di significato e avverto una scossa elettrica che si propaga dal mio corpo al suo.
«Non ti sto chiedendo niente» continuo con cautela, temendo che una parola sbagliata possa infrangere la breve tregua che mi ha concesso. «Ti sto solo dicendo la verità. Io non riesco più a fingere che tu sia solo un membro del team o l’amica di mia sorella.»
Lei inspira e rilascia il fiato in un sospiro tremulo. «E cosa sono, allora?»
La fisso con insistenza, senza filtri, mettendomi a nudo come mai ho fatto con una donna. Solo per lei.
«Sei la persona a cui penso quando tutto il resto smette di fare rumore.»
Rebecca chiude gli occhi, le tremano le palpebre e il mento, quasi le mie parole la facessero soffrire.
«Smettila» sussurra, poi solleva le palpebre. «Non parlarmi come se io…» si interrompe, passa la lingua sulle labbra e china il capo per nascondersi dal mio sguardo.
Non resisto e allungo una mano, le prendo il mento tra indice e pollice e la costringo a rialzarlo.
«Così come?» la incalzo con dolcezza.
«Come se fossi la tua casa.»
Qualcosa che, dentro di me, pensavo fosse rotta, si aggiusta.
Vorrei baciarla, ma temo di spaventarla. Non sarei delicato, sono al limite dell’eccitazione e finirei per trascinarla a terra, strapparle gli abiti di dosso e farla mia in tutti i modi possibili.
Rebecca, però, mi sorprende. Poggia la mano sulla mia e sposta le mie dita dal suo viso lungo un tragitto che dal collo giunge al petto, sul cuore, dove si ferma.
E il mondo smette di fare rumore, esistiamo soltanto noi due e i battiti che sembrano sincronizzati.
«Tengo molto a te» ammette. «Ma ho paura di lasciarti entrare» conclude, stringendo più forte la presa sulla mia mano. «Ho paura che la passione, una volta appagata, non basti per farti rimanere. E allora soffrirei, perché ti saresti portato via un pezzo di me, della mia anima. Del mio amore…» aggiunge con un filo di voce.
«Ho paura anch’io, Rebecca» replico, con tono impetuoso. «Questa cosa tra noi è la prima, vera emozione che sento da anni. Sei tu che ispiri le mie canzoni e il mio cuore appartiene solo a te.»
E la bacio.
Non c’è urgenza. Non c’è fame. C’è solo una promessa.
E Rebecca ricambia, si abbandona tra le mie braccia, mi fa sentire la sua resa e io mi arrendo a lei.
«Prepara una valigia» le dico, quando ci stacchiamo per riprendere fiato.
«Che cos’hai in mente?»
Sorrido. «Ti va di volare con me?»

