⏱ ~5 min · 950 parole
Come poteva un bacio negato segnare tutta l’esistenza di un uomo?
Se lo chiedeva Sirgey Grayson, amministratore delle terre di Davenport House, e miglior amico del conte Edward Davenport, mentre fissava Lady Adeline.
Era incapace di distogliere lo sguardo.
Il desiderio per lei lo consumava, ma c’era anche qualcosa di più profondo, un rancore che lo tormentava e che si insinuava dentro di lui, silenzioso e potente.
Erano anni che provava a mettere a tacere i suoi sentimenti fra le gonne di innumerevoli signore, ma non c’era nulla che riuscisse ad appagarlo come la dolce risata di lei, o a incuriosirlo come certe sue affermazioni sull’alta società o sul progresso, decisamente audaci per una dama.
Niente che riuscisse a riempirgli gli occhi di meraviglia come la lucentezza di quella chioma bionda in cui lo splendore del sole si incastrava così bene, né di quel celeste così luminoso di cui Adeline aveva dipinti gli occhi come se fossero cielo.
Era stupenda, e lui ne era innamorato da una vita intera.
Ma aveva rintanato il suo cuore in disparte, mentre quella ragazzina meravigliosa diventava una creatura in grado di indurre al peccato, e ogni volta che il suo sguardo si posava su di lui, quel cuore ritirato si scuoteva come una bestia in gabbia.
Quando era andata in sposa a Lord Cavendish, un conte più vecchio di lei di dieci anni, Sirgey si era frantumato in mille pezzi. L’uomo era morto poco dopo a causa di un incidente a cavallo,
ma tutto ciò che Sirgey era riuscito a provare era un’aberrante soddisfazione.
Tuttavia, la verità era che lui non era un pari di Adeline e, nonostante godesse dell’affetto di Edward, non aveva osato immaginare di avanzare una proposta nei suoi confronti, nemmeno quando era rimasta vedova e senza figli.
«Ti interessano le nostre serre?».
La voce del suo migliore amico lo raggiunse come un colpo di frusta, strappandolo dai suoi pensieri.
«Cosa?». Sbatté le palpebre un paio di volte prima di metterlo a fuoco.
Edward alzò un sopracciglio. « La cura delle rose di mia madre ti impensierisce più dei fittavoli delle mie terre?».
Sirgey strinse la mascella, cercando di mascherare il disagio.
Ma il conte Davenport conosceva il suo amico fin troppo bene e non era difficile per lui intuire l’origine della sua distrazione.
Lo osservava divertito dalla sua goffaggine, ma anche consapevole di quanto la situazione fosse delicata. Suo padre non avrebbe mai incoraggiato un’unione fra Sirgey e Adeline, ma Edward, con l’esperienza e la maturità che aveva guadagnato, era pronto a spingere in quella direzione.
Non c’era dubbio che anche Adeline custodisse lo stesso amore per l’amico. Edward lo sapeva fin da quando aveva sentito il suono soffocato dei suoi pianti alla notizia delle nozze. Del resto, si sarebbe sposata con un uomo che non amava, dalla mente rigida, incapace di cogliere la brillantezza della sua intelligenza, la vivacità del suo spirito e le sue idee moderne e audaci. Una donna non aveva posto per nulla che non riguardasse il belletto o la scelta dei tessuti per un abito da ballo. Così, Adeline aveva imparato a interpretare quella parte per diventare ciò che il mondo si aspettava da lei: un simbolo e nemmeno una madre, visto che Dio non le aveva concesso il dono del concepimento.
In tutta onestà, il conte non poteva negare che Lord Cavendish fosse stato un buon marito per sua sorella. Non le aveva fatto mancare nulla e, alla fine, credeva che anche Adeline avesse sviluppato una sorta di affetto per il consorte, ma c’era sempre quella tristezza nei suoi occhi, una luce smarrita che si era fatta parte di lei e che lo preoccupava oltremodo.
Pertanto, se Sirgey avesse mai trovato il coraggio di tirare fuori la testa dalla sabbia, Edward non avrebbe esitato a sostenerlo. Le
circostanze ora erano favorevoli. Adeline era una vedova non più giovane, e il conte, poco tollerante da sempre alle regole dell’alta società, avrebbe mandato all’inferno tutta la parìa se fosse stato necessario.
«Se così fosse, non sareste pieno di soldi come invece siete, milord», gli fece notare Sirgey.
Ma Edward continuava a sorridere con quell’ironia che di rado lasciava trasparire, come se avesse visto molto più di quanto l’amico volesse ammettere.
«Mia sorella sta raccogliendo delle rose. Riesci a scorgerla?». Sirgey deglutì. «No».
Lo sguardo dell’amico scivolò rapidamente altrove, e Edward sbuffò con enfasi, allargando le braccia.
«Sei sciocco come un somaro, amico mio», lo pungolò.
«Quanto tempo ti occorre per impedire a entrambi di continuare a essere infelici?».
Sirgey lo fissò, incapace di credere a ciò che stava sentendo.
Non era possibile che avesse capito tutto.
«Va’ da lei», lo esortò di nuovo Edward, poi cambiò espressione e il suo tono tornò a essere quello dell’uomo potente che lui conosceva bene. «Non è detto che ti voglia ancora».
Erano soli e Sirgey poté rivolgersi a lui in tono più informale.
«Presupponi che mi abbia mai voluto», gracchiò, attonito.
«È così», rispose l’altro. «E mi dispiace che sia stato tanto difficile per te. Se ti può consolare, credo che lo sia stato anche per lei».
Edward si riferiva al matrimonio con Lord Cavendish, naturalmente, a cui non si era opposto. Ma Sirgey non gliene aveva mai fatto una colpa: non avrebbe potuto farlo allora, né avrebbe potuto adesso. Non c’erano ragioni che giustificassero una protesta.
«Se ancora ti vorrà, vieni da me». Lord Davenport lo osservò per un momento, il suo sguardo era incisivo come quando trattava di affari. «Abbiamo molto di cui discutere». Detto ciò, si girò e
cominciò a camminare verso casa, lasciando Sirgey solo con i suoi pensieri e una nuova speranza che, per quanto impossibile, si era già fatta strada nel suo cuore.
⏱ ~5 min · 950 parole
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione
Tutti i diritti riservati. I contenuti presenti su questa pagina sono di proprietà esclusiva dell'autrice/autore e non possono essere riprodotti, diffusi o copiati.

