QUANDO SCENDE LA NOTTE
Capitolo 2 di 22

Scritto il 04/09/2026
da VIVIANA LEO


⏱ ~8 min · 1563 parole

Il sabato è uno dei miei giorni più stancanti, insieme al venerdì. Entro nel locale, mi cambio, indosso sempre un grembiule attillato ma pulito, e inizio la mia giornata lavorativa dalle otto di sera fino a notte fonda. Non ho un orario fisso, ma Bob paga e va bene così. Se non avessi sempre il pensiero di dover pagare le bollette e costruire un futuro decente per Jodie, probabilmente sarei molto più rilassata di quello che sono di solito.

Se non c’è molta gente riesco a fare qualche pausa, di tanto in tanto, ma se il locale è affollato, come in questo caso, lavoro senza sosta fino a tardi, finché non sento i piedi reclamare un po’ di riposo e Bob, finalmente, decide di chiudere.

Inizio la serata come ogni sabato, salutando qualche avventore che conosco e sorridendo ai nuovi che entrano. Di solito il sabato sera torno a casa accompagnata, ma non è un obbligo. Come sempre, se c’è qualcuno che mi piace ne approfitto, altrimenti torno presto da Jodie. In entrambi i casi, ne esco vincente. Un rapporto in più mi aiuta a riempire le tasche, un rapporto in meno mi aiuta a tornare prima a casa da mia figlia.

Dopo due ore di lavoro intenso, in cui non sono riuscita neppure a fumare mezza sigaretta, ecco che entra il tizio della sera prima. Sono colpita di vederlo, ero convinta che non avrebbe più messo piede in questa latrina che Bob osa chiamare locale, ma mi guarda con quegli occhi neri come la notte e so per certo che è tornato per me.

Forse è presunzione la mia, ma non posso fare a meno di pensarlo. Per quale motivo tornare altrimenti?

Si siede sullo sgabello di fronte a me e con la sua voce profonda mi ordina uno scotch liscio. Stasera non ha il completo che indossava ieri, ma uno simile, di un grigio scuro, che gli cade a pennello su quello che sembrerebbe un corpo perfetto. Cerco di non fissarlo troppo ma non ci riesco a non squadrarlo. In questa melma di gentaglia, è come una rosa bianca che spicca nel fango. Troppo appariscente per non posarci sopra lo sguardo.

Infatti non sono l’unica ad accorgermi di lui. Vedo due bestioni puntarlo da lontano e capisco immediatamente le loro intenzioni. Sono anni che lavoro in questo locale e sono anni che ho a che fare con certa gente per non rendermi conto che hanno fiutato odore di soldi. In effetti tutto in lui grida ricchezza, a partire dall’orologio elegante che indossa al polso con nonchalance, come se non fosse in una bettola di posto e come se gli altri clienti non fossero spazzatura. Non è molto furbo da parte sua.

Mi avvicino a lui, fingendo di pulire il bancone, ma gli sussurro: «Sono pronti a farti la festa» con voce lieve, sperando che intuisca il mio avvertimento e scappi a gambe levate. Lo sconosciuto solleva lo sguardo dal suo scotch e, inaspettatamente, resta impassibile. Probabilmente non ha capito cosa volessi dire. Di solito mi faccio gli affari miei, anche perché non ho alcun interesse a fare la spia. Se sono rimasta illesa per la bellezza di trentatré anni significa che il mio istinto di conservazione funziona più che bene. Però questo tizio mi fa uno strano effetto, non so se è troppo sicuro di sé oppure troppo incosciente. In entrambi i casi è un pollo da spennare.

Si volta appena e gli basta un’occhiata veloce per capire di chi sto parlando. Torna a sorseggiare il suo scotch e scrolla le spalle. «Ci possono provare» è la sua semplice risposta. Davvero? Tutto qui quello che ha da dire? Chiunque sano di mente avrebbe già girato i tacchi, pur di non mettersi contro due soggetti del genere. Lo guardo attentamente. Credo abbia all’incirca la mia età ma non ne sono sicura. Io, a causa del mio lavoro e della vita che conduco, ho la pelle più vecchia delle mie coetanee. Probabilmente è colpa del continuo fumo che respiro in questo buco di mondo o forse delle manacce viscide di chi si prende il mio corpo, chi lo sa... Lui ha la pelle liscia come quella di un bambino, tranne per le zone in cui si intravede un filo di barba rasata a regola d’arte, mani morbide e vellutate, non come le mie ruvide e callose, e labbra piene e rilassate. Potrebbe anche essere più giovane in effetti, chi lo sa.

«Senti un po’, carino» lo apostrofo con tono ruvido. «Non so dove tu sia cresciuto, ma qui, da me, le situazioni non si risolvono con un discorsetto. Quindi ti conviene andare via, se non vuoi avere rogne». Non so neppure perché lo sto facendo. Insomma, se vuole comportarsi da incosciente sono fatti suoi, giusto? Forse mi irrita il fatto che non mi dia ascolto o, più probabile, mi dispiace che non lo faccia, anche se di solito non mi importa di nessuno, tranne che di me stessa e di mia figlia. Se proprio devo dirla tutta, non mi importa neppure di me, ma se mi succedesse qualcosa mia figlia resterebbe sola, perciò faccio tutto per preservare lei. Solo lei.

Mi guarda e un sorrisetto fa capolino sul suo volto. «Non sempre l’abito fa il monaco, mia cara barista arrabbiata col mondo. Come ti chiami?»

Non rispondo subito. Ho altra clientela da servire, perciò mi allontano e accontento tutti, quasi sperando di non trovarlo più seduto lì ad attendermi. Invece, circa venti minuti dopo, è ancora lì che mi fissa. Do un’occhiata ai due energumeni e anche loro sono ancora lì. «Mi chiamo Rose» dico sfidandolo con lo sguardo, pensando che faccia qualche battuta idiota sul mio nome, come fanno tutti gli uomini di solito, invece non la fa.

«Ti dona» dice stupendomi. «Il mio nome è Louis.»

«Sei francese?»

«Da parte di padre.»

Ecco spiegati i tratti aristocratici.

«Ti consiglio di andare via» gli ripeto. «Altrimenti qualcuno ti farà passare un brutto quarto d’ora. Questo non è un bar adatto a te.»

Louis sorride e io noto subito i suoi denti bianchissimi. Ne vedo molta di gente qui ed è raro avere di fronte denti così curati. Con il fumo e l’alcol, quasi tutti i miei clienti possiedono una dentiera ingiallita. Quando va bene. È per questo motivo che resto per un attimo abbacinata da quel candore, ma questo conferma le mie parole: non è un posto adatto a questo tizio.

«Credi davvero che quei due mi possano intimorire?» Ha un accento impeccabile. Se non fosse per quella r arrotondata che tradisce le sue origini, potrebbe fare il doppiatore in qualche film. O l’attore, visto l’aspetto. Forse lo è, penso fra me e me. Si spiegherebbe tutto il denaro che molto probabilmente possiede.

«Se resti tranquillo, significa solo che sei incosciente.» Quelli come lui, qui, li mangiano a colazione, ma me ne guardo bene dal dirglielo. In fondo, ho parlato anche troppo.

«O saggio» mi corregge. Resto zitta, un po’ perché non voglio esprimere del tutto la mia opinione, un po’ perché non posso. Devo tornare a lavorare.

Bob mi fa un cenno verso alcuni tavoli e io lascio Louis lì, di fronte al bancone, per occuparmi di altri clienti.

Quando torno qualche minuto dopo è ancora lì. Lo confesso, sono combattuta. Da un lato quest’uomo mi intriga e probabilmente ci sarei già andata a letto se non fosse per il fatto che, di solito, tanti soldi mi mettono sempre un po’ in allarme. Sono cresciuta con un profilo basso e una vita modesta, sarà per questo che le persone ricche mi danno sempre la nausea. Nel frattempo noto che Bob gli ha servito un altro drink.

«A che ora stacchi?» mi chiede poi. Non mi ha mai tolto gli occhi di dosso.

«Perché ti interessa?» lo provoco. Posso immaginare quali siano le sue intenzioni, non sono nata ieri, ma voglio vedere dove va a parare. E poi sono una seduttrice nata, mi piace giocare con gli uomini, anche se non ho intenzione di farci sesso.

«Sei bellissima, ma credo tu lo sappia. Esci con me.»

Gli scoppio a ridere in faccia.

«Uscire con te? Sul serio?»

«Perché no? È questo che fanno di solito un uomo e una donna, no?»

«Forse nel tuo mondo. Nel mio scopano e basta.»

I suoi occhi si fanno più scuri di quanto già non siano. «Non devi scopare per forza con qualcuno, esiste anche la semplice conoscenza.»

«Se non lo hai notato, lavoro. Non ho tempo per le semplici conoscenze.» Mimo il simbolo delle virgolette con le dita.

«Non hai un giorno libero? Impossibile che tu non lo abbia. Dimmi quando è e vediamoci quel giorno.» In realtà sì, ce l’ho un giorno libero, ma non lo impegnerei con qualcuno nemmeno per tutto l’oro del mondo. È l’unico in cui posso stare con mia figlia, il martedì, e non esiste uomo che possa farmi cambiare idea. Nemmeno questo Louis.

«Non posso. Ora, se vuoi scusarmi...» Lo lascio lì, con la frase in sospeso, e torno a lavorare. Mi guarda, ma non faccio più nulla per attirare la sua attenzione. Conosco i tipi come lui, ci sarà rimasto male perché è convinto che i soldi possano comprare tutto. No, non è così.

Dopo qualche minuto, lascia una banconota sul bancone e va via. Seguito a ruota dai due energumeni.

Scrollo le spalle.

Io l’avevo avvertito.

⏱ ~8 min

FINE CAPITOLO
LA LETTURA CONTINUA SEGUENDO LA FRECCIA
SE IL LINK NON È ATTIVO IL CAPITOLO È IN ARRIVO

 




 


Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.

i commenti sono soggetti a moderazione

Tutti i diritti riservati. I contenuti presenti su questa pagina sono di proprietà esclusiva dell'autrice/autore e non possono essere riprodotti, diffusi o copiati.