AMATI SEMPRE
Capitolo 4 di 51

Scritto il 16/08/2026
da VIVIANA LEO


⏱ ~3 min · 682 parole

Jason

 

La vita da professore delle superiori non è semplice come si crede.

A parte il fatto che i ragazzi non sono sempre mansueti e dolci, come si può ben immaginare, bisogna anche fare i conti con i loro continui ormoni a palla. Non sono cieco, vedo bene la reazione delle ragazze quando passo tra i corridoi o sento le loro risatine quando entro in aula, ma devo ammettere che sono molto più gestibili delle professoresse che, spesso, hanno quasi vent’anni in più di me ma si arrogano il diritto di provarci con il “ragazzino” che gioca a fare il professore, probabilmente pensando di essere interessanti.

Ne incontro una di loro proprio in sala professori, credo sia l’insegnante di scienze, ma non ne sono sicuro. Bella donna, per carità, ma potrebbe essere mia madre. La saluto con garbo mentre sosto davanti alla macchinetta del caffè con un bicchiere di plastica in mano.

«Jason!» Esordisce irritandomi un po’. Quando le ho dato il permesso di chiamarmi per nome?

«Professoressa» rispondo, provando a mantenere un minimo di professionalità. Lei sembra non scoraggiarsi.

«Chiamami pure Isabel. Siamo colleghi» dice con una malizia negli occhi che fa pensare a tutto, tranne all’essere colleghi. Annuisco e sorrido con educazione, sperando che capisca l’antifona, ma lei prosegue: «Allora, come ti trovi qui da noi? I ragazzi ti danno filo da torcere?» chiede e, nel farlo, si avvicina un po’ troppo alla mia spalla. Ha un profumo molto intenso, di quelli che dopo un po’ ti infastidiscono, e cerco di mettere un po’ di distanza fra noi, ma senza darlo a vedere. Non voglio farmi già dei nemici tra i colleghi.

«No, i ragazzi sono molto bravi» rispondo evasivo con il solito sorriso cortese come maschera. Termino il mio caffè e lo getto nel bidone accanto alla macchinetta. Faccio per andarmene, ma la sua voce mi frena ancora.

«Se ti serve una mano, per qualunque cosa…»

Sì, so bene cosa mi sta offrendo, ma preferisco far finta di non aver capito. «Grazie, sei gentile» rispondo quindi, prima di defilarmi.

Quando finalmente esco dalla sala professori, tiro un sospiro di sollievo. Forse agli occhi degli altri appaio come un ragazzino, ma non lo sono. So bene in quali casini abissali mi andrei a impelagare se solo accettassi una delle proposte delle mie colleghe, magari sposate, o peggio delle mie allieve. Amo scindere la vita sentimentale da quella lavorativa, perché adoro il mio lavoro. Un provvedimento disciplinare potrebbe costarmi il licenziamento. Ne varrebbe la pena? Certo che no, non per soddisfare i bassi istinti.

Preferisco avere a che fare con donne che non hanno a che fare con la scuola.

Cammino tra i corridoi vuoti, poiché per fortuna gli studenti sono tutti nelle rispettive aule, e mi godo per qualche secondo il silenzio che ne consegue. Per qualche secondo, appunto, perché a un tratto qualcosa mi induce a bloccarmi di colpo.

È un rumore flebile, quasi accennato, che però, non so perché, mi mette in allarme. Resto per un attimo in ascolto e, quando penso di averlo immaginato, ecco che lo sento di nuovo. No, non è frutto della mia immaginazione e, a quanto mi sembra di capire, proviene dall’aula di chimica, anche se a quest’ora dovrebbe essere vuota.

Mentre abbasso la maniglia per entrare, immagino che troverò la solita coppietta che, in preda agli ormoni, si è appartata nella prima aula disponibile e so già che dovrò assumere il ruolo del guastafeste della situazione, anche se probabilmente io alla loro età ho fatto di peggio.

È uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo, penso con un sospiro.

Invece, appena spalanco la porta, quello che mi trovo davanti è proprio l’ultimo scenario che mi sarei mai immaginato in vita mia.

Resto per qualche istante paralizzato, prima di comprendere che non sto sognando, ma è tutto terribilmente reale.

«Jasmine?» sussurro, incredulo, talmente tanto che dimentico di chiamarla col suo cognome.

Lei mi guarda con gli occhi sbarrati, mentre il suo respiro sembra quasi un rantolo.

È legata a una sedia, con un bavaglio sulla bocca, completamente bagnata.

E sembra terrorizzata.

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