AMATI SEMPRE
Capitolo 6 di 51

Scritto il 23/08/2026
da VIVIANA LEO


⏱ ~8 min · 1511 parole

Jason

 

Credo di aver bussato un po’ troppo forte alla porta del preside, ma lui sembra non accorgersene.

Lo trovo immerso nella lettura di alcune carte, con un paio di occhialini rotondi, un po’ ridicoli, e un’aria assorta.

«Ah professor Parks, è lei» mi dice non appena alza gli occhi su di me. «Si accomodi». Indica la sedia di fronte alla sua scrivania e mette da parte i fascicoli che stava leggendo. «Posso fare qualcosa per lei?»

Osservo la sedia, ma resto in piedi, con un’aria accigliata. Non riesco a scacciare dalla mente le parole di Jasmine, pronunciate con un tono a metà tra il rassegnato e il consapevole, e tutto ciò che desidero in questo momento è far luce su questa vicenda. «Voglio parlarle di una studentessa» annuncio così, a bruciapelo, senza neppure girarci intorno.

Il preside Amell ora assume uno sguardo interessato e si sistema meglio sulla poltrona in pelle sulla quale è seduto. «Una studentessa?»

«Jasmine Sullivan».

Quel nome sembra far scattare qualcosa. La sua espressione diventa apatica, quasi indifferente, mentre riapre le sue carte, come se per lui la conversazione si fosse conclusa. Eppure sembrava molto interessato, un secondo fa.

«Che cosa ha fatto Jasmine?» chiede distrattamente, evitando accuratamente il mio sguardo.

«Mi chieda piuttosto cosa le hanno fatto» lo correggo sperando in una sua reazione, che purtroppo non arriva. «Poco fa ho visto che…»

«Professor Parks» mi interrompe a un tratto, sfilando gli occhialini per massaggiarsi la base del naso. «Non ha lezione fra poco?»

Resto interdetto per un attimo, confuso da quella domanda. «Cosa c’entra…»

«Credo che lei debba andare a fare lezione. Non la paghiamo forse per questo?»

«Il compito di un professore non è solo quello di fare lezione, ma anche avere a cuore il benessere dei suoi studenti».

«A quello ci pensano gli strizzacervelli». Il suo tono ironico mi fa stringere i denti dalla rabbia. Ecco un lato del preside che ancora non conoscevo.

«Pensavo che questa scuola proteggesse i più deboli, come dovrebbe fare ogni scuola».

«Jason… Ragazzo mio». Il sospiro del preside mi irrita ancora di più. Utilizza un tono che userebbe per un bambino capriccioso, e probabilmente crede davvero che io lo sia, ma questa confidenza improvvisa non mi piace. «Sono stato giovane anche io e anche io credevo negli ideali e nei bei pensieri. Poi, però, mi sono svegliato e ho capito che gli ideali non servono a nulla e che sono i soldi a comandare».

Aggrotto la fronte, confuso. Che diamine c’entrano i soldi con Jasmine Sullivan?

«Conosco bene la situazione della signorina Sullivan e so anche che non posso fare nulla».

«Perché?»

«Perché Regina Smith è intoccabile. Suo padre è il viceprocuratore della città e ogni anno finanzia la scuola e le sue iniziative con una cospicua somma di denaro. Quindi, come potrai ben comprendere, non posso prendere provvedimenti in merito. Ciò che posso consigliare anche a te è di tornare alle tue lezioni senza pensarci troppo».

Resto in silenzio per qualche secondo, intento a elaborare le parole del preside. Allora è Regina la responsabile, magari insieme ad altri studenti… E lui sa tutto.

«Chiudi pure la porta quando esci» mi dice, dando per scontato che la conversazione sia ufficialmente chiusa.

Sono fortemente tentato di dirgliene quattro. Vedere Jasmine ridotta in quel modo, legata e bagnata dalla testa ai piedi, mi ha lasciato l’amaro in bocca. Ma sapere che non posso fare nulla… Mi è capitato in altre scuole di dover affrontare episodi di bullismo, ma non mi è mai capitato di dovermi scontrare contro un muro di omertà parlandone col preside.

Guardo l’uomo di fronte a me e capisco che non risolverei nulla affrontandolo a muso duro, anzi, probabilmente gli servirei su un piatto d’argento una buona scusa per licenziarmi.

Perciò decido di uscire e chiudere la porta alle mie spalle, come mi ha chiesto, senza proferire parola.

Devo trovare il modo di aiutare di Jasmine, anche se ancora non so come fare.

«Ti vedo pensieroso. Sicuro di star bene?» Rebecca mi dà una spallata affettuosa, cercando di attirare la mia attenzione, e io le rivolgo un sorriso tirato.

«Tutto bene. Tu, piuttosto, non mi hai ancora detto come sta procedendo lo studio per il tuo esame di fisiologia».

«Questo significa cambiare discorso, lo sai, vero?» Sistema dietro l’orecchio una ciocca rosa e mi guarda severa. Non riesco a impedirmi di scoppiare a ridere.

«Lo ammetto, ci ho provato, ma mi interessa davvero del tuo esame» tento di giustificarmi alzando le mani.

Le strade sono particolarmente affollate, oggi. Forse perché è sabato pomeriggio, o forse perché la temperatura mite permette ancora lunghe passeggiate per le vie dello shopping. Da come ci guardano gli altri, credo che io e mia sorella non riusciamo proprio a passare inosservati. A parte i suoi capelli rosa, ha uno stile stravagante che la fa risaltare anche in mezzo a un bagno di folla. Oggi, per esempio, indossa una minigonna nera, parigine viola e anfibi giallo evidenziatore che riprendono lo stesso colore della maglia con la manica a tre quarti. Chiunque altro, vestito in quel modo, sarebbe ridicolo, ma non Rebecca. Indossa i suoi capi stravaganti con una disinvoltura tale da farli apparire cuciti appositamente per lei. Probabilmente il fisico estremamente minuto e quel viso da folletto la aiutano molto.

Per quanto riguarda me, non indosso colori sgargianti, anzi, sono tutto in nero, ma la gente mi fissa lo stesso.

Le ho chiesto di accompagnarmi in un negozio di strumenti, perché ho adocchiato una chitarra meravigliosa, ma non è che avessi bisogno di compagnia, avevo solo voglia di stare un po’ con lei. Tra il mio lavoro e i suoi studi universitari, è davvero poco il tempo che riusciamo a ritagliare per stare un po’ insieme, e mi manca. Anzi, Rebecca è l’unica persona che mi manca della mia vecchia vita. Ha cinque anni in meno di me e, anche se dal suo aspetto stravagante non si direbbe, sta studiando per diventare medico. È all’ultimo anno, le manca davvero poco per laurearsi e coronare il suo sogno.

«Dunque? Perché sei così pensieroso?» mi chiede insistente.

La sua domanda mi riporta al pensiero fisso che non sono riuscito a scrollarmi di dosso da quando sono uscito dalla scuola, venerdì mattina, e che mi assilla come una sirena nella testa.

Jasmine.

Sono sicuro che quello a cui ho assistito non sia stato un episodio isolato, e più ci ripenso più la rabbia mi assale. La prendono di mira per la sua pelle, ne sono sicuro, e se penso che i ragazzi che la perseguitano rappresentano il futuro della nostra società mi vengono i brividi.

Lo ammetto, non sono mai stato vittima di bullismo a scuola, anche perché da ragazzo ero una testa calda e avrebbero avuto filo da torcere, ma ho assistito ad alcune scene simili e non mi sono mai piaciute. Certo, quando ero a scuola era tutto più semplice: tiravo qualche cazzotto a quegli stronzi e risolvevo la situazione, ma oggi, da professore, non posso più farlo.

A volte, essere dall’altra parte della barricata è una fottuta fregatura.

Mi volto verso Rebecca e scopro che mi sta ancora fissando con un sopracciglio alzato, in attesa di una mia risposta.

«C’è una ragazza a scuola…»

«Lo sapevo» sorride raggiante lei, lasciandomi confuso.

«Lo sapevi?»

«Di’ la verità, ti sei innamorato di una tua studentessa» continua saltando a conclusioni affrettate. «Sapevo che sarebbe successo, prima o poi. D’altra parte come si fa a resistere al professore bello e dannato?»

«Cosa diamine stai blaterando?»

«Non ci sarebbe niente di male, Jas». Scrolla le spalle come se non stesse dicendo castronerie.

«Tranne per il fatto che sono minorenni?»

«Mica tutte». Il suo ghigno malefico mi ricorda che quell’aria angelica da folletto è solo di facciata. Mia sorella è davvero perversa.

Scuoto il capo, arreso. «Lascia perdere».

Rebecca ride. «Scherzavo, dai! Cosa stavi dicendo?»

La osservo attento, per capire se mi sta prendendo in giro come al suo solito, ma stavolta assume un’aria attenta e finalmente mi decido a vuotare il sacco.

«C’è una ragazza che subisce bullismo, a scuola, e non so cosa fare».

«Ah». A questo punto ha abbandonato del tutto lo spirito giocoso e i suoi occhi si fanno più attenti. «Il preside…»

«Ci ho provato» la anticipo, sapendo già dove voglia andare a parare. «Ma ha intenzione di non fare nulla. Credo che succeda già da un bel po’ e penso che sia per il suo aspetto».

«Il suo aspetto?» chiede incuriosita.

Annuisco. «Ha la vitiligine» affermo. «E questo basta a renderle la vita un inferno al liceo».

«Povera ragazza» mormora assorta e non posso che assentire.

«Io trovo che sia bellissima» mi lascio sfuggire dopo qualche secondo, e non so neppure perché l’ho detto. Rebecca mi guarda stupita, non si aspettava questa piccola confessione, e le sfugge un sorriso.

«Sarebbe bello se tu potessi dirglielo. Aiuterebbe la sua autostima».

«Sì, sarebbe bello, ma sono il suo professore. Non posso farlo».

«Ma potresti farglielo capire».

«Non essere sciocca, Becca, non illuderò una povera ragazzina del liceo».

«Chi ha parlato di illudere?»

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