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Jasmine
Il primo giorno di punizione.
Durante l’intera mattinata ho evitato come la peste Regina, anche se so che non riuscirò a sfuggirle a lungo. Me la farà pagare, la conosco. La principessa non può essere punita, che sia colpa sua o meno.
Finn e Ally hanno cercato di mantenermi allegra per tutto il giorno, e di questo gli sono grata, ma quando arriva il momento di entrare in biblioteca mi sento un po’ in ansia. Una morsa mi attanaglia lo stomaco e non so se è per la punizione o perché presto trascorrerò del tempo con…
«Jasmine». Quella voce mi fa sussultare e sentire euforica allo stesso tempo.
Non so cosa mi stia succedendo, mi sento davvero stupida in questo momento.
Alzo lo sguardo e incrocio quello del professor Parks. Stamattina ho avuto lezione con lui ma non mi ha mai guardata, nemmeno una volta, lasciandomi una sensazione amara in bocca. Pensavo ce l’avesse con me, ma ogni dubbio viene spazzato via nel momento in cui mi guarda.
Cos’è questa strana sensazione dentro al petto?
Non ne ho idea, non l’avevo mai provata prima.
Il professore è bello come sempre, seduto al lungo tavolo della biblioteca, le caviglie incrociate e il giacchetto di pelle, abbinato agli anfibi scuri. Sembra in tutto e per tutto uno studente, magari un ripetente con qualche anno in più. Ha le braccia incrociate sul petto e un sorriso sghembo ma cordiale.
«Sei in ritardo di otto minuti. Sarò costretto a riferirlo al preside».
«Mi scusi tanto, io…»
«Scherzavo». Il suo sorriso si allarga e il mio cuore perde un battito. Okay, sono ufficialmente una cretina.
Ricambio il sorriso, imbarazzata, e mi chiedo come faccia. Sembra fresco come una rosa, nonostante la giornata scolastica, ed è così affascinante e colto…
Smettila, Jasmine! Mi rimprovero da sola.
«Allora, iniziamo?» mi chiede e io mi metto subito seduta.
«Sì, certo».
«Dalla tua espressione, sembra che tu stia partendo per la guerra. È così tremendo lavorare con me, Jasmine?» Quella domanda mi spiazza. Deglutisco a vuoto, finché finalmente riesco a scuotere la testa.
«No, certo che no. È solo che pensavo…»
«Cosa pensavi?» Si china verso di me, interessato, e per qualche secondo resto in silenzio a contemplare la scena. È mai successo che un uomo, a parte mio padre, si interessasse ai miei pensieri? Mai.
Invece il professore lo fa di continuo e io mi stupisco ogni volta. Probabilmente è solo un bravo insegnante che cerca di fare bene il proprio mestiere, ma il mio stupido cuore vuole sperare che, per assurdo, dietro al suo interesse si celi qualcos’altro.
Ovviamente non è possibile.
È in questo esatto momento che mi rendo conto di avere una cotta stratosferica per il mio professore.
Io, che sono sempre stata troppo razionale per queste cose. Ecco cos’è questa sensazione al petto e le farfalle nello stomaco ogni volta che partecipo a una sua lezione, ecco perché spero sempre che abbia un’alta opinione di me e non vorrei mai deluderlo. Ecco perché mi interessa il suo parere, molto più di qualsiasi altro insegnante.
Non so come sia potuto accadere.
Sì, è bello, ma non credo che sia il suo aspetto la causa di tutto. O almeno, non solo. Nella mia scuola ci sono tantissimi ragazzi belli, che ovviamente non mi hanno mai neppure degnata di uno sguardo, che io non ho mai considerato più interessanti di un bel soprammobile.
Ciò che mi ha attirato nella trappola è sicuramente la cultura e l’empatia nei nostri confronti.
Nei miei confronti.
Non mi guarda con pietà, come se fossi un piccolo fenomeno da baraccone da compatire, come fanno tutti. Mi mette al suo livello, non mi giudica, cerca davvero di conoscere cosa penso.
Ecco perché il mio cuore ha capitombolato in questo modo così vergognoso.
Mi rende triste sapere che non è un mio compagno, non posso sperare in un futuro fra noi perché sarebbe impossibile. È il mio professore, più grande di me, e come se non bastasse io non sono una ragazza normale, bella e popolare, come lo è Regina. A parte il mio carattere introverso, resta sempre il problema dell’aspetto. In fondo, non biasimo i ragazzi della mia scuola.
Chi mai potrebbe volere una come me?
Le altre ragazze hanno sempre sognato un matrimonio da favola e un bel principe, a me basterebbe imparare ad accettare me stessa e amarmi un po’ di più.
«Pensavo solo che, per colpa mia, sarà costretto a trascorrere tanti pomeriggi noiosi in biblioteca. Credo che sia questo a essere tremendo. Mi dispiace».
Il professore solleva un sopracciglio, un po’ scettico. «Non dirlo manco per scherzo, non potrei mai annoiarmi in biblioteca». Si guarda attorno e indica gli scaffali stracolmi di libri. «Questo è il mio mondo. In una biblioteca come questa ho imparato ad amare, a viaggiare, a piangere e a ridere, restando sempre comodamente seduto».
Con un abile scatto si alza in piedi e inizia a scrutare gli scaffali, gli anfibi che cigolano sul marmo liso dalle migliaia di passi degli studenti nel corso degli anni.
Afferra un volumetto con due dita. «Adoro questo libro» dice prima di lanciarmelo al volo, inaspettatamente. Per fortuna riesco a intercettarlo per un pelo.
«Uomini e topi di Steinback» dice prima che riesca a leggere il titolo. «Lo hai letto?»
«Non lo conosco» ammetto.
«È tragico e bello allo stesso tempo».
Osservo la copertina un po’ sbiadita che rappresenta due figure in lontananza su un paesaggio dalle tinte verde acqua e decido di prenderlo in prestito, per leggerlo.
«Un uomo ammattisce se non ha qualcuno. Non importa chi è con lui, purché ci sia» dice a un tratto e capisco che è una citazione tratta dal libro. Lo osservo in silenzio, meravigliata. «È così vera, non trovi?»
«Forse» mormoro e lui mi guarda interessato.
«Forse?»
Mi schiarisco la voce. «Non mi interessa stare con chiunque, professore. Se devo stare con una persona qualsiasi, preferisco restare sola con me stessa». Quelle parole, dette di getto, sembrano stupirlo. Stavolta è lui a restare in silenzio per qualche secondo, finché un sorriso non si fa strada sul suo volto.
«Sei saggia, Jasmine. Molto più saggia di tanti adulti». Quello che doveva essere un complimento mi rende improvvisamente triste.
Più saggia di tanti adulti.
Non mi reputa un’adulta, quindi.
Immagino abbia ragione, anche se mi duole ammetterlo.
Ignaro del tumulto che c’è nella mia testa, il professore mi allunga un tablet, che ci aiuterà a catalogare tutti i volumi.
«Iniziamo?»
Annuisco senza parlare, per poi immergermi nei libri.
Ha ragione lui, i libri non deludono.
Al contrario di tutto il resto.
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