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L'INCONTRO
Emma
(Sei anni prima)
I secchi tintinnavano mentre scendevo al pozzo in mezzo a una delle due piazzette del paese. Castelvetro si trovava su una collina, sparso come se il Creatore avesse seminato una manciata di grano, abbarbicato al suo dolce pendio, rubato al cuore della terra stessa. Era un paesino come tanti, ma con le stradine lastricate di ciottoli che sembravano convergere verso le due piazze, poste a altezze diverse. Era il cuore della valle, unito alla pianura da un’unica grande strada affiancata dalla ferrovia. La vita a Castelvetro ripercorreva sempre gli stessi riti, sia nel lavoro che nei rapporti sociali. Il tempo era considerato prezioso quasi quanto la terra e non si doveva sprecarlo in cose futili. L’amore era considerata una di queste. Ci si sposava per fare dei figli, non per condividere molto altro. Il futuro marito doveva essere “di buona famiglia”, un’espressione che poteva voler dire molte cose e spesso si prestava a essere interpretata in modi diversi. Si lavorava, molto. Il lavoro non era un mezzo per poter vivere, ma lo scopo stesso della vita. Tutti questi pensieri, tuttavia, in quell’assolata giornata d’estate erano ancora nebulosi per me. In quel momento cercavo solo di non pensare al ritorno verso casa, quando avrei dovuto affrontare la salita con i secchi pieni, concentrandomi sul luccichio che l’acqua della fontana rimandava.
Nell’ultimo tratto avevo quasi corso per arrivare a appoggiare i secchi e immergere le braccia fino al gomito. L’acqua era freschissima e mi riempiva di brividi. Mi ero bagnata il viso, scostando i capelli e bevendo con avidità. Avevo riempito i secchi quasi fino all’orlo e mi ero guardata furtivamente attorno. La piazzetta sembrava davvero deserta. Avevo sbirciato alle mie spalle la via che portava alla chiesa e al vicino municipio, scoprendola vuota. Anche sotto il porticato che ornava tre lati della piazza non sembrava esserci nessuno. Si sentiva in lontananza solo il vociare delle varie famiglie ormai riunite per il pranzo, così avevo deciso di fare un piccolo gesto trasgressivo.
Tolti i sandali, mi ero seduta sulla pietra, resa liscia dalla fatica delle donne che lì lavavano i panni, e avevo immerso le gambe quasi fin oltre il ginocchio. Per non bagnare il vestito, l’avevo tirato su fino a metà coscia, chiudendo gli occhi e inspirando un dolce senso di libertà. Quando li avevo riaperti, tutto era un po’ sfuocato. Forse era stato per quel motivo che non avevo visto subito l’uomo all’ombra del porticato della casa di fronte. Mi stava fissando in modo sfacciato e insistente, soffermandosi sulla pelle esposta tra le ultime pieghe del vestito e il filo dell’acqua. Era molto alto e aveva la pelle ambrata. Portava dei pantaloni color cachi che gli cadevano morbidi e una camicia lasciata aperta. Era in divisa, ma non sembrava preoccuparsi del suo decoro. I suoi capelli erano cortissimi e neri come il carbone. Non riuscivo a vedere i suoi occhi e la cosa cominciava a farmi paura.
«Fai sempre così ogni volta che vieni al pozzo?»
La sua voce era profonda e possente. Uscito dall’ombra, si era avvicinato lentamente fino a arrivare alla pietra dove ero seduta pochi minuti prima. Mi aveva offerto la mano senza dire una parola e io, armata di poco buonsenso e curiosità, avevo accettato il suo aiuto per uscire dall’acqua.
«Grazie.»
«Ce l’hai la lingua allora!»
Mi ero sentita punta nell’orgoglio e d’istinto gli avevo fatto la linguaccia. L’uomo era scoppiato a ridere buttando indietro la testa e incrociando le braccia sul ventre. Quando era tornato a fissarmi avevo notato il colore indescrivibile dei suoi occhi, verdissimi come l’erba dei prati dopo la pioggia estiva.
«Come ti chiami?»
«Emma. Tu chi sei? Sembri scappato dall’inferno.»
«Mi chiamo Giulio. In effetti, sono appena tornato dall’inferno, ma non quello che pensi tu. C’è di peggio. C’è la guerra.»
Il sole aveva scelto proprio quel momento per offuscarsi e proiettare su di noi un’ombra sinistra che mi aveva riempito di brividi. La guerra era qualcosa di molto lontano, un ricordo della generazione precedente, un concetto ben distante dalla nostra quotidianità. Sentivo i racconti all’osteria, quando qualche vecchio reduce trovava un compagno di bevute e raccontava brutalità indicibili e episodi di incredibile cameratismo con lo stesso tono monocorde. Di recente, il giornale aveva dedicato grandi titoli alla guerra d’Africa parlando della rinascita del nostro grande impero. In provincia, dove la miseria la faceva da padrona da sempre, questa grandezza non veniva percepita affatto. Certo, il podestà non perdeva occasione di parlarne, ma la maggior parte della gente lo ascoltava poco convinta, per poi tornare, ciondolando la testa, al proprio lavoro. Tuttavia, sembrava che avessi appena incontrato una delle prove concrete di questo conflitto lontano. Una prova alta quasi due metri con occhi profondi e sfacciatamente indagatori che ancora mi stavano fissando.
«Beh, non hai mai visto una donna? Non fai che fissarmi!»
Giulio aveva riso di nuovo e preso posto vicino a me sulla pietra della fontana.
«Sì, ma nessuna prende l’acqua così, come hai fatto tu.»
«Fa caldo e devo fare un lavoro pesante. Ti ci metti pure tu?»
«Hai proprio un bel caratterino e tanto coraggio.»
«Da cosa l’avresti capito?»
«Non sei ancora scappata. Tutte le brave ragazze del paese evitano perfino di guardarmi, figuriamoci se si azzardano a rivolgermi la parola.»
«Mi hai appena detto che non sono una brava ragazza?»
«Assolutamente no! Voglio dire che sei diversa e non capisco come io non abbia potuto notarti prima.»
«Hai detto tu che sei appena tornato dalla guerra. Forse sono cambiata nel frattempo. Comunque, non sono mai stata una che colpisce. Guardami!»
Avevo indicato il mio corpo con le mani, come a voler convogliare la sua attenzione, ma avevo scoperto subito che non ce n’era affatto bisogno. Lui non soltanto mi stava guardando. Lui mi vedeva, riusciva a trapassarmi con lo sguardo in un modo che mi stava scombussolando. Lo faceva sfacciatamente, incurante di ogni convenzione, degli occhi curiosi che avrebbero potuto vederci o delle lingue lunghe che avrebbero ricamato chissà quale scandalo sul nostro incontro. La cosa che più mi stupiva era che non me ne importava affatto. Era un pensiero che stavo relegando facilmente in fondo alla mia coscienza. Lui sapeva di libertà e io volevo essere libera.
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