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OSTACOLI
Emma
Avevo attraversato il cortile incespicando su qualche sasso più grande degli altri. I secchi erano davvero pesanti e mi ero ritrovata a ringraziare mentalmente Giulio per avermi aiutato. Nessuno sembrava darmi particolare attenzione, anche se non mi era sfuggito il movimento di una tenda nella casa confinante con la mia. Vi abitava Matilde, una mia cugina di terzo o quarto grado, con la madre. Era figlia unica e era nata femmina: una sorta di maledizione per la mentalità di quel posto. Lei, al contrario di me, però, sembrava incastrarsi a meraviglia in quella selva di ottusità e pensieri retrogradi: stava quasi sempre in casa a spiare il mondo da dietro quella tenda e a sparlare di tutti. Era diffidente e ostile come un gatto selvatico, tanto che davvero quando ti guardava di sottecchi sembrava stesse soffiando. Di conseguenza, era invidiosa e rancorosa, convinta di aver diritti cui gli altri avrebbero dovuto rinunciare. Avevo alzato una spalla con noncuranza e soffiato verso l’alto per cercare di togliermi un ciuffo dagli occhi, poi ero entrata in casa. Fingendo di non avvertire gli occhi di mia madre puntati sulla schiena, mi ero avviata verso la cucina, che si trovava sul retro. Avevo depositato i secchi vicino al grande lavello di pietra e mi ero concessa un attimo di respiro guardando dalla finestra i cani sonnecchiare all’ombra del porticato.
«Perché ci hai messo così tanto?»
Il tono della voce di mia madre già mi faceva intuire dove avrebbe portato l’intero discorso. Non volevo prolungare quel momento e non avevo voglia dell’ennesimo scontro con lei.
«Ci vuole tempo a risalire con i secchi pieni.»
«Pensi davvero che io sia una stupida? Ho visto che non li stavi portando tu.»
«Ci vuole ugualmente del tempo. La strada è quella che è.»
Avevo tentato di allontanarmi anche perché la casa non era enorme, ma nemmeno piccola, per nostra fortuna, e con un po’ di tattica avrei potuto evitarla almeno fino all’ora di cena. Tuttavia, non sembrava che fosse disposta a mollare tanto in fretta.
«Quello non mi piace, te lo dico subito.»
«Quello chi?»
«Il figlio di Odoleva, la straniera che abita nella piazza di sotto.»
«Perché?»
«Non sappiamo nulla di loro, solo che non hanno niente a parte il potere di ficcarsi nei guai.»
«Mi sembra che tu sia ben informata, invece. Chi ti passa le notizie, Matilde?»
Avevo capito d’aver fatto centro dalla smorfia che si era dipinta sul suo volto.
«Non credi che dovresti darle meno importanza?»
«Matilde è una brava ragazza che sa qual è il suo posto, non una sprovveduta che si fa accompagnare dal primo arrivato!»
«Mi ha solo aiutato con i secchi.»
«Avresti dovuto rifiutare!»
«Avresti dovuto mandarci Matilde!»
Non avevo fatto in tempo a complimentarmi con me stessa per la prontezza della risposta che mi era arrivato uno schiaffo secco. La guancia mi bruciava, ma mi ero limitata a coprirla con la mano non muovendo nessun altro muscolo.
«Devi imparare a portarmi rispetto. Ora va a raccogliere le verdure nell’orto e fa in modo di non farti più vedere in giro con quello! Non va bene per te. Punto e basta.»
Ero uscita sul retro imbattendomi in Rodolfo, il secondo dei miei fratelli più grandi, un ragazzone alto e moro dagli occhi dolci e profondi. L’avevo guardato per qualche attimo: noi eravamo abituati a parlarci anche in quel modo, riuscendo a capirci comunque. Lui si era limitato a alzare le sopracciglia e a accarezzarmi un braccio in segno di consolazione. Sapeva com’era fatta nostra madre e la sua filosofia era quella di non sprecare energia in discussioni prima di esserne certi che ne valesse la pena. Lui era molto meno irrequieto di me e riusciva a farsi scalfire da ben poche cose. Io ero l’opposto. Non sopportavo certe imposizioni e volevo semplicemente decidere della mia vita, da chi frequentare a cosa farne senza dover per forza rispettare tappe e tempi stabiliti da altri. Ero sempre stata recalcitrante nei confronti delle regole e anelavo alla libertà, in qualunque forma mi fosse capitata a tiro.
Mentre riempivo la cesta di pomodori, inginocchiata fra le piante dell’orto, ripensavo a Giulio. Non potevo sapere se ne sarebbe valsa la pena, non senza conoscerlo o almeno tentare di farlo. Avevo riflettuto molto sul modo di rivederlo, ma nei giorni seguenti mia madre aveva preferito mandare Vittorio, il mio fratello più grande, alla fontana a prendere l’acqua. Tuttavia, nessuno poteva impedirmi di andare a messa la domenica. Continuavo a guardarmi intorno quando mia madre era distratta, ma non avevo notato nessun volto famigliare. Forse Giulio non era venuto a quella messa o forse si trovava qualche banco dietro, verso la fine della navata, in quei posti vicino alle porte occupati sempre da giovanotti sulle spine che non vedevano l’ora di adempiere al proprio dovere cristiano per poi ritrovarsi all’osteria. Improvvisamente, mi ero sentita sulle spine seduta su quel banco con mia madre, l’immancabile Matilde e altre donne. La funzione stava volgendo al termine e io avrei tanto voluto approfittare dell’ultimo canto molto partecipato per uscire dalla chiesa un po’ prima. Volevo vedere se in fondo ai gradini del sagrato, divisi per pochi metri da quelli dell’osteria, ci fosse Giulio. Mia madre doveva aver intuito cosa mi stesse frullando per la testa perché mi aveva trattenuto per un lembo del vestito, destando la curiosità delle signore vicine. In effetti, un gesto del genere l’avrebbe fatta davvero arrabbiare, così avevo aspettato qualche altro minuto per riconquistare la luce del sole.
Per qualche istante non avevo visto nulla, proprio come quel giorno alla fontana, ma poi eccolo: appoggiato a uno dei pali che sorreggevano il tetto di canne improvvisato fuori dall’osteria c’era Giulio. I pantaloni scuri, tenuti da parte per i giorni di festa, e la camicia bianca gli avevano tolto quell’aura da eroe oscuro che gli donava la divisa, ma di certo non potevano sminuirne il fascino. I capelli corvini erano stati pettinati all’indietro nonostante qualche ciocca, resa pensante dalla lunghezza, si fosse già ribellata e cadesse a accarezzargli lo zigomo. Le tempie portavano ancora una rasatura di stampo militare mentre lo sguardo, quando mi aveva visto, si era acceso. Giulio mi stava fissando in modo diretto e sfrontato. Non c’erano barriere, non stava cercando sotterfugi, non voleva mettere in mezzo altre persone per rispettare delle consuetudini antiche, ma voleva soltanto che lo ricambiassi, che lo scegliessi lì, davanti a tutti. Era una sorta di domanda inespressa che richiedeva del coraggio.
Sapevo che sarei andata incontro all’ira di mia madre, ma non riuscivo a staccare gli occhi da lui. Gli avevo sorriso e, nonostante qualcuno mi stesse tirando per un braccio, mi ero mossa solo di qualche passo, permettendogli di venirmi accanto con un paio di falcate. Aveva salutato con un cenno del capo mia madre, che lo aveva freddato con lo sguardo. Non si era scomposto e era tornato con gli occhi nei miei. Aveva parlato poco usando frasi di circostanza fino alla parte più ardua della salita. Qui l’abitudine e la giovane età avevano fatto la differenza e eravamo riusciti a mettere tra noi e il resto una decina di metri. Erano sufficienti per scambiarci un paio di parole in libertà.
«Va tutto bene?»
«Sì, me la cavo.»
«Vuol dire che c’è stato qualche problema. Di solito, io ne sono la fonte.»
«Vorrei dirti che non è così, ma a quanto pare, a mia madre non piaci.»
Aveva sorriso apertamente, buttando la testa all’indietro e esponendo il collo possente. Poi mi aveva piantato gli occhi addosso con uno sguardo così determinato che mi ero sentita infiammare le guance.
«Questa per me non è certo una novità. Anch’io sarò sincero: non mi interessa quel gran che piacere a tua madre. Invece, vorrei sapere cosa tu pensi di me.»
Mi ero fermata un attimo anche perché eravamo arrivati all’inizio del mio cortile. Giulio mi fissava alternando ogni tanto lo sguardo verso la strada da cui stava risalendo mia madre. Avrei voluto dell’altro tempo per stare con lui, ma a volte la pressione degli eventi aiutava a essere più lucide e non perdersi in giri di parole inutili e fumosi.
«Mi piaci molto.»
Lui aveva sorriso ancora, portandosi le mani sui fianchi. Sembrava volesse fare dell’altro e che fosse trattenuto solo dalla presenza di altre persone. Mia madre, infatti, era stata perentoria.
«Emma, entra subito.»
Lui mi aveva fatto l’occhiolino e, approfittando dell’angolo del muretto di cinta, più alto verso la discesa, mi aveva sfiorato la guancia con le labbra.
«Ci vedremo presto.»
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