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FREMITO
Giulio
L’avevo aspettata fuori dalla chiesa per tutto il tempo. Volevo vederla ancora. Non avevo fatto che pensare a lei in quei giorni, pur senza una motivazione particolare. Non era una bellezza di quelle che facevano girare la testa, ma aveva qualcosa che mi affascinava. Non temeva il giudizio della gente, anche se non era sciocca e sapeva fin dove poteva spingersi. Aveva coraggio, una dote molto rara, ma anche buonsenso e un’innocenza che metteva i brividi. Non capivo come potesse essere arrivata a quell’età così candida. Si intuiva da come abbassava gli occhi dopo un po’ o da come si sorprendeva se solo riuscivo a sfiorarla. Sembrava che non avesse mai messo in conto d’avere un contatto fisico con un uomo, che non fosse quello fraterno. Eppure, aveva tremato quando le avevo rubato quel bacio sulla guancia. Sapeva di pulito e forse quello era il profumo dell’innocenza.
Ero ancora assorto nei miei pensieri quando mi ero sentito chiamare. Sul crinale della strada c’era Rodolfo, il fratello di Emma. L’avevo guardato scendere di corsa, tanto che si era fermato con qualche difficoltà, scivolando sul ghiaino.
«Ti volevo parlare.»
«Ti ascolto.»
«Non so a quali donne tu sia abituato, ma…»
«Tu non mi conosci, Rodolfo.»
«Lasciami finire. È vero, non ti conosco e non so chi tu sia abituato frequentare. Il paese è piccolo, ma ti ho sempre visto molto poco. Non voglio indagare perché non amo farmi gli affari altrui, ma voglio bene a mia sorella. Non sopporterei vederla soffrire o peggio…»
«Vederla disonorata perché magari frequenta uno come me?»
«Non intendevo questo. Lei è una brava ragazza e io non sono contrario alla vostra frequentazione, ma spero che tu abbia intenzioni serie. Per divertirti sai bene che puoi andare altrove.»
«So distinguere qualcosa di speciale quando lo vedo. Tua sorella mi ha colpito. Vorrei poter conoscerla meglio. Ti ringrazio per la sincerità. La preferisco, pur a muso duro, piuttosto che avere a che fare con ipocriti.»
«Sei troppo diretto per i miei gusti, ma anche mia sorella lo è. Ha un bel caratterino, ti avverto.»
«È una delle prime cose che ho notato. Non ci sono molte ragazze come lei in giro, tanto più qui, dove tutti conoscono tutti.»
«Già, e quello che non conoscono inventano. Credimi.»
Avevo scosso la testa, sorridendo. Io e Rodolfo, tutto sommato, la pensavamo nello stesso modo.
«Ora devo andare. Mia madre non è entusiasta del fatto che Emma ti frequenti, ma io ho deciso di darvi una mano. Mia sorella ha una luce strana negli occhi che la sta facendo ancora più bella.»
«Sono d’accordo con te. Emma è molto bella. Non so se sia merito mio, tutt’al più farò in modo che lo sia.»
Mi aveva dato una pacca sulla spalla e ripreso la salita. Mi ero chiesto se davvero le stessi facendo quell’effetto e se la cosa fosse reciproca. Una volta a casa, ero corso subito davanti allo specchio. Mi sentivo uno sciocco, ma volevo cercarla nel riflesso dei miei occhi. Avevo sorriso e mi ero sistemato i capelli. Avevo notato solo in un secondo momento che mia madre mi stava osservando, ma, come al solito, non aveva detto nulla. Non ce n’era bisogno, sapeva cogliere tutto al volo. Non si poteva avere segreti con un’attenta osservatrice come lei. Avevo letto sul suo volto la volontà di farmi qualche domanda, la curiosità di sapere di più, ma anche la pazienza nel saper aspettare il momento giusto.
Qualche giorno dopo, Emma era arrivata alla fontana scortata da Rodolfo. Avevo aspettato all’ombra che lei mi cercasse. Quando lo aveva fatto, mi era parso di respirare con più facilità. Mi ero avvicinato ricambiando il cenno di saluto del fratello e le avevo rivolto il sorriso più bello che potessi sfoderare.
«Ciao, tutto bene?»
«Tutto come al solito.»
«Non ti fanno più venire sola?»
«Non ti preoccupare, Rodolfo è dalla mia parte.»
«Per fortuna.»
«Poi presto avremo più occasioni di vederci, sai? Sembra che il vecchio Sante e sua moglie non se la sentano più di occuparsi dell’osteria e che l’abbiano offerta a mio padre. Potrei lavorarci anch’io.»
«Sarebbe un’ottima cosa. Cercherò ugualmente di salvare la mia anima andando a messa per vederti, ma poterlo fare con maggior libertà sarebbe meglio.»
«Ci saremo tutti. Anche mia madre.»
«Non si può avere tutto nella vita!»
Quando Rodolfo, che era sempre stato in accorato ascolto, le aveva fatto cenno di seguirlo, l’avevo accompagnata. Lui aveva scosso la testa tenendo un angolo della bocca alzato in un cenno di sorriso sornione.
«Io sarò molto più lento di voi dovendo portare i secchi. Vai avanti con lui, ma abbi l’accortezza di aspettarmi prima di oltrepassare il muretto del cortile.»
Gliene ero infinitamente grato. Avevo preso Emma sottobraccio e l’avevo letteralmente trascinata su per la salita. Volevo avere del tempo con lei anche solo per respirarla. Prima della ghiacciaia la strada faceva una curva superata la quale Rodolfo era scomparso dalla nostra vista. Avevo portato Emma verso l’ombra refrigerante dell’atrio di quella che era la riserva di ghiaccio dell’intera comunità e l’avevo abbracciata. Lei aveva tremato per qualche istante per il freddo o per l’effetto che le stavo facendo e poi si era accoccolata sul mio petto. La sovrastavo di quasi quattro spanne e riuscivo a avvolgerla completamente tra le braccia. Sembrava incastrarsi perfettamente con me, come fosse stata fatta apposta: una gemma preziosa su una base di metallo non certo puro, ma forte. Le avevo accarezzato i capelli, avvolgendone qualche boccolo fra le mie dita, e glieli avevo baciati. Emma aveva trattenuto il respiro.
«Emma, non puoi stare sempre in apnea quando sei con me. Respira.»
Lei aveva scosso la testa come se si stesse risvegliando da uno stato catartico in quel momento.
«Tu mi confondi.»
«Non faccio nulla.»
«Quello che per te è nulla per me è tutto nuovo. Devi avere pazienza.»
Le avevo preso la mano e l’avevo riportata all’accecante luce del sole. Rodolfo era a una decina di metri dall’ingresso della ghiacciaia, ma in quel momento stava fissando le punte delle proprie scarpe e era concentrato a non far uscire l’acqua dai secchi per badare a noi. Così avevamo ripreso la salita con calma, come fossimo sempre stati lì. Avevo tirato fuori dalla tasca della camicia una sigaretta e l’avevo accesa con un fiammifero, prendendo una profonda boccata di fumo. Emma mi stava osservando rapita e io iniziavo a trovare la cosa particolarmente divertente.
«Non hai mai fumato?»
«No, no.»
«Però ti piacerebbe provare, ma non hai il coraggio di ammetterlo.»
«Avrei potuto rubarne una a Vittorio in più di un’occasione, ma non avrei avuto nemmeno un posto tutto mio dove poterla fumare in pace.»
«Non devi per forza fumarla tutta. Prima ne prendi un tiro e senti se ti piace o meno.»
Le avevo posto la sigaretta all’altezza delle labbra, tenendola tra l’indice e il medio. Emma l’aveva toccata a mala pena, tanto che non l’avevo vista buttar fuori neanche un po’ di fumo. Forse l’aveva respirato, anche se, essendo la prima volta, avrebbe dovuto tossire e basta. Tuttavia, lei non era certo nella norma. Così, non osservando nessun tipo di reazione, l’avevo incalzata.
«Allora, cosa ti è piaciuto?»
«L’aver messo le labbra dove prima tenevi le tue.»
Ero rimasto a bocca aperta. La salivazione mi si era azzerata all’improvviso e l’inguine si era contratto. Emma mi aveva conquistato in modo prepotente: mi aveva fatto suo senza toccarmi.
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