Scritto il 21/09/2026
da CATHERINE BC


⏱ ~6 min · 1170 parole

MILANO

Giulio

 

Avevo impiegato una decina di giorni a ristabilirmi del tutto. Incredibilmente pochi secondo il medico, un’eternità per me. Emma non era più passata a trovarmi e sembrava che anche all’osteria non l’avessero più vista. Cominciavo a sentirmi irrequieto come se stessi coricato su un cespuglio pieno di spine. Avevo una brutta sensazione che la sua assenza non faceva che acuire. Nonostante le proteste di mia madre, la prima domenica utile mi ero presentato in chiesa, ma al solito banco con sua madre e quella ragazza dall’aria acida lei non c’era. Quando, alla fine della funzione, mi ero avvicinato cauto per chiedere di Emma, ero stato liquidato da sua madre con un gesto della mano a farmi capire che lei non dovesse essere affare mio in nessun modo. La ragazza che l’accompagnava, tuttavia, aveva indugiato con lo sguardo sul mio petto più del dovuto, giusto il tempo di farmi capire su cosa avrei potuto far leva per ottenere le informazioni che cercavo.

«Ciao, tu sei?»

Lei era arrossita e si era guardata intorno per un attimo, quasi non potesse credere che le stessi parlando. Aveva sussurrato così a bassa voce la risposta che avevo fatto davvero fatica a capirla.

«Sono Matilde.»

Era alta, ma sgraziata, ingobbita dalla timidezza o da una chiusura in sé stessa che si notava da lontano. Era già sulla difensiva, come se le avessero raccontato che qualsiasi uomo, subito dopo averle parlato, l’avrebbe aggredita dietro al primo angolo. Aveva occhi profondi e piccoli, forse troppo vicini, e un naso importante. Mi ricordava un roditore, anche se avevo etichettato subito come poco carino un pensiero così. In realtà, avrei voluto solo che mi fosse d’aiuto.

«Io sono Giulio. Sai dove posso trovare Emma?»

La mia domanda l’aveva fatta sobbalzare come se si fosse appena scottata. Un velo di risentimento aveva riempito il suo sguardo che aveva indirizzato subito altrove, come se la questione non la riguardasse.

«Per favore…»

Aveva masticato qualche parola mentre veniva strattonata per un braccio.

«Emma non c’è.»

Non avevo potuto fare a meno di notare una certa soddisfazione nel dirmi quelle parole, accompagnate da un sorriso sghembo, quasi un ghigno. Com’era possibile che fosse sparita? Dove l’avevano mandata solo per tenerla lontano da me? La delusione si stava lentamente trasformando in frustrazione rabbiosa. Dovevo assolutamente trovarla, non importava a chi avrei dovuto rompere le scatole.

Avevo passato la giornata in osteria ad aspettare che qualcuno chiedesse di lei o la nominasse, ma sulla questione sembrava essere stata calata una coltre di omertà assoluta. Quando lo sconforto stava per avere la meglio, però, avevo notato Rodolfo uscire con la sua solita calma e con un grosso cesto di vimini sulle spalle. Si era diretto a nord, oltre i vigneti e la fascia di piante d’olivo, verso il bosco che sembrava abbracciare l’intera collina. Molto probabilmente andava a cercare della legna minuta per le braci su cui cucinare le grosse fette di salame con la polenta abbrustolita che talvolta venivano servite all’osteria. Gli avevo concesso un bel po’ di vantaggio per non dare nell’occhio e l’avevo seguito. Lui era l’unico che avrebbe potuto aiutarmi e non volevo certo che magari Vittorio, il fratello maggiore, si mettesse in mezzo. Quando fu in mezzo al bosco, Rodolfo aveva iniziato a riempire il suo cesto di buona lena. Era un ragazzo posato che si alterava di rado, come se non ne valesse mai la pena, sia con le persone che nelle incombenze quotidiane.

«Ciao Giulio.»

Mi stava dando ancora le spalle, ma aveva avvertito la mia presenza.

«Mi avevi visto? Non volevo spaventarti.»

«Avevo capito che c’era qualcuno. Immaginavo fossi tu.»

L’avevo superato e mi ero messo di fronte a lui per potergli parlare guardandolo in faccia. Non volevo perdermi alcuna espressione nel caso fosse stato reticente nel rispondermi.

«Che fine ha fatto Emma? Sembra sparita!»

Rodolfo aveva sospirato e messo qualche altro ramo secco nel cesto con una certa veemenza. La cosa lo stava innervosendo.

«Mia madre non è una persona che si arrende con facilità. Ha deciso che Emma non fa per te e sta facendo di tutto per farvi stare lontani. Ha saputo che è venuta a casa tua e è come impazzita. Mia sorella, poi, non è mansueta né obbediente, anzi. Il puntare i piedi da parte di mia madre ti renderà ancora più affascinante agli occhi di Emma. Per ora, però, mamma ha vinto. Ha spedito Emma al servizio di una famiglia bene di Milano. Non sono ancora sicuri di tenerla in casa loro. Hanno preteso una sorta di periodo di prova. Ormai sono passati più di venti giorni.»

Mi ero sentito smarrito per qualche attimo, ma subito dopo avevo già deciso cosa fare. Non volevo perdere altro tempo. Non sapevo se sarei riuscito nel mio intento, ma non volevo certo rimanere al paesello con le mani in mano.

«Potresti farmi avere l’indirizzo preciso?»

Rodolfo aveva alzato un sopracciglio con un’espressione allo stesso tempo interrogativa e severa.

«Che cosa hai intenzione di fare? Non mettere Emma nei guai più di quanto sappia già fare da sola!»

«Voglio solo vederla. Non posso stare qui a aspettare non sapendo neppure se e quando potrà tornare!»

«Ti chiedo solo di stare attento.»

«Lo farò. Te lo prometto.»

Gli avevo reso l’affettuosa pacca sulla spalla e me ne ero andato dopo aver preso un grosso troncone di albero estratto dal terreno da qualcun altro e lasciato lì forse perché troppo pesante. Il legno che portavo sulla schiena mi aveva tenuto concentrato sui miei passi per tutto il percorso. Ero ritornato così a casa lentamente trovando Andrea ad aspettarmi sotto al porticato. Mi aveva dato una mano col tronco, depositandolo a terra.

«Dove lo hai preso?»

«Nel bosco.»

«È pesantissimo. Domani lo taglieremo, ma non c’era questa urgenza di legna. C’è dell’altro che mi vuoi dire?»

«È una storia lunga.»

«Ha a che fare col biglietto che un ragazzino ha portato poco fa dalla piazzetta di sopra?»

Non c’era stato bisogno che io rispondessi, lo sguardo carico di aspettativa che avevo parlava da solo.

«Fammi vedere.»

Andrea mi aveva passato un bigliettino ingiallito con sopra un indirizzo scarabocchiato con una grafia incerta. Lo avevo messo nel taschino della camicia come fosse una reliquia e avevo sorriso di sottecchi.

«Si tratta di Emma?»

«Sì, l’hanno mandata a Milano. Facciamo sempre così tanta paura?»

«Sai come funziona qui. Non te la prendere.»

«Domani parto, voglio andare a cercarla.»

Andrea aveva alzato gli occhi al cielo e sbuffato, togliendosi della polvere inesistente dai pantaloni.

«Non ti intestardire. Ci sono anche altre ragazze che magari si farebbero meno problemi…»

«Io voglio Emma.»

«Credo che quel troncone sia meno duro della tua testa!»

«Racconta qualcosa a mamma per non farla preoccupare. Cercherò di tornare prima possibile.»

«Come non ti conoscesse! Stai almeno lontano dai guai!»

Avevo annuito poco convinto. Non esistevano rette vie in quel momento per me. Esisteva solo Emma e il desiderio di toccarla appena possibile. Dovevo sincerarmi che stesse bene, che mi volesse, che fosse vera. Esattamente in quest’ordine.

 

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