Scritto il 24/09/2026
da CATHERINE BC


⏱ ~8 min · 1599 parole

DUX

Emma

 

Milano era immensa, almeno per me che avevo un paesino della profonda provincia come termine di paragone. Tutto mi sembrava appartenere a un’altra dimensione, un altro mondo rispetto a quello cui ero abituata. Non avevo ancora visto molto perché avevo avuto solo un pomeriggio libero e dovevo imparare a muovermi con sicurezza. Avrei rischiato di perdermi o di tornare da Giulio creando il panico. Provavo del rancore puro verso mia madre che aveva colto la palla al balzo offertale dalla comare qualche tempo prima. Era venuta per assistere una vicina di casa durante il parto e aveva parlato tanto di questa sua parente che prestava servizio come domestica a Milano presso una famiglia perbene. Mia madre ci aveva messo un attimo a offrirmi per la stessa mansione, anche in prova, pur di tenermi lontano da Giulio. Non c’era bisogno di ipotizzare che quella fosse la causa del mio allontanamento; lei lo aveva detto a chiare lettere e, come succedeva spesso, più per inerzia che per convinzione, mio padre aveva avvallato la sua decisione.

Mi ero ritrovata catapultata, nell’arco di poche ore, in una nuova realtà, piena di lunghi viali alberati, eleganti palazzi e grandi cartelloni pubblicitari, come quelli che ricoprivano gli edifici che circondavano piazza Duomo. La famiglia Barbieri, che mi aveva accolta, abitava in una casa ampia e luminosa all’interno di uno degli edifici stile liberty che si affacciava su viale Monza, in zona Gorla, vicino al parco di Villa Finzi. Le stanze erano molto grandi anche se colme di mobilio che profumava di cera d’api, quadri e cornici. Sembrava che volessero ricordare tutti gli eventi e le persone che avevano fatto la loro storia e che li avevano portati a quel benessere. Pensavo fosse una sorta di rispetto verso i propri cari, anche se, una volta notate le tante personalità politiche presenti nelle foto, l’idea dell’ostentazione della loro influenza aveva preso il sopravvento.

Lì, non dovevo far altro che occuparmi delle pulizie. Era raro che servissi in tavola. C’era già del personale addetto a quel compito, anche perché spesso a cena erano presenti ospiti di un certo rango e il servizio non poteva essere affidato a principianti. Quel giorno, in modo particolare, avevo notato una certa agitazione nelle cucine e nelle stanze di servizio. Mi era stato ripetuto di pulire per bene ogni cosa e ci stavo mettendo tutto il mio impegno da ore. Alla fine, tutto risplendeva, soprattutto quando la luce del grande lampadario in vetro di Murano della sala da pranzo si rifletteva sull’enorme specchio che sovrastava il massiccio mobile di noce addossato a una delle pareti.

Quando finalmente avevo potuto rifugiarmi nel retro della cucina, al tavolo dove noi eravamo solite mangiare, avevo visto che Elide e Nunzia si stavano stirando la divisa. Ne indossavano già una che mi sembrava pulita e dignitosa, perché prenderne un’altra? Vinta dalla curiosità, lo avevo chiesto sperando che almeno una delle due avesse tempo e volontà di rispondermi.

«Ci sarà qualcuno di importante stasera a cena?»

Nunzia non aveva alzato nemmeno lo sguardo, ma aveva sorriso scuotendo la testa.

«Più importante di così! Stasera arriverà lui!»

«Lui chi?»

A quel punto mi ero trovata gli occhi di entrambe puntati addosso con una certa incredulità dipinta sul volto.

«Va bene che arrivi dalla provincia, ma qualcosa dovresti sapere, no?»

La poca simpatia che Nunzia non perdeva occasione di mostrare verso di me non mi aveva toccato più di tanto. Ero abituata a scrollarmi dalle spalle ben altro che l’invidia immotivata di una ragazzetta. Avevo alzato le spalle e preso un paio di cucchiaiate dello stufato che aveva appena finito di bollire, accompagnandolo con delle patate lesse. Elide, che nel frattempo aveva indossato l’uniforme appena stirata e si era sistemata i capelli, mi si era avvicinata appoggiandomi le mani sulle spalle.

«Non lo nominiamo mai perché la signora ce l’ha espressamente ordinato, ma se lasci socchiusa la porta del corridoio di servizio potrai sbirciare e vedere di persona di cui si sta parlando.»

In quel momento il campanello aveva suonato. La signora le stava chiamando con urgenza. Mi ero rallegrata che alla fine Nunzia non avesse fatto in tempo a prepararsi come avrebbe voluto e avevo sorriso addentando una patata. Tuttavia, il gran rumore di passi cadenzati alternati a qualche gridolino, provenienti dall’ingresso mi avevano incuriosito. Mi ero avvicinata cauta al punto che mi aveva indicato Elide e avevo sbirciato attraverso la fessura di luce che la porta socchiusa lasciava trapelare. Era stato solo per un attimo, ma lo avevo visto distintamente: il duce d’Italia si era presentato con un piccolo drappello di fedelissimi, aveva omaggiato la padrona di casa e salutato col braccio alzato tutti i presenti. Indossava la divisa scura con la cintura la cui fibbia gli passava sopra la spalla. Aveva capelli radi e rasati, grigi e sparuti, e occhi piccoli e scuri, veloci nel movimento come quelli di un rapace. La bocca era grande e sproporzionata e la carnagione rubiconda. Avevo pensato che fosse piuttosto basso e brutto ed ero felice di non dovermene occupare.

Ero tornata in cucina e avevo finito in fretta quello che avevo nel piatto. Stavo per andarmi a coricare quando Lia, la cuoca, si era fermata sulla soglia della mia camera. Sembrava elettrizzata, come se dovesse dirmi qualcosa di importante, ma non sapesse da che parte cominciare.

«Cosa succede?»

«Qualcuno ha chiesto di te.»

Un brivido freddo mi aveva percorso tutta la spina dorsale. Perché qualcuno degli ospiti avrebbe dovuto sapere della mia esistenza? Ero ancora attonita quando Lia aveva fatto una precisazione importante.

«C’è un ragazzo al cancello. Vuole vederti. Indossa la divisa e ha detto di chiamarsi Giulio.»

Qualcosa era esploso in me con la potenza di un colpo di mortaio e mi era arrivato fino alle orecchie che avevano iniziato a fischiare. Pensavo che Giulio fosse lontano, che appartenesse a una realtà diversa e che non potesse oltrepassare certe barriere. Non avevo ancora capito che non era fatto per accettare supinamente regole scritte da altri e, per la prima volta, avevo preso consapevolezza d’essermene innamorata. Mi sentivo le ali ai piedi e mi ero diretta verso l’ingresso senza pensare. Lia mi aveva rincorso e mi aveva arpionato per un braccio prima che mi esponessi.

«Non puoi uscire dall’ingresso principale senza essere vista! Vieni di qua.»

Mi aveva portato verso una porticina stretta, incuneata tra una parete e l’altra, al di là della quale una contorta scala a chiocciola mi avrebbe portato in giardino. Quando avevo iniziato a scendere, Lia mi aveva chiamato ancora una volta.

«Tu sai che una delle regole che dobbiamo rispettare per rimanere in questa casa è non avere tresche, soprattutto con i militari?»

«Giulio non è un militare qualunque. Viene dal mio paese, lo conosco e…»

«Ne sei innamorata!»

«Non lo so, non ho esperienza in questo campo. Ho bisogno di vederlo anche per questo.»

«Per lui sei importante di sicuro, altrimenti non sarebbe venuto fin qui.»

Quella consapevolezza mi aveva avvolto il cuore in un caldo abbraccio, facendomi scendere ancora più velocemente.

«Rientra presto!»

«Stai tranquilla, credo abbiano dell’altro cui pensare per stasera!»

Quando avevo spinto il portoncino in fondo alla scala, mi ero ritrovata nell’afa del giardino retrostante. Mi ero avvicinata piano al cancello perché quella zona era poco illuminata e i miei occhi si dovevano ancora abituare al buio. Avevo notato solo un puntino rosso all’inizio e poi l’alone di fumo. Avevo accelerato il passo e, una volta quasi raggiunta l’entrata secondaria, l’avevo chiamato.

«Giulio!»

La sigaretta era caduta e un paio di braccia lunghe e possenti si erano infilate tra le barre di ferro battuto del cancello.

«Emma!»

Mi aveva attirato a sé facendomi aderire al metallo e aveva cercato le mie labbra infilando la bocca tra una barra e l’altra. Sapeva di fumo e di attesa, di libertà assoluta e di proibito. Stavo imparando a muovermi con lui e a schiudergli le labbra come mi aveva insegnato nella sua cantina. Il suo bacio sembrava farsi sempre più esigente tanto che mi aveva messo una mano sulla nuca per arrivare meglio alla meta. Infine, si era staccato sospirando.

«Mi sei mancata tanto. Non ho fatto che pensare a te.»

«Come hai fatto a trovarmi?»

«Di sicuro non sono stato aiutato né da tua madre né da Matilde!»

«Buona quella!»

Il tono con cui avevo pronunciato le ultime parole lo aveva fatto sorridere nel modo che io amavo, con la testa reclinata all’indietro e i denti bianchissimi in bella vista.

«È stato Rodolfo a mettermi sulla strada giusta. In cambio, gli ho dovuto promettere di non metterti nei guai.»

«In teoria, già potrei esserlo solo per stare qui a parlare con te. La signora non vuole che ci intratteniamo con i militari.»

«Non sono uno qualunque, sono il tuo fidanzato!»

Era la prima volta che si definiva in quel modo e io non avevo potuto fare a meno di sorridere.

«Non so quanto questo possa valere, ma sono felice che tu sia qui. Hai già un posto dove stare?»

«No, non potevo permettermelo. Dormirò su una delle panchine del parco qui di fronte. Si sta bene anche fuori in questa stagione. Avevo bisogno di vederti e di sapere se anche tu senti quello che sento io quando siamo insieme.»

«Non lo so. Cosa senti tu?»

«Sento il cuore martellare potente come un tamburo e le mani prudere come se potessero trovare sollievo solo toccandoti.»

«Io invece ho voglia di baciarti e di vederti sorridere, di viverti e di scoprirci piano piano.»

«Vieni qui, fatti respirare.»

Il calore delle sue labbra sapeva di casa in qualunque posto noi ci trovassimo.

 

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