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VERGOGNA
Emma
Staccarmi da Giulio e vederlo scomparire al di là del cespuglio era stato doloroso. Avevo promesso che non mi sarei più avvicinata al cancello per non rischiare d’essere vista, dato che l’ospite eccellente della casa con il suo seguito stava lasciando il palazzo, ma non avevo saputo resistere e, in risposta al suo saluto, ero corsa a prendermi un ultimo bacio. Sarei tornata presto a casa, in un modo o nell’altro. Volevo stare con lui e mia madre avrebbe dovuto accettarlo. Mi sentivo sua, soprattutto dopo quella sera. Il contatto pelle a pelle mi aveva stregato. Non conoscevo tutte quelle sensazioni, ma erano inebrianti. Più ne provavo, più desideravo dell’altro. Ero inesperta, ma non sembrava gli importasse molto. Anzi, più volte mi aveva detto che la mia innocenza gli faceva perdere la testa. In questa nuova dimensione io mi muovevo alla cieca, ma mi fidavo completamente di lui.
Ero risalita leggera per le scale di servizio, rientrando in casa quando uno degli ultimi ospiti stava per andarsene, in tempo per vedere la signora sorridere soddisfatta ai complimenti che le stava facendo. Cercando di fare meno rumore possibile, avevo raggiunto le stanze di servizio. Avevamo fatto tardi perché tutte erano già state congedate. Con tutta probabilità la signora aveva ordinato di rassettare e pulire il giorno seguente per non essere disturbata dalla presenza della servitù. Avevo sospirato pensando che Giulio non sarebbe potuto capitare in una serata più fortunata. Nessuno aveva fatto caso a me o almeno questo era quello che credevo.
Stavo per chiudere la porta della mia camera quando qualcuno vi aveva infilato un piede. Non ero riuscita a reagire in fretta e la porta era stata spalancata da una forte spinta che mi aveva quasi fatto cadere sul letto. Il signor Barbieri senza la giacca e con le maniche della camicia arrotolate mi fissava furente. All’inizio avevo pensato d’aver sbagliato qualcosa, d’aver lasciato qualche suppellettile impolverata o qualche pezzo d’argenteria opaco. Quando, però, lui aveva fatto un passo avanti, offrendosi alla flebile luce della mia stanza, avevo notato che la sua espressione non mostrava rabbia, ma lussuria. Aveva lo stesso sguardo viscido dei vecchi avventori dell’osteria che non vedevano una donna da secoli e che sbavavano su ogni femmina in grado di respirare. Per mia fortuna, non aveva chiuso la porta col chiavistello, così avevo tentato di guadagnare l’uscita con un movimento repentino lungo la parete. Data la sua enorme mole, avrei potuto contare solo sull’effetto sorpresa e sulla mia agilità.
Lui aveva tentato di trattenermi per un braccio, ma io ero riuscita a divincolarmi, facendolo rovinare sul comodino. Il bicchiere d’acqua che vi avevo appoggiato sopra era caduto, rompendosi in modo fragoroso. Mi ero trovata di fronte alla porta e per un istante mi ero sentita più leggera, pensando di essere a un passo dalla salvezza. Tuttavia, ero riuscita solo a socchiuderla prima che lui mi spingesse, facendomi sbattere la faccia sul pannello di legno e ricadere nell’incubo.
«Mi lasci!»
«Non ti conviene urlare. Non ti sentirà nessuno e, anche se dovesse capitare, nessuno verrà ad aiutarti.»
«Cosa vuole da me?»
«Oh, penso che tu lo sappia benissimo! Hai passato la serata a trastullarti con un bel soldatino, non farà alcuna differenza continuare a farlo con me!»
«Lei è un verme schifoso!»
«E tu una puttanella da quattro soldi che non vede l’ora di spalancare le gambe a quello giusto per cambiare vita e fare la signora! Vi conosco, siete tutte uguali!»
Avevo ringhiato, dimenandomi, ma lui mi aveva strattonato per i capelli e mi aveva spinto la testa verso il basso, facendomi inevitabilmente alzare il bacino.
«Se ti ribelli sarà ancora più eccitante scoparti. Continua se vuoi!»
Lo avevo riempito di ogni improperio tentando di colpirlo con le braccia, dato che le gambe erano bloccate dal suo peso, fino al punto di arrivare a piangere lacrime amare piene di rabbia e frustrazione. Lui intanto continuava a frugarmi sotto la gonna con la stessa voracità che avevano gli avvoltoi su una carcassa, palpandomi pesantemente.
«Non indossi le calze? Strano, avrei detto che ti fossi messa tutta in ghingheri per il tuo amante! Sono sicuro, però, che sei tutta bagnata e già pronta. Magari lui mi ha aperto la strada. Non ti preoccupare, non dovrai aspettare molto. Ti riempirò presto.»
Non avevo idea di cosa stesse dicendo. Le orecchie continuavano a ronzarmi sempre di più e la stanza sembrava improvvisamente essersi messa a ruotare. Sentivo che non avevo più la forza di oppormi e non volevo essere violata da quell’orco. Mi ero ritrovata a supplicarlo.
«La prego, io non voglio. Mi lasci andare!»
«Non fare la preziosa, non lo sei affatto. Puoi pensare a lui mentre ti scopo.»
Avevo alzato la voce già consapevole che non sarebbe cambiato nulla, ripetendo come una litania la stessa preghiera. Lui aveva perso la pazienza e mi aveva dato uno schiaffo così forte che per qualche istante non ero riuscita a sentire più nulla da un orecchio.
«Ora stai zitta. Se aprirai bocca, scoprirai che posso chiudertela anche in un altro modo!»
Con gesti ruvidi mi aveva abbassato l’intimo fino alle ginocchia fermandosi per qualche istante.
«Mmh, qui ci sarebbe da divertirsi! Voi bifolche avete di solito un che di selvaggio, ma tu hai una fica bellissima. La prossima volta te la toccherò per bene, ma ora non ho tempo e non vedo l’ora di svuotarmi.»
La vergogna e lo schifo mi avevano invaso come fossero grosse onde, ma quel breve intervallo alla fine era stato la mia salvezza. La porta si era aperta con un’energica spallata e la signora Barbieri era comparsa sulla soglia. Aveva spalancato gli occhi, ma la linea dritta della sua bocca non si era alterata. Aveva guardato il marito con disprezzo assoluto e mi aveva strappato dalla sua presa.
«Ricomponiti.»
Non sapevo se stesse parlando con me o con il consorte, ma mi ero coperta come meglio potevo, anche perché l’orco mi aveva strappato una parte del vestito. Lei aveva respirato profondamente e si era stretta le mani nel tentativo di controllarne il tremore. Mi era stato detto dalle altre ragazze che tra i due era la signora quella con i soldi. Lui era soltanto un piccolo borghese che aveva avuto la fortuna di incappare nel matrimonio giusto. Lei era stata perentoria.
«Eugenio, penso che tua sorella sarà felice di vederti. Domani stesso andrai da lei e ci rimarrai per qualche tempo. Farò in modo che la tua presenza a Genova non sia un peso. Vai a prepararti le valigie. Non manderò qualcun altro della servitù a farlo.»
Lui aveva emesso soltanto un soffocato lamento e se ne era andato. Mi ero resa conto in quel momento di essere in apnea e avevo preso dei respiri veloci, cadenzati da feroci colpi di tosse.
«Domani tornerai a casa anche tu.»
La notizia mi aveva gonfiato il cuore di gioia, ma non volevo essere macchiata da una colpa che non avevo.
«Signora, non è stata colpa mia. Io non ho fatto né detto nulla per provocarlo.»
Per un attimo mi era sembrato che il suo sguardo si velasse di una sorta di rammaricata comprensione, ma subito dopo si era ricomposta in un austero atteggiamento, limitandosi a una lapidaria affermazione.
«Lo so.»
Una volta rimasta sola, avevo usato tutta l’acqua che avevo nella brocca per bagnare una pezza e lavarmi. Volevo togliermi l’odore di quell’animale di dosso. Avevo continuato a immergere il panno di cotone nell’acqua ormai tiepida per ore e a fregarmi la pelle fino a arrossarla vistosamente. Non mi importava. Alla fine, mi ero addormentata sfinita. L’indomani, di buon’ora, mi avevano messo alla porta, consegnandomi una lettera per la mia famiglia. Era chiusa e io ne temevo il contenuto. Se nonostante quello che aveva detto la sera prima, la signora Barbieri avesse scritto che mi ero comportata come una poco di buono? La vergogna da sopportare per mia madre sarebbe stata troppa, per non parlare di come l’avrebbe presa mio padre. Non sapevo cosa fare e mi sentivo smarrita. Poi avevo ripensato a Giulio e a quello che ci eravamo promessi. Se tutto fosse andato male, avrei comunque avuto lui al mio fianco. Era già una base solida per costruire qualcosa insieme. Tuttavia, grosse nuvole nere sembravano voler oscurare il nostro futuro, gravide di paura e devastazione.
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