RICOMINCIARE A NEW YORK - Capitilo 3 di 4

Scritto il 17/06/2026
da CHARLOTTE LAYS


Maribel è a lavarsi le mani prima di cena quando suona il campanello.

«Vado io, mammina?»

«No, no» rispondo.

Metto la pentola in tavola, vado al videocitofono e rimango impietrita.

Il volto di Jomar appare deformato dentro il piccolo schermo, eppure non sembra meno bello. Agitato, questo sì.

«Puoi lasciare la pubblicità nella buca delle lettere.»

La mia voce sembra rinvigorirlo.

«Aprimi, Lisbet.»

«Da una settimana sei lo zimbello della Nazione per causa mia. Chi mi dice che non vuoi uccidermi? Ci sono stronzi che lo fanno per molto meno.»

«Sono un uomo rispettabile.»

«Anche Ted Bundy lo era.»

Jomar emette un verso che è per metà un sorriso e l’altra metà un sospiro esasperato.

«Devo parlarti.» Guarda dritto nella camera. «È importante.»

Mia nonna avrebbe detto che l’altra mia caratteristica è il cuore troppo tenero.

Aveva ragione da vendere.

«Ultimo piano.»

Faccio scattare la porta sulla strada e, mentre aspetto che arrivi l’ascensore, dico a Maribel di aggiungere un posto a tavola.

Un’emozione forte mi fa pizzicare il naso quando la osservo saltellare felice tra la tavola e i mobili per racimolare l’occorrente.

Jomar esce con un’espressione sollevata dall’ascensore.

«Soffri sempre di claustrofobia?»

«Ci sto lavorando.»

«Be’, hai quasi trentacinque anni e abiti a New York. Stai facendo un pessimo lavoro.»

Lui mi si para davanti con un completo sportivo firmato, scarpe che costano quanto due mensilità di un uomo medio e l’espressione del viso che stona con tutta quell’artefatta ostentazione.

«Qualcuno ha avuto una brutta giornata?»

«Non sai quanto.» Abbassa lo sguardo sul pavimento. «Io…»

«Frena.» Indico alle mie spalle. «Ho fame. Non ho intenzione di ascoltare la tua crisi esistenziale a stomaco vuoto.»

Lui aggrotta la fronte. «Cosa ti fa pensare che stia attraversando una crisi esistenziale?»

«Perché sono l’unica persona al mondo a cui puoi permetterti di suonare il campanello all’ora di cena per raccontare i tuoi casini. Questo mi fa molto pentire di aver accettato l’intervista più imbarazzante di tutti i tempi» cito uno dei titoli più gettonati di questa settimana. «Senza contare che la mia agente mi rompe le palle perché pare sia la puntata più vista del secolo.»

«Mi sono licenziato.»

Schiocco la lingua. «Fortunatamente ho una bottiglia sempre in fresco per festeggiare le belle occasioni.»

Maribel ci viene incontro una volta entrati e attende le presentazioni.

«Lui è Jomar, un mio vecchio amico.»

I lunghi riccioli scuri oscillano come molle quando piega la testolina per cercare di capire dove lo abbia già visto.

«Somiglia allo stronzo con cui eri in tv.»

Serro le labbra, sperando che Jomar non conosca l’italiano, ma vengo delusa perché la sua espressione è abbastanza eloquente.

«Adamo, il mio truccatore, le insegna le parolacce in italiano, anche se non voglio.»

«Be’, sicuramente sa usare quelle giuste al momento giusto.»

«Questo non significa che le debba dire, ci siamo intese signorina?»

«Sì, mammina» risponde sbattendo le ciglia come la bambola seduta nel passeggino e osserva tutta questa scena con il mio stesso sconcerto.

Faccio spostare tutti in cucina, dove sporziono riso e mofongo, un piatto tipico portoricano.

«Ti piace?» domanda Maribel a Jomar. «È il mio piatto preferito.»

Jomar osserva il piatto con una strana espressione, come se lo vedesse per la prima volta, quando era la nostra dieta principale.

«Anche il mio. Quello di nonna Carmen era speciale.»

«Mamma lo fa con la sua ricetta» dice Maribel. «È squisito!» sentenzia con l’entusiasmo esagerato e quel pizzico di orgoglio che le fanno intrecciare un po’ la lingua.

Jomar si abbassa per chiederle se ci mettessi anche l’ingrediente segreto.

La bambina si illumina così tanto che potrebbe lampeggiare come un albero di Natale.

«Lo hai messo, mamma?»

«Certo che sì, mi sol

«E qual è?»

«Sei troppo piccola per saperlo. Nonna Carmen me lo ha confessato quando sei nata tu.»

Incrocia le braccia al petto e mette il broncio per esprimere tutto il suo disappunto ed è così adorabile che dopo uno scambio di sguardi tra me e Jomar, siamo costretti a nascondere un sorriso.

«Io sono grande. Chi credi che dica che cosa fare a Giuseppuccio quando non ci sei?»

Jomar aggrotta la fronte senza capire.

«Adamo è il mio truccatore, lo hai conosciuto. Suo marito è un maestro di scuola elementare e un baby sitter perfetto quando io e Adamo andiamo via per lavoro. Ma… come hai potuto intravedere, la signorina qui presente, ha un caratterino niente male.»

«Chissà a chi somiglierà» commenta lui bevendo un sorso di vino.

La serata scorre in maniera inaspettatamente veloce tra aneddoti e racconti che rapiscono l’attenzione di Maribel.

«Adesso andiamo a prepararci e andiamo a letto, va bene?»

Lei serra la boccuccia in una linea contrariata.

«Vado da sola e poi… potrei addormentarmi nel tuo lettone, mamma?» Mi sorride, allargando gli occhi in modo esagerato, per imitare il Gatto con gli stivali. «Solo per stasera.»

Le sorrido. «Va bene. Solo stasera, visto che c’è Jomar. Lava bene i denti…»

«’che il dentista costa caro. Lo so, mamma» conclude come un’adolescente annoiata.

Mi viene a dare un bacio sulla guancia e dal mio fianco saluta Jomar.

«È incredibile» commenta lui guardandola allontanarsi lungo il corridoio delle camere.

«Già, è incredibile cosa può insegnare una madre single alla propria figlia.»

I suoi occhi balzano nei miei. «Touché

Piego le gambe sotto di me, mi appoggiando allo schienale del divano e il braccio sulla sommità, per rivolgermi completamente a lui.

«Sono sopravvissuta alla cena, spero che mia figlia ti abbia intenerito abbastanza da non uccidermi proprio ora.»

Lui schiarisce la voce, piegandosi in avanti fino a posizionare i gomiti sulle ginocchia, le mani giunte e lasciate nel vuoto.

«Avevi ragione a dire che mi faccio schifo.» Studia i disegni del tappeto, tanto per avere una scusa per non guardarmi. «Da quando il team degli autori è cambiato, mi costringono a fare quelle porcate di interviste.»

Solleva la testa, fissando due occhi tormentati nei miei. Quello sguardo è qualcosa che conosco fin troppo bene, perché l’ho visto quando si è presentato a casa mia, all’alba, per dirmi che doveva andarsene.

«Quando mi hanno detto che volevano invitarti e che hai accettato solo dopo una cifra spropositata… mi sono detto che non avrebbe fatto molta differenza rivederti. Probabilmente anche tu saresti diventata come me, anestetizzata ai sentimenti a causa di questo mondo di facciata, ma quando ti ho visto in quel camerino… ho capito che tu sei rimasta fedele a te stessa. Tu non hai ceduto.»

«Certo che ho dovuto farlo. Ognuno di noi, in piccolo o in grande lo fa. Ho accettato lavori degradanti, ho detto battute che non sentivo mie, dico sempre a mia figlia che canta benissimo anche se ha la voce più stonata di una cornacchia.»

Ridiamo.

«Ma io sono rimasta legata alla comunità. Le mie origini sono troppo importanti per non tramandarle a Maribel.»

«Quella mattina…»

Chiudo gli occhi. «Non devi raccontarmi niente.»

«Quella mattina il capo della banda in cui si era infilato mio fratello è venuto a cercarmi, perché la notte in cui è morto stava facendo una rapina ed è sparito il bottino.» Si massaggia le dita come se volesse allungarle. «Oro, gioielli, soldi. Un colpo grosso. Mio fratello è stato colpito, ma era lui il topo di fogna della banda, era quello che entrava e prendeva e… quando ha visto che tanto sarebbe morto ha fatto sparire tutto.»

Le sue spalle tremano.

«Jomar…»

«Quella sacca… Lilie… c’erano così tanti soldi lì dentro che ero convinto non li avrei mai visti nella vita. Mio fratello me li ha dati, costringendomi a lasciarlo andare e io ho nascosto la refurtiva. Ma quella gente non ti lascia in pace. Non lascia correre. Loro sapevano che mio fratello ha combinato qualcosa, quindi ho preso quella sacca, sono venuto a salutarti e ho preso un autobus per Los Angeles.»

La mascella è tesa per il nervosismo, i suoi occhi sono lucidi, proprio come i miei.

«Lasciarti è stato difficile tanto quanto dire addio a mio fratello.»

Ed ecco che una maledetta lacrima mi tracima dall’occhio, proprio danti alla persona per cui avevo giurato di non versare più nemmeno una goccia di dolore.

«Avresti potuto scrivermi o saresti potuto tornare quando hai iniziato a lavorare in città» rifletto con voce incerta.

«Con quale coraggio?»

«Per raccontare la verità non serve coraggio, Jomar. Serve solo essere se stessi. Pensi che non avrei capito o non ti avrei creduto? Ricordo bene i giri in cui era entrato tuo fratello e la preoccupazione di tutti noi.» Guardo verso la finestra, da cui si vede uno scorcio di Briant Park. «Il fatto che ti capisca, non significa che mi possa dimenticare che mi hai semplicemente lasciata lì, in piedi, in lacrime, su quel pianerottolo gelido.»

«Avrei dovuto portarti con me. Ecco quale sarebbe stata la giusta decisione.»

Il cuore accelera i battiti, colmo d’emozione.

«È per questo che sono sempre passato da una relazione all’altra. Perché nessuna donna ha mai retto il confronto con te, Lilie.»

«Sei un adulatore di bassa lega, Jomar.»

Indica la direzione delle camere. «Dov’è il padre di Maribel?»

«Con sua moglie, a Londra.»

«Deve essere una storia interessante, visto che tu non sei quel tipo di donna.»

«Esattamente. Per sei mesi ho abitato a Las Vegas. Sono stata presa da un’agenzia che mi ha fatto trovare degli ottimi ingaggi, tra cui un locale molto apprezzato gestito da Henry. Iniziamo questa relazione: entrambi lavoriamo e viaggiamo molto, spesso anche separati. Lui è il tipico inglese formale, impostato e ha tutte le carte in regola per fare le cose per bene. È abitudinario nel caos che è la mia vita. Profuma di stabilità.» Sorrido al ricordo di quelle belle sensazioni. «Una brutta tracheite mi costringe ad assumere l’antibiotico, faccio casino con la pillola e rimango incinta. Sono felicissima. Ricordo ancora la cena a sorpresa e il gelo per la notizia.»

Mi stringo la fronte con la mano e rido, amara.

«Se ci ripenso bene… il mio secondo abbandono. Potrei andare a consolare i cani in un rifugio.» Scuoto la testa. «Comunque… mi dice che lui non lo vuole e che devo abortire. Io devo abortire perché tu non vuoi tuo figlio?, gli chiedo. Tira fuori la cazzata che non sa neppure se sia suo e lui non vuole saperne.

«Gli rispondo che è il mio corpo e quindi una mia decisione. Mi minaccia, offende e tutto il repertorio degli uomini meschini, finché confessa di avere già una famiglia a Londra. Tre figli, una moglie ignara e bellissima, due cani e un gatto.» Elenco sulle dita delle mani. «Sono tornata a casa, da nonna Carmen. Mi sono chiusa al buio della mia camera per un mese a commiserarmi e maledire la mia stupidità.»

«Ci sono comportamenti che vanno fuori dalla mia comprensione umana» commenta Jomar. «Lui si è fatto risentire?»

«No. Almeno ha avuto la coerenza di sparire anche quando il vento per me è cambiato e tenere Maribel è stata la decisione più giusta che abbia mai fatto nella mia vita. Quella cover che è diventata virale sui social è una canzone che le cantavo per farla stare tranquilla. Mia nipote mi ha filmata mentre lo facevo e il resto è storia.»

«E il matrimonio?»

«Mike è un brav’uomo… per una volta sono io che l’ho piantato in asso. Mi sono convinta che Maribel avesse bisogno di una figura maschile, lui ci amava, ma io… no. Sono diventata esigente.»

Jomar mi rivolge il suo sorriso da playboy. «Oh, l’ho capito, credimi.»

«Non mi scuserò per questo.»

«Non vedo perché dovresti. Ne hai passate abbastanza per volere esattamente ciò che meriti.»

«E tu adesso che farai? Sei disoccupato.»

«Farò tutti quei viaggi che non potevo fare, ma prima ho un bel po’ di burocrazia con gli avvocati per la fine del rapporto di lavoro.»

«È brutto come sembra?»

«Quando finisce qualcosa non è mai semplice, anche se sai che è la scelta giusta.»

Si alza in piedi, con la palese intenzione di andarsene, quindi lo seguo a mia volta.

«Mi dispiace per quello che ho detto all’intervista.»

Mi sorride, dall’alto della sua statura. «Bugiarda.»

Ho il buon gusto di guardare i miei piedi nudi.

«Insomma… l’altra mattina non mi dispiaceva. Adesso sì.»

«Troppo tardi. Hai un lavoratore sulla coscienza.»

Ridiamo, sospesi in quello strano groviglio di sensazioni che mi impediscono di mettere una mano sulla maniglia e aprire la porta per farlo uscire.

«In realtà, oltre a raccontarti tutto quanto… il motivo principale per cui sono qui è proprio ringraziarti di avermi triturato l’ego in diretta tv. Avrei interrotto l’intervista con qualsiasi altra persona, ma tu...»

Mi prende una ciocca di capelli per spostarla dietro l’orecchio, accarezzandomi il profilo del viso con il polpastrello. «La gente merita di sapere che persona sei. Per questo ti ho chiesto di Maribel, anche se non era nel copione, pensavo che ti saresti rifiutata di rispondere e invece…»

«E invece…?»

«E invece sei sempre l’attaccabrighe che rischia di prenderle, ma non arretra davanti al bullo di turno.»

«A volte le ho prese…»

«Per esperienza ti dico che adesso ti difendi alla grande.»

L’ultima frase è praticamente un sussurro sulle mie labbra.

Mi chiedo quando siamo arrivati a essere tanto vicini da confondere i nostri respiri.

«Stai per baciarmi?»

Che domanda del cavolo.

I suoi occhi sono nei miei occhi, poi sulle mie labbra.

«Potrei?»

Come può una singola parola sembrare così bollente, suscitare sensazioni così potenti.

La mano che è già vicina al viso, lo incornicia, mentre l’altra si posa nell’incavo della schiena per tirarmi a sé.

Jomar appoggia la fronte sulla mia e chiude gli occhi.

«Dimmi che non sono il solo a sentire tutto questo

Questo tormento.

Questa passione.

Questa energia.

Come se fossimo due poli magnetici; il sole e la luna; le onde e il mare.

Impossibile pensare l’uno senza l’altro.

Ho impiegato anni a cancellare tutte queste sensazioni, ma adesso mi stanno tornando indietro con la forza di uno tsunami.

«Io sento e ricordo» ammetto.

Non so chi dei due inizi prima il bacio. So che le nostre labbra sembrano intenzionate a recuperare ogni anno perso, a compensare ogni pessimo bacio dato e ricevuto.

È come tornare a respirare dopo una lunga apnea.



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