HAMPTON'S SONS 1 - Capitolo 4 di 5

Scritto il 25/06/2026
da SIMONA DIODOVICH


Era mattina presto. Rick era in piedi dalle sei e solo grazie alla follia di Colin. Era fuori allenamento anche per la levata mattutina, figuriamoci con il resto. Appena appoggiò il piede al suolo, sentì un leggero formicolio. Lo sforzo del giorno prima si faceva sentire, dopotutto.

  «Dai, non mi dire che non sei più abituato.»

La faccia ironica che Rick gli regalò, fece sorridere Colin. «Tu parli sempre così tanto la mattina? Non invidio zia Violet per niente.»

  «Ah, lei è ancora zia. Bene, bene, traditore.» Gli diede una leggera pacca sulla spalla. «No, sono scorbutico come te, ma se non faccio così non concludiamo nulla.»

  «Oggi ti odio, volevo metterti al corrente di ciò. Cosa dobbiamo fare?» Rick si guardò intorno. Erano in collina. C’era solo erba e bosco intorno a loro. Avevano affittato un paio di stanze in un villino sperduto nel verde. Se moriva stramazzato al suolo, per colpa dell’allenamento, nessuno lo avrebbe scoperto per giorni.

  «Ho promesso a Candis che avrei trovato more e lamponi per fare la marmellata. Sono sicuro che poi mi farà una delle sue torte spettacolari.»

Rick retrocesse di un passo allibito «Stai scherzando, vero?»

  «No.» Colin allargò il suo sorriso mostrando sincerità assoluta. Alzò il cesto di vimini. «Tu devi camminare per potenziare la caviglia, è questo il tuo esercizio. E sei stato così rammollito da non farlo, ora ci tocca camminare e basta per un bel po’ di tempo. Quindi, cerchiamo le more.»

Rick era basito «Non stai scherzando…» non aveva parole. Questo non era un allenamento. Era una tortura.

  «No.» Colin cominciò camminare indirizzandosi verso il sentiero «Fossi in te, mi darei una mossa. Non ho intenzione di perdere nessuna mora.»

Rick scosse la testa e si mise in marcia «E lamponi. Non solo more.»

Colin scoppiò a ridere «Vedo che hai capito…»

  «Sono in giro con un pazzo. Se non mi adatto, mi fai fuori…»

Al suo fianco, Rick cominciò a camminare adagio. Si accorse che Colin manteneva il suo ritmo, parlava a raffica, raccontando qualche ricordo buffo di quand’erano piccoli.

Rick a volte rideva, a volte sogghignava. C’era stato solo un caso in cui si era accorto di vergognarsi terribilmente, quando aveva raccontato di lui, a quattro anni, che andava in giro per casa nudo mostrando alle bimbe che lui era diverso da loro.

Queste cose si facevano da piccoli e gli adulti avevano il dovere di scordarselo per sempre, non rivangarle dal passato per farli sentire ancora più idioti di qualche attimo prima. Già era difficile ogni cosa che dovevano affrontare. Questo diventava troppo anche per lui.

Colin però aveva adottato una tattica favolosa, se n’era accorto tardi in verità. Si fermava a vedere ogni rovo sul loro cammino per dargli il tempo di riposare il piede. Si sentiva affaticato, ma non aveva molto dolore, un leggero formicolio e una stanchezza infinita. Erano settimane che non camminava, ed era fuori allenamento in tutto.

Dopo mezza giornata così, gli si era aperta una voragine allo stomaco. Aveva una fame tale che stava meditando di mangiarsi Colin e il suo cesto di more e lamponi in un sol boccone.

In quel preciso istante il suo stomaco reclamò attenzione.

  «Ma vuoi dire che è ora di pranzo? Dobbiamo tornare indietro o ci lasceranno a digiuno. Forza lumacone. Accelera il passo.»

Rick cominciò a odiare Colin. Lo stava facendo apposta. Lo portava lontano per poi mettergli fretta e tornare indietro a passo sostenuto. Se non fosse stata per la fame, avrebbe rallentato di proposito.

 

Rick era seduto al tavolo disperato. La stanchezza era tanta, e non sapeva se accasciarsi con aria distrutta davanti a un Colin che lo guardava divertito.

  «Non ti alzi a prendere ciò che vuoi al buffet?»

  «Dì la verità Colin, tu ti stai divertendo un mondo.»

  «Da cosa lo noti? Dal mio sorriso trattenuto o dall’enfasi con cui ti voglio far camminare?»

  «Posso mandarti al diavolo?»

  «Oh, sì che puoi… ma prima che tu lo faccia, voglio metterti a conoscenza di un fatto, non trascurabile, che spero sia di tuo gradimento.» Colin stava mangiando di gusto il suo piatto di lasagne, incurante del fatto che lui non si fosse ancora alzato a prendersi un solo piatto di cibo.

  «Spara, non può essere peggio di quel che mi hai combinato tu ora.»

Colin si portò il tovagliolo alla bocca «Tara esce con un tipo. Non mi piace granché, ma volevo che tu lo sapessi. Dice che almeno questo ragazzo si alza dal letto e la rende felice.»

Rick assunse un’espressione furiosa, le mani strinsero la tovaglia dal nervoso.

  «Ehi! Ambasciatore non porta pena. Te lo dico così tu ora migliori e vai da lei.» Aveva alzato le mani con aria innocente. Si alzò dal tavolo per andare a prendersi altro al buffet.

  «Stai scherzando o è vero?»

  «è vero. Cosa credi? Pensi possa dirti qualcosa di così tragico solo per scuoterti?»

  «Sì che potresti farlo. Eccome. In questi giorni sei bastardo abbastanza per farlo, Colin

  «Non sto scherzando. Non mi permetterei mai. Puoi chiamarla se vuoi, ma potresti ottenere la stessa risposta e magari anche qualche insulto per averla abbandonata senza combattere.»

  «Ma lei ha detto di amarmi…»

  «Sì, anche tu glielo hai detto. Ma l’hai allontanata e non hai combattuto per voi due. Ti sei arreso subito. Sei tu che hai sbagliato.» Colin gli schiacciò l’occhio e si allontanò per prendersi altre pietanze.

Rick non sapeva se urlare, piangere o prendere a pugni qualcuno. Ora, più che lo zio che lo torturava con gli allenamenti, avrebbe preso a randellate il tizio che si era avvicinato a Tara.

Forse doveva gettarsi contro il muro da solo, dato che era tutta colpa sua. Invece, nonostante il dolore e la stanchezza, Rick si alzò per andare a prendersi da mangiare. Durante il tragitto, vide diverse facce guardarlo, doveva avere il volto stralunato dalla notizia.

  «Riempi il piatto. Ti servono energie per le prossime settimane.»

Con rabbia, senza aggiungere una sola parola di replica, si riempì due piatti tra tartine d’antipasto e un piatto di lasagne enorme. Contava di fare un nuovo giro a breve. Gli servivano davvero energie.

Era pronto a ricominciare. Non sentiva nemmeno il dolore al piede ora. Era solo rabbioso e frustrato per ciò che aveva sentito.

 

Colin aveva abbandonato le more e lamponi in congelatore. C’era un gran spazio lì dentro, secondo Rick contava di prenderne ogni giorno per le successive due settimane.

Ma non quel pomeriggio, a quanto sembrava. Dietro la villetta, che fungeva da Hotel, c’era un sentiero piccolo e stretto acciottolato. Un cartello diceva sauna e piscina. Sperò che gli facesse fare una sauna ristoratrice perché era distrutto.

  «Indossi il costume vero?»

  «No.» Rick si guardò intorno. Non c’era nessuno lì con loro.

  «Vada per l’abbigliamento che hai. Non mi scandalizzo. Entra in acqua.»

Rick guardò a malincuore la sauna «Niente sauna?»

  «No. Ti sei rilassato abbastanza in questo periodo. Devi tornare in forze. Non ti ho mai visto così debole e affaticato. Che diavolo ti è successo, cristo santo?»

  «Ehm… mi sono operato al piede per un bel legno grosso che ha tranciato il tendine d’Achille?» Lo aveva detto come se fosse un idiota Colin ad avergli posto quell’assurda domanda, cosa che non sfuggì all’uomo al suo fianco.

  «Sì, questo lo dici agli altri, ok? Ti sei rammollito psicologicamente prima di tutto il resto. Questo è successo. Hai gettato la spugna come un codardo di fronte al tuo nemico. Che poi, per inciso, eri tu stesso.»

  «Mi hanno detto che non avrei potuto più giocare a football» sottolineò l’evidenza lui.

  «E tu ti lasci abbindolare così? Sei uno Sherman, e se non lo hai capito anche io ti ho cresciuto, come Norman. Noi non ci arrendiamo mai. E lo abbiamo insegnato a tutti voi. Quindi bello mio, entra in acqua e rafforza quelle braccine lesse che ti ritrovi ora. Quaranta vasche.» Colin incrociò le braccia al petto e attese di vederlo entrare in acqua.

  «Solo per Tara.»

  «Tara esce con un altro che ti stenderebbe al primo passo verso di lui. Fallo per poter restare in piedi, è meglio.»

  «Colin sei davvero uno stronzo, oggi.»

  «Solo perché ti considero mio figlio. Forza, in acqua.»

Rick si spogliò restando in boxer. La vetrata, di fronte a lui, gli mostrò un fisico ridotto all’osso. Non si era accorto di essere dimagrito così tanto. Né tantomeno di aver perso muscolatura. I capelli erano più lunghi e scarmigliati, gli occhi sembravano spiritati.

Si voltò verso Colin senza parlare, ma lui capì, quantomeno immaginò il suo stupore.

  «Sì, fai senso da vedere. Sei l’ombra dell’atleta che eri poco più di un paio di mesi fa.» Colin pronunciò le parole senza astio o presa per i fondelli, era terribilmente triste mentre esponeva la sua condizione.

Rick deglutì a fatica. Lui stesso nel vedersi si era allarmato tanto, non osava pensare alla sua famiglia vendendolo deperire giorno per giorno. Senza parlare, si tuffò in acqua.

Dopo solo quattro vasche, sentiva le braccia bruciare ma non mollò. Alla ventesima fu costretto a fermarsi al bordo della piscina. Respirò a fatica. Ad occhi chiusi tentò di recuperare forze per le altre venti. Tutto il suo corpo stava bruciando. I muscoli gridavano per fermarsi a riposare.

  «Va bene, esci. Quaranta era eccessiva come cifra. Te la caverai meglio domani.» Colin a bordo piscina allungò una mano per aiutarlo e issarlo su.

Rick prese la mano e si diede una spinta. Cadde lì, in quel punto, stanco morto. Respirava lento per recuperare energia. Era stravolto. Più di tutto però, aveva paura. Si era debilitato troppo per potere recuperare in due settimane. Il piede, forse, ma tutto il suo fisico?

  «Prima che tu decida di fermarti qui, voglio avvisarti che i ragazzi hanno giocato con le unghie e con i denti fuori, pur di poter vincere ogni partita fino a ora. Ma sono stanchi e Amadeus non ha il tuo gioco, tra poco saranno prevedibili per il loro avversario e perderanno.»

Rick voltò la testa verso di lui. Si passò una mano sui capelli che si erano appiccicati alla fronte, li spostò con nervoso.

  «Tua madre non ha detto una sola parola sull’argomento da un mese ormai. All’inizio ha detto solo che tu avresti combattuto per tornare normale, anche se ogni evidenza le sta dicendo il contrario, lei è ancora di quest’opinione.»

I suoi occhi si sgranarono maggiormente. La sua bellissima mamma, il suo orgoglio personale. Colin aprì la bocca per parlare ancora, ma Rick alzò la mano per zittirlo «Basta, ti prego. Ho capito. Sono stato un verme e tutti invece tifavano per me e per il mio miracoloso miglioramento. Non ho bisogno che continui. Hai tutta la mia attenzione e disponibilità per il miracolo. Zitto, ora. Devo cercare di alzarmi e sono sfinito.»

 

Era iniziato così. Colin Beenson lo aveva fatto sentire una merda totale. Cosa alquanto fastidiosa, dato che lo era davvero. Menzionare la famiglia, tutta, e la squadra che tifava per un suo rientro in campo, era ciò di cui aveva bisogno forse. Colin aveva fatto un buon lavoro. Questo era ovvio.

Ogni mattina andavano a camminare sul sentiero di fronte all’hotel. Il loro frigorifero era così colmo di more e lamponi che era persino stufo di mangiarne così. Sperò davvero che sua madre facesse una marmellata favolosa, dopo tutta quella fatica…

Impegno che era servito a fargli fare otto km ogni mattina senza sentire dolore al piede ferito. Camminava bene. Non aveva fiatone, né tremori vari. Ogni pomeriggio faceva delle vasche, ormai aveva raggiunto abbondantemente le quaranta e aveva alzato la quota per sentirsi migliore. Non capiva cosa facessero ancora lì. Aveva bisogno di tornare a casa e allenarsi con i suoi compagni.

Fu allora che, senza saperlo, la sua attenzione fu catalizzata dal vialetto centrale. Una jeep, a lui sconosciuta, stava decelerando per arrivare a loro.

Tre sportelli si aprirono e scesero Amadeus e Jack. Al posto di guida nessuno scese.

  «Ehi! Che ci fate qui?» Stava correndo verso il fratello e l’amico quando si bloccò. Dal lato del guidatore scese Gavin Pierce.

  «E lui cosa fa qui? Non sei il benvenuto Gavin.» La rabbia che gli uscì in quella frase fu notata da tutti. Jack andò vicino a Gavin, come per proteggerlo con il suo corpo e Ama si avvicinò a Rick.

  «è qui per aiutarti come lo siamo noi. Rick, rilassati.» Il gemello lo prese per un braccio.

  «Lui mi ha ferito.»

  «A dir il vero hai fatto tutto da solo. Ma ho un rimorso di coscienza lo stesso.» Gavin avanzò di un passo. «Per cui voglio aiutarti a ristabilirti. Per la partita finale, perché è lì che voglio incontrarti. Ma sarebbe una vera soddisfazione vederti battere i Kellam.»

Rick stava in silenzio. Fino a quel momento andava tutto bene. Scrutò di sottecchi il fratello e Jack, nessuno dei due stava dicendo una parola, erano in attesa di un suo responso.

  «Ti ricordo che io e tuo padre siamo diventati amici dopo innumerevoli zuffe. Perché precludersi quest’opportunità? Al limite gli puoi fare lo sgambetto mentre corre…» Colin intervenne sul silenzio che si era creato.

Gavin fu il primo a ridere. Di seguito lo fecero gli altri «Ammetto di essere stato troppo irruento. Ma credimi, dopo quello che ho passato, aspettati lo sgambetto.»

  «Affare fatto. Farò lo stesso, ovviamente.»

Solo allora Rick sorrise.

  «Ti vedo in forma fratello. Cosa ha fatto zio Colin per farti tornare così?» Amadeus gli si avvicinò tastandogli i muscoli del braccio.

Rick si finse serio e guardò l’incriminato «Colin mi ha ammazzato ogni giorno d’allenamenti, nemmeno fossi un robot.»

  «Colin?» Jack scoppiò a ridere. «Ti ha tolto il grado, zio! Un grande, lo avrai fatto penare.»

  «Mi sono preso gli insulti ma gli ho fatto sputare sangue.» l’uomo sorrise di gusto. Guardava i ragazzi con infinito amore, come se loro fossero davvero i suoi.

  «E quindi cosa facciamo adesso signor Beenson?» Gavin si stava tirando indietro le maniche.

  «Senti Rick, il suono dell’educazione. Signor Beenson, vedi? Lui sì che è educato…» Colin diede uno spintone al ragazzo.

  «Adesso facciamo uscire la lingua al saputello qui. Voglio scatti di corsa. Ho già preparato il campo.»

  «Colin ma qui non c’era bisogno di loro.»

  «Certo che sì. Devi misurarti con qualcuno in forma, come faccio altrimenti a ridimensionare il tuo ego spropositato?»

  «Arriverà la mia vendetta, Colin. Sto aspettando quel momento da settimane.» Rick si sgranchì le gambe.

  «Va bene ragazzi. Sulla linea di partenza. Quando fischio si parte. Le vedete le diverse distanze? Quando fischio arrivate alla riga e tornate indietro. Fino al prossimo fischio. Pronti?» Colin non era più lo zio di nessuno in quel momento. Si era trasformato nel coach di una squadra professionista.

I quattro ragazzi si misero in posizione e attesero il fischio. Erano tutti in tensione. Rick pensava d’essere pronto a tornare a casa, ma ora si sarebbe misurato con tre ragazzi super allenati che non si erano rotti nulla. Per un attimo pensò che avrebbe fallito. Guardò Colin, il quale gli sorrise.

Lui era di sicuro convinto che ciò che gli aveva fatto fare sarebbe servito, o non li avrebbe chiamati. Soprattutto Gavin.

Quando il suono arrivò, scattò come gli altri. Si sentiva impaurito, correva cercando di sentire la sua caviglia dolorante. Non dava peso alla corsa, solo al dolore. Era quasi pari agli altri, quando si rese conto che non aveva problemi nel muoversi più velocemente, cominciò a dare fondo alle sue energie e corse più forte. Arrivò pari a Gavin e poi superò Jack. Gli restava davanti il fratello di soli pochi passi.

Il fischio arrestò la loro corsa, toccarono terreno, si voltarono di scatto e ripresero a correre. Rick si accorse di avere abbastanza fiato. La caviglia non doleva. Gli venne persino da piangere. Corse come se fosse normale per lui farlo, anche se nelle ultime settimane non aveva fatto altro che camminare e nuotare. Si sentiva libero.

Gli mancava giusto il corpo a corpo contro l’avversario, per vedere se poteva restare in piedi e se la sua caviglia non avesse ripercussioni.

Un altro fischio. Toccarono il terreno di nuovo e si girarono. Erano tutti pari, qualche piccolo centimetro avanti Amadeus. Gavin lo stava superando ora. No, così non andava bene. Diede una spinta maggiore. Jack era un muro a lui serviva la stazza per ammortizzare i colpi avversari, ma loro tre erano quarterback, loro dovevano correre veloci.

Un altro fischio. Terreno toccato. Dietro front e di nuovo corsa. Rick sentiva il suo corpo reagire bene e spinse di più.

Colin li fece correre così per mezz’ora. Tutti e quattro erano senza fiato, lui era felice. Prima fase superata. Guardò Colin e sorrise. L’uomo gli fece l’occhiolino.

Era euforico. Il fratello e Jack gli saltarono addosso per abbracciarlo «Corri veloce come prima Rick, forse di più.» A parlare era stato Jack.

Gavin, in disparte, sorrideva accarezzandosi la nuca «Manca il corpo a corpo e direi che hai fatto il miracolo.»

Rick si passò la mano sul volto senza parole, riusciva solo a guardare Colin che, da lontano, sorrideva più felice di tutti quanti. Era merito suo, dalle frecciate lanciatogli per spronarlo, agli esercizi senza ascoltare le sue lamentele.

Se non ci fosse stato lui… Colin era un eroe per lui. Da sempre, certo, ma oggi ancora di più.

  «Che ne dici zio, facciamo il corpo a corpo?»

  «Sono tornato ad essere zio? Un grado in più…»

  «Non illuminarti d’immenso. Lo sei sempre stato, solo che nelle ultime settimane sei stato un gran stronzo spaccone. Corpo a corpo?»

Si sentiva benissimo. Voleva solo muoversi ancora come il vento, sfidare il suo corpo a migliorare ancora. Era così carico, che ora era sicuro di farcela. Dopotutto i miracoli esistono e lui ne aveva appena compiuto uno «Grazie zio Colin, senza di te non ce l’avrei mai fatta» sussurrò allora.

Non lo guardò in volto, non era il tipo da smancerie varie.

  «Prego, figliolo. È stato un piacere.» Colin gli diede una pacca sulla spalla «Allora, proviamo l’ultimo esercizio e poi andiamo a mangiarci una pizza perché ho bisogno di rilassarmi anche io.»

Si schierarono tutti. Rick con Gavin e Ama con Jack.

  «Al mio via spingete il vostro avversario a retrocedere. Avete dieci minuti di tempo.»

I ragazzi si presero per le spalle, disposero nel modo giusto i piedi, Rick mise indietro proprio quello malato, che ora avrebbe dovuto fare lo sforzo maggiore.

Il fischio arrivò e lui spinse quanto Gavin. Per parecchio tempo spinse a fondo. Sempre più con rabbia. Erano state settimane e settimane distruttive e lui aveva contribuito a renderle peggiori.

Davanti a lui non c’era Gavin, ma il volto dispiaciuto dei suoi genitori o dei fratelli. Jack. Gli zii. E Tara, la sua Tara che lui aveva allontanato con tanta cura meticolosa, da sembrare un vero idiota.

Schiacciò, senza guardare in faccia il suo avversario, senza sentire alcun male alla caviglia. Spinse vedendo se stesso di fronte a lui, il suo nemico per eccellenza.

Premette e sentì Gavin cedere centimetro su centimetro.

  «Argh!» L’urlo liberatorio gli servì per dare l’ultimo colpo al nemico. Gavin retrocesse e perse la gara. Solo lui lo vedeva sorridere in quel momento.

Rick si sdraiò per terra e pianse.

 

La sera era scesa velocemente dopo gli ultimi eventi. Erano in cinque intorno a un tavolo di ristorante e stavano mangiando di tutto di più. Si rese conto che lui era quello più affamato di tutti. Era troppo tempo che non sentiva quella sensazione di stomaco vuoto dopo gli allenamenti. Si sentiva magnificamente.

Era la sua seconda pizza e la cameriera lo stava guardando come se lo sconvolgesse. Colin e i ragazzi non avevano fatto una piega di fronte alla sua voracità. Sentiva tutto ciò che dicevano parlando con calma, tra un boccone e l’altro, senza smettere di mangiare. Come se fossero stati mesi a digiuno. Solo una cosa attirò la sua attenzione. Jack aveva appena finito di parlare del ballo e un campanello nella sua mente si era risvegliato. Tara.

Deglutì a fatica e guardò Colin «Questo è il ballo dove voleva andare Tara?»

  «Sì.»

Gli altri tre ragazzi rimasero fermi osservando i due e, soprattutto, un Rick in piedi e tremante. «Devo andare da lei» guardò negli occhi Colin. «Lei è il mio amore. Non posso perderla ora.» Quest’ultima frase fu sussurrata.

  «Prendi la mia jeep. La vengo a riprendere domani a casa tua.» Gavin allungò le chiavi della sua macchina, che caddero sul palmo della mano di Rick.

  «Grazie Gavin, a buon rendere. Per tutto.»

Si limitò a salutare tutti con un inchino della testa e poi schizzò fuori come un ossesso. Voleva andare al ballo prima che fosse irreparabile il suo danno. Salì in macchina e diede gas. Dovette affidarsi al navigatore, perché lui in quel momento non ricordava nemmeno dove fosse. Inserì la marcia. Tara. Lei era la sua ragazza. Non l’avrebbe lasciata scappare.

 





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