PERSA NEL TUO RIFLESSO - Capitolo 3 di 26

Scritto il 08/06/2026
da M.P. BLACK


 Periferia di Londra, oggi.

 

 

Me ne stavo seduta da un bel po’ sul dondolo del giardino, mentre la neve ricopriva ogni cosa con il suo delicato mantello bianco.

Avevo perso la cognizione del tempo, ma andava bene così.

Vedere i delicati fiocchi di neve che scendevano dal cielo grigio, mi regalava quei brevi attimi di felicità che erano stati annientati quasi del tutto sei mesi prima, alla morte di mamma.

Non mi ero ripresa da quel lutto devastante. Vigliaccamente, avevo consentito alla sofferenza di prendere il sopravvento.

Così, avevo abbandonato l’Università, avevo allontanato la mia migliore amica Antoinette e mi ero rinchiusa in un mondo tutto mio, fatto da perenni fiocchi di neve che andavano ad ammantare il mio cuore ferito e ancora sanguinante.

Ogni singola notte sognavo mamma in quel tunnel buio, che mi diceva di ritornare indietro. E ogni singola notte mi risvegliavo in un bagno di sudore, accudita prontamente da papà, che aveva dovuto sobbarcarsi non solo la perdita della moglie, ma anche la pazzia dell’unica figlia, annientata da un dolore che non voleva andarsene.

In quei lunghi sei mesi, durante i quali avevo frequentato anche degli psicologi senza tuttavia ottenere alcun risultato apprezzabile, l’unico pensiero che mi consolava era dato dal fatto che, inspiegabilmente, sentivo mamma sempre vicina a me, come se non se ne fosse mai andata via per davvero.

Ogni tanto vedevo delle ombre che scivolavano leggere sulle pareti di casa e spesso udivo dei sospiri teneri e dolci provenire dalla camera da letto dei miei. Una volta, addirittura, ero riuscita a odorare il profumo che mamma usava mettere ogni giorno.

E una notte, mentre la stavo sognando, mi ero svegliata di colpo perché ero convinta che qualcuno mi avesse accarezzato il viso.

L’idea che mamma mi fosse vicina, mi dava ogni giorno la spinta per andare avanti, seppure io mi fossi trasformata in un’automobile, alla quale mancava perennemente la benzina.

La persona che più amavo al mondo mi aveva lasciata così, senza alcuna logica.

Mamma se n’era andata in fretta, quando l’auto guidata da un ubriaco si era schiantata sulla nostra, rovesciandola di lato. Per lei non c’era stato nulla da fare. Era morta sul colpo.

Invece io, inspiegabilmente, ero sopravvissuta. Mentre vagavo con la coscienza in quel tunnel buio, e cercavo di afferrare la luce per farla mia, i vigili del fuoco avevano impiegato due buone ore per estrarmi dalle lamiere contorte e tutti si erano meravigliati del fatto che, a parte una leggera commozione cerebrale e qualche minimo taglio qua e là, ne fossi uscita praticamente indenne.

I giorni, poi, erano trascorsi lenti e dolorosi gli uni sugli altri e mentre io cercavo di trovare un senso a quel lutto terrificante, papà, invece, si dava da fare per aiutarmi auscire dalla depressione e per farmi anche da madre.

In quei mesi più volte mi ero sentita una persona spregevole, per tutto il dolore che stavo arrecando a mio padre. Lui naturalmente non se lo meritava, ma io non riuscivo, o meglio, non volevo fuggire da quel mondo ovattato che mi ero creata e che in qualche modo mi aiutava a affrontare la perdita di mamma.

In sostanza, avevo spento l’interruttore e stavo vivendo una vita vuota, inconsistente, dove non vi era spazio per nessuno, neppure per papà.

Solo il ricordo di mamma, e l’idea di averla accanto, potevano vivere in quella bolla artificiale che mi ero costruita ora dopo ora, e che nessuno, o così pensavo in quel momento, sarebbe mai riuscito a scalfire.

“Tesoro, Antoinette ti cerca. Ha bisogno di parlarti. Mi ha chiamato sul mio cellulare.”

Mi voltai lentamente verso papà, che si era piazzato dinanzi a me e mi stava porgendo il suo telefonino.

Lo fissai per qualche istante, senza capire. Charles, questo era il suo nome, era alto come me e completamente calvo. Nonostante i suoi cinquant’anni possedeva ancora un fisico asciutto e tratti del viso che non avevano alcuna intenzione di abbandonare quelli, passati, dell’adolescenza. I suoi occhi, scuri come i miei, erano grandi e sempre attenti a ogni cosa che lo circondava.

In quel momento, però, mi apparvero appannati da un sottile velo di tristezza ma, soprattutto, dalla consapevolezza che, forse, oltre alla moglie aveva anche perso inesorabilmente la figlia.

“Non voglio parlarle.” risposi semplicemente, girando la testa dall’altra parte e passandomi le mani sulle braccia indolenzite dal freddo.

Lui sospirò e infilò il cellulare, dopo aver spento la comunicazione, in una tasca dei jeans. Quindi si inginocchiò dinanzi a me, posandomi le mani sulle gambe. Mi afferrò il mento e mi costrinse a guardarlo. Non opposi resistenza, persa in un’indolenza che ormai era diventata il mio stile di vita.

“Tesoro, è da più di un’ora che sei qui fuori. Si gela. Rientra con me, devo parlarti.”

Sospirai e gli lanciai uno sguardo esasperato. Sì, era vero. Stavo gelando. Ma il freddo mi aiutava ad anestetizzare il dolore e a rallentare i miei pensieri, che altrimenti si sarebbero sovrapposti gli uni sugli altri, portandomi vicina alla pazzia.

Papà, allora, scattò in piedi e mi porse una mano.

“E’ importante, Emmanuelle. Ho preso una decisione che devo assolutamente condividere con te.”

A quel punto, la mia mente uscì all’improvviso dall’indolenza e posai su di lui un’occhiata carica di sospetto.

“Ok.” gli risposi semplicemente, alzandomi in piedi a mia volta.

Rientrati in casa, lo seguii in salotto e papà, senza perdere tempo, mi aiutò a sfilarmi la giacca a vento che avevo indossato e mi piazzò dinanzi al caminetto, nel quale stava scoppiettando un fuoco allegro e vivace, che mi provocò un moto d’ira. Nessuno infatti in quella casa doveva essere felice o trasmettere gioia.

Mi guardai rapidamente attorno, mentre lui sedeva sulla sua poltrona in pelle, sistemata sul lato sinistro del caminetto.

Il salotto era la stanza che mamma prediligeva di più, perché l’aveva arredata del tutto lei. Ed era un tripudio di colori.

Il divano rosso, ad angolo, era in pieno contrasto con le tende viola e col tappeto verde, mentre i mobili andavano dal color ciliegio al frassino. Insomma, si trattava di un’accozzaglia di arredi del tutto diversi tra di loro, che stridevano indubbiamente col resto della casa, ben più elegante e sobria. Però quella era la stanza di mamma, e papà, che l’adorava, lì le aveva consentito di compiere ogni tipo di abominio, pur di farla felice.

Lanciai un ultimo sguardo esasperato alle fiamme che continuavano ad ardere imperturbabili nel caminetto e mi lasciai cadere a peso morto sul divano, incrociando le gambe.

Papà si passò una mano sulla pelata, azione che era solito fare quando aveva qualcosa di estremamente importante da riferire e che gli procurava ansia e nervosismo.

“Ho visto come stai Emy, e sono sinceramente preoccupato per te. Non vuoi farti aiutare da nessuno e la strada che hai intrapreso non ti porterà da nessuna parte. Ti distruggerà.”

Si interruppe, per cercare una mia reazione che però non arrivò. Mi limitai a tirare su col naso e a fare spallucce. Allora lui, sospirando, riprese a parlare.

“Conosco bene gli effetti della depressione, li ho visti su amici e colleghi di lavoro. Possono condurre le persone a agire in modo compulsivo e a compiere azioni assurde o esagerate.”

Scoppiai a ridere. “Hai paura che mi ammazzi?”

Lui strinse le mani a pugno e divenne paonazzo.

“Non scherzare con me, Emy. Ho già perso tua madre e non ho alcuna intenzione di perdere anche l’altra unica mia ragione di vita, intesi?”

Impallidii e annuii un paio di volte, pentendomi subito per quella battuta stupida e inadeguata.

“Continua, ti prego.”

Papà, ancora paonazzo, si sporse verso di me. “Ti ricordi il professor Doyle, quello che stava per andare in pensione nella scuola di Green Coast?”

Inghiottii a vuoto la saliva, sperando che non volesse dirmi quello che già avevo intuito.

“Sì, lo ricordo. Un uomo odioso e saccente, se non sbaglio.”

“Esatto, tesoro” convenne lui, abbozzando un sorriso. “Ecco, finalmente Doyle è andato in pensione e il Preside della scuola mi ha telefonato ieri per chiedermi se voglio trasferirmi a Green Coast per prendere il suo posto.”

Papà si interruppe, mentre io trattenevo il respiro.

“Ho accettato.”

Ciò che provai in quel momento fu un insieme di emozioni che non tardarono a trasformarsi in un’esplosione d’ira. Scattai in piedi rossa in viso, col cuore in tachicardia.

“Non puoi andartene da qui! Io non ti seguirò, no! Questa è la casa dove hai vissuto con mamma, dove vi siete amati, dove io sono cresciuta! Cazzo no, non verrò con te in Cornovaglia! Detesto quella regione, come detesto Green Coast! E’ un covo di pazzi furiosi e zia Prudence è completamente fuori di testa!”

Papà mi imitò, balzando in piedi, per fronteggiarmi.

“Tu verrai con me, devi allontanarti da questa casa e dai ricordi che ti stanno distruggendo! E’ la tua ultima possibilità Emy, per fuggire alla pazzia e alla depressione. Lo capisci?”

Scossi la testa, mentre le pareti del salotto iniziavano a vorticare attorno a me. “No, no, no! Lei è ancora qui! Si aggira per la casa, io la sento… Sento il suo profumo, la vedo muoversi come un’ombra sui muri! Non posso lasciarla, no!”

Papà, a quel punto, impallidì e mi afferrò il viso con le mani.

“No! Tua madre è in Cielo, tesoro. Devi lasciarla andare, devi vivere la tua vita! Sei giovane, hai appena vent’anni e un’esistenza intera davanti a te che potrebbe regalarti amore, passione e soddisfazioni! Tua madre non vorrebbe vederti così, Emy! Devi sorridere, devi reagire dannazione!”

Sentii le lacrime pungermi gli occhi e le lasciai cadere sul viso.

Papà, allora, mi abbracciò, cullandomi con tenerezza.

“Andrà tutto bene, tesoro. Te lo prometto. La nostra vita cambierà, quando ce ne andremo da qui. Abbiamo bisogno entrambi di allontanarci da queste stanze che ci arrecano solo dolore. Emy, io ti voglio bene, sei la mia unica ragione di vita. Non sarei nulla senza di te. Non posso vivere senza di te. Ti prego.”

La sua voce si incrinò, mentre pronunciava le ultime parole.

Mi staccai lentamente da lui e mi asciugai le lacrime con le dita.

“Ma Kate… la lasciamo qui da sola?” sussurrai, con voce roca.

Papà mi posò un bacio delicato sulla fronte.

“Lei ci guarderà sempre dal Cielo, tesoro, e guiderà ogni nostra azione. Fidati di me, Emy. Ti prego.”

A quel punto scoppiai a piangere, gettandomi tra le braccia di papà, che mi cullò ancora con tenerezza.

“Ti chiedo scusa per tutto il dolore che ti ho arrecato in questi mesi. Non volevo farti soffrire, te lo giuro!”

Lui mi accarezzò i capelli, mentre mi stringeva a sé. “Lo so, Emy. Lo so. Allora, che mi dici?”

Soffocai le lacrime prima di staccarmi da lui. Avevo preso la mia decisione e, nel mio cuore, sentivo che era assolutamente quella giusta.

“Va bene. Andiamo via da qui. Anche tu, ora, sei la mia unica ragione di vita.”

Gli occhi di papà iniziarono a riempirsi di lacrime e fu a quel punto che entrambi scoppiammo a piangere e a ridere insieme, consapevoli che, forse, alla fine non tutto era perduto e che la vita, probabilmente, ci stava offrendo una nuova, grande possibilità.

 





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