Mi svegliai di botto, a un’ora imprecisata della notte.
Scattai a sedere sul letto, con la fronte imperlata di goccioline fastidiose di sudore freddo e il cuore in gola.
Avevo sicuramente sognato qualcosa di terribile, anche se non mi ricordavo cosa.
Però stavo provando sensazioni terrificanti e angosciose, come se in testa mi ronzasse un presagio nefasto. Si trattava delle stesse emozioni che avevo sentito entrando a Green Coast.
E queste sensazioni andavano a riempire e a colpire un cuore già massacrato e pugnalato da mesi.
Mi passai le mani tra i capelli, spostandoli dietro le orecchie, e mi girai per accendere l’abatjour.
Ma la corrente era saltata. In quel preciso istante, un rombo tuonò imperioso e io ripensai subito a zia, al momento in cui mi aveva avvisata che quella notte sarebbe arrivato un bel temporale.
Così, in preda a un’ansia crescente e col cuore in tachicardia, afferrai il cellulare, pigiai la modalità torcia e scattai in piedi, guardandomi attorno. Avvistai immediatamente le candele che zia, come promesso, aveva fatto sistemare sopra il comò.
Senza aspettare oltre, mi diressi correndo verso la prima, intercettai i fiammiferi, poggiai il cellulare a pancia in su sul comodino, e accesi la candela con mani tremanti.
Nelle stanza si diffuse subito una luce fioca, così mi rassicurai e tornai a sedere sul letto. Un altro tuono sconquassò il silenzio della notte e il riflesso dei fulmini penetrò tra le fessure delle imposte, illuminando, anche se solo per un istante, la parete di fronte a me.
E fu a quel punto che la vidi.
Una sagoma scura, che avrei comunque riconosciuto tra mille.
Mamma.
Era apparsa solo per qualche secondo, ma sapevo di non aver sognato.
Ero assolutamente sveglia in quel momento e certa di non essere del tutto suonata, anche se, dopo la sua morte, la follia aveva accompagnato qualche istante della mia esistenza, portandomi in luoghi che, prima, non avevo mai avuto modo di conoscere.
Lei mi aveva sorriso. Solo per un secondo. Mi aveva sorriso e aveva alzato una mano, indicando l’anello che portavo all’anulare destro.
Con il terrore che mi attanagliava il petto, ripensai alle parole della zia. Intendeva forse dire che, tramite l’anello, sarei riuscita a vedere mia madre? In fondo, anche se non proprio così, mi era già accaduto di sentirla nella vecchia casa e di percepire nettamente la sua presenza accanto a me.
Alzai la mano destra per guardare l’anello. Forse era proprio quello che mi aveva consentito di vedere lo spirito di mia madre.
Decisi che l’indomani ne avrei parlato con zia e che l’avrei obbligata a dirmi tutto quello che sapeva, a costo di urlarle contro come una pazza furiosa.
Dandomi un’altra rapida occhiata attorno, col cuore in gola, mi rinfilai sotto le coperte.
L’aver visto mamma mi aveva in parte terrorizzata, anche se aveva riempito il mio cuore di una gioia sottile. Si trattava pur sempre di uno spirito. Non era da tutti i giorni vedere gli spettri e ogni persona sana di mente non ne sarebbe uscita bene.
Socchiusi gli occhi, riflettendo sul fatto che forse io non ero sana di mente e che la visione di mamma, o tutte le altre sensazioni, erano solo frutto della mia follia. Un istante dopo, però, stavo già respingendo questa idea, perché le parole di Prudence non erano state buttate lì a caso, anche se al momento lo avevo pensato.
Cercai di modulare il respiro, provando a riaddormentarmi, ma il temporale era troppo potente e una parte sostanziale di me, seppure preda di una paura che riuscivo quasi ad annusare, voleva vedere nuovamente lo spettro di mamma.
Così mi rimisi a sedere sul letto e attesi.
Ma non accadde nulla.
Dopo un quarto d’ora d’angoscia, pensai di scendere in cucina a bermi un bicchiere di latte, che da sempre aveva il grande potere di rilassarmi.
Decisi di utilizzare la torcia del cellulare per muovermi tra le stanze della villa, perché la cera della candela prima o poi mi avrebbe bruciato la pelle della mano. Senza considerare che faceva troppo da film horror girovagare in pigiama e con una candela in mano, in una notte terrificante come quella.
Aprii lentamente la porta, cercando di non disturbare chi, fortunatamente, riusciva ancora a dormire. Ma, dal piano terra, mi arrivarono subito delle voci, seppure sommesse.
Mi sporsi dal corrimano della scala e diedi un rapido sguardo di sotto. Papà stava discutendo con un uomo e le uniche parole che riuscii a capire furono centralina elettrica e ripristinare la corrente.
Con la consapevolezza che qualcuno stava finalmente pensando a risolvere la mancanza di luce, poggiai un piede sul primo gradino, pronta a scendere in cucina. Ma la mia attenzione fu attirata dalla porta semi aperta di una delle stanze che non ero ancora riuscita a visitare.
Mi bloccai, indecisa sul da farsi. Quella porta, che nel pomeriggio era chiusa, mi stava incuriosendo. Era come se mi stesse invitando a entrare, come se una forza misteriosa mi stesse chiamando. Decisi di assecondarla, senza pensarci troppo su.
Così, armata di cellulare e col pigiama viola con le mucche, mi diressi in fretta verso la porta, mentre il temporale continuava a farsi sentire e a farmi perdere un colpo al cuore a ogni tuono.
Camminai in punta di piedi, cercando di non fare rumore, perché sapevo che prima di entrare nella stanza avrei dovuto superare la camera di Prudence. Mi fermai un istante davanti alla sua porta, pensando che l’indomani l’avrei davvero riempita di domande, quindi entrai nella stanza sconosciuta, sperando che nessuno avesse sentito il piccolo clack che si era prodotto, quando avevo chiuso la porta alle mie spalle.
E fu a quel punto che alzai gli occhi per osservare la stanza. Restai di stucco, inebetita e piacevolmente colpita.
Si trattava senza dubbio di uno studio, uno di quelli vecchi per intendersi, con i mobili scuri e eleganti che parevano uscire da un film dell’Ottocento. Ma la mia attenzione fu immediatamente attirata dal fatto che ogni oggetto presente nella stanza, arredata con uno scrittoio, due poltrone in tessuto, una maestosa libreria addossata a una delle pareti e infine un basso mobile a cassetti, era ricoperto da uno strato di polvere allucinante, come se quel luogo fosse stato dimenticato da anni e anni.
Alzai lo sguardo al soffitto e vidi che le ragnatele cadevano pigramente dall’alto e avevano riempito una buona porzione delle tende in velluto nero.
Era uno spettacolo da togliere il fiato. Troppo gotico, troppo perfetto per i miei gusti e in sintonia con tutto quanto mi piaceva.
Avanzai lentamente nella studio, sfiorando con le dita la polvere che ricopriva il mobile a cassetti. A un certo punto, notai che un angolo ospitava uno specchio lungo e ovale, incastrato tra la libreria e una delle tende. Lo raggiunsi in un istante, attirata da una curiosità che non riuscivo a calmare. Il cuore iniziò a battere ancora più furiosamente e i palmi delle mani si riempirono di sudore. Infine, le gambe divennero molli e presero a tremare, mentre mi piazzavo dinanzi allo specchio e lo illuminavo con la torcia del cellulare.
La mia immagine mi apparve sbiadita e lontana, perché la superficie era ricoperta da un buon strato di polvere. La eliminai in parte con la mano destra e, quando riuscii a vedermi, scossi la testa alla vista del pallore delle guance e dell’assurdo pigiama con le mucche.
Sospirai e decisi di osservare meglio lo specchio.
Il bordo ovale era di legno scuro e riportava una scritta in Latino:
Mentis oculis videre
Vedere con gli occhi dell’anima, tradussi immediatamente. Senza riuscire a capire, passai due dita sopra la scritta e solo in quel momento mi accorsi che la stanza era terribilmente gelida.
Così, poggiai il cellulare su un ripiano della libreria accanto allo specchio e mi strofinai le braccia con le mani. Subito dopo mi accorsi, con una certa inquietudine, che il mio respiro aveva cominciato a creare piccole nuvole di vapore ben visibile.
Pochi secondi dopo, il freddo divenne davvero intollerabile. Sebbene avessi indossato un pigiama felpato, iniziai a battere i denti. In preda a un’inquietudine crescente, afferrai il cellulare e decisi di rientrare in camera in fretta e furia.
E fu in quel preciso momento che accadde ciò che avrebbe segnato per sempre la mia vita.
Un refolo di aria gelida mi colpì la nuca, facendo mulinare i miei capelli per qualche secondo.
Poi la udii.
Emmanuelle.
Una voce bassa, roca e maschile, che aveva pronunciato il mio nome quasi in un sussurro.
Emmanuelle. Ripeté ancora, questa volta con più enfasi.
A quel punto il terrore si impossessò del tutto di me, tanto che il cellulare mi cadde a terra, provocando un gran tonfo sul pavimento di legno.
Mi piegai subito sulle ginocchia e lo afferrai in fretta. La torcia fortunatamente era ancora accesa, così puntai il cellulare attorno a me, sperando che nessuno si fosse intrufolato nella stanza, senza che io me ne fossi accorta.
Sospirai, quando ebbi la certezza di essere sola. Col cuore in gola, fissai la porta e ordinai alle mie gambe di raggiungerla in fretta, anche se il terrore non mi stava sicuramente aiutando a riflettere con razionalità.
Emmanuelle. Ti prego. Aiutami. Non voglio farti del male. Solo tu puoi salvarmi.
Mi voltai di scatto verso le specchio, col cuore che ormai aveva perso del tutto il controllo dei propri battiti. Ero certa che la voce provenisse da lì.
Devi guardare con gli occhi dell’anima, Emmanuelle. Aiutami.
Sbarrai gli occhi quando la polvere ancora depositata sulla superficie dello specchio, che io non avevo tolto, iniziò a baluginare di una strana luce dorata.
Quella fu la classica goccia che fece traboccare il vaso.
Corsi verso la porta della stanza, la spalancai e in un istante mi ritrovai nel corridoio, pronta a rientrare in camera, col fiatone e il cuore in gola.
Ma andai a sbattere contro qualcuno, che mi afferrò per le braccia prima che io potessi precipitare a terra.
“Tesoro, che succede? Stai bene?”
Era papà, che mi stava fissando con aria preoccupata.
Alla sua vista, gli gettai le braccia al collo e in quell’istante ritornò la luce.
Lui mi strinse forte a sé e mi accarezzò i capelli.
“Hai avuto un incubo?”
Strizzai gli occhi, per impedire alle lacrime di scendere. Lì per lì provai il forte impulso di rivelargli ogni cosa. Ma la mia mente mi ricordò subito che se ci eravamo trasferiti a Grean Coast, era perché lui mi credeva instabile, depressa e pronta magari a tentare il suicidio.
“Sì. Orribile. Volevo scendere a bere una tazza di latte, ma tutto questo buio mi ha confusa e ho preso la direzione sbagliata.”
Lui mi cullò, continuando a accarezzarmi i capelli.
“Hai sempre avuto paura del buio tesoro, fin da piccola.”
Poi si staccò da me e mi sorrise.
“Ti accompagno in camera, dai.”
Annuii, cercando di rispondere al suo sorriso, anche se dentro mi sentivo morire.
Pochi istanti dopo mi infilai sotto le coperte, mentre papà le rimboccava, come era solito fare quando ero piccola.
“Sei sicura di sentirti bene?” mi chiese, con una certa apprensione.
Attesi un po’ prima di rispondere, sperando che le corde vocali funzionassero e riuscissero a emettere qualche suono. Cosa che, fortunatamente, accadde.
“Sì sì, è tutto ok. Torna a dormire, ci vediamo domattina.”
Lui mi fissò con sospetto per qualche istante, quindi si chinò e mi poggiò un bacio delicato sulla fronte.
“Dormi bene tesoro. Il peggio è passato.”
No, è appena cominciato. Mi ritrovai a pensare, col cuore in gola.
Appena papà uscì dalla camera, infilai la testa sotto le coperte, lasciando accesa per tutta la notte la luce dell’abatjour. Mi girai e rigirai inquieta per non so quanto tempo, controllando di tanto in tanto la porta della camera e l’angolo in cui mi era apparsa mamma.
Poi, finalmente, la stanchezza prese il sopravvento e Morfeo mi accolse delicatamente tra le sue braccia.
Quella notte sognai lo specchio della stanza dimenticata. Dai suoi lati erano uscite due forti braccia maschili che mi avevano afferrata e mi avevano trascinata verso la superficie. Ma io non ne avevo avuto paura. Al contrario, quel contatto mi aveva donato una strana sensazione di pace e di serenità, mista anche a una certa dose di eccitazione.
Mi svegliai di soprassalto alle prime luci dell’alba, con l’intenzione di andare a fondo di quella faccenda. La prima cosa che avrei fatto sarebbe stata quella di parlare con Prudence, che aveva parecchie risposte da darmi.
E poi, forse, avrei riaffrontato lo specchio e ciò che esso, ormai ne ero certa, conteneva.
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione