Quando arrivai a casa, salutai in fretta papà, gli consegnai le chiavi dell’auto e, senza accennare assolutamente al fatto che avevo quasi ammazzato un ragazzo giù in città, mi fiondai in camera mia in fretta e furia.
In pochi secondi mi disfai degli stivali, gettandoli in un lato della camera, quindi afferrai il cellulare e mi adagiai sul letto, a fissare il baldacchino che mi sovrastava.
Selezionai il nome di Antoinette e ringraziai mentalmente Dio per avere campo. Lei mi rispose immediatamente.
“Emy, ma dove cavolo eri finita? Stavo per chiamarti io! Non si tratta così la tua migliore amica!”
La voce di Antoinette era incrinata da una buona dose di preoccupazione. Mi sentii immediatamente egoista e malvagia.
“Scusa, hai perfettamente ragione. Ma sono successe tante cose da quando sono arrivata qui e non so più che pensare.”
“Quali cose?”
Attesi qualche secondo prima di risponderle. “Sei sicura di volerle sapere?”
“Se non me le dici subito, giuro che vengo lì e ti prendo a calcio in culo. Muoviti.”
Sospirai e socchiusi gli occhi, mentre le raccontavo, senza quasi respirare tra una parola e l’altra, tutto quello che mi era accaduto fin dal mio arrivo a Green Coast. Le accennai della strana sensazione di angoscia che avevo provato all’ingresso della cittadina, della visione di mamma durante il temporale, della voce che avevo udito nel vecchio studio, delle stramberie di zia Prudence e dei suoi strampalati discorsi, fino ad arrivare al mio incontro/scontro con Anthony.
Lei mi lasciò parlare senza mai interrompermi. Già me la immaginavo con la fronte aggrottata e gli occhi sgranati, intenta ad ascoltare una marea di fesserie assurde e senza senso.
Alla fine del mio lungo monologo, però, la sua reazione tu totalmente differente.
“Cacchio Emy. Tu hai un dono speciale, non l’ hai capito?”
Aprii gli occhi e scattai a sedere sul letto, guardandomi attorno, mentre l’ansia dentro di me aumentava di attimo in attimo.
“Che intendi dire, scusa?”
Antoinette sbuffò. “Intendo dire che sei una Medium tesoro! Come hai fatto a non capirlo?”
“Una che?” sbraitai. “Mi stai prendendo in giro?”
Lei alzò la voce. “No che non ti prendo in giro, scema! Se hai visto lo spettro di tua madre e sentito delle voci, non sei pazza, ma possiedi davvero la capacità di comunicare con l’altra dimensione. Lo capisci ora, che intendo dire?”
Ammutolii e diedi un’occhiata di sottecchi all’angolo in cui mi era apparsa mamma. In effetti, dentro di me sapevo di possedere delle particolari doti che altri non avevano. Però le avevo sempre sottovalutate, pensando che, probabilmente, erano solo il frutto del mio amore per il gotico e della mia sfrenata fantasia.
“Devi parlare con tua zia e devi farlo subito.”
Sospirai, sconsolata, ma anche un po’ irritata in verità. “Lo so Ette, ma Prudence non è ancora rientrata. Chissà che starà combinando, lo vorrei proprio sapere.”
“Ok. Appena la vedi parlaci subito assieme e poi chiamami, sono troppo curiosa. Ma cerca di stare tranquilla nel frattempo e di non agitarti troppo.”
Antoinette si interruppe e io, a quel punto, capii dove sarebbe andata a parare.
“E ora parliamo di questo Anthony. E’ sexy?”
Scossi la testa e mi adagiai nuovamente sul letto. Nel sentire pronunciare il suo nome, avvampai come una scolaretta alla sua prima esperienza.
“Molto sexy, Ette. Ma è anche gentile, educato, insomma… sembra essere uscito da un film dell’ Ottocento! Non appartiene al nostro tempo, fidati!”
Lei scoppiò a ridere. “Che pensi di fare? Se non sbaglio, è da un po’ di tempo che…”
“Alt! Non voglio parlare di questo ora!” la interruppi, avvampando ancora. “E’ troppo presto per pensare a quell’aspetto.”
“Se fossi in te, io ci penserei, eccome.” riprese la parola Antoinette. Poi si interruppe e io la sentii sospirare nel cellulare.
“Comunque fai attenzione tesoro. Non sottovalutare quello che sta accadendo attorno a te. Parla con tua zia e poi chiamami. Promettimi che farai la brava.”
A quelle parole, la realtà mi piombò addosso come un macigno. Scattai a sedere e poggiai i piedi sul pavimento di legno, col cuore in gola.
“Lo farò. Te lo prometto.”
Chiusi la comunicazione e gettai il cellulare sul letto. Poggiai due dita sulle tempie, che avevano iniziato a dolermi, e le strofinai con forza. Poi socchiusi gli occhi e mi concentrai per riprendere il controllo su me stessa e sulle mie emozioni.
Ero sicura che, dopo aver parlato con zia, tutto mi sarebbe stato più chiaro e avrei ottenuto le risposte che cercavo.
All’improvviso, provai una fitta acuta all’anulare destro. Alzai la mano e, sconcertata, vidi che la pelle, attorno all’anello, si era arrossata e mi prudeva all’inverosimile. Così mi liberai in fretta dell’anello, corsi in bagno e mi lavai il dito con l’acqua fredda. Con mio enorme sollievo, il dolore cessò immediatamente. Confusa, ritornai in camera e osservai l’anello che giaceva sopra le coperte. Lo afferrai e lo infilai nuovamente all’anulare.
Ma non provai nulla. Niente di niente.
Fu proprio in quel momento che capii che, forse, Antoinette aveva ragione. Non ero pazza. Non così tanto, insomma, da essere rinchiusa in un manicomio.
Attorno a me stava accadendo per davvero qualcosa di inspiegabile e io, entro sera, lo avrei scoperto.
A ogni costo.
Trascorsi tutta la giornata a girovagare per la villa in attesa dell’arrivo di Prudence che, però, all’ora di cena non era ancora rientrata a casa.
Mangiai in fretta in compagnia di papà, che per buona parte del tempo mi parlò della scuola e del fatto che era davvero entusiasta di cominciare a insegnare lì. Infatti, la Green Coast Hight School era ritenuta da tutti una struttura ben organizzata, il fiore all’occhiello, in sostanza, della Cornovaglia.
Ad un certo punto mi domandò come fosse andata la giornata e almeno tre volte mi chiese se mi fossi pentita di averlo seguito a Green Coast.
E io, per tre volte, lo rassicurai con un gran sorriso di circostanza dipinto sul viso, poi lo salutai con un bacio in fronte e mi fiondai in camera. Mi liberai in fretta dei vestiti e mi dedicai a una buona doccia, che mi aiutò a rilassarmi e a scrollarmi di dosso una parte della tensione che avevo accumulato nel corso della giornata.
Ero ancora in vestaglia quando il cellulare squillò.
Lo afferrai e strabuzzai gli occhi.
Era Anthony.
“Ciao principessa. Che fai di bello?”
La sua voce calda trasformò le mie gambe in gelatina, tanto che dovetti sedermi sul letto in preda a un’emozione intensa.
Mi schiarii la voce prima di rispondere. “Ho cenato e ora vado in biblioteca a cercarmi un bel libro da leggere. Magari qualcosa sui vampiri, o sui fantasmi.”
Lui attese qualche secondo prima di rispondere e io mi diedi della stupida per avergli risposto in quel modo. Che avrebbe pensato di una ragazza che trascorreva un sabato sera in casa a leggere fantasy senza senso?
“Mi pare un’ottima idea, Emy” rispose invece lui, con voce suadente. Rabbrividii da testa a piedi. “Senti, ti ho chiamata per chiederti se domani sera vuoi venire a cena con me. Passo a prenderti verso le otto, che dici?”
Ammutolii, mentre il mio cuore faceva una capriola nel petto.
Decisi però di mostrarmi forte e per nulla intimorita, anche se dentro mi sentivo morire.
“Certo, con piacere. Devo indossare qualcosa di elegante o di sportivo?”
“Qualcosa di sexy.” mi rispose con voce roca.
Quindi riattaccò e mi lasciò così, in preda a un’emozione incontenibile, mista al desiderio di stringerlo, di toccarlo, di baciarlo, di sentirlo dentro di me.
Frastornata, indossai un paio di jeans scuri e una felpa viola, quindi uscii dalla camera, con l’idea di chiudermi in biblioteca, come avevo annunciato ad Anthony. Un buon libro mi avrebbe sicuramente distratta dalle sensazioni boccheggianti che stavo provando e, molto probabilmente, sarei anche riuscita a beccare Prudence prima di andare a dormire. Sarebbe sicuramente rientrata per la notte e mi avrebbe trovata sveglia ad aspettarla.
Però, quando richiusi la porta della camera, il mio sguardo si spostò senza volerlo verso il vecchio studio. In quel momento non stava girando nessuno per il corridoio. Sentivo molte voci provenire dal piano di sotto, tra cui quella di papà che stava ridendo con qualcuno, ma quella zona era avvolta dal silenzio.
Un silenzio inquietante, in verità, che mi fece rizzare i peli sulla nuca.
Qualcosa stava per accadere. Me lo sentivo.
Così decisi di assecondare i miei sensi e in un istante mi ritrovai nello studio, che questa volta, però, era ben illuminato dalla luce artificiale.
Mi diressi immediatamente verso lo specchio, ne osservai la superficie impolverata e, come spinta da una forza magnetica, poggiai su di essa il palmo della mano destra.
In pochi secondi, mi sentii eccitata come non mai.
E fu in quel momento che li vidi.
Occhi scuri e grandi che mi osservavano al di là dello specchio.
Il mio cuore perse un colpo e la luce, all’improvviso, si spense.
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