Alle nove in punto del giorno dopo mi feci trovare in giardino, come da accordi. Il cielo era incredibilmente terso, ma un vento pungente saliva dall’oceano, scompigliandomi i capelli e l’animo, già colmo di emozioni contrastanti.
Quella ero riuscita a dormire abbastanza bene, ma il sonno era stato costellato da pensieri turbolenti, che andavano dalla morte imminente al desiderio di tornare indietro nel tempo per conoscere Michael Chapman.
Ero impaurita per quanto mi stava accadendo e per aver scoperto di essere una Medium. Se da un lato volevo liberarmi dell’anello di mamma, dall’altro ero comunque curiosa di capirne qualcosa in più e di avere delle risposte concrete da Prudence.
Ma lei, da quanto mi aveva comunicato papà quella mattina a colazione, era rimasta a dormire da un’amica e quindi avrei dovuto attendere ancora un po’ di tempo per riuscire a soddisfare la mia curiosità.
Una folata di vento gelido mi sfiorò le guance e io, d’istinto, strinsi sul collo il bavero del cappotto nero che avevo indossato per contrastare il freddo pungente. Alzai il viso per guardare il cielo, di un azzurro così vivace e pieno che arrivai a pensare che Dio per dipingerlo, quella mattina, avesse utilizzato le sue tempere migliori.
Poi spostai lo sguardo verso il cottage dove viveva Henry. E proprio in quel momento lo vidi uscire di casa, trotterellare in fretta lungo il vialetto e raggiungermi in pochi secondi.
“Ciao Emy, puntualissima eh?” mi salutò, passandosi una mano tra i corti capelli che sembravano aver appena ricevuto una scossa elettrica.
Io gli sorrisi e notai che era vestito come il giorno prima ma, che soprattutto, non indossava né un cappotto né una giacca.
“Noi Hill siamo sempre puntuali, fin troppo in verità” gli risposi. “Fino a sembrare incredibilmente noiosi.”
Mi interruppi per fissarlo con curiosità, quindi ripresi a parlare. “Tu piuttosto, non hai freddo?”
Lui avvampò e scosse ripetutamente la testa. “No no, tranquilla, sono un tipo molto caloroso. Per me freddo significa arrivare alle temperature del Polo Nord.”
Arricciai il naso, non molto convinta di quella riposta in verità, e decisi di cambiare discorso.
“Allora, andiamo a vedere questa cripta?”
“Certo. Dobbiamo camminare una decina di minuti per raggiungerla, ma fidati se ti dico che il panorama è da togliere il fiato.”
“Mi fido.”
Lui fece un rapido cenno col capo e si avventurò per un vialetto che costeggiava la villa. Lo seguii senza indugiare e presto ci ritrovammo a camminare lungo la costa. Mi bloccai, col cuore in gola. Il panorama era davvero mozzafiato. La costa alta permetteva di vedere un’ampia fetta dell’oceano che si apriva davanti a noi e che baluginava dei raggi di un sole incredibilmente brillante, vista la stagione.
Mi avvicinai lentamente al bordo, guardando verso il basso, e sentii Henry brontolare qualcosa di incomprensibile. Ma non lo ascoltai, troppo presa dalla visione di Green Coast che si apriva a ventaglio sotto di me. Il porticciolo era ben visibile, con le barche dei pescatori ancorate in prossimità dei muretti, che anche per quel giorno avevano sicuramente arricchito il paese di una buona quantità di pesce fresco. I tetti delle abitazioni brillavano dei raggi del sole.
Col cuore colmo di una strana beatitudine, sollevai lo sguardo per ammirare una nave da crociera, che si muoveva al largo danzando sopra la superficie tersa e azzurra del mare.
“Allontanati Emy, è pericoloso stare lì.”
La voce di Henry mi distolse in fretta da quel momento di pace interiore, che non provavo da mesi. Mi voltai verso di lui e lo vidi incredibilmente scosso, col viso cereo e gli occhi sbarrati.
“Non ho nessuna intenzione di buttarmi di sotto, Henry. Puoi stare tranquillo.”
Però, visto che lui continuava a guardarmi con una certa ansia dipinta sul viso pallido, mi allontanai dal bordo della costa per raggiungerlo.
“Va tutto bene, davvero.” continuai, sorridendo.
Lui mi fissò stralunato ancora per qualche istante, quindi scoppiò a ridere e si grattò il mento.
“Scusa. A volte mi rendo conto di essere un po’ esagerato.”
Scossi la testa, stringendo ancora di più il bavero del cappotto, mentre due gabbiani, garrendo, avevano iniziato a girare sopra di noi, quasi fossero intenzionati ad ascoltare i nostri discorsi.
“Ma no Henry, fa niente, davvero. Proseguiamo?”
Lui annuì almeno una decina di volte, quindi mi diede le spalle e insieme riprendemmo a camminare verso la cripta. Lungo il tragitto incontrammo due ragazze che facevano footing, un vecchio con un cane che fumava un sigaro puzzolente e una signora di mezza età che scattava foto all’oceano e che ci salutò con un ampio sorriso.
“Eccola!” esordì a un certo punto Henry, alzando la mano destra davanti a sé, per segnare una minuscola chiesetta che si apriva alla nostra destra, spersa in mezzo al nulla.
“E’ quella?” chiesi, col cuore in gola.
“Sì. Quella è la chiesa dei Chapman e sotto c’è la cripta. Tua zia ha deciso di lasciarla aperta ai visitatori e due volte alla settimana il Sig. Gregory Moore, che è in pensione e che vive giù in paese, viene qui a pulirla e anche a fare qualche manutenzione, se necessaria.”
Non dissi nulla, troppo ansiosa di raggiungere il luogo in cui era stato sepolto Michael Chapman. D’istinto, posai gli occhi sull’anello di mamma, che sembrava splendere più del solito, e con tutto il mio cuore sperai che i miei poteri fossero in grado di farmi mettere in contatto con lo spirito di quel ragazzo che mi aveva stregata, facendomi provare emozioni al di là di ogni umana comprensione.
Raggiungemmo in fretta la chiesetta, dalle pareti bianche e con un piccolo campanile che era stato costruito alla sua destra e che probabilmente, visto la solerzia di zia, possedeva delle campane ben funzionanti e attive. Quindi Henry si spostò di lato, lasciando che fossi io ad aprire la porta di legno che mi avrebbe condotta all’interno di quel luogo sacro, che sembrava essersi perso nelle spire del tempo.
Entrai nella chiesetta col cuore in gola e le gambe che mi tremavano. Strizzai gli occhi un paio di volte, quindi mi guardai attorno. L’ambiente era illuminato sia dalla luce del sole che penetrava dagli ampi finestroni, sia dalla luce di una buona quantità di candele sparse in ogni dove. L’altare, semplice e ricoperto da una candida tovaglia bianca, spiccava in fondo all’unica navata e un raggio di sole lo aveva colpito proprio nel mezzo, rendendo la scena quasi surreale.
“Seguimi.” Mi ordinò gentilmente Henry a voce bassa, volendo rispettare la sacralità dell’ambiente.
Non me lo feci ripetere due volte e in pochi istanti raggiungemmo un’apertura ad arco, che portava di sotto tramite strette e anguste scale a chiocciola.
“Laggiù c’è la cripta di famiglia.” continuò lui, iniziando a scendere lungo le scale.
Lo seguii senza esitare. I gradini erano stretti e ripidi, ma illuminati da piccoli faretti artificiali che rendevano il luogo meno lugubre di quanto potesse sembrare.
In pochi istanti raggiungemmo una sala rettangolare, che non era illuminata come avrei voluto. Così, fin dal momento in cui vi misi piede, cominciai a provare una strana sensazione di angoscia profonda, come se non dovessi assolutamente trovarmi lì.
La cripta, in sostanza, sembrava volermi respingere. Iniziai a respirare a fatica e a avere freddo. Ma non si trattava solo di un freddo fisico, più di un gelo che mi riempiva il cuore e l’animo e che sembrava intenzionato ad aumentare, più che a lasciarmi andare.
D’istinto, mi passai le mani sulle braccia, anche se ero perfettamente consapevole del fatto che, in ogni caso, quell’azione non mi avrebbe portato alcun beneficio.
“Ti senti bene?” mi chiese Henry, con tono preoccupato.
Mi voltai di scatto verso di lui e provai a sorridere anche se, dentro, mi sentivo morire. Vi era un’energia spaventosa e negativa che albergava in quel luogo di morte. Un’energia che, se non me ne fossi andata in fretta, avrebbe rischiato di farmi perdere del tutto il senno.
Mi guardai nervosamente attorno e fu allora che notai le lapidi di marmo poggiate sulle quattro pareti, che riportavano scritte dorate e a volte qualche foto.
Si trattava dei componenti della famiglia Chapman, radunati lì tutti assieme per l’ultimo viaggio verso l’altra dimensione.
“Dov’è?” chiesi precipitosamente a Henry col cuore in gola e cercando di sorridere ancora, per evitare che lui comprendesse del tutto il mio disagio.
Henry alzò la mano destra e segnò una lapide che si trovava in fondo alla cripta, sulla parete alla mia sinistra.
La raggiunsi in pochi secondi, col respiro sempre più affannoso e le gambe che mi tremavano.
“Sicura di sentirti bene?” mi chiese nuovamente lui, lanciandomi un’occhiata carica di preoccupazione.
Annuii. “Sì sì, il problema è che soffro un po’ di claustrofobia.” mi giustificai, sperando con tutte le mie forze che lui abboccasse.
Henry, in effetti, sorrise e sospirò. “Potevi dirmelo prima! Non ti avrei portata quaggiù.”
“No. E’ giusto così. Devo vedere.” risposi, con un filo di voce.
Poi spostai lo sguardo verso la piccola foto ovale in bianco e nero, sbiadita dal tempo e circondata da una cornice dorata, che raffigurava un ragazzo che ben conoscevo.
“E’ lui.” sussurrai, mentre il mio cuore perdeva un colpo.
Alzai la mano destra e sfiorai la lapide in tutta la sua lunghezza.
“Lui è qua dentro.” dissi ancora, tremando da testa a piedi.
Henry mi si accostò e tossì un paio di volte per attirare la mia attenzione.
“Sì. E’ Michael Chapman. Ora però ti porto fuori da qui. Non stai bene.”
Respirai a fondo un paio di volte prima di rispondergli. “Sì. Forse è meglio.”
Staccai la mano dalla lapide, pensando che era molto strano che io non avessi percepito nessuna energia provenire dalla sua bara, né alcuna emozione che fosse riconducibile a quelle che avevo provato sfiorando lo specchio dello studio.
Feci per allontanarmi dalla lapide, ma Henry all’improvvis0 mi si piazzò davanti e mi fissò con aria colpevole.
“Aspetta, devo rivelarti una cosa, prima che ce ne andiamo da qui.”
Strinsi gli occhi a fessura e lo invitai a parlare con rapidi cenni delle mani.
“So che puoi vedere gli spettri. E’ stata Prudence a parlarmi di questa tua capacità. Ed è stata sempre lei a chiedermi di portarti qui nella cripta. Voleva assicurarsi che tu riuscissi per davvero a metterti in contatto con qualcuno di quelli che sono qui.”
Lo fissai stralunata, col cuore in gola. “Con qualcuno di quelli che sono qui.” ripetei come un automa, provando un certo motto d’ira nei confronti della zia.
Respirai a fondo un paio di volte, quindi lanciai a Henry un’occhiataccia e lui arretrò, pallido in viso.
“Non sono una cavia da laboratorio!” urlai e la mia voce rimbombò con forza nella cripta. “E per la cronaca non ho visto, né sentito nessuno qui.”
Henry sospirò e infilò le mani nelle tasche dei jeans, con aria sempre più colpevole.
“Mi dispiace infinitamente, Emy. Però credo che tua zia avesse ragione a portarti qui. In effetti, qualcuno hai visto comunque. Possiedi davvero la capacità di metterti in contatto con gli spettri.”
Lo fissai ancora senza capire, strabuzzando gli occhi.
“Ma di chi diavolo stai parlando? Ti ho appena detto che qui sotto non mi è apparso nessun dannato spirito!”
Ero fuori di me dalla rabbia e feci per raggiungere la scala, ma la voce di Henry mi bloccò ancora una volta.
“Non è vero. Uno l’hai visto.”
Mi bloccai, mi voltai verso di lui e lo fissai abbozzando un sorriso canzonatorio.
“Ah sì? E chi sarebbe questo spettro?”
Henry chinò il capo. “Io.”
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