“Vengo subito da te” urlò Antoinette nel cellulare. “Ho già in mano il biglietto aereo.”
Scossi la testa, mentre mi lasciavo cadere su una delle poltrone del vecchio studio e puntavo gli occhi sullo specchio.
Tossii, avvolta da una nuvola di polvere.
“Ma non puoi farlo! Il tuo lavoro… come…”
“Mi sono licenziata!” mi interruppe lei, abbassando il tono della voce.
“Che hai fatto?”
“Mi sono licenziata Emy. Ci stavo pensando da tempo. Era snervante e il mio datore di lavoro era diventato insopportabile. Non ho nulla che mi tenga qui, in questa cittadina di merda. Ho già parlato sia con tuo padre che con tua zia. Mi trasferisco lì da voi e lei mi ha già trovato un lavoro al Cornwall Cafè. Parto domani.”
Ero frastornata e col cuore traboccante di felicità. Avevo bisogno di Antoinette. Lei era l’unica, vera amica che avessi mai avuto. Lei era l’unica che fosse mai riuscita a darmi un po’ di conforto dopo la morte di mamma. Papà ci aveva provato innumerevoli volte, ma aveva spesso fallito. Il suo carattere introverso e chiuso, infatti, gli aveva impedito di rivelare per davvero i suoi sentimenti e di aprire del tutto il suo cuore.
“Antoinette…”
“Zitta Emy. Tu hai bisogno di me, io ho bisogno di te e di scappare da questa cittadina che mi sta uccidendo. E’ un’ottima soluzione per entrambe. Pensa che tua zia non vuole che le paghi nulla, mi ospita gratuitamente. Dice che ti farà bene avermi vicina. E’ una grande, Prudence.”
Annuii più volte, del tutto convinta che zia fosse davvero una grande, anche se, da quando ero arrivata a casa dall’ospedale, accompagnata da mio padre, non si era ancora fatta viva per fornirmi le spiegazioni che mi doveva.
E ormai era arrivata quasi l’ora di pranzo.
“Allora, non dici niente?” mi chiese Antoinette, con la voce carica di entusiasmo.
Sospirai, mi passai le dita tra i capelli e accennai un sorriso.
“Sono felicissima, ora tutto sarà diverso. Non credevo che tu arrivassi a tanto per…”
“Zitta!” mi interruppe lei. Capii che doveva sentirsi come me in quel momento, perché il suo tono di voce si era notevolmente abbassato e sembrava incrinato da una buona dose di emozione.
“Avrei dovuto farlo subito. Licenziarmi, intendo. Avrei dovuto salire in auto con te e con tuo padre, quando siete partiti per Green Coast. Ho provato a starti distante, a lasciarti andare, a fingere che sarei riuscita a vivere le mie giornate senza di te. Invece ho fallito. Lo sai che io…”
“Lo so, lo so!” e stavolta fui io a bloccarla. “Spero che tu non venga qui solo per quel motivo, Antoinette. Tu sei la mia migliore amica, ma non potrai mai diventare la mia amante.”
Calò il silenzio per qualche istante, quindi lei scoppiò a ridere.
“Scema! Non volevo dire quello! La lesbica qui sono io, non te, lo so perfettamente! Stavo per dirti che sei la mia migliore amica! Non ti metterò le mani addosso, puoi dormire sonni tranquilli.”
Non le risposi subito. Aspettai qualche secondo, prima di scoppiare a ridere a mia volta.
“Ok ok, sono una scema!” esclamai, lanciando un’altra rapida occhiata allo specchio.
Mi mancò il respiro per qualche secondo. Gli occhi di Michael mi stavano fissando al di là della superficie.
Occhi grandi, scuri, affascinanti, che mi tolsero il respiro.
Iniziai a eccitarmi, senza riuscire a controllare le mie emozioni.
“Antoinette… allora… allora ci vediamo domani.”
“Sì tesoro! Tua zia manderà qualcuno a prendermi all’aeroporto. Arriverò verso sera. Tu, nel frattempo, stai in casa e cerca di non farti male.”
Non le risposi subito, incapace di distogliere lo sguardo da quegli occhi magnetici che mi erano entrati nel cuore, pugnalandolo con violenza.
“Sì, sì, certo. A domani Antoinette. Ti voglio bene.”
Senza aspettare che lei rispondesse, chiusi la comunicazione, poggiai il cellulare sul tavolino rotondo posto accanto alla poltrona, e scattai in piedi, portandomi le mani al cuore, che aveva perso del tutto il controllo, immerso in una danza frenetica.
Mi piazzai dinanzi allo specchio, immergendo i miei occhi in quelli scuri di Michael. Ora ne intravvedevo anche il volto, dai tratti gentili e delicati. Pensai che il ritratto non gli aveva reso giustizia. Il viso, che mi era apparso al di là della superficie dello specchio, era immensamente più affascinante e in grado di fare a pezzi il mio cuore, già provato.
Alzai la mano destra e la sistemai sullo specchio, nell’assurdo tentativo di toccare il suo volto. Come poggiai le dita sulla sua fredda superficie, la stanza cominciò a vorticare. Sbattei le palpebre più volte, cercando di ritornare in me, ma proprio in quel preciso momento tutto iniziò a apparirmi lontano e sfocato, come se il mio corpo si stesse inesorabilmente allontanando dalla stanza e dalla realtà.
E poi, puntuale, arrivò l’eccitazione.
Forte, devastante, così intensa da togliermi il respiro. Socchiusi gli occhi e mi morsi la lingua per riuscire a ritrovare il controllo delle emozioni, ma capii immediatamente che non ci sarei riuscita tanto facilmente.
Quello che stavo provando era assurdo, senza senso, senza alcuna logica. Ma era dannatamente vero. Così vero, che arrivai a desiderare che potesse durare per sempre. Lo squillo del cellulare mi fece compiere un salto all’indietro e, nel preciso istante in cui staccai il contatto con lo specchio, le strane sensazioni che avevo provato si dissolsero in pochi attimi, come pure il volto di Michael, che sparì all’improvviso.
Vacillai, confusa e sbigottita, verso il tavolino e afferrai il cellulare. Sul display mi apparve il nome di Anthony. Il mio cuore perse un colpo, mentre mi accingevo a rispondere.
“Ciao.”
“Emy, stai bene?” urlò lui e la sua voce mi apparve da subito carica d’ansia. “Mi dispiace per stamattina. Ho lasciato l’ospedale che stavi ancora dormendo e quando sono ritornato eri già partita. Purtroppo avevo un impegno importante di lavoro, ma avrei voluto essere lì con te, al tuo risveglio.”
Scossi la testa con veemenza, mentre mi riaccomodavo a peso morto sulla poltrona, sollevando un nugolo di polvere.
“No no, non devi scusarti Anthony! Non devi farlo! Tu mi hai salvato la vita, ti rendi conto di quello che hai fatto? Senza di te ora sarei morta!”
“Non è vero! Se non fossi salita in auto con me non avresti rischiato di morire Emy. Sono due punti di vista differenti, capisci?”
“Anthony, smettila. Sono incidenti che possono succedere. Io ti sarò debitrice per l’eternità, sappilo.”
Lo sentii sospirare e schiarirsi la voce.
“E tuo padre? E’ tranquillo?”
Abbozzai un timido sorriso, prima di rispondergli. “Certo che sì. L’ho spedito a scuola, anche se lui voleva restare con me. Era il suo primo giorno oggi e per nulla al mondo gli avrei impedito di cominciare le lezioni. Il suo lavoro è tutto per lui e lo aiuta a superare la perdita di Kate.”
Mi bloccai, col cuore in gola. Il viso di mamma, che mi fissava sotto la superficie del mare, riempì i miei ricordi. Iniziai a respirare a fatica, così socchiusi gli occhi, per cercare di ritrovare il controllo delle mie emozioni.
“Emy, mi dispiace davvero per lei. In effetti, mi dispiace per tutto e vorrei rimediare. Posso venire a prenderti oggi pomeriggio? Ti faccio fare un giro per la città e se vuoi potrei portarti in quel negozio di animali di cui ti ho già parlato. Che ne pensi? Sempre se ti fidi a ritornare in auto con me, naturalmente.”
Sbarrai gli occhi. L’idea di trascorrere il pomeriggio con Anthony, lontana da casa, da quello specchio dannato, dallo spettro di Henry che avrebbe potuto apparirmi da un momento all’altro, mi allettò immediatamente.
Sentivo davvero la necessità di staccare la spina, anche se prima, in ogni caso, me la sarei vista con Prudence, che aveva indubbiamente parecchie cose da spiegarmi.
“Sì sì, va bene” risposi, anche se con un filo di voce. “A che ora passi a prendermi? Questa sera arriva la mia amica Antoinette e vorrei farmi trovare a casa.”
“Oh bene! E’ una cara amica?” chiese lui, con tono improvvisamente allegro.
“La migliore.”
“E’ un’ottima notizia Emy e capisco che tu voglia essere presente in casa, quando lei vi arriverà. Passo a prenderti alle tre, che dici?”
Riflettei per qualche istante, prima di rispondergli.
“Ottimo. A dopo allora.”
“A dopo Emy. Intanto ti invio un bacio.”
Restai a ascoltare come una stupida lo schiocco delle sue labbra, che mi giunse con potenza attraverso il cellulare, e provai a immaginare che potesse significare baciarla, quella bocca tanto invitante e sensuale.
Dandomi della stupida, chiusi la comunicazione e lanciai un’occhiata esasperata allo specchio, ricoperto da uno spesso tratto di polvere, tranne nel punto che io avevo sfiorato, per osservare meglio il volto di Michael.
Cercai di non pensare a lui, alle emozioni strane e assurde che provavo ogni volta che toccavo lo specchio e che sfuggivano totalmente a ogni logica.
Proprio in quell’istante, la porta si spalancò e zia fece il suo ingresso nello studio, tutta trafelata. Indossava ancora l’orrido cappotto a fiori della notte scorsa, ma i capelli li aveva lasciati sciolti sulle spalle. La fissai inebetita per qualche istante e, mentre lei mi raggiungeva, si chinava a baciarmi e si accomodava sull’altra poltrona impolverata, posta accanto alla mia, pensai che il rosso dei suoi capelli era così stupefacente, da farli sembrare una fiamma che ardeva vivace sulle sue spalle.
“Scusa il ritardo tesoro” cominciò, sospirando. “Ho sempre una marea di faccende da sistemare. Ma ora eccomi qui. Come ti senti? La ferita sulla fronte?”
Sospirai a fondo un paio di volte e le sorrisi, prima di risponderle. “Sto bene zia, assolutamente. La ferita non mi fa male. Però ho sete di sapere. Mi sa che abbiamo parecchie faccende di cui parlare, vero?”
“Verissimo, mia cara!” rispose lei, spostando dagli occhi un ciuffo ribelle di capelli. “E devo capire da che parte cominciare. Non è facile, in verità, cominciare. E’ sempre più semplice avviarsi o finire. Ma iniziare… oh! Terribile faccenda, Emy. Terribile.”
La fissai per qualche secondo, aggrottando le sopracciglia, finché lei non scoppiò a ridere. Io la seguii a ruota, dandomi della stupida.
“Stavo solo cercando di sdrammatizzare, Emy. Ora ti spiegherò tutto quanto sono in grado di spiegarti. Direi che dobbiamo assolutamente partire da Michael Chapman, Dio lo abbia in gloria.”
“Da Michael?” chiesi, senza capire, mentre mi sporgevo verso di lei, assolutamente interessata a come aveva avviato il discorso.
“Sì, proprio da lui, cara. Perché, tu, tesoro, lo conosci bene Michael.”
Trattenni il respiro e sbarrai gli occhi, confusa.
“Come? Che hai detto?”!
Zia attese qualche secondo, prima di rispondermi.
Prese fiato e mi poggiò una mano sulle ginocchia.
“Tu lo conoscevi, Emy. Molto tempo fa, in un’epoca passata.”
Scossi la testa, sempre più confusa, mentre tutto, attorno a me, prendeva forme distorte e lontane.
“Michael era tuo marito.”
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