PERSA NEL TUO RIFLESSO - Capitolo 20 di 26

Scritto il 05/08/2026
da M. P. BLACK


“La leggenda di Mary Cornish è conosciuta anche dai bambini in Cornovaglia. Era una grande Medium e una guaritrice e come tale salvò parecchia gente, qui a Green Coast. Purtroppo però, dopo la morte di suo marito Michael si tolse la vita, incapace di sopportare la sua perdita. Emy, mi stai ascoltando?”

Mi ci volle qualche istante per ritornare in me. Sbattei le palpebre e volsi lentamente il capo verso Anthony, che aveva appena finito di dire qualcosa.

Ero troppo scioccata e vulnerabile, a seguito di quanto avevo appena rivissuto della mia vita precedente, per riuscire a mettere a fuoco quello che stava accadendo realmente attorno a me.

“Ti senti bene?” insistette lui, fermandosi di colpo per scrutarmi con attenzione.

Dovevo riprendermi in fretta. Anthony non avrebbe mai dovuto scoprire quale era il mio segreto e, soprattutto, che la leggendaria Mary Cornish in quel momento si trovava proprio davanti a lui.

“Si sì, sto bene” farfugliai, con la bocca secca. “Puoi ripetere quello che hai detto, scusa?”

Lui mi guardò con aria strana ancora per qualche momento, quindi annuì e mi parlò nuovamente di Mary Cornish.

Ascoltai le sue parole senza muovere in ciglio, con la mente ancora persa nei ricordi che avevo appena rivissuto della mia vita precedente e che mi avevano travolta con la forza di un fiume in piena.

“Mia madre mi raccontava sempre la storia di Mary e Michael, quando ero piccolo. Del loro amore sofferto, della presenza ingombrante di George, il fratello di Michael, che a un certo punto si era intromesso nella loro relazione, avendo perso irrimediabilmente la testa per la cognata.”

Si interruppe e si voltò a guardarmi, mentre camminavano lentamente e io lo ascoltavo col cuore in gola.

“Vuoi sapere una cosa, Emy?” continuò, diventando improvvisamente serio. “Penso che Mary, alla fine, non si sia tolta la vita solo in seguito alla morte di Michael, ma che lo abbia fatto anche perché era perseguitata da George. Ecco che penso io.”

Sbarrai gli occhi. Anthony non poteva immaginare neppure lontanamente che, quasi al cento per cento, la sua versione poteva essere quella giusta.

A quel punto cercai di sgombrare la mente dai ricordi di Mary e decisi di porre a Anthony qualche domanda, tanto per capirne di più.

“Che si dice di questo George?” chiesi, girandomi a fissare la vetrina di un negozio di scarpe, tanto da apparire comunque indifferente a quanto mi stava raccontando.

Lui corrugò la fronte, prima di rispondermi.

“George Chapman era il fratello maggiore di Michael e si racconta che fosse un uomo superbo, irrazionale, egoista e arrivista. Il maggiordomo di allora riportò sul suo diario che George, un giorno, si lasciò sfuggire che avrebbe potuto compiere qualsiasi azione, pur di distruggere la relazione tra Mary e Michael. George si era innamorato pazzamente della cognata e il maggiordomo, sulle pagine del suo diario, scrisse che la sua ormai era diventata un’ossessione e che, riporto testualmente… “George Chapman aveva perso irrimediabilmente la sua sanità mentale.”

Anthony si interruppe, guardandomi.

Continuai a fingere indifferenza, anche se dentro mi sentivo morire.

“E tu che ne pensi, di tutta questa storia?” chiesi, fingendo di osservare con attenzione un paio di scarpe rosse, dal tacco vertiginoso.

Anthony si portò la mano libera al mento, per poi grattarlo.

“Credo che il maggiordomo abbia scritto la verità. George Chapman era davvero un essere infido, al contrario di suo fratello Michael, che con Mary si adoperava per aiutare la comunità. Una triste storia la loro, Emy, molto triste.”

A quel punto, decisi di porgli la domanda che più mi stava a cuore.

“Com’è morto Michael? Credi che possa essere stato suo fratello a ucciderlo?”

Anthony si grattò ancora il mento, pensieroso.

“Michael venne trovato senza vita nel suo studio e il medico di famiglia ne decretò la morte in seguito a un infarto potente. Io, però, sono convinto che possa essere stato davvero suo fratello ad ammazzarlo.”

A quel punto, distolsi l’attenzione dalle scarpe, che erano comunque orribili, e mi voltai a fissare Anthony, in preda a una forte emozione.

“Ma come potrebbe averlo ucciso, se Michael non portava segni di violenza sul proprio corpo?”

Anthony si chinò verso di me, avvicinando le labbra al mio orecchio.

“Ci sono veleni potenti che non lasciano alcuna traccia nell’organismo, Emy. George potrebbe averlo ucciso così.”

Dopo quelle parole, capii che, a quel punto, avevo bisogno di un buon caffè per riprendermi. La testa aveva cominciato a girarmi e il cuore a battere sempre più velocemente.

Forse era davvero andata così.

Mary Cornish mi aveva fatto capire che George sarebbe arrivato anche a eliminare il fratello, pur di averla per sé e impossessarsi, così, dei suoi poteri di Medium.

A quel pensiero, provai una fitta al petto, sul punto dove George aveva posato la mano sul seno di Mary.

Mi lamentai e Anthony si affrettò a sorreggermi.

“Emy, ma che ti succede? Sei sicura di sentirti bene?”

Annuii, cercando di sorridere, anche se le gambe non mi reggevano.

“Sto bene, però stanotte non ho dormito molto, forse per i postumi dell’incidente.”

Dopo la mia risposta, Anthony sospirò e mi posò un bacio delicato sulle labbra.

“Comunque, siamo arrivati al negozio di animali” disse poi, alzando un braccio per indicare una vetrina, situata sul lato opposto della strada. “Ti va di entrarci e di conoscere la proprietaria?”

Trasalii, perché l’aver rivissuto un altro scorcio di vita di Mary Cornish mi aveva fatto del tutto dimenticare che quel pomeriggio avrei conosciuto il mio nuovo datore di lavoro. Purtroppo, ciò che desideravo in quel momento era di andarmene in fretta da lì, di stendermi sul mio letto, di seppellire la testa sotto le lenzuola e di salutare il mondo che negli ultimi mesi mi aveva riservato un trattamento davvero crudele, al di sopra della mia capacità di sopportazione.

Ma non volevo deludere Anthony, che si era dato tanto da fare per aiutarmi a trovare un lavoro.

Così abbozzai un sorriso di circostanza e feci un rapido cenno di assenso col capo.

Attraversammo in fretta la strada e raggiungemmo il negozio. Anthony si bloccò davanti alla vetrina e io sgranai gli occhi. Era colma di gabbiette contenenti criceti, porcellini d’India e due gattini minuscoli.

“Vedrai, ti piacerà lavorare qui, ne sono assolutamente sicuro.”

Aumentai il sorriso, pensando che, forse, Anthony non aveva tutti i torti.

Adoravo da sempre gli animali, soprattutto i gatti e i roditori, e vivere insieme a loro mi avrebbe potuta aiutare a superare quel periodo difficile e assurdo della mia vita.

“Vieni, entriamo.” continuò lui, trascinandomi con entusiasmo davanti alla porta del negozio.

Quando la spalancò, un campanellino suonò allegramente.

Mi guardai attorno, totalmente rapita dal fascino che emanava quel luogo.

Ogni parete era ricolma di mensole, sulle quali erano state sistemate gabbiette contenenti piccoli roditori, vaschette con pesci rossi e tropicali, e oggetti vari destinati alla toeletta degli animali o al loro nutrimento.

Sul pavimento, invece, erano state posti due contenitori più grandi, che ospitavano quattro cani di piccola taglia e non di razza.

Sopra le due gabbie, era stato appeso un cartello che riportava la scritta:

 

Siamo quattro piccoli e dolci randagi. Vuoi adottarci? Abbiamo bisogno di te! Grazie!

 

Alla vista di quelle dolce bestioline mi intenerii e mi avvicinai al contenitore più vicino a me, inginocchiandomi. Uno dei due cani, il più piccolo, dal pelo corto bianco e marrone e due sottili e lunghe orecchie a punta, che lo facevano assomigliare più a un pipistrello, si avvicinò a me, cominciando a guaire.

“Gli piaci.” decretò Anthony, sistemandosi alle mie spalle.

Annuii, convinta delle sue parole. Con quell’esserino era subito scattata un’empatia pazzesca.

“Puoi portarlo a casa, se ti va. E’ gratis.”

Alzai la testa per fissare la persona che aveva parlato. Si trattava di una ragazza poco più grande di me e molto particolare. Scattai in piedi per osservarla meglio. Piccola e minuta, aveva lunghi capelli rossi, un viso dai tratti delicati, occhi grandi e azzurri, la guance cosparse di lentiggini, ma, soprattutto, vestiva come se fosse uscita da un quadro dell’Ottocento. Indossava infatti un abito lungo e blu che le arrivava fino ai piedi e che aveva stretto in vita con un’elegante cintura dorata. Ma ciò che più mi colpì, di quella ragazza, furono le perle. Ne aveva addosso una quantità smisurata. Sulla collana che si spingeva oltre il seno, incastrate ad arte sul corpetto dell’abito, sui bracciali che le riempivano entrambi i polsi, per arrivare infine agli orecchini che cadevano a pendaglio a sfiorare le spalle.

Inconsciamente mi ritrovai a pensare che, forse, di perle ne aveva anche nella biancheria intima.

Scacciai quel pensiero assurdo e le sorrisi. Tutto sommato, quella ragazza mi ispirava simpatia e di solito le mie sensazioni non erano mai sbagliate.

“Ti presento Annabelle” esordì Anthony, avvicinandosi a lei. “La proprietaria del negozio. E’ nata in Canada, ma sono anni che vive qui a Green Coast.”

Imbarazzata, tesi la mano destra che lei strinse prontamente, con un gran sorriso dipinto sul viso. Per essere così minuta, ne aveva di forza.

“Piacere. Tu devi essere Emmanuelle, vero?”

Annuii, rossa in viso.

“Mi piace il tuo negozio” dissi, guardandomi attorno. “Adoro gli animali, pertanto questo è il mio luogo ideale.”

Annabelle mi sorrise ancora, poi mi squadrò da testa a piedi.

Quell’occhiata mi mise a disagio ma, d’altro canto, anch’io avevo appena fatto lo stessa cosa con lei. In sostanza, ci stavamo valutando.

“E dimmi Emmanuelle, saresti disposta a lavorare con me anche da domattina?”

La sua domanda arrivò come un fulmine a ciel sereno.

No. In effetti non ero pronta a affrontare proprio nulla della vita reale. Ma lo avrei fatto per mio padre, per Antoinette e soprattutto per Anthony.

Inghiottii la saliva e le risposi. “Sì, certo.”

Lei mi osservò per qualche istante, quindi mi invitò a seguirla fino al bancone situato in fondo alla stanza e che ospitava la cassa e una serie incredibile di piccoli oggetti per animali, che andavano dai giocattoli e collari, fino alle bustine di mangime.

“Io apro alle nove e chiudo alle cinque del pomeriggio. Se per qualche motivo non potessi presentarti al lavoro, ti prego di avvisarmi con largo anticipo. Non ammetto ritardi e pretendo il massimo. Credi di potercela fare?”

Sbarrai gli occhi. Oltre a possedere una forza notevole, Annabelle aveva anche un bel caratterino. Capii che lavorare con lei non sarebbe stato proprio un passatempo.

“Oh, non farti intimidire Emy” intervenne Anthony, prendendomi sottobraccio. “Lei si presenta sempre così, come un orso, ma in effetti credo di non aver mai conosciuto una persona tanto gentile e altruista, qui a Green Coast.”

Lei arrossì, anche se solo per qualche istante, quindi lanciò a Anthony uno sguardo truce.

“Smettila di dire cavolate.” brontolò, agitando le mani.

Io rimasi a fissare, quasi in estasi, i bracciali di perle che sbattevano gli uni contro gli altri, quindi ritornai a guardarla.

Anthony aveva ragione. Annabelle voleva apparire dura e brusca, forse per contrastare il suo aspetto minuto e il suo viso d’angelo, ma non avrebbe potuto imbrogliare nessuno.

A pelle, sentivo che con lei, in futuro, non avrei avuto nessun tipo di problema e che, forse, avevo appena trovato una nuova amica.

“Davvero posso portare a casa con me quel cane?” chiesi, girandomi verso la gabbia che stava alle mie spalle.

“Sì. Quelle bestioline sono state trovate per strada, abbandonate dai soliti scellerati che meriterebbero di essere rinchiusi a vita in una prigione. Aspetta, ti regalo un guinzaglio.”

Le sorrisi. Sì, Anthony aveva decisamente ragione. Quella ragazza possedeva un animo buono e caritatevole. In caso contrario, non avrebbe mai potuto aprire quell’attività.

“Lo farai dopo. Ho bisogno di parlarti.” si inserì Anthony, afferrandola per un braccio.

Lei gli lanciò uno sguardo strano, che non riuscii a capire.

“Sai, è per la festa di domani” mi spiegò lui, voltandosi verso di me. “Facciamo parte entrambi del comitato di organizzazione e devo stabilire con Annabelle alcuni dettagli.”

“Ah ok!” esclamai, guardando entrambi con interesse. “Fate pure, io aspetterò qui. Intanto mi darò un’occhiata attorno.”

“Grazie.” Concluse Anthony, sorridendo. Poi condusse Annabelle in una stanza attigua e chiuse frettolosamente la porta dietro di sé.

Mi ritrovai a pensare che quella festa doveva possedere molti segreti, per far sì che gli organizzatori non volessero farsi sentire dagli altri. Feci spallucce e mi voltai verso le gabbie degli animali.

Trasalii.

Una bambina, sui dieci anni circa, mi stava fissando dal lato opposto del locale, accanto a un trespolo dove era poggiato un pappagallo multicolor, che sembrava addormentato. Infatti, non mi ero accorta di lui, entrando nel negozio.

La bambina teneva lo sguardo puntato su di me, con le braccia abbandonate lungo i fianchi. Capii subito che c’era qualcosa che non andava.

La piccola vestiva con un abitino bianco di pizzo che le arrivava fin sotto le ginocchia, sopra calze chiare e coprenti, e calzava un paio di ballerine beige. Mi ricordò una di quelle bambine che si possono vedere nei film anni venti o trenta, e quel pensiero mi aiutò a comprendere che non poteva essere viva.

Col cuore in gola, decisi di affrontarla. Era finalmente arrivato il momento di mettere a frutto i miei poteri.

La raggiunsi senza fretta, mi piazzai dinanzi a lei e mi accorsi che i suoi abiti, come i capelli lunghi e castani, erano bagnati.

“Hai visto la mia mamma?” mi chiese in tono greve, con una voce che sembrava non possedere nulla di umano.

Scossi la testa, tentando di mantenere il controllo delle mie emozioni, anche  se dentro, in effetti, mi sentivo morire.

“No. Mi dispiace” le risposi, accennando un sorriso. “Ti sei forse persa?”

Lei fece spallucce. “Non lo so. Ero a manina con lei, poi all’improvviso è scomparsa. Ho paura. Voglio la mia mamma.”

La piccola scoppiò a piangere e iniziò a tremare da testa a piedi.

Intenerita, mi accucciai dinanzi a lei, cercando di nascondere la paura che anch’io stavo provando. Mentre la fissavo, evitai di pensare al fatto che la pelle del suo viso era bluastra e grigia, come quella che avevo visto più volte nei film con gli zombie.

“Tesoro, come ti chiami?” le chiesi.

Lei smise di tremare e mi fissò con aria sperduta.

“Non me lo ricordo.”

Sospirai e decisi di proseguire.

“Ti ricordi che stavi facendo con la tua mamma, prima di ritrovarti sola?”

Lei si portò le manine alla bocca. Nel farlo, un lembo di pelle si staccò dal dorso, rivelando una porzione dello scheletro. Mi sentii mancare. Ma non potevo abbandonare quella bambina. Dovevo aiutarla.

Inghiottii a vuoto la saliva e attesi la sua risposta.

“Stavamo passeggiando in quel posto pieno di luce. Poi qualcuno ha gridato e mamma è sparita.”

Aggrottai le sopracciglia, mentre un brivido intenso mi percorreva la schiena.

“Chi ha urlato piccola?”

Lei scosse la testa. “Ricordo solo che era un uomo e che chiamava il nome di mamma. E poi lei non c’era più.”

Cercai di sorridere, anche se ero in procinto di avere un attacco di panico. Ma andai avanti, decisa ad aiutarla.

“E tu ti sei ritrovata qui?”

“Non subito. Prima ero in un posto buio. C’era un uomo che mi ha detto che se volevo rivedere la mia mammina, prima dovevo trovare te.”

Sbarrai gli occhi e sentii il pavimento sgretolarsi sotto i miei piedi.

“Come?”

Lei singhiozzò un paio di volte, poi proseguì a raccontare.

“Sì. Mi ha mandato da te. Devo darti un messaggio.”

Lucine gialle si accesero ai lati dei miei occhi. Ero in procinto di perdere i sensi.

“Che messaggio?”

“Lui mi ha detto di riferirti che ti aspettano dall’altra parte e che se non ci andrai molte persone, attorno a te, moriranno.”

Mi sedetti a terra, cercando di respirare a fondo.

“Dall’altra parte?”

La bambina annuì. “Sì, da dove vengo io. Loro ti aspettano. L’uomo mi ha detto che c’è un Medium qui, vicino a te, che vuole prendere i tuoi poteri e che tu, per questo motivo, non puoi vivere. Devi trovare il modo di raggiungere l’altro mondo, dove abito con la mamma, così non accadrà nulla di male a chi è ancora vivo.”

Papà. Antoinette. Anthony.

No, non potevo permettere che accadesse loro qualcosa. Erano una parte importante e essenziale della mia vita e li avrei protetti.

Sempre.

Ma c’era comunque un problema, che andava al di là della scioccante richiesta avanzata dalla bambina.

Così la guardai con intensità negli occhi, traendo un profondo respiro.

“Tesoro, io non sono in grado di fare quello che tu mi stai chiedendo. Vedi, io non posso morire.”

La piccola mi fissò per qualche istante, quindi scosse la testa.

“No. Loro mi hanno detto che tu puoi morire, se ti togli la vita. E’ l’unico modo.”

Sbarrai gli occhi e scattai in ginocchio. Avrei voluto afferrare quella bambina per le braccia e scuoterla per farla parlare perché mi raccontasse tutto, ogni singolo particolare di quell’assurda situazione in cui ero capitata.

Ma mi controllai, dopo due ampi respiri.

“Io non lo farò mai, piccola. Uccidermi, intendo. Va contro ogni mio valore morale. Troverò un modo per proteggere chi amo. Troverò un modo per impedire a questo Medium di appropriarsi dei miei poteri.”

Dopo quelle parole, la bambina iniziò a gridare. La sua bocca si spalancò all’inverosimile, in un modo sicuramente non possibile per un essere vivente, e gli occhi rotearono all’indietro, mostrando la loro parte bianca. Poi, mentre io arretravo coprendomi il viso con le mani per non urlare, i cani iniziarono a ringhiare e i gatti a soffiare. Il pappagallo si svegliò e cominciò a agitarsi nella gabbia come un matto.

La piccola, allora, appoggiò le dita sul viso e artigliò la pelle, che cadde a terra a brandelli.

Era troppo per me da sopportare. Troppo.

Così, mi tappai le orecchie e chiusi gli occhi, per non sentire più nulla.

In quel momento, qualcuno mi poggiò una mano sulle spalle.

A quel punto, non riuscii più a controllarmi e gridai.

“Emy, calmati, sono io, che ti succede?”

Spalancai gli occhi, sudando e tremando da testa a piedi.

Anthony era lì, inginocchiato davanti a me, che mi guardava con sguardo confuso e preoccupato. Sbirciai alle sue spalle. La bambina era scomparsa.

Dovevo inventarmi qualcosa, e in fretta.

Questa volta mi avrebbe sicuramente presa per pazza, se non avessi trovato subito una scusa plausibile.

“Sono inciampata” mi affrettai a rispondere, evitando di guardare Anthony negli occhi, dato che non ero molto brava a mentire. “I cani hanno iniziato a abbaiare e il pappagallo è impazzito.”

Lui mi guardò con sospetto per qualche secondo, quindi mi porse la mano destra, che io afferrai prontamente. Mi sollevò in piedi con delicatezza e mi guardò da testa a piedi.

“Ti sei fatta male?”

“Oh no no no!” esclamai. “Ho solo fatto un gran casino, tutto qui.”

“I cani ora si calmeranno” intervenne a quel punto Annabelle, scrollando il capo. “Ma che non accada più, Emmanuelle. Nel mio negozio devi fare attenzione.”

Annuii, fingendomi davvero in colpa. Non dovevano assolutamente capire che stavo mentendo spudoratamente.

“Bene, allora ci vediamo domattina. Puntuale. E il cane?”

Guardai la bestiolina che aveva smesso di abbaiare, con un nodo alla gola.

“Lo porterò a casa, promesso” sussurrai. “Ma non oggi. Prima devo parlarne con mio padre.”

Naturalmente, avevo mentito. Non ero solita chiedere il permesso a mio padre per fare o per acquistare qualcosa.

Ma avevo bisogno di una scusa plausibile per giustificarmi. Ero troppo sconvolta, in quel momento, per riuscire a portare quel dolce cagnetto a casa con me.

Annabelle mi lanciò un’occhiata strana, quindi annuì, anche se non mi pareva del tutto convinta.

Mentre stavo per uscire dal negozio, riuscii a notare l’occhiata, truce, che Anthony le riservò. Era uno sguardo duro, quasi carico di odio. Raggelai, senza capire.

Di che diavolo avevano parlato quei due nello stanzino attiguo? Ero convinta che l’organizzazione di una festa non avrebbe comunque richiesto tanta segretezza.

Alla fine decisi di farmi gli affari miei, anche perché la mia testa, in quel momento, era indubbiamente concentrata su altri problemi ben più gravi e surreali.

“Beviamo qualcosa?” domandò Anthony, prendendomi sottobraccio.

Lo fissai per qualche istante indecisa sul da farsi, ma fu il cellulare a togliermi dall’imbarazzo. Avevo appena ricevuto un messaggio. Rovistai in fretta nella borsetta, afferrai l’apparecchio e mi illuminai.

“E’ Antoinette. E’ arrivata in aeroporto” esclamai, senza distogliere gli occhi dal display del cellulare. “Presto sarà a Green Coast.”

Ero fuori di me dalla gioia. Sapevo che Antoinette era la cura giusta per la mia emotività. Ero assolutamente consapevole del fatto che lei mi avrebbe aiutata a affrontare la nuova realtà nella quale, mio malgrado, ero stata catapultata. Avevo bisogno di Antoinette. Lei era la mia forza. Lo era sempre stata.

“Vuoi che ti riaccompagni alla villa?” chiese Anthony, con un tono che mi parve colorato da una certa dose di apprensione.

Annuii, abbozzando un sorriso. “Sì, grazie.”

Lui, allora, si abbassò leggermente e mi posò un bacio rapido sulle labbra. Io avvampai, pensando che, prima o poi, avrei fatto l’amore con quel ragazzo che stava davvero diventando una parte sostanziale della mia vita.

Quando mi lasciò davanti alla villa, lo salutai abbracciandolo e ringraziandolo per il tempo che avevamo trascorso insieme.

“Posso chiamarti più tardi?”mi chiese, mentre io avevo già iniziato a salire le scale esterne che portavano all’ingresso.

Gli sorrisi, sinceramente colpita. “Puoi chiamarmi quando vuoi. A questo punto, credo di non avere nessuna intenzione di lasciarti andare.”

Lui, allora, mi raggiunse in un istante, mi afferrò il viso con le mani e mi baciò con una passione inaudita, facendomi assaporare la sua lingua, che iniziò a perlustrare la mia bocca con avidità.

Mi sentii morire, mentre pensavo che, probabilmente, Anthony non avrebbe dovuto combattere più di tanto per avermi del tutto.

“Sono io che non ti lascerò andare, Emy” sussurrò lui sulle mie labbra, quando si staccò da me. “E’ una promessa.”

Poi mi lanciò uno sguardo intenso, che mi fece rabbrividire.

“A presto.” concluse, girandomi le spalle.

Lo guardai salire in auto e allontanarsi dalla villa a gran velocità.

E fu in quel momento che la vidi.

Mia madre era apparsa davanti a me, in mezzo al vialetto.

Tese entrambe le mani, come se volesse invitarmi a raggiungerla.

“Lo specchio” disse, con una voce innaturale che mi fece rabbrividire. “Quella è la porta.”

Sbarrai gli occhi, col cuore in gola.

“Non devi varcarlo, Emy. E non devi fidarti di nessuno.”

Poi, come era apparsa, Kate sparì, lasciandomi ancora più confusa e spaventata, ma anche con una rabbia terribile in corpo.

Era arrivato il momento di capire e, soprattutto, di reagire.





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