Commissariato di Polizia, Rimini
21 luglio ore 10,29
Il suo aspetto attirava l’attenzione, se ne rendeva conto, la giacca del buttafuori le copriva a malapena il sedere e lasciava visibile solo un lembo piccolo della seta rossa dell’abito. Faceva un caldo infernale, ma non si sarebbe tolta quella giacca neppure se si fosse squagliata come un ghiacciolo al sole, che poi, più o meno, era quello che stava succedendo, seduta su una sedia di formica in quel buco di ufficio al secondo piano del Commissariato, ma avrebbe preferito un’ustione di terzo grado piuttosto che mostrare il suo disagio a quello stronzo di Minetti.
Da quando era arrivato la stava trattando come una delinquente, la tartassava con domande urlate che sentivano anche gli agenti nell’altra stanza, oppure le sibilava insulti affinché li udisse solo lei.
Le aveva detto di tutto, usando i termini più offensivi che esistevano sia per lei che per i suoi famigliari. Non che ai suoi familiari fosse fregato qualcosa: suo padre era morto e sua madre si era rifatta una vita da molto tempo ed era così spregiudicata che perfino gli insulti di Minetti sembravano degli eufemismi.
Gioia lo fissava impassibile, dentro lo odiava e gli augurava solo dolore e umiliazione guardandolo silenziosa dritto in faccia.
Non gli avrebbe dato la soddisfazione di perdere le staffe. Poteva tirare giù tutti i santi del Paradiso o evocare tutti i diavoli dell’Inferno, ma lei non avrebbe aperto bocca. Non con lui.
Non mi spezzi, stronzo!
Era più dura di lui, cazzo se lo era! Le ci era voluto tutto il suo sangue freddo e tutta la sua dedizione alla causa per presentarsi lì quella mattina.
Quando Minetti la insultava, si avvicinava troppo per i gusti di Gioia costretta a respirare il pessimo odore del suo alito: era fortunato che non avesse fatto colazione quella mattina altrimenti gli avrebbe volentieri vomitato in faccia.
«Perché? Cosa credevi di ottenere chiamando Milano? C’è una gerarchia! Stronzetta del cazzo.»
Forse era quello il suo problema, il cazzo, visto che ce l’aveva sempre in bocca e lo nominava in una frase sì e nell’altra pure.
«La missione era chiusa! Ma tu te ne sei fregata!»
Bastardo! Quello l’aveva detto a uso e consumo degli agenti che stavano ascoltando. Lui era un Vice Commissario e lei invece aveva un grado molto inferiore, se avesse ribattuto sarebbe stata insubordinazione, dato che non aveva prove del fatto che non l’avesse avvisata che la missione era chiusa: sarebbe stata la parola di un Funzionario contro quella di un Vice Ispettore, anzi di una Vice Ispettrice appena arrivata. Probabilmente quello stronzo aveva raccontato una qualche menzogna ai colleghi, altrimenti non si spiegava come mai l’avevano lasciata sola alla discoteca, e tutto solo per farle pagare il cocktail tirato in faccia, certo non immaginava che lei avrebbe portato avanti la missione da sola e, sicuro come la morte, non si aspettava di essere scavalcato.
«Cosa pensi di aver ottenuto? A parte farti scopare tutta la notte. Eh, santarellina dei miei coglioni, di’ la verità: ti è piaciuto fare la puttana come con quel produttore…»
Basta, pensò alzandosi dalla sedia. Dopo due ore che le sputava addosso il suo alito fetido condito da ogni tipo di scurrilità sessuale e insinuazioni, una pausa se la meritava, ma più che altro se avesse proseguito su quel nuovo filone di insulti non era certa di mantenere il sangue freddo.
«Siediti, subito! Dove credi di andare?»
«In bagno» ribatté pronta, anche i criminali più incalliti meritavano i diritti umani fondamentali e lei non aveva nemmeno violato qualche legge: fino a prova contraria poteva scopare con chi le pareva.
Minetti coprì la distanza tra loro puntandole un dito contro. «Tu non ti muovi da qui fintanto che non mi racconti tutto. E non me ne frega un cazzo se ti pisci addosso!»
Toccami, e ti stacco un braccio pensò Gioia fissando l’indice a pochi centimetri dal suo petto.
«Siediti subito!»
Gioia lo guardò sfrontata e Minetti commise l’errore di spingerla per obbligarla a sedersi. Repentina gli prese il polso con la mano opposta, ruotò su se stessa colpendo l’incavo del ginocchio dell’uomo e privandolo così del sostegno che lo manteneva in piedi, udì il tonfo secco della sua fronte che sbatteva contro il bordo della sedia, accompagnò la caduta del corpo mantenendogli tese le braccia fino a quando Minetti, gemente di dolore, non fu in ginocchio con la faccia schiacciata a terra.
Ecco come dovevano stare tutti quelli che osavano metterle le mani addosso senza invito, un risultato di cui andava fiera dopo quasi otto anni di pratica delle migliori tecniche di autodifesa.
Improvvisamente un brivido le percorse tutta la spina dorsale spingendola a voltarsi verso la porta della stanza: un uomo riempiva tutto il vano e la guardava con occhi così chiari che sembravano lame di vetro.
Cristo Santo!
Giordano aveva visto tutta la scena, dagli urli agli insulti mormorati a mezza voce e poi la spettacolare mossa di… cosa? Karate? Ju-Jitsu? Di una cosa era più che certo, anzi due: sul curriculum di Gioia De Rossi non era scritto che fosse anche un’esperta di arti marziali e la foto non le rendeva giustizia.
Ci credeva, ci credeva eccome, che avesse agganciato Reni, l’uomo non aveva avuto la benché minima speranza di sfuggire all’esca che gli avevano messo sotto al naso: quella donna, su una passerella nella settimana della moda milanese, avrebbe fatto sfigurare persino Naomi Campbell, Cindy Crawford e Claudia Schiffer tutte insieme.
«Gioia De Rossi, presumo. Sono Giordano Torrani, Ispettore Capo in forza alla D.I.A. di Milano. Mi ha mandato il vice-procuratore D*: sono autorizzato ad ascoltarti e prendere decisioni su come procedere. Qui ci sono tutte le carte che lo dimostrano» disse, mostrandole il fascicolo che aveva in mano.
Un lamento proveniente dal pavimento la riscosse convincendola a mollare il braccio: ancora un paio di centimetri e gli avrebbe fatto saltare tutti i legamenti, notò Giordano.
«Stavo andando in bagno» rispose lei sostenuta.
L’uomo a terra aveva appena tentato di impedirglielo per cui Giordano le cedette il passo. «Fai con comodo.»
«Non ho mai avuto intenzioni diverse» ribatté lanciandogli un’occhiata fugace prima di uscire.
Giordano si concesse di ammirare con attenzione le lunghe gambe lasciate scoperte dalla giacca che indossava e che, evidentemente, non era sua. Che fosse di Reni?
«Non dovresti guardarla così: è una che intossica la mente.»
Giordano riportò l’attenzione all’uomo che Gioia De Rossi aveva steso. Si era alzato e cercava di darsi un contegno, anche se il segno rosso che aveva sulla fronte tradiva la debacle di poco prima.
«Sono Giordano Torrani…»
«Sì, ho sentito. E io sono il vice Commissario Minetti. De Rossi è una mia sottoposta, e non ha rispettato le procedure: avrebbe dovuto chiamare me e non Milano!»
Dunque, questo che aveva davanti era il tizio che aveva pescato tra le reclute femmine quella più bella, l’aveva mandata allo sbaraglio e non si era nemmeno sprecato di avvisare i Magistrati di Mani Pulite che gli avevano delegato la missione.
«Ho letto la trascrizione delle chiamate. Nella prima non si è qualificata come vice Ispettore di Polizia, ma come civile per cui a Milano la ritengono una risorsa.»
«Ma non lo è!»
«Ho visto. Tuttavia non si è qualificata, e non mi risulta che in questo momento sia in servizio, o sbaglio?»
«Si tratta di un cavillo di nessuna importanza.»
«Non per il Questore di Milano e i Magistrati del Pool Mani Pulite» puntualizzò estraendo un fax dalla cartella. Lo diede a Minetti che ora aveva un’espressione molto meno baldanzosa. «Perciò, visto che stando alle sue dichiarazioni sa dove si troverà Reni alle dodici di oggi…»
«La stavo giusto interrogando in proposito» lo interruppe Minetti.
Se mai Giordano aveva avuto un dubbio – e non l’aveva avuto – che Minetti fosse uno stronzo, ora aveva la conferma.
«Sono stato incaricato di parlarle» puntualizzò Giordano, «da solo, e quel foglio me ne dà l’autorità» lo congedò serio e con il suo tono più duro. Il grado di Minetti era superiore al suo, tecnicamente non poteva dargli ordini, ma Giordano stava agendo in base a ordini impartiti da un’autorità superiore a entrambi quindi poteva avanzare delle richieste che dovevano essere eseguite.
Minetti restò immobile a guardarlo, forse incredulo. Non era la prima volta che gli capitava di entrare a gamba tesa nell’indagine di altri e il suo tono, la sua stazza, uniti ai poteri speciali che aveva la Direzione Investigativa Antimafia, facevano proprio quell’effetto al derubricato di turno.
«Non finisce qui» disse Minetti a denti stretti.
Anche quelle parole non era la prima volta che le sentiva.
«Inizia infatti» ribatté asciutto, l’esperienza gli aveva insegnato che in diplomazia lui rendeva meglio nel ruolo di attaccante. «Avete organizzato una rete di blocchi e pattuglie per vedere di beccare Reni?»
«Non abbiamo mezzi illimitati, volevo delle informazioni certe prima di agire, ma lei ha fatto ostruzionismo!»
«Mi sta dicendo che nessuno sta cercando di intercettare Guido Reni? Avete San Marino qui a due passi… state pattugliando almeno quelle strade?»
«Certo» rispose Minetti sostenuto ma da come si trincerava dietro quell’atteggiamento baldanzoso Giordano capì che no, non lo stavano facendo, o se anche lo stavano facendo la cosa era stata sottovalutata di molto.
«Potreste intensificare i controlli. Nelle telefonate De Rossi ha detto che guida una Porsche ma è un’auto molto appariscente, potrebbe aver cambiato con una più modesta.»
«Tu, non puoi dare ordini qui!»
«Non è un ordine, è un suggerimento. Inoltre contatterei San Marino e chiederei il loro supporto, se Reni vuole lasciare il paese avrà bisogno di contanti e i soldi sporchi non li tengono certo in Italia, in ogni caso manderei in giro un po’ di agenti negli Istituti di credito…»
«Hai una vaga idea di quante banche ci sono in questo territorio? Tu fai il tuo che noi facciamo il nostro lavoro.»
«Bene. Potrei farlo con un ventilatore? Fa molto caldo.»
Minetti gli lanciò un’occhiata assassina prima di uscire.
Gioia tenne i polsi sotto l’acqua fredda per un tempo indefinito con il duplice scopo di calmare il tumulto delle emozioni e rinfrescarsi un po’.
Nella testa si affastellavano l’immagine suadente di Reni con quella viscida di Minetti e ora anche quella del nuovo arrivato da Milano: Giordano Torrani.
Lui si impose su tutti gli altri.
Non era in uniforme. No, decisamente. Indossava una maglietta verde attillata che lo fasciava come una seconda pelle e dei pantaloni in tessuto tecnico arancione, tipo ANAS, meno aderenti della maglietta, ma che lasciavano davvero poco spazio all’immaginazione e profumavano.
A colpirla però, più di qualunque altra cosa, erano stati gli occhi: di un azzurro talmente chiaro da sembrare pezzi di vetro taglienti con i quali, ne era sicura, da lì a poco l’avrebbe sezionata, strato dopo strato, fino a metterle a nudo l’anima… se glielo avesse lasciato fare.
Un brivido la percorse da capo a piedi e si affrettò a togliere i polsi dall’acqua.
Rimanere indifferente alle parole di Minetti era stato facile, ma era sicura che Torrani era di tutt’altra pasta. Apparteneva alla Direzione Investigativa Antimafia, non ti accettavano lì se non avevi doti oggettive.
Ma perché avevano mandato uno della D.I.A.?
Chiuse il rubinetto e invece di asciugarsi con le salviette di carta, si sfregò i polsi gocciolanti sul collo. Un rivolo d’acqua scese nell’incavo tra i seni scatenando un altro brivido.
Ok, Gioia, limitati ai fatti nudi e crudi.
Guido Reni e come era riuscita a catturarne l’attenzione.
La borsetta con il rilevatore che lui aveva recuperato dalla Porche dopo che lei aveva finto di averla dimenticata.
La telefonata a Raul G*.
La Walther PPK.
L’esistenza di un potenziale elenco di date, cifre e importi delle tangenti che aveva maneggiato.
Questo è il punto cruciale. L’elenco.
Doveva distrarlo dalle domande per lei scomode e dargli quell’informazione al momento giusto.
È un uomo no?
Accidenti se lo era! Il che significava una cosa sola: più pelle riusciva a esporre e meno lui avrebbe fatto attenzione a ciò che diceva. Gioia aveva capito molto tempo prima l’effetto che poteva fare agli uomini, un effetto simile a quello di un drappo rosso agitato davanti a un toro inferocito: una scollatura appena più profonda o una gonna a metà coscia e non capivano più niente. Di solito faceva di tutto per non brandire il drappo, anche se con scarsi risultati, ma ogni tanto era necessario e quindi si era abituata a sfruttare la cosa a suo favore.
Cercò di dare una sistemata ai capelli. Prima di uscire dal Grand Hotel aveva fatto una doccia veloce per lavare via quello che era successo: non puzzava, ma i capelli erano aggrovigliati e ribelli. Rimboccò un po’ le maniche della giacca e la sbottonò lasciandola aperta.
Toglierla e presentarsi con addosso il solo vestito stropicciato avrebbe amplificato l’effetto drappo rosso, ma l’istinto le diceva che Torrani non era uno sprovveduto: se gli si fosse presentata davanti mezza nuda, avrebbe capito subito che c’era qualcosa che voleva nascondere.
Fece qualche tentativo davanti allo specchio per capire qual era la posa migliore per mettere in mostra la mercanzia e destabilizzarlo.
In un lontano angolino della sua mente qualche diavoletto stava ridendo della grossa al pensiero di un Torrani destabilizzato, ma non aveva tempo per le insicurezze: non poteva permettersi neppure una sbavatura.
Un agente gli portò un ventilatore e Giordano si impegnò a far sì che l’aria, in quella specie di forno crematorio, tornasse almeno respirabile e poi attese, in piedi, riflettendo con attenzione su come approcciare Gioia De Rossi quando fosse tornata dal bagno.
Visto che lei si stava attardando, fece anche lui una capatina al bagno. Svuotò la vescica, ripulì meglio le mani dalla magnesite e si sciacquò la faccia.
Da quello che aveva visto e letto, Gioia De Rossi era una tosta. Un talento naturale, una mente superiore, ma chiusa come un’ostrica che custodisce una perla e lui doveva trovare il modo di aprirla in meno di un’ora per avere il tempo per organizzare qualcosa di inerente il pedinamento di Guido Reni o la sua cattura, se ci fossero stati gli estremi.
Grazie alla pessima iniziativa di Minetti, sapeva che le minacce e gli insulti non servivano. D’altra parte non gli sembrava neppure una in cerca di complimenti.
Appena mise piede nella stanza, un brivido lo percorse da capo a piedi… Cristo Santo!
Gioia De Rossi era in piedi, teneva le mani in tasca e la giacca si era aperta quel tanto da mostrare lo straccetto con cui era vestita, anche se era più corretto il termine svestita.
Il bordo di quella sottospecie di sottoveste non le arrivava neppure a metà coscia ed era quasi certo che sotto non indossasse il reggiseno.
C’era davvero da farsi il segno della croce: quella donna era la più bella che avesse mai visto dal vivo.
Ok Giò, datti una regolata. Come tutti era sensibile al fascino femminile e lei ne aveva da vendere, ma lui non era tutti, lui era uno che sapeva mantenere il controllo altrimenti non avrebbe potuto fare il lavoro che faceva. Dalla linea della mascella in giù è no-fly-zone.
«Prego, accomodati» le disse indicandole la sedia e chiudendo la porta, aveva notato che in quell’ufficio erano tutti un po’ troppo impegnati a origliare. «Ho fatto portare dell’acqua e degli snack, in caso avessi fame.»
«Anche un ventilatore vedo.»
«Già. Sembra di essere in un forno qui dentro» disse sedendo dall’altro lato della scrivania per averla di fronte. «Sarò breve, ho meno di un’ora per capire cosa sai e giudicare se è sufficiente per far partire un’operazione che porti all’arresto di Guido Reni.»
«Ho chiamato in procura questa notte, dicendo che ero con Reni al Grand Hotel.»
«Il messaggio è stato recapitato solo questa mattina, insieme al contenuto della telefonata delle sette e dodici»
spiegò Giordano guardandola negli occhi.
Occhi stupendi, con iridi castane brillanti e contornate da una corona più scura. Occhi espressivi che per un attimo tradirono qualcosa, ma subito lei distolse lo sguardo, giusto il tempo per versarsi un bicchiere d’acqua e buttarlo giù come fosse veleno.
Era nervosa. Giordano annotò il particolare, l’ansia, ma anche il profilo perfetto, il naso adorabile per non parlare della bocca: tutto in lei gridava “scopami” eccitando ogni molecola di testosterone circolante nei maschi che la incrociavano, presenti inclusi purtroppo.
«Reni deve stilare un elenco con nomi, date e importi delle tangenti che gli sono passate per le mani» esordì spiazzandolo.
Visto il mutismo a oltranza che aveva mantenuto con Minetti non si era aspettato che con lui parlasse subito e se voleva iniziare dalla fine, l’avrebbe seguita, era abituato più ad ascoltare che a fare domande, nel suo lavoro una domanda sbagliata al momento sbagliato faceva la differenza tra la vita e la morte.
«Non possiamo arrestare un uomo perché deve scrivere un elenco» replicò Giordano.
«Parlava al telefono con Raul G*!»
«Ne sei certa o è una suggestione?» domandò ottenendo come risposta solo una smorfia amara. «Parlare con qualcuno al telefono non è un reato. G* sarà ascoltato tra due giorni come persona informata sui fatti, al momento non è accusato di nulla.»
«Reni oggi ritirerà il denaro di cui ha parlato al telefono e poi scomparirà: è questo che volete?»
«L’ingaggio era di renderlo rintracciabile e pedinabile» puntualizzò notando come lei alzasse il mento subito prima di rispondere stizzita.
«Io ho provato a lasciare nell’auto la borsa con il rilevatore, ma lui se ne è accorto e me l’ha riportata.»
«Avrebbe dovuto esserci una squadra a supporto per intervenire con un piano B.»
«Già. Avrebbe dovuto esserci, ma non c’era! Mi hanno lasciato da sola a gestire una situazione impossibile.»
«Concordo.»
Concordo?
Che accidenti di risposta era?
Cosa stava cercando di fare? Darle ragione per blandirla?
«Anche se concordi, i fatti non cambiano.»
«Quando l’hai capito?»
Eccola, la prima, subdola, domanda.
«Cosa?» chiese per prendere tempo, sapendo che il suo piano per distrarlo era miseramente fallito: Torrani la guardava solo in faccia ed era più freddo del polo nord in inverno. Merda!
«Quando hai capito che eri sola e che l’operazione era stata annullata?»
«Nel parcheggio della discoteca. Doveva esserci uno della squadra fuori dall’uscita di sicurezza e altri due in un’auto che avrebbe dovuto seguire Reni a distanza, invece non c’era nessuno.»
«Perché non hai abbandonato?»
Altra domanda e altro colpo di bisturi, mirato e preciso, per toglierle il primo strato della corazza che aveva eretto attorno a sé.
Stare davanti a lui era come essere esaminati da una statua di ghiaccio: nessuna emozione, nessun battito di ciglia, nulla, eppure era preciso come un chirurgo che sa dove affondare la lama, e proprio come un malato sotto intervento, Gioia non aveva nessuna possibilità di sottrarsi.
«Era la mia occasione» ammise: doveva dargli qualcosa di vero e di intimo se voleva cavarsela. «Anni di studio, di sacrifici, di sogni, non li butto via solo perché un coglione ha avuto fretta. La missione era di rintracciare Reni per metterlo sotto sorveglianza, ho pensato che ovunque volesse andare potevo gestirlo e magari mi si sarebbe presentata l’occasione per contattare i colleghi.»
«Parlami della pistola.»
Dio, la pistola! Devo farcela… Torrani era bravo, esperto, pochi minuti con lui e Gioia aveva già capito che avevano mandato il migliore. La cosa la lusingava, significava che era stata presa sul serio, ma la terrorizzava anche: tenergli nascoste le cose che non voleva svelare sarebbe stata un’impresa titanica e non poteva fallirla.
«È una Walther PPK. La tiene nel cruscotto della Porsche. Era molto tranquillo per cui credo che abbia il porto d’armi.»
«Sì. È un’arma regolarmente dichiarata e detenuta. E tu? Quando l’hai vista eri tranquilla? Eri ancora sicura di poterlo gestire?»
Gioia inspirò e trattenne il fiato senza accorgersene. Chiuse un attimo gli occhi, per scacciare dalla mente Reni che la chiamava per nome, il panico che dilagava dentro di lei, l’accelerazione e la risata di lui che le diceva che era la prima gioia vera che incontrava nella sua vita. Li riaprì appena si accorse di quello che aveva fatto: gli occhi trasparenti di Torrani erano schegge taglienti e con quella domanda le aveva appena tolto un altro strato di protezione.
«In un primo momento sono andata nel panico » soprattutto perché l’aveva chiamata per nome, ma questo, come tante altre cose, non voleva farglielo sapere. «Poi ho ragionato che, se anche avesse voluto prendere la pistola e ammazzarmi, io avevo un accesso migliore di lui all’arma.»
Un guizzo quasi impercettibile attraversò il viso di Torrani: quindi nemmeno lui era marmoreo come sembrava. Osservò con attenzione il volto dai tratti marcati, la mascella squadrata, il velo di barba biondo-rossiccia che la ricopriva e la definiva, il naso importante e quegli occhi straordinari a cui non era possibile sfuggire. La guardava serio e impassibile.
«Quando hai telefonato, hai detto che eri al Grand Hotel, qui a Rimini.»
Gioia non poté fare a meno di deglutire, ora stava per arrivare alla parte davvero difficile. Se Torrani le avesse fatto le tremila domande di Minetti, lei non avrebbe avuto problemi a rispondere: sapeva elaborare velocemente e non sarebbe stato difficile fornire il quadro che voleva senza esporsi, ma lui era diverso.
Lui non faceva domande, lui forniva imbeccate e lei sapeva che doveva rispondere con un racconto dei fatti. Non era facile elaborare un racconto coerente ed esaustivo che non generasse punti oscuri.
«Sì. Ci siamo arrivati direttamente dalla Baia. Ho provato a lasciare la borsa nella sua auto, ma lui se n’è accorto ed è tornato indietro a recuperarla.»
«Credi abbia frugato nella borsa e abbia trovato il rilevatore?»
«No. L’ho avuto in vista tutto il tempo.»
«Ok. Continua.»
«Siamo entrati, si è fatto consegnare la chiave dalla reception e poi siamo andati al bar. Ha ordinato due cocktail e io ne ho approfittato per andare alla toilette.»
«Da dove hai chiamato con un cellulare preso in prestito.»
«Esatto. Avevo puntato una persona che lo teneva sul tavolo e appena ho visto che si alzava per andarsene ne ho approfittato.»
«Reni ti ha notata?»
«No. Il tutto è avvenuto in pochi minuti.»
«Perché hai chiamato Milano e non il tuo Funzionario?»
«Perché sapevo di essere uscita dal seminato e volevo un contatto diretto» rispose cercando invano di dominare il tremito della voce. Gli occhi di Torrani erano più intensi che mai, sembravano quasi azzurri e non più color ghiaccio: le credeva? Doveva crederle! «Se avessi chiamato Minetti, lui mi avrebbe ordinato di uscire e io non avrei scoperto quello che invece ho scoperto.»
«L’elenco e l’appuntamento di oggi.»
Gioia annuì, incapace di parlare.
Sperò, pregò, che non le chiedesse cosa era successo tra il bar e la seconda telefonata che aveva fatto a Milano quella stessa mattina, appena un’ora dopo che Reni aveva lasciato la stanza del Grand Hotel credendola addormentata.
«È stata verificata una telefonata in arrivo sul numero di casa di Raul G* più o meno alla stessa ora che tu hai indicato.»
Bastardo! Sapeva che la sua intuizione era giusta, ma le aveva insinuato il dubbio e lei ci era cascata. Lo fissò astiosa, lui non si scompose. Cosa gli circolava nelle vene? Liquido refrigerante?
«Da cosa hai dedotto che si trattasse di lui?»
«Da alcune cose che Reni mi ha raccontato di sé.»
«Ha nominato G*?»
«No, però Ravenna è la mia città e tutti sanno chi è quella famiglia e sono talmente tanti tra nipoti diretti e cugini che qualcuno dei rampolli è facile frequenti la tua stessa scuola. Ho collegato luoghi e aneddoti di cui mi ha parlato con altri che conosco anche io.»
«Dimmi tutto quello che ricordi della telefonata.»
«Te la recito, l’ho memorizzata: hai un registratore?»
Torrani inarcò un sopracciglio sorpreso e Gioia quasi esultò per aver segnato un punto a suo favore.
«Non mi serve. Vai.»
Lo fissò a bocca aperta, aveva anche lui la sua stessa capacità di ricordare un dialogo? Qualcosa le serpeggiò nelle vene e quella reazione inaspettata la colpì, ma non era il momento di lasciarsi distrarre da sensazioni destabilizzanti. Chiuse gli occhi, fece un profondo respiro e richiamò le percezioni di quella mattina all’alba.
Un lieve movimento l’aveva svegliata: Reni si era mosso, forse si era voltato verso di lei poi doveva essersi messo seduto sul bordo del letto. Aveva udito il cassetto del comodino aprirsi e richiudersi, poi il suono di una comunicazione telefonica che veniva stabilita e subito un “Sì” che proveniva dal telefono e la voce di Reni che rispondeva: “Sono io.”
Il materasso aveva ondeggiato di nuovo quando Reni aveva abbandonato il letto. Gioia non si era mossa, aveva mantenuto gli occhi chiusi e la postura rilassata del sonno anche se si era sentita addosso il suo sguardo.
In rapida sequenza erano seguiti un “Lo immaginavo.” Quindi un “Scordatelo.”
Dopo quel breve botta e risposta era seguito un lungo silenzio finché era arrivata la parte interessante: “Lascia l’Italia.” E subito dopo, “Io però scendo qui.” E poi: “Non ti pianto in asso. Posso darti i nomi delle banche, tutti i numeri dei libretti, e anche i prestanome a cui sono stati consegnati e naturalmente dove e quando sono avvenuti gli scambi. Ti spedisco l’elenco al solito indirizzo oggi stesso.”
A quella dichiarazione il cuore di Gioia aveva iniziato a martellare: era nel posto giusto al momento giusto.
“No. Mi spiace. Io preferisco i vent’anni da pecora al giorno da leone.”
“Io voglio uscirne vivo. Senza contare che entro quattro ore al massimo sarò miliardario lo stesso.”
Dopo quelle due frasi per poco non si era alzata per arrestarlo.
“Di quei miliardi, uno si trova in libretti che non mi avete mai fatto consegnare.”
“Agli unici che non contano un cazzo, che non ci guadagneranno un cazzo e continueranno a rompere il cazzo. Ho un appuntamento a mezzogiorno al Banco di Rimini.”
Quindi le ipotesi erano giuste, c’erano delle tangenti che Reni aveva in custodia e che ancora non erano state consegnate.
“Non è da chi invoca la Bibbia che ti devi guardare le spalle, ma da chi sta a cuccia.”
Dopo quelle inquietanti parole Reni aveva chiuso la telefonata ed era andato in bagno. Gioia si era mossa e aveva ragionato su come fosse meglio comportarsi: farsi trovare sveglia? Fingere di dormire?
Riaprì gli occhi per incontrare le iridi di cristallo trasparente di Torrani, una ruga gli solcava la fronte. Osservandolo meglio, Gioia notò gli accenni di altre piccole rughe attorno agli occhi e alla bocca: tra qualche anno sarebbe stato uno di quegli uomini a cui il tempo scavava il volto con le espressioni rendendoli sempre più affascinanti con l’avanzare dell’età.
Attese in silenzio altre domande, sperando con tutta se stessa che non le chiedesse nient’altro.
«È tutto?»
Due parole, tono interrogativo e un’occhiata impenetrabile, tanto bastò a Gioia per crollare.
«Ci sarebbero anche queste.» Estrasse le banconote dalla tasca appoggiandole sul tavolo.
Torrani spostò lo sguardo dal suo viso a quello placido del Caravaggio verdognolo. Prese in mano le banconote, saggiò la consistenza della carta, le osservò in controluce per individuare la filigrana. «Sembrano autentiche» sentenziò infine.
«Credi che i numeri di serie possano dirci qualcosa?»
«Ne dubito, ma possiamo tentare. Devo parlare con Milano» aggiunse poi alzandosi e dirigendosi verso la porta.
Gioia fece per alzarsi a sua volta, ma la mano di lui sulla spalla la bloccò.
Non stava uscendo, si era solo messo dietro di lei. Gioia non poteva vederlo, ma lo sentiva. Torrani emanava un’aura magnetica che attirava quanto e più del nucleo gravitazionale della Terra stessa, il tocco della sua mano non era pesante eppure la manteneva seduta come se fosse inchiodata alla sedia. Non c’era nulla di lascivo in quel gesto, non le dava fastidio, anzi le trasmetteva una certa sicurezza.
«Ho ancora una domanda. Forse due» disse grave.
Gioia aveva la mente del tutto vuota ed era incapace di profferire un qualsiasi suono.
«Ha usato precauzioni?»
La domanda le fece defluire tutto il sangue dalla faccia e il cuore iniziò a battere sordo come un tamburo di guerra.
Deglutì a vuoto e riuscì a scuotere il capo. No, Guido Reni non aveva usato nulla, le aveva chiesto se era sana, lei aveva risposto di sì, lui le aveva assicurato che anche lui lo era…
«E tu?»
Torrani le aveva mormorato quella seconda domanda vicino all’orecchio, un sussurro delicato che a fatica aveva mosso le ciocche dei capelli eppure la sensazione che Gioia provava era quella di uno stiletto piantato direttamente nell’anima.
Il sangue defluito prima rifluì tutto in un colpo incendiandole la faccia. Avrebbe voluto rispondere, avere voce per una battuta tagliente quanto il bisturi che la stava aprendo in due esponendo tutte quelle emozioni con cui avrebbe fatto i conti, prima o poi, ma non in quel momento.
Voleva, ma non era abbastanza forte da sottrarsi al tocco di Torrani, all’emozione che le serrava la gola o alla vergogna che la paralizzava.
Rimase ferma immobile, come la statua di sale testimone della caduta di Sodoma.
«Ok» disse togliendole la mano dalla spalla e lo stiletto dall’anima. Gioia lo osservò sconcertata tornare seduto di fronte a lei. Non la guardò neppure una volta mentre estraeva un cellulare da una delle tante tasche dei pantaloni che indossava e componeva un numero.
In quel lasso di tempo, Gioia riuscì a ritrovare una parvenza di dignità e quando i loro occhi si incontrarono di nuovo, quando poté appurare che nella luce del suo sguardo non c’era nessuna condanna, nessun giudizio, un’emozione mai provata prima le fiorì nel petto.
«E tu?»
Giordano si era chinato per essere più vicino al suo orecchio. Quelle due domande non facevano parte dell’interrogatorio, per questo non aveva voluto fargliele da inquisitore guardandola negli occhi.
Sentiva una strana comunione con lei, anche se era certo che fosse una cosa unilaterale. In qualche modo somigliava al cameratismo che c’era con gli altri operativi che, come lui, avevano scelto la difficile carriera dell’agente sotto copertura e che, in nome della giustizia e del senso patrio, erano disposti a rinunciare alla loro vita privata, a volte anche ai loro principi, per uno scopo più grande: aveva smesso di pensare a lei come al vice ispettore De Rossi nel momento in cui aveva ammesso di aver chiamato Milano perché temeva che le avrebbero fatto abbandonare l’incarico.
Il corpo di Gioia sotto la sua mano era come pietrificato, non stava respirando però Giordano poteva avvertire la vibrazione della giugulare a pochi centimetri dal suo volto. Chiuse un attimo gli occhi per lasciare che riverberasse anche dentro di lui e gli bastarono quei pochi istanti per capire che, sì, la connessione speciale che avvertiva con lei era reale e palpabile, ma quello non era né il luogo né il momento per esplorarla.
«Ok» disse raddrizzandosi e togliendo la mano dalla spalla di lei. «Sai memorizzare un numero di dieci cifre?»
«Come? Sì, certo.»
Volutamente non la guardò, mentre le dettava il numero del suo cellulare e gliele faceva ripetere. Sapeva di averla sconvolta e messa di fronte a delle implicazioni che avrebbe dovuto valutare prima o poi, ma non ora e non lì. Ora dovevano rimanere concentrati dato che avevano pochissimo tempo per valutare come agire con Reni.
In realtà non è che avessero molte scelte. Non ce n’era nessuna anzi. Tutto quello che avevano erano degli indizi da confermare, ma nessuna prova.
Puntò lo sguardo su di lei solo dopo aver digitato il numero diretto che gli avevano fornito per mettersi in contatto con la Procura di Milano, dall’altra parte risposero al primo squillo.
Tutto il Pool era riunito in attesa della sua chiamata, dopo un breve scambio di presentazioni e cortesie, Giordano riassunse i fatti fondamentali che aveva ricostruito. «È mia opinione che Reni sia in procinto di lasciare l’Italia e che, se lo perdiamo oggi, non lo ritroveremo più» concluse, fissando gli occhi color cioccolato della donna che aveva di fronte.
Lei non batté ciglio, eppure doveva rendersi conto di cosa significasse: avrebbe dovuto adescare Reni per la seconda volta, e anche se il cervello e la logica gli dicevano che era l’unica cosa che potessero fare per prendere quel bastardo con le mani nel sacco, l’impulso di mandare tutto a monte era fortissimo.
«Ottimo lavoro Torrani» si complimentò D*. «Può passarci la vice Ispettrice De Rossi? Vorremmo porle delle domande prima di prendere una decisione su come procedere.»
Giordano le passò il telefono. Forse avrebbe dovuto approfittare di quei minuti per uscire dalla stanza e assicurarsi che Minetti avesse messo in atto i suoi suggerimenti, ma restò fermo immobile a guardarla affascinato.
«Sentite» sbottò dopo qualche minuto di risposte a monosillabi. «Possiamo girarla quante volte volete, ma l’unico modo per carpirgli le informazioni è quello di agganciarlo ancora. Ho solo una richiesta: voglio che a dirigere l’operazione sia Torrani.»
Mentre il significato della richiesta gli penetrava nel cervello e lei sollevava lo sguardo dal tavolo pronunciando il suo nome, Giordano riconsiderò in un colpo solo tutte le teorie che aveva sviluppato in merito al colpo di fulmine.
Senza interrompere il contatto visivo, prese il telefono che gli stava restituendo.
«Torrani» l’aggredì D*, «hai un’idea del casino che comporta la richiesta della De Rossi? Non c’è tempo.»
«La sto guardando in questo momento, non cambierà idea: vuole me.» Lei trasalì sgranando i grandi occhi scuri, socchiuse le labbra rosse come il peccato e arrossì. «Volete davvero affidare la totale responsabilità dell’operazione a quelli che l’hanno persa ieri sera solo perché Reni ha cambiato camicia e messo un paio di occhiali?»
Mentre dall’altra parte il Pool si lanciava in una discussione, Giordano rimase in silenzio ad ammirare le linee che rendevano perfetto il volto di Gioia. La bocca da sola poteva scatenare le fantasie erotiche di qualunque maschio eterosessuale compreso tra dodici e novantanove anni, e tutto il resto, a cominciare dalle gambe chilometriche, poteva provocare un infarto in quelli che fossero cardiopatici. Lui non lo era.
«Torrani, faremo pressioni affinché tu faccia da consulente» esclamò infine qualcuno, «più di così non possiamo fare ma tu vedi di non perderla.»
«Non ne ho alcuna intenzione.»
Quando quella storia fosse finita, aveva un due tre cosette da verificare empiricamente con Gioia De Rossi.
«La sto guardando in questo momento, non cambierà idea: vuole me.»
Gioia sussultò come se qualcuno l’avesse colpita in pieno stomaco. No, non qualcuno ma Giordano Torrani.
Qualcosa di caldo partì dal centro del suo essere per diffondersi fino al collo e la faccia. Sgranò gli occhi sorpresa, incapace di distogliere lo sguardo da quello intenso di lui. Si era reso conto del doppio senso? E cosa vedeva, esattamente? Si strinse nella giacca consapevole di avergli mostrato ben più delle gambe e della scollatura: gli aveva consentito di accedere a cose che Gioia aveva tutta l’intenzione di mantenere nascoste al mondo intero e questo la turbava. Solo un altro uomo era riuscito a turbarla così, ed era successo meno di dodici ore prima.
«Non ne ho alcuna intenzione.»
Cosa, non aveva intenzione di fare?
Strinse le labbra e raddrizzò la schiena: sarebbe finita, prima o poi, quella storia.
«Vieni» l’esortò lui alzandosi e consultando l’orologio, un Sector bellissimo con il quadrante bianco e argento che spiccava sulla pelle abbronzata. «Abbiamo solo cinquanta minuti. Se Minetti si è portato avanti, non ci resta che andare sul luogo del contatto.»
«Minetti?» domandò diffidente.
«Mentre eri in bagno, gli ho dato qualche suggerimento.»
«Figurati se ti ha ascoltato» sbottò. «Quello stronzo ha dei seri problemi con i consigli sensati.»
«Dovresti essere più diplomatica» rimbeccò Torrani, fermo con la mano sulla maniglia. «Non puoi riferirti con questi termini a un funzionario.»
«Prima mi ha reclutata e poi abbandonata sul campo» gli ricordò Gioia.
«Potevi abbandonare anche tu.»
«Tu l’avresti fatto?» chiese sfidandolo.
«No.»
«Quindi, di cosa stiamo parlando?»
«Stiamo parlando di diplomazia. Stiamo parlando di capire quando ti conviene aprire la bocca e con chi condividere i tuoi pensieri per non finire nei guai.»
«Bene. Condivido il mio pensiero con te, adesso. Non ho nessuna intenzione di mettere a repentaglio me stessa se non posso contare su una via di fuga. Io voglio te e solo te» affermò puntandogli l’indice contro la spalla e vaffanculo ai doppi sensi: una parte di lei era terrorizzata da un nuovo incontro con Reni.
Fulmineo lui le afferrò la mano serrandola in una presa d’acciaio. E fu così che si sentì, presa, quando le parlò.
«Mi hai. Qualunque cosa succeda, chiunque alla fine diriga questa operazione, io sarò due passi dietro di te, pronto a darti tutto quello che ti serve per uscirne.»
Ogni parola le entrò dentro in ogni modo possibile, s’infiltrò attraverso i polpastrelli che premevano sulle vene del polso, la marchiò tramite lo specchio limpido delle sue iridi e le riverberò nell’anima per mezzo della bassa vibrazione della voce.
«Non ti vedrò, vero?» mormorò la parte di sé che riusciva ancora a essere lucida e a capire cosa stava per succedere.
«Se sono bravo – e lo sono – no, ma tu fidati. Ti fidi?»
Aveva scelta? «Mi fido.»
«Allora andiamo. Abbiamo un incompetente da affrontare.»
«Ah, è così che devo chiamarlo, incompetente invece di stronzo?»
«No, solo io posso perché non è il mio capo.»
Gioia sbuffò e si affrettò a ripararsi dietro la considerevole mole di lui per nascondere tutte le emozioni che aveva dentro.
Come previsto, Minetti non aveva seguito i consigli di Giordano, ma qualcosa aveva fatto facendo arrivare altre pattuglie da Forlì. L’animosità tra Gioia e il suo superiore era palpabile, così come quella di Minetti nei confronti di Torrani. Quest’ultimo, dopo aver tentato per qualche minuto di instillare un minimo di buonsenso nel fetente, controllò l’ora e alzò le mani.
«Ok, Minetti. Non abbiamo tempo da perdere: quale sarebbe il ruolo che mi hai assegnato?»
«Non hai un ruolo, questa è la nostra operazione. Sei solo un osservatore quindi dovresti metterti seduto da qualche parte e osservare senza rompere i coglioni.»
Arrogante bastardo pensò Gioia pronta a dare voce a tutto quello che pensava di lui, ma Giordano reagì prima: probabilmente doveva ancora nascere l’uomo in grado di prevaricarlo.
«Bene. Quando è così, vado a sedermi in auto» disse dirigendosi all’uscita.
Il primo impulso di Gioia fu quello di protestare a gran voce e richiamarlo alla promessa che le aveva fatto, ma poi un qualcosa del tutto irrazionale e inspiegabile la fece muovere nella medesima direzione.
«Dove credi di andare De Rossi?»
«A sedersi anche lei» intervenne Torrani, prima che Gioia potesse aprire bocca. «Nell’auto a noleggio di cui, se non erro, vi dovrebbero aver appena consegnato le chiavi.» Uno degli agenti, senza sollecitazione, si affrettò a porgergli un portadocumenti con il logo Europcar. Giordano si era voltato per guardare il vice commissario in faccia. «Auto che tra dieci minuti la lascerà a una congrua distanza dal Banco di Rimini così che possa raggiungerlo, a piedi, in tempo per intercettare Reni. Ha qualche suggerimento migliore, Minetti?»
Mosse un passo mentre pronunciava ogni parola con tono misurato e freddo, la postura apparentemente era rilassata ma Gioia aveva come l’impressione che una corrente ad alta tensione corresse nelle fibre muscolari del milanese.
«Deve essere preparata…»
«La preparo io.»
«Tu…»
«Io, eseguo missioni in copertura da cinque anni» disse, un passo a ogni parola, in un chiaro gesto di sfida frontale. «Hai qualcuno di più esperto di me?»
Minetti ora era così vicino che per guardarlo in faccia dovette inclinare la testa: Torrani lo sovrastava, sia fisicamente che per esperienza, a dispetto di qualsiasi gerarchia, e ogni persona in quella stanza ormai se ne era accorta.
Gioia tratteneva il respiro e così tutti i presenti.
Giordano Torrani era davvero un grande: senza usare parolacce o minacce e senza alzare di tono la voce era riuscito a mettere Minetti con le spalle al muro e a far vedere l’incompetente che era.
«No. Andate pure» concesse lo stronzo arretrando. «Ma tu, De Rossi, non combinare cazzate stavolta!»
Gioia stava per mandarlo a quel paese, ma Giordano la prese per un gomito e praticamente la scaraventò fuori dall’ufficio.
Incazzata per le parole di Minetti camminò senza guardarsi attorno poi, appena in strada, il buon senso si insinuò nella nebbia della rabbia e si girò per chiedere dove fosse l’auto. Si fermò di botto: Torrani la stava guardando, ma data la direzione dello sguardo - concentrato più a sud, molto più a sud, della sua schiena - non con la stessa aria professionale usata fino a quel momento.
«Mi stavi guardando il…!»
«No» ribatté lui, prima che potesse completare la frase. Gli occhi di ghiaccio erano di nuovo fissi sulla sua faccia.
Il cuore di Gioia martellava impazzito contro le costole e per la seconda volta da quando l’aveva incontrato qualcosa di mai provato prima le serpeggiava nelle vene. «Bugiardo.»
«L’auto è là» dichiarò lui superandola.
Turbata lo seguì. Un mezzo sorriso le velò il volto guardandolo di spalle come lui aveva fatto con lei. Era bello, alto, dotato di una muscolosità nervosa che si intravedeva sotto la maglia attillata. Molto diverso da Reni, il pensiero l’adombrò di nuovo.
Lui aveva aperto l’auto e la stava aspettando. Gioia l’osservò, ma quello che credeva di aver visto poco prima non c’era più: fermo, con un piede nell’abitacolo, ora c’era solo il Torrani Ispettore Capo che salì solo dopo che anche lei ebbe fatto altrettanto.
«Non sei vestito da ufficio» disse, tentando di imitare la sua tecnica di interrogatorio. Lui non sprecò nemmeno un’occhiata dedicandosi alla piantina della città per capire dove andare. Gioia sbuffò. «Perché hanno mandato uno della D.I.A.?» chiese senza girarci attorno.
Sorrise mettendo in moto. «Ero in montagna: pratico l’arrampicata libera.»
Quindi, lui scalava montagne a mani nude? Le immagini che le si affollarono in testa non le impedirono di comprendere che con quell’informazione aveva in realtà sviato la domanda diretta che gli aveva posto.
«Non hai risposto» gli fece notare.
«Hai pensato a cosa raccontargli se ti chiede cosa hai fatto tra quando te ne sei andata dal Grand Hotel e quando lo incontrerai?» chiese mantenendo lo sguardo sulla strada.
«Sì. Ho vagato per la città con l’intenzione di raggiungere la stazione, ma poi ho deciso di andare dove speravo di incontrarlo. Insomma… qualcosa del genere.»
«Ok. Se non sei sicura di quello che stai dicendo: stai zitta. Troppe parole dette a casaccio fregano.»
Gioia lo sbirciò: lui sembrava concentrato nella guida.
«Ti ha già chiesto di te? Cosa fai, la tua famiglia… cose così.»
«No.»
«Lo farà. Preparati una storia, ma fa che non si discosti troppo dalla verità: sarà più facile sostenerla.»
«Me l’ero già preparata ieri sera» disse consapevole però che la storia inventata era davvero molto simile a quella vera e che l’empatia di Reni era una delle cose omesse nel colloquio: il fatto che fossero due relitti che, contro ogni previsione, avevano trovato il modo di farcela, non era di nessun interesse alle indagini.
«Sa come ti chiami?»
«Solo il nome.»
«Capisco.»
Si voltò di scatto a guardarlo: cosa capiva?
«Non dargli nient’altro di te» disse lanciandole una fuggevole occhiata.
Gioia non riuscì a trattenere la sorpresa, ma si rendeva conto? A parte la triste infanzia e adolescenza, aveva concesso a Reni molto di più del suo nome e lui lo sapeva benissimo.
«Quello non importa» mormorò Giordano senza voltarsi.
Mi legge nel pensiero? Pensò sgomenta.
«Ah… no?» aveva voluto essere sarcastica, ma invece le era uscito un singulto. Non riusciva più a guardarlo in faccia così si concentrò sul tappetino trafitto dai suoi tacchi a spillo. Odiava quelle scarpe e odiava come si stava sentendo: una troia, una puttana, e non era quello il momento per lasciarsi andare.
L’auto svoltò in una strada laterale e il rumore del freno a mano tirato la riscosse dal torpore che l’aveva invasa.
«No. Non conta. Guardami Giò.»
Il nomignolo richiamò la sua attenzione.
Il volto di lui era una sintesi perfetta di determinazione e forza.
«Capisco» disse notando con la visione periferica che si era voltata di scatto per guardarlo. «Non dargli nient’altro di te.»
Anche senza guardarla sapeva cosa le passava per la testa. Lo sapeva perché lui ci era passato molto prima di lei e anche molte più volte: in missione il corpo era uno strumento come qualsiasi altra cosa.
«Quello non conta» mormorò lui continuando a guardare la strada.
«Ah… no?» ansimò.
Non lo guardava più, aveva abbassato la testa come se si vergognasse, e probabilmente lo stava facendo: la vergogna non esiste mentre sei in missione, arriva solo dopo, a tradimento, quando sei tornato nel mondo reale. C’erano agenti che a lungo andare perdevano la bussola, a Giordano non era mai successo, ma sapeva di alcuni ex colleghi che non avevano fatto una bella fine: il confine tra il lecito e l’illecito era molto labile.
Giunto nei pressi della banca svoltò in un strada laterale e parcheggiò. Lo stridio del freno a mano la riscosse dalle sue elucubrazioni.
«No. Non conta. Guardami Giò.»
Il nomignolo gli era salito alle labbra in modo automatico e non premeditato e attirò la sua immediata attenzione, e ancora una volta non poté fare a meno di pensare che esistesse davvero una specie di connessione tra loro.
«Tutti hanno qualcosa di oscuro dentro l’anima, molti riescono a nasconderlo o tenerlo a bada per tutta la vita, qualcuno ci si abbandona per sempre, e poi ci sono quelli come noi che riescono a sfruttarlo.»
«Noi?»
«Ci serve quel lato oscuro, per poter varcare la soglia dell’inferno e anche per poter tornare e fare il nostro dovere, ma non lasciare mai pezzi di te dall’altra parte altrimenti, prima o poi, non riuscirai più a tornare indietro.»
Mentre le parlava vide le emozioni e i dubbi che le infuriavano dentro ed era come rivivere quello che aveva provato durante le prime missioni.
«Te la caverai» la rassicurò.
«Ho paura» ammise.
«Io ne ho sempre.»
«Davvero sono cinque anni che lo fai?»
«Sono stato preparato. Ho fatto corsi negli Stati Uniti e in Francia.»
«Corsi in cui non sono ammesse le donne, immagino» disse amara.
«Non le donne italiane. Comunque, nessuna era come te.»
«Mi hai incontrato meno di due ore fa» si schernì sorpresa.
«Mi è bastato leggere il tuo fascicolo per capire che avevi delle potenzialità» puntualizzò sorridendo per rafforzare l’autostima che quello stronzo del suo capo aveva sminuito. «Ora sono certo che hai delle qualità straordinarie, un po’ grezze magari, ma straordinarie.»
Gioia distolse lo sguardo per controllare le lacrime che avevano allagato i suoi occhi stupendi.
Il trillo del telefono lo strappò dal dubbio se dirle altro.
«Torrani» rispose.
«Sono Minetti. Il palo ha visto Reni entrare in banca: lei è già dentro?»
«No.»
«Perché no? Cosa è successo?»
Ma chi ca… accidenti l’aveva messo a capo di quell’operazione? «È successo che Reni deve avere il tempo di sbrigare le transazioni che aveva in mente, così possiamo prenderlo in flagranza di reato. Manda il palo in banca con la scusa di aprire un conto o qualche altra cazzata del genere e che tenga occhi e orecchie aperte così potrà testimoniare.»
«Non prendo ordini da te.»
«Senti Minetti, mi hai ro… stancato: fa quello che ti suggerisco prendendoti tutto il merito oppure lascio che l’operazione fallisca e poi te la vedi tu con Milano.»
«Non fare l’arr…»
Giordano l’interruppe subito: non aveva tempo per la diplomazia. «Il punto è questo: fare! Il momento è adesso! Manda qualcuno là dentro.»
Allontanò il cellulare dall’orecchio proprio mentre Minetti urlava la sua vuota minaccia. «Non finisce qui!»
Chiuse la comunicazione. Gioia lo guardava sconcertata. «Farà quello che gli ho detto, non è così idiota.»
«Sicuro?»
«Sì, ne ho conosciuti altri come lui. Sono dei vigliacchi, ma sono anche degli opportunisti e sanno valutare bene cosa gli conviene e quando. Sono difficili da scavalcare, ma si possono manipolare se sei disposto a lasciargli il merito.»
Lei lo guardava poco convinta, ma Giordano sostenne tranquillo il suo sguardo: era essenziale che non si facesse distrarre dalla missione che doveva compiere, a fine incarico avrebbe pensato a come neutralizzare eventuali ritorsioni del suo capo, se ce ne fosse stato bisogno.
«Non dovrei andare, adesso?»
Giordano guardò l’orologio. Ancora qualche minuto.
«Diamo un po’ di tempo all’agente per prendere posizione. Sei pronta?»
Gioia annuì, ma Giordano la sentì ancora insicura. Estrasse dalla tasca le banconote che gli aveva dato prima.
«Queste ti serviranno.»
Lei sgranò gli occhi quando le vide. «Non volevi controllare i numeri di serie?»
«Credo sia un vicolo cieco, comunque li ho imparati a memoria. Prendili, e buttaglieli in faccia.»
«Pe-perché?» chiese esitante.
Giordano le prese una mano e le fece stringere le dita sulla carta spessa. «Perché non sei la sua puttana, ma il suo sogno.»
Lei aprì le labbra per dire qualcosa, ma non uscì nemmeno un suono.
«Tu sei il sogno di qualunque uomo. È così. Credici.» ribadì.
Lei negò. «Qualunque?»
«Be’, forse non proprio tutti» rettificò, pensando a Minetti, e le sorrise per sdrammatizzare. «Ma per uno che può tenerti testa, sì. E Reni è uno che potrebbe. Ora devi andare» aggiunse lasciandole la mano. «Andrà tutto bene.»
Lei annuì aprendo la portiera. Uscì, ma subito si chinò.
«E tu Giò?» domandò, cogliendolo di sorpresa con il suo stesso nomignolo. «Tu sapresti tenermi testa?»
Sì gioia, puoi giurarci che so tenerti testa! E in una frazione di secondo gli passarono nel cervello tutti i modi in cui avrebbe voluto dimostrarglielo seduta stante, ma non era il momento.
«Concentrati hai una missione da compiere» la redarguì, lei inarcò un sopracciglio perfetto. Dio, era davvero un sogno! «Vai. Non risponderò.»
Lei gli sorrise e Giordano avvertì quel sorriso penetrargli nel sangue e arrivare a ogni singola terminazione nervosa.
«L’hai già fatto» affermò chiudendo.
Contò fino a dieci, e fu uno sforzo immane.
Venti, e si sentì eroico.
Trenta e uscì dall’auto.
Raggiunse l’angolo dove Gioia aveva svoltato e con lo sguardo la seguì ancheggiare su quei tacchi altissimi, come poi facevano anche le poche persone in giro nel caldo soffocante, irresistibilmente attratte dal suo magnetismo naturale come aghi di bussole verso il polo nord.
Un uomo ebbe l’ardire di fischiare mentre le passava di fianco. Gioia l’ignorò e lo stronzo osò ammiccare verso Giordano facendo il classico commento da cazzone.
Se fosse stato un tipo impulsivo, l’avrebbe preso per il collo, scaraventato contro un muro, facendogli passare la voglia di fischiare dietro alle donne per il resto della sua vita.
Se fosse stato un tipo nervoso, l’avrebbe mandato a fanculo e si sarebbe acceso una sigaretta per drogarsi di nicotina.
Ma dato che era quel che era, tenne le mani ben piantate nelle tasche combattendo e vincendo la voglia di raggiungerla e fermarla.
La vide appoggiarsi al palo di un segnale stradale, slacciare la fibbia prima di un sandalo e poi dell’altro e infine attraversare la strada scalza, determinata, sicura di sé e più bella che mai.
Seppe in quel momento esatto che qualunque cosa fosse successa da lì in avanti, non l’avrebbe mai dimenticata e non avrebbe mai più incontrato una donna come lei.
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