SENZA COMPROMESSI
Capitolo 4 di 20

Scritto il 25/06/2026
da ELEN T. D.


Nei pressi del Banco di Rimini

21 luglio ore 11,55

 

«Queste ti serviranno.»

Gioia sgranò gli occhi quando vide le carte da cento che Reni le aveva lasciato sul comodino quella mattina. Ricordò l’umiliazione e la rabbia che aveva provato e anche il disgusto per quello che aveva fatto. «Non volevi controllare i numeri di serie?» chiese adombrandosi, le facevano schifo quei soldi.

«Credo sia un vicolo cieco, comunque li ho imparati a memoria. Prendili, e buttaglieli in faccia.»

Gioia sussultò. «Pe-perché?» balbettò.

Torrani le prese una mano e le fece stringere le dita sulla carta spessa. «Perché non devi essere la sua puttana, ma il suo sogno.»

Voleva dire qualcosa, doveva dire qualcosa, ma le corde vocali non riuscirono a produrre alcun suono come se invece della mano lui le stesse serrando la gola. Quando aveva visto le banconote sul comò, quella mattina, aveva deciso di chiamare di nuovo Milano. Prima di vederle era stata tentata di lasciar perdere e dimenticare tutto quello che era successo, poi le aveva notate e aveva deciso che doveva andare fino in fondo.

«Tu sei il sogno di qualunque uomo. È così. Credici.» ribadì.

Lo sguardo di lui era talmente intenso che Gioia avvertì un brivido lungo tutta la spina dorsale. «Qualunque?» sussurrò senza riuscire a sganciare gli occhi dai suoi.

«Be’, forse non proprio tutti» rettificò lui accennando a una smorfia. «Ma per uno che può tenerti testa, sì. E Reni è uno che potrebbe. Non c’è più tempo, devi andare. Andrà tutto bene» tagliò corto lasciandole la mano.

Gioia annuì aprendo la portiera, uscì, ma subito si chinò per dare retta a un impulso irresistibile.

«E tu Giò?» domandò usando lo stesso nomignolo che lui aveva usato con lei. «Tu sapresti tenermi testa?»

Ma che razza di domande…? E poi la vide, solo per un momento infinitesimo, la crepa nella sua espressione impassibile, ma fu un lampo e l’Ispettore ricomparve duro e distaccato.

«Concentrati hai una missione da compiere» la redarguì.

Non mi freghi, gli disse senza dare voce al pensiero.

«Vai. Non risponderò.»

Gioia lasciò affiorare il primo sorriso delle ultime ventiquattro ore e forse della settimana, se non del mese. «L’hai già fatto» affermò chiudendo.

Si avviò in preda a una strana euforia, sapeva che la stava guardando e diede il meglio di sé: camminò come se fosse su una passerella con tutti gli occhi puntati addosso anche se erano solo quelli di lui che sentiva. Ondeggiò sui tacchi come non aveva mai fatto in tutta la sua vita, neppure per adescare Reni, neppure quando sua madre l’aveva convinta che poteva prendere il posto di Cindy Crawford.

Un deficiente le fischiò dietro, non lo considerò perché le parole di Giordano Torrani si stavano spandendo dentro di lei, inesorabili come l’afa che l’avvolgeva.

Un sogno, non una puttana.

Ma il sogno di chi?

Il mio, pensò. Si appoggiò a un palo, slacciò i sandali, se l’era ripromesso anni prima che non avrebbe mai più permesso a qualcuno di usarla e che sarebbe sempre stata padrona di sé.

Guardò la strada e attraversò, determinata a entrare in quella banca e incastrare Reni indipendentemente dall’effetto che aveva avuto su di lei la notte prima.

Già mentre era nel box antirapina, in attesa che le porte scorrevoli si aprissero, vide il personale della banca interrompere quello che stava facendo.

Di fronte all’entrata, l’operatore di quella che sembrava una sorta di accettazione la squadrò a bocca aperta come i quattro clienti in fila alle due casse, l’uomo seduto in un separé e l’impiegata ferma con una brochure a mezz’aria.

Puntò alla fila di sedie poste di fianco all’entrata dell’ufficio su cui capeggiava la targhetta Direttore.

L’uomo all’accettazione cercò di attirare la sua attenzione schiarendosi la voce. Gioia l’ignorò sedendosi.

L’uomo la raggiunse. «Posso aiutarla?»

Lo guardò dal basso verso l’alto mentre con la mano tormentava le banconote nella tasca della giacca.

Un sogno e non una puttana.

«No» rispose.

«Ha un appuntamento?»

Un sogno e non una puttana.

«Aspetto una persona.»

Lui tentennò occhieggiando i sandali che Gioia teneva in mano, poi bofonchiò un ok e tornò al suo posto e pian piano tutti ripresero le loro occupazioni.

L’ultimo fu l’uomo che era nel box di fronte a dove si era seduta. Le sembrò di notare un impercettibile cenno del capo.

Doveva essere l’agente che era stato inviato in banca su suggerimento di Giordano pensò, quando le giunsero all’orecchio le parole conto e mutuo.

Gioia rimase ferma immobile a fissare i due punti rossi dell’orologio digitale appeso su una colonna. Lo fissò per otto minuti e quarantasei secondi prima che si aprisse la porta di fianco all’ufficio del Direttore e ne uscisse un’impiegata che reggeva una scatola piena di mazzette di banconote da 10 e 50 mila lire più altre verdi che avrebbero potuto essere dollari o sterline, la vide bussare alla porta di fianco alla sua sedia per poi sparire nell’ufficio: Reni aveva di sicuro già incassato i libretti che Gioia aveva notato nella sua stanza e ora stava ripulendo i soldi cambiando in tagli più piccoli.

Cercò di pensare in fretta per capire cosa fosse meglio fare: entrare nell’ufficio, identificarsi e mettere in stato di fermo Reni? No, serviva un mandato. Uscire e chiamare Torrani perché se lo procurasse? Così però la copertura sarebbe saltata e c’era ancora la faccenda della lista... Una voce che si congedava in fretta e furia le tolse il dubbio: l’agente aveva visto e capito tutto. Le lanciò un’occhiata di intesa mentre usciva dalla banca tenendo in pugno tutte le brochure che l’impiegata gli aveva rifilato.

Tornò a guardare l’orologio calcolando quanto tempo avrebbe impiegato a riferire a Torrani: un minuto, meglio due visto che sembrava agitato.

A Giordano non sarebbero serviti più di tre minuti per telefonare a Milano, e poi uno per informare Minetti e chiudergli il telefono in faccia.

Poi? In quanto tempo un Magistrato avrebbe emesso un mandato di arresto per Reni? Mezz’ora? Un’ora? Due?

Non sarebbe mai rimasto in banca per così tanto tempo, era essenziale non perderlo.

Se avesse seguito il consiglio di Giordano, gettargli in faccia i suoi soldi, l’avrebbe davvero agganciato? E se invece l’avesse reso diffidente?

Aveva quasi vent’anni più di lei, era davvero così narcisista da credere che gli era corsa dietro perché le piaceva?

L’ufficio del direttore si aprì, ne uscì l’impiegata.

Diciassette minuti.

Diciotto.

Diciannove.

Giò.

Ventuno.

Ventidue.

Un movimento all’ingresso attirò la sua attenzione: era l’agente e scuoteva impercettibilmente la testa.

La porta della direzione si aprì e Gioia scattò in piedi.

Ok.

Reni uscì sorridente e soddisfatto, ma appena la vide si adombrò.

Prima che potesse mettere insieme un ragionamento logico Gioia tirò fuori le banconote che aveva continuato a massacrare nella tasca e gliele buttò addosso.

«Non sono una puttana!»

L’aveva colpito in piena faccia, sortendo l’effetto desiderato: lui la guardava sorpreso.

«Gioia…»

Cosa fa un sogno, Giò? Si girò di scatto, andò alla porta e iniziò a schiacciare i tasti per farla aprire.

«…aspetta…»

«Non. Mi. Toccare. Stronzo» gridò imboccando la porta.

«Eddai, Gioia, parliamone» disse bloccando la scorrevole.

«Vai a fanculo!»

Gli tirò addosso prima un sandalo e poi l’altro facendolo indietreggiare. La ventiquattrore che reggeva in mano cadde con un tonfo mentre l’anta si chiudeva ponendo un vetro antiproiettile tra loro.

Gli girò le spalle e uscì a passo di carica, appena fuori visibilità dalla banca, si guardò attorno.

Dai Giò, fatti vedere, devo sapere… eccolo! Le stava venendo incontro, indossava occhiali da sole, teneva capo chino e spalle incurvate per sembrare più basso di quanto non fosse, ma era comunque una figura notevole.

«Non ci sono abbastanza elementi per un mandato. Vogliono l’elenco.»

Gioia si lasciò sorpassare senza guardarlo e si sentì gelare fin dentro le ossa: aveva davvero sperato che fosse finita.

«Gioia, aspetta!»

Si fermò.

Un sogno e non una puttana.

Si girò.

Reni teneva nella destra la sua ventiquattrore piena di soldi e nella sinistra dondolava i sandali dorati.

«Non le sopporti proprio queste scarpe, eh?»

Gioia fece finta di rilassarsi un po’, ma non troppo: doveva tenerlo agganciato, ma non poteva far finta che niente fosse successo. Alzò le spalle come una bambina petulante.

Reni fece una smorfia. «Che intenzioni hai?»

«Devo tornare alla discoteca per recuperare il giubbotto, e il portafoglio. Sono rimasti là, ricordi? Prendere o lasciare.»

«E come avevi intenzione di andarci, scalza e senza soldi?»

Gli prese le scarpe dalla mano e poi si chinò a infilarle. «Potresti accompagnarmi in stazione. Per esempio.»

Lui sorrise e Gioia si tese: nonostante tutto quello che era successo era sensibile a quel sorriso suadente.

«Posso fare di meglio: hai fame?»

Ok, ci siamo. «Sì.»

«Allora vieni, la macchina è là.»

Gioia seguì la mano che indicava una Fiat Uno. «Che fine ha fatto la Porsche?» chiese sorpresa.

Lui ammiccò di più. «È una storia lunga. Vuoi ascoltarla?»

«Certo» rispose.

Giò, non abbandonarmi, pensò seguendo Reni all’auto, provò l’impulso di voltarsi per vedere se Giordano la stava seguendo, ma lo soffocò, non aveva bisogno di vederlo: sapeva che c’era.

 

 

STRADA STATALE ADRIATICA
21 luglio ore 13,00

 

«Dove stiamo andando? Gabicce è dall’altra parte…»

«Non hai fame Gioia?»

Lo stomaco traditore rispose per lei.

 

 
STRADA STATALE ADRIATICA

21 luglio ore 13,30

 

Reni guidava in silenzio e Gioia si era accoccolata sul sedile polveroso in modo che, dal finestrino abbassato, l’aria la colpisse in faccia ad alleviare il caldo torrido dell’abitacolo. La posizione aveva anche il vantaggio di farle scorgere lo specchietto nel quale, di tanto in tanto appariva la sagoma della Golf presa a noleggio da Torrani.

«Allora che fine ha fatto la Po…rsche?» la domanda le si smorzò in bocca non appena vide in lontananza una pattuglia della Polizia. Li avrebbero fermati? Era finita?

Gioia guardò l’agente avanzare verso la strada con la paletta alta e poi tirarla giù quando ormai erano passati.

Questa volta non poté fare a meno di voltarsi.

Reni fece una risatina di sollievo, guardando nello specchietto retrovisore. «Meno male che non siamo noi gli sfigati.»

«Già» mormorò sentendosi morire dentro: avevano fermato Giordano.

Era sola.

Di nuovo.

 

 

Ristorante Caminetto, Milano Marittima

21 luglio ore 14,48

 

I resti del menù completo di pesce ingombravano il tavolo e Gioia doveva ammettere che la fama di cui godeva il ristorante era del tutto meritata anche se i camerieri erano un tantino invadenti per i suoi gusti.

Reni si era scusato allontanandosi un attimo. Aveva lasciato la ventiquattrore poggiata per terra e il cellulare sul tavolo.

Fissò i due oggetti indecisa poi prese il cellulare e digitò il numero di Giordano: era un rischio pazzesco, aveva il cuore in gola, ma doveva sapere cosa stava succedendo.

«Giò!»

«Hai detto che saresti stato due passi dietro di me.»

«Sei sotto controllo.»

No, che non lo era. Lui non era lì vicino e lei lo sentiva. E Reni la turbava, non proprio nel modo in cui l’aveva turbata la sera prima, ma non le era nemmeno indifferente.

«Mi ha chiesto di andare con lui.»

«Puoi uscirne. Alzati ed esci dal ristorante.»

«Potrei portare con me valigetta e telefono...»

«Non puoi farlo» l’interruppe con quella sua voce profonda e misurata. «Non hai l’autorizzazione, sarebbe un furto e anche se ci fosse qualcosa di utile non potrebbe essere ammessa come prova. Comprometteresti tutto il filone di indagine e incriminazione.»

Gioia digrignò i denti sconfortata: aveva ragione.

«Sai dove ti vuole portare?»

«Dice che è una sorpresa e che sarà per due giorni. Devo decidere prima che torni.»

Silenzio. Un silenzio così pesante che Gioia se ne sentì schiacciata.

«Vado con lui. Ti richiamo appena posso. Segnati questo numero, è l’ultimo numero che ha chiamato.»

Gioia gli dettò il numero e poi chiuse in fretta: stava davvero rischiando tanto. Si preoccupò di cancellare il numero di Giordano prima di posare il telefono nella stessa posizione in cui Reni l’aveva lasciato. Valutò se provare ad aprire la ventiquattrore, ma poi vide Reni parlottare con uno dei camerieri che si affrettò a prendere il sontuoso carrello dei dolci per portarlo al loro tavolo.

Gioia gli sorrise.

 

 

Commissariato di Polizia, Rimini

21 luglio ore 16,00

 

Giordano era furioso. Il telefono gli suonò in tasca facendolo sussultare, lo prese e controllò il numero.

‘Fanculo!

«Torrani: dimmi che non è vero!»

Tacque.

«Proprio ora che abbiamo il mandato. Come è potuto succedere che l’abbiate perso? Cristo!»

«Ha sbagliato coniugazione, quella giusta è: hanno. Minetti e la sua squadra di incompetenti hanno perso Reni e De Rossi. Ed è successo perché avete anteposto la politica al buonsenso.»

«Torrani, non girare il coltello nella piaga, per favore!»

«Come vuole.»

Che altro avrebbe potuto dire? Solo dopo che era stato accertato che il numero fornito da Gioia era uno di quelli intestato a Raul G*, si era sbloccato tutto, ma nel frattempo Reni si era volatilizzato sfuggendo agli agenti che lo stavano pedinando.

«Trovalo. Trova Reni e arrestalo.»

«Non lo so se ci riesco, se non me ne date l’autorità.»

«Non ci arriviamo fin lì, a meno che non ci dai qualcosa di concreto.»

Certo che la burocrazia era davvero assurda. L’avevano avuto poche ore prima qualcosa di concreto: una ventiquattrore piena zeppa di soldi proveniente da libretti al portatore che probabilmente Reni aveva incassato nelle banche di San Marino e poi cambiati al Banco di Rimini dove Gioia l’aveva agganciato.

Oltretutto l’avevano anche fatto fermare da una pattuglia e così invece di seguire la Uno fino al ristorante era stato riportato al comando ad ascoltare i rapporti inconcludenti della pattuglia in borghese che teneva d’occhio la Uno bianca, a nessuno dei due agenti di sorveglianza era venuto in mente di verificare se il locale aveva un’altra uscita e magari tenerla d’occhio.

Come la trovava adesso Gioia?

Avrà lasciato delle tracce per me?

 

 

Gioia scese dall’Audi 80 color argento e guardò la sagoma familiare del Faro che sovrastava la capitaneria di porto di Marina di Ravenna. Il vento che proveniva dal mare non riusciva a smorzare del tutto l’odore salmastro delle reti da pesca che si asciugavano dopo essere state ripulite e stese per essere usate il giorno seguente.

«Aspettami qui» le disse Reni, «torno subito.»

«Ma, siamo arrivati? È qui che trascorreremo i prossimi giorni?»

«No.»

«Ok. Posso almeno procurarmi alcune cose che mi servono?»

«Tipo, cosa?»

Gioia improvvisò, le serviva solo una scusa per entrare in un posto qualsiasi e telefonare a Giordano. «Uno spazzolino da denti, dei vestiti…»

«Aspetta qui. Per lo spazzolino puoi usare il mio e i vestiti» Reni la percorse tutta con lo sguardo per poi elargirle uno dei suoi sorrisi suadenti, «non ti servono.»

Un brivido le serpeggiò nelle vene mentre lo osservava entrare in un ristorante.

Un altro?

Doveva trovare il modo di avvisare Giordano su dove si trovava, ma come?

 

 

Molo Dalmazia, Marina di Ravenna

22 luglio ore 00,01

 

Alla luce soffusa irradiata dal faro, Giordano fissò il riverbero dei sandali dorati di Gioia poi guardò verso il mare aperto.

L’aveva portata in barca. Secondo l’itinerario depositato da Reni alla capitaneria, si sarebbe fatto un bel tour di tutti i porti della penisola a cominciare da Ancona.

Non appena Giordano aveva condiviso quelle informazioni, lo stronzo del secolo, anche identificato come l’incompetente del millennio, aveva mobilitato tutto quello che poteva per rincorrere il più fortunato figlio di puttana del decennio che, essendo anche il più scaltro, era di certo da tutt’altra parte.

Dove però?

Quando Gioia aveva istruito il pescatore su come avvisarlo sicuramente non sapeva ancora dove Reni aveva intenzione di portarla, ma poi, perché?

Perché sei salita sulla barca con lui?

Frenò a stento l’impulso di urlare quella domanda alle onde che si infrangevano lente sugli scogli, onde che stavano cullando lo scafo su cui c’erano lei e Reni. Scacciò l’immagine che gli si era formata nella mente consentendo a una smorfia amara di distorcere quell’impassibilità che si solito gli veniva naturale.

Non dire cazzate, Giò. Lo sai bene perché l’ha fatto.

Sì, lo sapeva. Lo sapeva perché, ogni volta, succedeva anche a lui: quando sei in ballo, balli e ti piace.

Non riuscì a reprimerla, di nuovo, l’immagine del corpo flessuoso di Gioia, il vestito impalpabile che scivolava giù lungo le gambe snelle, il seno rigoglioso che si svelava, i fianchi rotondi invitanti; lasciò che gli invadesse il cervello, che accelerasse le contrazioni del miocardio e prese coscienza di come la consapevolezza di Gioia De Rossi tra le braccia di un altro uomo gli scavasse una voragine dentro.

 

 

La notte era priva di luna, ma illuminata da migliaia di stelle, piccole onde cullavano lo scafo, le luci della costa erano solo un pallido riverbero e Gioia aveva voglia di piangere.

«Gioia. Che fai lì fuori?» chiese Reni con voce impastata.

«Ascolto le onde.»

«Eh? Cosa?»

«Niente. Torna a letto.»

«Dai. Vieni con me» insistette lui afferrando un lembo del lenzuolo che Gioia si era avvolta attorno al corpo. Lo tirò per farla andare verso il boccaporto che scendeva in coperta.

Girò su se stessa lasciando che la stoffa le scivolasse via di dosso.

«Sei bellissima» disse lui, uscendo. Gioia indietreggiò fino a sentire il bordo del sedile contro i polpacci. «Vieni a letto. Lascia che ti adori come meriti.»

Gioia si voltò, salì sul parapetto e si tuffò a candela.

Udì Reni gridare, lo ignorò.

Si godette la sensazione dell’acqua che la avvolgeva e si augurò che la spinta del suo peso la portasse abbastanza giù da toccare il fondo, cosa ovviamente impossibile, come quella di sfuggire a se stessa e ai sentimenti che la spaccavano in due.

Da una parte il corpo traditore che si eccitava per le parole e il tocco di un uomo, dall’altra la mente che evocava le immagini di un altro.

Riemerse e si lasciò cullare dalle onde, immaginò che il freddo pungente fosse la mano di un amante che la stuzzicava, che la bramava, chiuse gli occhi e lasciò che il volto di quell’amante diventasse parte della fantasia che stava vivendo, poi un tonfo vicino la fece sussultare e bere un po’ di acqua salata.

«Gioia, vuoi farmi morire di infarto?»

«I cardiopatici farebbero meglio a evitarmi» esclamò con impeto.

Fissò il polistirolo bianco e arancione che galleggiava lì vicino, una parte di lei sapeva di doverlo afferrare perché non avrebbe potuto rimanere per sempre a mollo e la fatica di galleggiare nell’acqua fredda si faceva già sentire, ma la sua parte più profonda si ribellava all’idea di tornare sulla barca: sapeva bene cosa sarebbe successo, cosa Reni avrebbe preteso e cosa lei, alla fine, gli avrebbe concesso.

«Cazzo, Gioia! Afferra quell’affare se non vuoi perderti!»

Rise amara, e poi quasi le venne da piangere, pensando che invece era vero il contrario.

Agganciò il salvagente con un braccio, lasciando che la parte razionale la dirigesse nell’unica scelta possibile. Si fece trascinare, si costrinse a salire e ad accettare l’abbraccio caldo di Reni.

«Sei gelida. Lascia che ti scaldi.»

E mentre lui la premeva contro il suo corpo si rese conto che qualunque suggestione avesse provato doveva lasciarla là, in mezzo al mare, ad annegare, sola.

FINE CAPITOLO
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