Commissariato di Polizia, Rimini
23 luglio 1993 ore 7,15
«De Rossi la piazziamo qua sulla panchina» disse Curti, il responsabile della Squadra Mobile di Forlì indicando un punto sulla mappa topografica del lungomare. «Giù al bagno mettiamo un agente. Due qui, uno per lato della strada, e due dall’altra parte.»
Giordano annuì. Erano appena tornati dal sopralluogo della zona di incontro sul lungomare. L’avevano eseguito separatamente per non farsi notare anche se a quell’ora gli amanti del fitness erano già in giro: Rimini, d’estate, brulicava di persone a ogni ora del giorno e della notte.
«Facciamo togliere anche un po’ di auto parcheggiate, qua e qua, e ci piazziamo un paio di civette per bloccare le via di fuga o inseguirlo in caso ci sfugga.»
«Va bene, Torrani, ma è impossibile che ci sfugga abbiamo anche le Pantere sulla Statale.»
«Ho una brutta sensazione.»
«Ahia. Le sensazioni sono una cosa seria. De Rossi che ne pensa?»
«Non lo so, non ci ho parlato. La conosci?» chiese Giordano studiandolo con interesse.
«Ne ho sentito parlare, uno dei nuovi vice ispettori era nel corso insieme a lei.»
«Sì? E cosa dice?» chiese Giordano tornando a fissare la mappa.
«La maggior parte non sono discorsi ripetibili, ma se sono veri anche solo per metà, Guido Reni è un fottuto e fortunato figlio di puttana. E potrebbe non essere l’unico.» Giordano alzò lo sguardo per fissarlo in quello di Curti: stava alludendo a qualcosa. «Milano ha chiesto supporto per un’operazione di sorveglianza e io ho mandato in pattuglia i miei ragazzi migliori. Il rapporto della notte dice che sei entrato ieri notte con lei e ne sei uscito solo questa mattina e non hai dormito in corridoio.»
«C’è qualcosa che vuoi chiedermi, o possiamo tornare al lavoro?» chiese duro, non gli piacevano i pettegolezzi
«Senti Torrani, in ballo con voi due ci siamo io e tutta la mia squadra, ho il diritto di sapere come stanno le cose, se ragioni con questa» sbottò picchiandosi una tempia, «o con quello che hai in mezzo alle gambe.»
«È a Minetti che devi chiedere con cosa ragiona, se ragiona, non a me. Quanto al fatto che ho dormito nello stesso letto con il vice ispettore De Rossi, stai tranquillo che il giorno in cui faremo altro non sarà in uno schifoso meublè e non ci sarà alcun microfono per intercettazioni nella gamba anteriore sinistra del letto, né un agente nella stanza di fianco per non parlare dei… quanti?... due agenti in ascolto in un Ford transit parcheggiato a poca distanza.»
L’espressione di Curti era mutata. «Be’, se non altro non hai notato l’agente che sorvegliava l’uscita posteriore.»
«Non volevo essere pedante. E comunque erano due» ribatté, giusto per mettere i puntini sulle i.
Il cellulare di Giordano interruppe lo scambio di battute.
«Torrani.»
«D*.»
«Buongiorno, con la Mobile abbiamo appena deciso la dislocazione degli agenti: se Reni si presenta lo prendiamo, con le buone o le cattive.»
«Raul G* è morto.»
«Cosa?»
«Si è sparato questa mattina.» Cazzo! Cazzo! Cazzo! «Reni è la nostra unica speranza, se si presenta. Faremo di tutto affinché non si sparga la voce, ma non è facile controllare la stampa: sapevano tutti che G* oggi si sarebbe presentato in Procura.»
«Capito. Tenetemi aggiornato» disse, prima di chiudere.
«Che succede?» chiese il collega della mobile.
«Succede che siamo appesi a un filo. Porca. Puttana.»
«Ehi. Non credevo fossi uno da parolacce.»
Giordano si voltò di scatto e fu come ricevere un pugno in pieno petto.
Dio! È bella da far male, pensò.
Gioia si era svegliata di soprassalto senza nessun motivo particolare, o forse no?
Notò il cuscino sgualcito così come la parte del letto di fianco a lei.
Si stropicciò la faccia sbadigliando, era talmente distrutta la notte prima che non si era neppure accorta che Torrani avesse dormito con lei.
Forse era stato lui che usciva ad averla svegliata. Alzò la cornetta e compose il numero dell’orario. 6:05.
Già, doveva essere stato lui mentre usciva per il sopralluogo e l’organizzazione dell’imboscata, in condizioni normali avrebbe forse dovuto andare anche lei, ma era sicura che a tempo debito sarebbe stata messa a conoscenza del piano, aveva piena fiducia in Giordano in quel senso.
Anche in altri sensi: alla fine aveva detto il vero, che sarebbe stato sempre due passi dietro di lei.
Andò in bagno e aprì la doccia. Controllò se ci fosse un kit per lavarsi, ma non c’era niente, a parte una saponetta minuscola sul lavabo. Valutò se desistere, ma poi… che cazzo!... aveva bisogno di lavarsi, doveva lavarsi, quindi prese quel pezzetto di sapone del tutto inodore e si piantò sotto al getto di acqua calda: se lo sarebbe fatto bastare.
Lo passò sul collo, i seni, la pancia, le cosce e anche le piante dei piedi. Ogni posto dove era stata toccata.
Anche la bocca. Sputò il sapone.
Di nuovo il seno, più forte, e poi in mezzo alle gambe. Sfregò con tale energia che ciò che era rimasto le cadde e lei dovette accucciarsi sul piano scheggiato per cercare di recuperarlo: doveva pulirsi tutta.
All’improvviso l’acqua divenne gelida e Gioia gridò per lo shock.
Chiuse il rubinetto e si accasciò giù, abbracciando le ginocchia per calmare il tremito delle membra.
Iniziò a piangere. Soffocò i singhiozzi tappando la bocca con il ginocchio, ma qualche gemito sfuggì lo stesso acuendo la disperazione che l’aveva colta, così, all’improvviso.
Faccio schifo! Pensò.
Si era lasciata sedurre da Reni e aveva mentito.
Non aveva chiamato Milano perché non si fidava di Minetti, in parte sì, ma soprattutto non voleva che arrivassero subito e poi voleva un’occasione di gloria, e pensava di unire utile e dilettevole: Reni ci sapeva fare, era un seduttore nato, l’aveva sollecitata lasciandole l’illusione di essere lei a tenere il coltello dalla parte del manico, ma poi…
Non era vero che aveva goduto. Aveva sperato, ci era andata vicino, ma non era successo.
Era rotta, da quel punto di vista. Succedeva così ogni volta che qualcuno le piaceva, all’inizio qualcosa si smuoveva, ma poi niente, quando iniziavano a toccarla dentro di lei scattava qualcosa e tutti finivano a terra a reggersi i testicoli, compreso un allievo del corso vice ispettori. Reni, come l’unico ragazzo che aveva avuto che si potesse chiamare tale, non si era accorto di niente e aveva finito quello che aveva iniziato, tre… quattro… volte se contava la prima notte, e come l’altro non aveva capito che fingeva.
Sei proprio una frigida stronza Gioia.
Una stronza e una bugiarda.
Perché aveva mentito a Torrani?
Non lo sapeva. O forse sì: voleva che la considerasse una donna intera, troia magari, ma normale.
Si sforzò di muoversi. Uscì carponi dalla doccia si aggrappò al lavabo per alzarsi e prese gli asciugamani avvolgendosi nel telo più grande che comunque faticava a stringersi addosso.
Dai, Giò. Poche ore e sarà finita.
Si concesse di immaginare come sarebbe potuto essere, quella mattina, se Torrani il giorno prima non l’avesse intercettata e convinta a desistere dalla folle idea di seguire Reni e lasciare il paese.
L’idea aveva ancora un suo fascino.
Via, lontano, dove nessuno la conosceva. In un posto dove tutto fosse facile e non ci fosse da dimostrare niente. Ricominciare con un uomo che la adorava e che non le chiedeva nulla in cambio se non un po’ di sesso mediocre.
Come sarebbe stato essere la sua bella e vuota statuina?
Una bambola sessuale in carne e ossa, senza pensieri, ambizioni e preoccupazioni?
Guardò la sua immagine nello specchio: il viso perfetto, la pelle liscia e purissima, il corpo sensuale. Reni le aveva detto che era una Dea da adorare e che l’avrebbe fatto ogni giorno della sua vita se l’avesse seguito. Anche lui stregato dal suo corpo e dalla sua bellezza, come tutti.
No, non tutti.
Uno che sapeva andare oltre la superficie, l’unico e forse il solo che non la guardava come se fosse pronto a scoparla seduta stante c’era e aveva dormito con lei quella notte, senza sfiorarla neppure per sbaglio.
Cominciò a vestirsi: voleva raggiungerlo.
Voleva parlargli, forse ringraziarlo per averla fatta rinsavire: un conto era fingere per due giorni, un altro passare la vita a fare l’ameba.
Pagò la stanza in contanti, con il resto dei soldi che le aveva dato Reni, ricordò in modo vago il traffico della notte prima per farsi dare la camera da un portiere anche più insonnolito di lei e poi Giordano che si materializzava alle sue spalle quando infine era salita in quel buco di camera.
Sfoderando una decina di sorrisi e fingendosi un po’ stupida riuscì a ottenere dal portiere di giorno l’inserto TuttoCittà con la mappa completa di Rimini. La consultò per capire se il Commissariato fosse raggiungibile a piedi: sì era possibile e vi si diresse. Le sembrò strano che l’avessero lasciata sola. Ricordava vagamente che la notte prima Giordano aveva cercato di dirle qualcosa ma lei era troppo esausta e ora non ricordava.
Appena giunta in Commissariato, lo notò subito.
I capelli castano rossicci spettinati e tendenzialmente crespi accordavano con gli abiti stazzonati, mascheravano bene la sua prestanza fisica, ma l’altezza lo faceva svettare di mezza testa rispetto all’uomo con cui stava parlando; Gioia riconobbe il Funzionario responsabile della Squadra Mobile di Forlì.
Il telefono di Giordano squillò e lei si avvicinò per udire qualcosa.
«Abbiamo deciso la dislocazione degli agenti: se si presenta lo prendiamo, con le buone o le cattive. Cosa?»
L’inflessione di incredulità nella voce di Giordano, solitamente modulata la allarmò.
«Capito. Tenetemi aggiornato» disse, prima di chiudere.
«Che succede?» chiese il collega della mobile.
«Succede che siamo appesi a un filo. Porca. Puttana.»
«Ehi. Non credevo fossi uno da parolacce» disse Gioia per attirare l’attenzione.
Giordano si voltò di scatto e Gioia si immobilizzò come colpita da un fulmine: si era rasato!
Dio! È bello da morire, pensò.
«Torrani, chi era?» al richiamo del capo della Mobile entrambi si riscossero.
«Era D*.»
«Cosa ti ha detto?» gli chiese Gioia conscia del fatto che doveva essere successo qualcosa di grave perché una ruga gli solcava la fronte.
«Raul G* è morto.»
Oddio! Gioia sentì un brivido percorrerla mentre nella mente le passavano tutte le implicazioni di quella notizia.
Reni aveva deciso di lasciare il paese in seguito al suicidio dei Gabriele C*, che avrebbe fatto se avesse saputo della morte del suo protettore? «Come è morto, chiese?»
«Si è sparato.»
«Un altro suicidio?» chiese dubbioso il capo della mobile.
«Sembra. Dicono. Stanno cercando di evitare che la notizia trapeli agli organi di stampa.»
«Figurati. Ci si butteranno a pesce ed entro due ore sarà battuta dall’ANSA» commentò Gioia.
«Due ore ci bastano e avanzano, in teoria» disse Giordano consultando l’orologio. «Ok. Controlliamo che gli uomini siano in posizione e sentiamo a che punto è Minetti con i controlli degli hotel: magari ha trovato qualcosa.»
«Lo sento io.»
«Sospetti sia già qui?» chiese Gioia.
«È una pista, come tante altre» le rispose Giordano.
«Ma è l’unica ancora in piedi» concluse Curti.
«Proviamo ad accelerare i tempi. De Rossi, sei pronta a prendere posizione sul luogo dell’appuntamento? Dovresti metterti qui, dove ci sono le panchine.»
Annuì. «Sì, certo. Dovete equipaggiarmi con qualcosa?»
«No, abbiamo previsto delle intercettazioni ambientali: Reni deve solo farsi vivo.»
«Curiosa scelta di parole» osservò il responsabile della Mobile.
Gioia rabbrividì, aveva una pessima sensazione, guardò Giordano.
«Prendi posizione, non c’è altro che tu possa fare.»
«Vado a dare istruzioni agli uomini che l’hanno seguita.»
Gioia fissò i due uomini. «Sono stata seguita?» Certo che era stata seguita, ecco cosa non le tornava.
Curti guardò Torrani e sorrise. «Be’ se non altro non sono degli inetti totali.»
«Non lo sono» lo tranquillizzò Torrani prima che Curti li lasciasse da soli.
«Giò» sussurrò per richiamare la sua attenzione cosa che avvenne in una frazione di secondo.
Lui la scrutò con quegli occhi penetranti che le scompensavano il respiro e la percezione del caldo e del freddo. Si rendeva conto che non era il momento di lasciarsi andare e che non c’era tempo per parlare e tuttavia quello che voleva dirgli le bruciava in gola, si limitò a mormorare uno striminzito grazie.
«Non è ancora finita.»
Gioia lo guardò e in quel preciso istante comprese che qualunque cosa fosse successa da lì in avanti non lo avrebbe mai dimenticato e non avrebbe mai più incontrato un uomo come lui.
23 luglio 1993 - ANSA ore 9,40
Gardini si è suicidato.
Bagno 46, Lungomare di Rimini
23 luglio 1993 ore 10,00
Gioia guardò il Sector che le aveva prestato Giordano.
Se Reni le avesse chiesto di quell’orologio maschile, Gioia aveva pronta una storia da propinargli… se fosse arrivato: da quel momento in avanti Reni era in ritardo.
Faceva un caldo infernale sotto al sole cocente, ma Gioia aveva il gelo dentro le ossa.
Se Reni fosse arrivato, prima di arrestarlo avrebbe dovuto tentare di fargli dire i dettagli della fuga: volevano sapere se aveva dei complici, ma soprattutto se aveva mandato la lista delle tangenti a G*.
Lei non aveva visto nessuna lista, sulla barca l’aveva cercata in ogni dove, né tantomeno aveva visto Reni inviarla, ma nelle ore tra quando l’aveva lasciata al Grand Hotel e quando l’aveva rivisto al Banco di Rimini lui avrebbe potuto benissimo compilarla e inviarla o per fax o per posta, ma di quello, ricostruire il movimenti di Reni, si stavano occupando altri colleghi, così come capire la fine che avevano fatto la Porsche e le altre auto che aveva usato.
La pistola invece ce l’aveva ancora con sé o almeno sulla barca ce l’aveva ancora, Gioia l’aveva intravista nella ventiquattrore e aveva anche fatto un rapido conto di quanti contanti potessero esserci dentro: non aveva esagerato quando nella telefonata aveva parlato di un miliardo di lire.
Era armato, pieno di soldi, con tutta probabilità in possesso di documenti falsi e il suo mentore era morto, forse suicida o forse no, quante probabilità c’erano che avrebbe rispettato l’appuntamento che le aveva dato?
“Ci sarò, non l’hai capito che sono pazzo di te?”
Pazzo di lei, come no. Pazzo e basta, ecco che cos’era, se si fosse presentato.
Ma non sarebbe venuto. Gioia se lo sentiva che non sarebbe venuto. Ok fare il romantico subito dopo averla scopata, o quando era lì a sua disposizione per essere palpata a piacimento – Dio, se ci pensava le veniva il voltastomaco – tutt’altro esporsi per una, lei, paragonabile a una qualsiasi delle prostitute che battevano la strada, anzi probabilmente loro sapevano fingere meglio perché avevano di più da perdere.
No. Non sarebbe venuto.
Guardò di nuovo l’ora: 11,10.
Era da più di due ore che stava facendo avanti e indietro, che aspettava aiutando vecchiette a scendere alla spiaggia e ignorando gli occasionali fischi che le venivano rivolti dai runner della tarda mattina.
Piombò su una delle panchine, era rovente, ma non ci badò. Si prese il viso tra le mani: che cazzo sarebbe successo adesso?
Non solo la missione era fallita da tutti i punti di vista, dato che non avevano Reni o la sua lista, ma i maggiori testimoni dell’indagine di Milano erano morti.
«Sei finita De Rossi!» La voce incazzata di Minetti la fece balzare in piedi. «Tu! È solo tua la responsabilità, dovevi chiamare me, lo avremmo preso tre giorni fa!»
Poteva dargli torto? No. Non poteva. Se avesse chiamato a Ravenna invece che a Milano probabilmente non avrebbero perso Reni.
Non ebbe l’energia di sgusciare via dalla presa ferrea di Minetti che la stava scrollando in malo modo continuando a urlarle addosso.
Poi all’improvviso fu libera, tra lei e Minetti c’era Giordano che aveva spinto via il vice Commissario e ora gli stava puntando un dito contro accusandolo di voler scaricare le sue responsabilità.
Poco dopo comparve anche Curti seguito da due agenti della mobile, uno lo riconobbe anche se aveva gli occhiali da sole.
Distolse lo sguardo senza rispondere al cenno di saluto. Escluse le voci concitate che discutevano: non voleva sentirli. Non voleva nemmeno essere lì e invece… si guardò attorno con l’assurda speranza che Reni fosse lì da qualche parte, testimone di tutta la misera scena. Scandagliò visi, auto, giardini di hotel, balconi e finestre fino a quando non si convinse che non c’era.
Si concesse di rimpiangere quella vita che aveva scartato e che, ora lo sapeva, non avrebbe avuto comunque.
Probabilmente non avrebbe avuto nemmeno quella per la quale aveva studiato e lavorato.
Diede le spalle al sole e alzò il viso in alto per aiutarsi a ricacciare indietro le lacrime.
Park Hotel, Lungomare di Rimini
23 luglio 1993 ore 18,00
Alla fine, la cocciutaggine di Giordano glielo aveva fatto trovare Reni, anzi Guido Cusman, come si era registrato.
Cusman era il cognome della madre, cosa gli era passato per la testa? E come cazzo aveva condotto le ricerche Minetti per non averlo notato?
Secondo le addette della reception che Giordano aveva insistito per interrogare subito, anche se avevano già terminato il turno, Reni se ne era andato dall’Hotel verso le 12,00 ovvero poco dopo che tutta l’imboscata della Polizia era stata smantellata.
Non era andato via solo però, ma scortato da tre uomini, uno dei quali aveva pagato in contanti con carte da centomila lire.
Giordano aveva fatto fare le fotocopie delle banconote per battere anche la pista dei numeri di serie: magari avrebbero potuto portare qualche indizio nel lungo periodo.
In accordo con Milano, avevano anche stabilito che le due receptionist interrogate incontrassero quanto prima un disegnatore della polizia e visionassero delle foto segnaletiche con lo scopo di fare un identikit degli uomini che avevano preso Reni.
Era già stata avviata un’indagine con l’ipotesi che Reni fosse stato rapito da ignoti anche se Giordano aveva dei sospetti: nell’ultima missione intrapresa come Giovanni Prezioso aveva raccolto voci circa presunti rapporti tra G* e clan mafiosi, in particolare quello dei Sulace, un nome nuovo sulla scacchiera criminale milanese ma molto noto ai Carabinieri del ROAD che operavano in Calabria.
A Milano c’era già un fascicolo di indagine aperto sui Sulace ed era con il Magistrato incaricato e il suo superiore diretto che Giordano avrebbe parlato delle sue teorie circa il rapimento, ma non subito perché D* voleva che prima concludesse il suo incarico per l’indagine di Mani Pulite, in particolare occorreva capire se la Walther PPK trovata sulla scena del presunto suicidio di Raul G* fosse la stessa arma che Gioia aveva visto nell’auto di Reni.
Gioia.
Per l’ennesima volta il pensiero di lei gli si affacciò alla mente, ma questa volta gli concesse lo spazio di cui aveva bisogno, ormai quello che poteva fare per le nuove indagini l’aveva fatto e quella in cui era stato coinvolto tre giorni prima era al capolinea.
Guardò l’ora sul display del cellulare visto che il suo orologio ce l’aveva lei e stabilì che era meglio affrettarsi prima che Minetti potesse costringere il Questore o il Commissario Capo a prendere decisioni penalizzanti per la permanenza di Gioia in polizia: poteva non aver agito con specchiata competenza e aver rischiato di perdersi per strada, ma questo era dovuto al fatto che fosse priva di esperienza. Minetti non avrebbe mai dovuto reclutarla per quell’incarico balzano, ma soprattutto non si era comportato in modo onesto con lei non dicendole che l’operazione era annullata. A quella porcata si aggiungeva anche il fatto che non aveva eseguito con scrupolo i controlli sugli Hotel di Rimini per trovare Reni cosa che invece era riuscita a Giordano al primo tentativo: il Park Hotel, esattamente di fronte al luogo dell’appuntamento era una scelta ovvia e avrebbe dovuto analizzare ogni pista con scrupolo.
Appena varcata la soglia del secondo piano del Com-missariato, Giordano notò subito che l’aria era tesa: tutti erano come immobili nel cercare di capire cosa stava succedendo nell’ufficio del Commissario Capo di Rimini e subito venne aggiornato da uno degli agenti in servizio su quello che era successo in sua assenza. Ogni tanto anche il pettegolezzo aveva i suoi pregi.
Come prima cosa si diresse nell’ufficio dove avevano isolato Gioia: doveva tranquillizzarla e poi voleva vederla, era un bisogno fisico.
La trovò seduta intenta a fissare il muro dell’edificio di fronte, attraverso la finestra con le sbarre, mentre il ventilatore che cigolava le scompigliava i lunghi capelli: sembrava in punizione.
«Ciao» la salutò quando alzò lo sguardo su di lui.
«Ciao. Dove sei stato?»
«Al Park Hotel. Reni era lì e probabilmente ha visto tutto il cinema.»
Lei si alzò in piedi di scatto. «Era lì? C’era?»
Giordano valutò la reazione di Gioia: non gli piaceva, era incredula, ma anche compiaciuta. Si era sbagliato? Provava qualcosa per Reni? In ogni caso non poteva dirle nulla, né del presunto rapimento né di altro.
«Sì, è andato via poco dopo che abbiamo annullato l’operazione. Ho interrogato dei testimoni.»
«Ora capisco, a un certo punto il Questore di Forlì ha abbandonato il mio interrogatorio: l’hai chiamato tu?»
«Sì, era con me, e ora vado a riferire anche agli altri. Questore di Ravenna e Magistrati in primis.»
Fece un sorriso tirato. «Stanno parlando di me con Minetti da quasi un’ora.»
«Non ti butterà fuori, non dopo che gli avrò parlato io.»
«Tu non capisci.»
«Abbiamo già avuto questa discussione mi pare, no? Io. Capisco. Tutto. Sempre.»
«Non puoi entrare. Non fanno entrare nessuno. Potrebbero anche licenziarmi.»
«Scommettiamo? Se non ti cacceranno, mi dovrai un favore. Anzi, una promessa.»
«Oh. Una promessa» disse sorridendo mesta.
Non poteva vederla così.
«Facciamo così: due promesse. La prima è che qualunque cosa ti metteranno a fare, tu la farai, non mollerai mai e per nessun motivo, fosse pure compilare i cedolini paga degli stipendi o timbrare passaporti. Svolgerai qualunque incarico come mai nessuno ha fatto finora e troverai il modo di riscattarti e fargli vedere quanto vali. Prometti.»
Gioia annuì. «Prometto» disse con un filo di voce.
«La seconda è che non importa quanto ci metterai, ma quando accadrà, quando avrai archiviato questi tre giorni, quando avrai perdonato te stessa e non ricorderai più che faccia abbia Guido Reni, verrai a Milano per dirmelo. Prometti.»
«Oh. E come ti trovo a Milano? Sfogliando la guida turistica?» chiese sarcastica anche se Giordano aveva notato il tremito della voce.
«Anche» ribatté sorridendo per sdrammatizzare. «Villa Torrani è aperta al pubblico e mia madre è la guida che la mostra ai turisti. Io abito nella dépendance. Prometti.»
«Perché?» domandò con quel tono così insolente e seducente allo stesso tempo.
Giordano annullò la distanza tra loro fino a quando lei non fu con le spalle al muro ingabbiata tra le sue braccia. Non toccarla gli costava ogni residuo briciolo di autocontrollo che ancora gli rimaneva. Le sue labbra rosse erano a portata di bacio e nei caldi occhi castani ardeva la stessa fiamma che consumava lui. Cercò di toccarlo, ma Giordano intercettò il movimento e le imprigionò il polsi contro la parete.
«Perché quando verrai da me, ti mostrerò cosa significa davvero godere. Ti scioglierò come la fiamma scioglie la cera, come il calore della bocca scioglie il ghiaccio. Ti vestirò di brividi, ti coprirò di baci. Succhierò ogni centimetro della tua pelle poi la lenirò di carezze ed entrerò in te talmente tanto e talmente tante volte che i numeri non avranno più senso. Ora, prometti.»
Gioia cercò di sporgersi in avanti per baciarlo, ma lui si tirò indietro. Aveva bisogno della sua promessa, quando fosse uscito da lì sarebbe partito per Milano e non avrebbe più potuto contattarla per chissà quanto. «Prometti.»
«Voglio un bacio» ansimò cercando ancora il contatto.
La respinse di nuovo. «Prometti.»
«Prometto» esalò finalmente.
Le liberò i polsi per baciarla e Gioia gli circondò il collo nel momento esatto in cui le labbra si trovarono.
Il desiderio represso in quei giorni esplose dirompente, Giordano si fece strada nella bocca che era molto più morbida e dolce di quanto avesse immaginato e Gioia rispose oltre ogni aspettativa, tenendogli testa. Avrebbe voluto toccarla, essere toccato, entrare in lei senza complimenti e scoparla così, in piedi, contro quel muro. Sentì le braccia di Gioia sciogliere l’intreccio, ne approfittò per staccarsi. Accidenti, dovevano rinsavire, poteva entrare qualcuno da un momento all’altro e lei non aveva bisogno di altri casini circa la sua reputazione.
Prima che Gioia potesse muoversi, o dire qualcosa si allontanò di un paio di passi. Era bellissima.
Un sogno, con le labbra gonfie e il respiro affrettato.
Si girò, e uscì.
Prima di qualsiasi cosa doveva salvarle la carriera.
Gioia rimase lì imbambolata a guardare la porta fino a quando qualcuno non venne a chiamarla. Non sapeva se fossero passati pochi minuti o una vita intera, ma lei non si era ancora ripresa quando un agente le comunicò che era attesa nell’ufficio del Commissario Capo dove tutti erano riuniti.
Mise un passo davanti all’altro ma con la mente era ancora con la schiena incollata al muro e le braccia nervose di Giordano che la ingabbiavano. I loro visi erano stati vicinissimi, gli occhi incatenati, ed era certa di aver percepito il suono sordo del cuore di lui che batteva all’unisono con il suo. Quando le aveva imprigionato i polsi contro la parete, un lungo brivido di eccitazione e aspettativa l’aveva percorsa tutta andando dalla punta dei capelli fino alle pieghe più segrete del suo corpo: lo aveva desiderato sessualmente e quella voglia era la cosa più potente che avesse mai provato in vita sua.
Le cose che le aveva detto! Nessuno le aveva mai parlato così, nessuno mai aveva scatenato il desiderio selvaggio che le era esploso dentro quando la lingua di lui l’aveva invasa ingaggiando la danza sensuale con la quale si erano gustati a vicenda. Quando si era staccato a allontanato si era sentita persa: non poteva finire così tra loro, non l’avrebbe permesso.
Voleva quell’uomo nella sua vita a qualunque costo.
Sulla soglia dell’ufficio del Commissario Capo lo incontrò di nuovo.
«Puoi entrare, ti aspettano.»
Il tono era dolce a dispetto del suo aspetto granitico. Giordano si spostò per cederle il passo, ma invece di entrare Gioia gli si parò davanti con tutta l’intenzione di dirgli che Reni, ovunque fosse, era già archiviato, dimenticato e polverizzato da un solo bacio e che...
«De Rossi!» la voce odiosa di Minetti anticipò di qualche secondo la sua comparsa nel vano della porta. «Ancora qui Torrani?» domandò acre.
«Stavo giusto salutando.»
«Immagino» commentò.
Giordano la ammonì con un’occhiata, ricordandole la promessa numero uno, e Gioia si costrinse a non replicare e ricacciare tutto il risentimento che le bruciava in gola.
«De Rossi. Muoviti.»
Gioia si avvide in quel momento dell’orologio e fece per toglierlo, ma Giordano la bloccò.
«Tienilo. Così puoi tenere il conto.»
La oltrepassò e si avviò lungo il corridoio.
Gioia avvertì una sensazione strana, un misto di perdita, ma anche di aspettativa: non era l’ultima volta che lo vedeva, l’istinto le diceva che c’era ancora molto altro da dire e da fare tra loro.
«Allora De Rossi, dobbiamo fare le ragnatele, qui?» l’incalzò Minetti.
Non lo degnò neppure di uno sguardo ed entrò nella fossa dei leoni.
23 luglio 1993 – Il Corriere della Sera
«Oggi 23 luglio, il crollo del regime» - Il suicidio di Gardini è una bomba sul palazzo: la tragedia di un sistema finito. Dalla maggioranza alle opposizioni il senso di svolta epocale: il dramma segna il passaggio alla seconda Repubblica.
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione