SENZA COMPROMESSI
Capitolo 5 di 20

Scritto il 30/06/2026
da ELEN T. D.


Porto, Gabicce

22 luglio ore 14,00

 

«Domani alle 10:00, bagno 46, Rimini. Credi di farcela? Se non vieni non posso aspettarti.»

«Ho capito. È sempre così con te, no? Prendere o lasciare.»

Reni sorrise, mentre scalava le marce del motore per meglio affrontare l’imbocco del piccolo porticciolo.

Era un uomo affascinante, sapeva parlare e muoversi e sapeva anche come adulare una donna, sedurla.

Il giorno prima era stato allegro e spensierato. Quando avevano raggiunto il largo avevano giocato dentro e fuori dall’acqua, e parlato, come se fossero in una bolla avulsa da qualsiasi realtà, ma poi, da dopo il bagno notturno di Gioia, dopo che lei si era sottratta al sesso, la maschera di Reni era crollata.

Le aveva raccontato la storia della sua vita anche se era sempre stato attento a non scendere in dettagli e a non fare nomi. Le aveva parlato della voglia di rivalsa che aveva segnato la sua adolescenza per riscattarsi da una nascita svantaggiata. Era figlio di una domestica e anelava in modo ossessivo alla ricchezza dei datori di lavoro di sua madre. Aveva sfruttato bene l’unica dote che a suo dire possedeva, una prodigiosa memoria fotografica, e grazie ad adulazione e opportunismo era riuscito fin da giovanissimo a entrare nei giri “giusti”.

Le aveva detto, con la cupidigia negli occhi, di aver avuto tra le mani una montagna di miliardi e ora un po’ di quelli aveva deciso di tenerli per sé e andarsene.

Gioia era rimasta senza parole. Era stato un momento intenso perché molti dei sentimenti e delle esperienze che le aveva confidato coincidevano con quelli che avevano segnato anche la sua infanzia e adolescenza solo che, essendo una femmina, la sua memoria fotografica era passata del tutto in secondo piano rispetto alle proporzioni auree tra seno-vita-fianchi; una femmina adulatrice significava che era disposta ad aprire le gambe e l’opportunismo stava nel farlo con uomini potenti.

«Sei bella come un sogno, lo sai vero? Vieni via con me.»

E Gioia aveva accettato.

Aveva accettato perché la sua missione era quella di capire dove stesse andando, se aveva inviato la lista delle tangenti che aveva maneggiato a G* o se doveva ancora farla.

Aveva accettato perché le si era spalancata di fronte anche un’altra prospettiva: andarsene altrove, ricominciare, lontano da chi vedeva in lei solo una bella figa da scopare anche solo con il pensiero prendendosi il diritto di palparla tanto per dare corpo alla fantasia.

E più Gioia cercava di distrarsi da quella possibilità, più Reni riempiva il silenzio della notte con progetti di una vita insieme, dipingendo un quadro che non era per niente brutto. Voleva andare all’estero, in un posto di mare perché amava andare in barca e gli piaceva l’estate e il divertimento. Avrebbero potuto aprire una gelateria o un ristorante italiano e avere una casa sulla spiaggia.

Le aveva chiesto se voleva dei figli. Gioia lo aveva guardato sempre più smarrita: nella vita attuale, quella del vice ispettore che voleva far carriera, sapeva bene di non volere dei figli ed era pronta alle conseguenze, se ce ne fossero state, dato che non avevano mai preso precauzioni in quel senso, ma nell’affresco futuro tratteggiato da Reni, vendere gelato o cibo erano attività compatibili con il crescere dei bambini. Forse sono già incinta, aveva pensato cercando di ricordare quando le era venuto l’ultimo ciclo, ma non era riuscita a ricordarlo: non aveva mai avuto bisogno di segnarsele certe cose, non faceva sesso con nessuno e tanto bastava.

«Gioia prendi il mezzo marinaio, tra poco attracchiamo.»

Lo guardò stranita, le sinapsi rallentate a causa delle poche ore di sonno e del dilemma che le imperversava dentro.

«Non potremmo restare insieme?» chiese ancora una volta. «Dobbiamo solo salire alla discoteca per prendere i miei documenti e poi possiamo andare ovunque tu debba andare a fare qualunque cosa tu debba fare.»

«Hai accettato di non fare domande.»

«Ho accettato di non chiedere spiegazioni» puntualizzò, «le domande organizzative e logistiche sono permesse.»

«Sono io che decido.»

Gioia sbuffò. Aveva una brutta sensazione.

«Perché non possiamo stare insieme?»

«Perché il piano di fuga originale non prevedeva te.»

«E questo l’ho capito» sussurrò seria.

«C’è stato anche un altro imprevisto ieri e oggi devo incontrare una persona» ammise.

Gioia lo guardò intensamente senza formulare ad alta voce la domanda più ovvia. Alla fine Reni si decise a darle altri dettagli.

«È la persona che mi ha procurato i documenti che mi servono per espatriare. Potrebbe essere pericoloso e preferisco non sappiano di te.»

Quest’ultima dichiarazione le fece venire la pelle d’oca.

«Vuoi che fugga con te e non so nemmeno come devo chiamarti?»

Il sorriso si aprì spontaneo. «Te l’ho detto la prima sera.»

Gioia lo fulminò con gli occhi. «Sono due giorni che mi fai lo stesso indovinello.»

«E sono due giorni che eviti di risolverlo.»

«Non mi hai detto come ti chiami, mi hai solo offerto da bere e irretito con la storia del prendere o lasciare.»

«Sicura che ti abbia offerto da bere?»

«Eccome… Ti va il miglior Alexander della riviera» recitò in falsetto. «Aspetta!»

Reni stava ridendo di gusto mentre Gioia lo osservava incredula e sgomenta. Quindi era quello, Alexander, il nome che si era inventato per la sua nuova identità.

«Su adesso, aiutami con la barca.»

Gioia prese l’attrezzo per agganciare la cima che pendeva dal molo e seguì le sue istruzioni per attraccare in uno dei posti riservati ai visitatori occasionali.

«Dimmi che ci sarai» chiese lui cercando i suoi occhi.

Gioia sostenne lo sguardo senza vacillare. «Certo, ma tu? Verrai davvero?»

Con una mano le sfiorò il viso. «Sì, sarò là ad aspettarti non dubitarne: sono pazzo di te se non l’hai ancora capito.»

Reni la baciò. Gioia si ritrasse quasi subito: assecondarlo non portava mai a niente di buono, di solito si ritrovava nuda sotto di lui a pensare a un altro e dopo si sentiva uno schifo totale. Questo apparentemente metteva fuori discussione l’andare con lui, ma dopo le confidenze che le aveva fatto, forse non sarebbe più stato così. O no?

«Hai ragione gioia. Vai ora. Ci vediamo domani. Aspetta! Prendi questi» le disse, dopo che la barca fu sistemata. Le aveva preso una mano e ci aveva stretto dentro le stesse banconote che lei gli aveva buttato in faccia due giorni prima.

Il gesto le ricordò con prepotenza un altro uomo in un altro momento. Sembravano passati secoli, ma in realtà si trattava solo di qualche decina di ore.

«Vai ora» l’incalzò quando con la fune di attracco ebbe avvicinato abbastanza il molo.

Come un automa Gioia si aggrappò alla scaletta di metallo e salì. Lo guardò mollare di nuovo gli ormeggi e ripartire. Restò così, sotto il sole cocente, scalza, discinta e con trecentomila lire in tasca per un tempo indefinito fino a quando non realizzò che si trovava esattamente nella stessa situazione di due giorni prima, quando si era trovata sola nella stanza del Grand Hotel e non sapeva con esattezza se fosse una poliziotta o una puttana.

Che facciamo adesso, Giò? domandò avviandosi verso il paese.

Doveva scegliere: seguire il piano di Alexander o chiamare Torrani.

Il primo le aveva promesso una vita da sogno, il secondo… non sapeva nemmeno cosa dirgli. Cosa, cosa aveva da dire di più di quando era salita su quella barca? Niente.

Dei soldi nella ventiquattro ore lo sapeva già. Anche che Reni voleva lasciare il Paese, se almeno gli avesse potuto dire come forse… ma non aveva neppure una vaga idea.

Non sapeva nemmeno qual era il cognome fasullo completo che Guido Reni/Alexander aveva inventato e oltretutto non c’era nessuna garanzia che fosse scritto davvero su un qualche documento.

Sei fregata, Gioia. Non dava notizie da ventiquattro ore, Minetti a quell’ora probabilmente la considerava già in fuga con Reni e chissà cosa le diceva alle spalle supportato da certe storielle del cazzo che giravano sul suo conto; Torrani invece… be’, lui era solo un consulente già prima che Reni le chiedesse di salire in barca, e con buona probabilità era già tornato da dove era venuto. Quasi certamente i suoi sandali li aveva trovati un miserabile o magari Minetti e in tal caso non li aveva nemmeno riconosciuti, figuriamoci comprenderne il significato.

Chiese indicazioni per orientarsi e si incamminò, per fortuna a quell’ora le strade erano deserte tra chi faceva la pennichella dopo pranzo e gli irriducibili dell’abbronzatura che resistevano nella spiaggia arroventata dal sole, i pochi in giro le lanciavano occhiate curiose, ma senza scomporsi più di tanto, nelle cittadine di mare come Gabicce se ne vedevano di tutti i colori anche grazie alla presenza di una delle discoteche più famose della Riviera ed era lì che era diretta.

Priorità uno: recuperare i documenti.

Incrociò una cabina telefonica: quante monete occorrevano per chiamare un cellulare?

Adocchiò un bazar e vi si infilò dentro. C’era una priorità zero: trovare qualcosa di meno eccessivo e più comodo da indossare, soprattutto un paio di scarpe.

Il bazar era fornito di tutto, prese un paio di short, i meno sfrangiati che c’erano, un top e un costume con la coppa rigida e infine un paio di finte Superga. Uscì dal camerino con i nuovi acquisti addosso e spese quasi una banconota intera, chiese il resto in moneta e un elenco telefonico della provincia.

Entrò nella cabina, fece un respiro profondo e inserì le monete.

Un sogno e non una puttana pensò mentre componeva il numero, ogni cifra digitata produceva un suono che sembrava il rintocco della campana durante un funerale.

 

 

«Capo. Il soggetto è entrato in una cabina e sta telefonando. Dalla mia postazione sembra sola»

«Ricevuto. Silenzio radio fino a mio ordine» rispose Giordano posando il walkie-tolkie sul cofano della Golf che aveva noleggiato.

Attese sotto al sole che picchiava sulla schiena, lontano dall’esile ombra dei pini che circondavano il parcheggio antistante la Baia Imperiale.

Attese immobile, guardando il cellulare muto, con i palmi poggiati sulla lamiera che si stava scaldando.

Lo squillo lo strappò dall’elaborazione delle mosse successive. Era un numero locale.

«Torrani» rispose.

«Buongiorno Ispettore. Come aveva previsto una donna che si è qualificata come Gioia De Rossi ha chiamato il numero della discoteca dicendo di aver lasciato giubbotto e documenti.»

«Maresciallo» tagliò corto, «le ha detto qualcosa di diverso da quello che abbiamo concordato?»

«No Ispettore, come deciso abbiamo finto di essere l’amministrazione della Baia Imperiale rispondendo come ci ha chiesto. Tra mezz’ora dovrebbe essere lì. Data l’ultima posizione nota, il tempo è compatibile con il fatto che sia a piedi.»

«Perfetto. È seguita?»

«No. Ne siamo sicuri anche se lei si guarda attorno come un animale braccato fin da quando è scesa dalla barca. A proposito della barca, abbiamo preso la targa e chiesto i controlli del caso alla capitaneria.»

Giordano annuì, soddisfatto dall’efficiente collabora-zione fornita dal comando locale dei Carabinieri. «Stanti così le cose prendo in carico io De Rossi. È stato un piacere lavorare con voi Maresciallo.»

«Quando vuole Torrani, piacere nostro. E se ne ha occasione mi saluti Guardigli, gli dica che quando avrà finito con il ROAD qua abbiamo piadina e Sangiovese a volontà.»

«Tenetene un po’ anche per me, non si sa mai!»

«Assolutamente. Le farò avere i verbali per la firma e tutte le scartoffie burocratiche.»

Giordano chiuse la comunicazione e soppesò l’idea di chiamare D*, ma poi decise di voler prima parlare con Gioia: sapeva benissimo cosa le era successo, e voleva farla rinsavire.

Se non ci fosse riuscito, le avrebbe dato i documenti e le cose che aveva fatto recuperare ai Carabinieri di Gabicce il giorno precedente, e che ora erano sul sedile posteriore della Golf, e poi l’avrebbe lasciata andare anche se solo per darle la caccia fino in capo al mondo con l’unico scopo di prendere lei e il suo amante.

 

 

In meno di mezz’ora a piedi Gioia aveva raggiunto la discoteca. Durante il tragitto non era riuscita a scrollarsi di dosso il senso di gravità per la decisione presa: in nessuna fase della sua vita aveva mai provato desideri, emozioni e sentimenti così contrastanti, lei era una che agiva, a volte in modo impulsivo, ma sempre con determinazione; l’indecisione, l’essere in bilico tra una scelta e l’altra non erano sensazioni che potevano dominarla. Fino a quel momento, almeno.

Entrò nel parcheggio dove appena due sere prima era iniziata tutta quella storia con animo lacerato e una voglia immensa, per una volta, che qualcosa fosse facile, ma nel parcheggio. tra alcune auto sparse, c’era una Golf bianca con appoggiato Giordano Torrani.

La prima cosa che notò fu che si era cambiato, non indossava più l’abbigliamento sportivo del giorno prima. Al posto della maglietta a maniche lunghe che gli aderiva addosso come una seconda pelle, indossava una stropicciata camicia blu scuro aperta sul petto e un paio di jeans sdruciti anche se ai piedi aveva ancora gli scarponi da montagna. Evidentemente non era uno a cui piacesse sprecare risorse, e comunque non ne aveva bisogno: stava benissimo, le maniche corte lasciavano scoperti gli avambracci notevoli ricoperti di fine peluria bionda.

Lo fissò immobile con il cuore in gola che batteva peggio di un martello pneumatico. Non aveva la più pallida idea di come approcciarlo, non era preparata ad affrontarlo, nemmeno ci aveva pensato che poteva trovarlo lì, ma ora che l’aveva visto si diede mentalmente della stupida: non l’aveva già capito fin dal primo momento che non avrebbe potuto ingannarlo?

E non aveva forse avuto l’impressione di essere seguita? Si guardò attorno per l’ennesima volta senza vedere nulla di strano: era davvero il migliore.

Lo ammirò avanzare verso di lei mentre le scelte che credeva di aver avuto cadevano come le figure di cartone del tiro a segno al luna park.

«Lo sai che la tua carta di identità è scaduta?»

No. Non lo sapeva. E non sapeva cosa fare adesso che lui si era avvicinato tanto che poteva distinguere il colore acceso dei suoi occhi: erano quasi azzurri e sembravano la lama laser di Luke Skywalker. Brutto segno, ma lei non era una da gioco in difesa nemmeno quando era in preda alla confusione più totale.

«Hai intenzione di arrestarmi?»

«Hai intenzione di dirmi perché non mi hai chiamato?»

«Non voglio insultare le tue doti intuitive.»

«Vuoi andare con lui» era un’affermazione. La parte di lei che l’aveva considerata come un’opzione si irrigidì. «Lo ami?»

La domanda la colpì come uno schiaffo in pieno viso, lo guardò tramortita, come se l’avesse davvero colpita.

«Rispondi.»

«Perché?» domandò per prendere tempo: non voleva rispondere, non sapeva cosa dire.

«Perché se lo ami, ti darò i documenti e ti lascio andare.»

«Così. Semplicemente… mi lasceresti andare?» domandò incredula e… sì… ferita.

«Se lo ami non ha senso che io mi metta in mezzo.»

Come parlava? Cosa diceva? «In mezzo a cosa?» Era stato inviato lì dalla Direzione Investigativa Antimafia ed era un Ispettore Capo, e con i controcazzi oltretutto, quella conversazione era surreale, c’era qualcosa sotto, ma lui si era avvicinato ancora, e per guardarlo dovette alzare il viso. Si sentiva piccola come un moscerino.

«Io, faccio le domande. Lo ami?»

Il tono arrogante sobillò qualcosa di profondo dentro di lei, una decisione di tanto tempo prima: non avrebbe mai più permesso a un uomo di schiacciarla. «Lo conosco da due giorni scarsi.»

«All’amore basta un attimo» era suadente adesso, e la guardò come un uomo guarda una donna. «Lo chiamano colpo di fulmine.»

Era impazzito! Gioia sgranò gli occhi. «Non credo nell’amore e credo che il colpo di fulmine sia un’enorme cazzata.»

«Eppure sei disposta a stravolgere la tua vita per andare con lui.»

«Di certo non perché sono stata colpita da un fulmine!»

«Allora perché?»

Per cose che lui non sapeva e non poteva capire e che soprattutto lei non gli voleva raccontare. Non era per andare con Reni, ma per fuggire via dagli altri, Minetti in testa. Torrani la guardava come se capisse, ma non poteva davvero essere così. Non era così.

«So perché» affermò.

Il tono le incendiò il sangue. «Non sai un cazzo, invece! Credi di aver capito tutto perché hai letto il mio curriculum? Sai cosa c’è nel mio fascicolo: una montagna di cazzate! Cazzate perché non le considera mai nessuno, sai cosa guardano invece? Queste» esclamò rabbiosa stringendo prima le tette e poi il culo. «E questo! Cos’è che mi hai detto? Ah, che dovevo essere il suo sogno e non la sua puttana. Be’, sai una cosa? È bello essere il sogno di qualcuno. È bello essere il sogno di una vita con dei progetti e non la fantasia di una scopata di quindici minuti. Non credo nel colpo di fulmine, non ci credo! Ma credo nella forza di un sogno e sono stufa marcia di essere considerata solo un buco.»

«Io invece ci credo nel colpo di fulmine» ribatté tranquillo, come se non gli avesse appena rovesciato addosso una decina d’anni di frustrazioni. «Credo in un incontro che ti cambia la vita, che rivoluziona le tue prospettive. Ci credo Giò. E credo che uno potrebbe rivedere tutte le sue priorità e i suoi sogni, quando gli capita una cosa del genere. Te lo chiedo ancora: lo ami? La risposta è semplice: sì, no, forse.»

«Forse! Se rispondo forse, dottor Freud, quale sarebbe la prossima domanda?»

«Cosa sogni Giò?»

«Non dormo da due giorni: non sogno niente. Voglio riprendermi i miei documenti e fare una doccia profumata.» E voglio non dovermi mai più sentire in guerra.

«Ok. Quando mi avrai detto se lo ami.»

Ancora? «Amo come mi fa sentire» sbottò per troncare la discussione, ma fu come mordersi da sola per sbollire la rabbia: sentì male a ogni parola.

«Quello faceva parte del copione» affermò fissandola con quegli occhi capaci di sezionarla fino ad arrivare al nucleo di tutto quello che si teneva dentro.

«Il copione? Io amo il fatto che se mollo tutto non dovrò affrontare il giudizio di Minetti e tutti gli stronzi come lui! Tu. Non. Puoi. Capire» ecco, ora era completamente esposta, maledetto! Distolse lo sguardo.

«Ti sbagli» ribatté chinandosi e inclinando la testa per incrociare di nuovo i suoi occhi e costringerla a fissare le sue iridi di ghiaccio. «Io capisco tutto, sempre! E forse hai ragione, non so niente della tua vita, ma so che essere in polizia, per te, è qualcosa di più di un semplice sogno: è un fatto concreto che hai ottenuto e fare carriera è lo scopo ultimo di tutto l’impegno che ci hai messo. E sai come lo so? Sai perché so che non mollerai proprio niente e affronterai Minetti e tutti quelli della sua risma a testa alta? Perché sceglierai di combattere per la tua carriera e non di fare la latitante a vita? Perché sei salita su quella Porsche anche sapendo che eri sola, e poi sei salita su quella barca e hai lasciato i tuoi dannati sandali sul molo affinché io li trovassi: tu vivi senza compromessi Gioia De Rossi e lo sai benissimo.»

Gioia sentì ogni parola penetrarle dentro sempre più in profondità fino a toccarle l’anima. Si sentì scorticata viva, nuda, esposta, debole e senza scelta. Aveva giurato di non trovarsi mai più così. Lei non era debole, e aveva giurato a se stessa, molto tempo prima, che si sarebbe data sempre una scelta.

«Sai tutto, davvero? Lo sai quante volte abbiamo scopato in questi due giorni? Vuoi sapere quante volte ho goduto?» chiese dura, anche lei voleva scalfirlo, voleva scorticarlo, essere una sua pari, infrangere tutte le barriere e sapere se tutte quelle cose le stava dicendo per manipolarla o perché le pensava davvero.

«No. Però dimmi: quante volte sei stata felice, dopo essere stata con lui?»

Mai.

 

 

«Il copione? Io amo il fatto che se mollo tutto non dovrò affrontare il giudizio di Minetti e tutti gli stronzi come lui! Tu. Non. Puoi. Capire!»

Lei lo guardava con gli occhi spalancati di orrore per se stessa. Giordano lo sapeva come si sentiva, lo sapeva benissimo.

Ogni incarico sotto copertura comportava uno sdoppiamento della personalità, c’erano delle tecniche precise da mettere in atto per mantenersi lucidi e non lasciarsi sopraffare dal ruolo impersonato, per esempio lui evitava accuratamente le parolacce mentre invece il suo alter ego non diceva mai una frase senza e indulgeva in tutti quei vizi che invece Giordano aborriva. Avevano tenuto intere giornate di lezione ed esercitazioni su questo aspetto, ma Gioia non aveva avuto nessuna istruzione, nessun appiglio per mantenersi lucida e imparare a tenere separate le due identità.

Certo, c’era anche la possibilità che in quei due giorni si fosse innamorata di Reni, ma Giordano non riusciva a crederci.

Non voleva.

«Ti sbagli» ribatté chinandosi e inclinando la testa per incrociare di nuovo il suo sguardo e costringerla a guardarlo. Non aveva nessuna intenzione di toccarla, se non lo faceva lei per prima.

«Io capisco tutto, sempre!»

Sapeva essere diplomatico, quando serviva, sapeva portare le persone a vedere le cose come voleva lui, ma sapeva anche come sbattere in faccia alla gente quello che volevano nascondere dietro una facciata perfetta ma falsa che era quello che stava facendo Gioia e non poteva permetterglielo, per il suo bene ma non solo per il suo.

L’affrontò a muso duro, la mise di fronte alla sua vita com’era stata finora, come credeva che fosse stata finora, se non era così era giusto che la perdesse adesso.

«So che essere in polizia, per te, è qualcosa di più di un semplice sogno: è un fatto concreto che hai ottenuto.»

L’ambizione era un tratto che avevano in comune, saltava fuori dal suo percorso, dalle sue esperienze.

«Sai perché so che non mollerai proprio niente e affronterai Minetti e tutti quelli della sua risma a testa alta?»

Perché anche lui avrebbe fatto così: non era uno che si arrendeva e sceglieva la strada più facile. La strada facile sarebbe stata seguire le orme di suo nonno e dedicarsi agli affari di famiglia, invece aveva scelto di seguire il fuoco degli ideali; con le conoscenze di famiglia avrebbe potuto ambire a un ruolo pubblico, invece aveva scelto di operare nell’ombra, senza gloria ma contribuendo in modo concreto.

E lei uguale, avrebbe potuto abbandonare la missione quando si era ritrovata da sola, o avrebbe potuto rifiutarsi di salire su quella maledetta barca, invece no.

«Tu vivi senza compromessi Gioia De Rossi» Come me, «e lo sai benissimo.»

Avvertì in modo fisico tutte le difese di Gioia che crollavano, una a una, la sicurezza e la maledizione che il suo aspetto le conferivano, la superbia derivata dall’essere più intelligente e più capace del 90% delle persone e alla fine rimase solo il nucleo del suo essere, quello che Giordano aveva intuito, sia leggendo il suo fascicolo sia dal risultato dell’indagine riservata che aveva fatto svolgere: una sopravvissuta, una combattente che non si dava mai per vinta, una che si era costruita pezzo dopo pezzo.

Giordano la ammirò come mai prima: era una guerriera, era straordinaria ed era pronta a tornare nella sua pelle che non era né quella della puttana di qualcuno né tantomeno il sogno di Guido Reni. È il mio sogno.

«Lo sai quante volte abbiamo scopato in questi due giorni? Vuoi sapere quante volte ho goduto?» chiese dura. Voleva fargli male, voleva colpirlo, ma era fuori strada.

«No. Però dimmi: quante volte sei stata felice, dopo essere stata con lui?»

Aveva scopato con Reni? Il ruolo lo prevedeva.

Aveva goduto del sesso? Era fisiologico tra adulti sani.

Nessuna di quelle cose lo toccava.

La singola lacrima che sfuggì dall’occhio sinistro esaurendosi prima di arrivare allo zigomo invece gli inferse una ferita profonda.

«Finora, quando mi guardavano come se fossi una puttana, potevo incazzarmi perché non lo ero, ma adesso... se torno?» sussurrò.

Parole intrise di verità. Si avvicinò di più, costringendola a rovesciare il capo indietro per mantenere gli occhi incatenati. Avrebbe voluto circondare l’ovale perfetto del viso e baciarla, ma se lei era una che viveva senza compromessi, lui era uno che sapeva sempre dominare gli impulsi.

«Pensi davvero di esserti venduta? Per cosa?» Non rispose, ovviamente. «Un po’ di piacere colpevole? Cosa ti aspetta con lui? Vuoi essere la sua mantenuta, sua moglie, la madre dei suoi figli, cosa? Come ti vedi tra… cinque anni?»

Gli enormi occhi scuri si allagarono e due lacrime traboccarono mentre scuoteva il capo.

L’impulso di stringerla si fece quasi irresistibile, come anche quello di dirle che sarebbe andato tutto bene, ma lei era sconvolta e non aveva bisogno di altri approcci e soprattutto non sarebbe andato bene niente di niente: se lo sentiva nelle ossa, erano entrambi sospesi su uno strapiombo, senza imbragature o corde di sicurezza e aggrappati ad appigli poco stabili.

Mantenne le distanze.

«Dammi qualcosa su cui lavorare. Qualsiasi cosa. Non è troppo tardi.»

«Non ho niente» disse asciugandosi gli occhi. Giordano si allontanò di un passo. Aveva resistito fino a quel momento, non poteva cedere adesso: non l’avrebbe toccata anche se si sentiva euforico come quando aveva scalato la sua prima parete. «Ho un nome falso – Alexander, ma non il cognome e un appuntamento per domani mattina a Rimini, dopo che avrà recuperato dei documenti falsi da non so chi, dove o quando.»

Concentrati Giò. «Questo è tantissimo, invece. Un nome è qualcosa su cui possiamo fare ricerche e un appuntamento è un’occasione, e dato che è domani, abbiamo tempo per organizzare un’imboscata come si deve. Andiamo, ora. Dobbiamo chiamare Milano e poi proviamo a vedere se Minetti si deciderà a far intervenire la Guardia Costiera: potremmo essere fortunati e trovarlo anche prima.»

Lei lo afferrò per un polso, trattenendolo prima che le voltasse le spalle per raggiungere l’auto. «Dimmi che andrà tutto bene.»

Lui guardò prima la mano stretta attorno al braccio e poi riportò lo sguardo sul viso. «Non insulterò la tua intelligenza, ma ti giuro che farò tutto ciò che posso perché succeda.»

Un sorriso tremulo le distorse i lineamenti perfetti, lo lasciò andare, Giordano la precedette all’auto e salì dal lato passeggero.

«Guida tu, io devo fare delle telefonate.»

 

 

«Dove andiamo?» chiese.

«Rimini, la base operativa è là.»

Gioia mise in moto, ingranò la retromarcia e partì.

Durante il viaggio Giordano telefonò tre volte a Milano, una a Forlì, due a Ravenna e riuscì anche a farsi raccontare, senza farle nessuna domanda, tutto quello che ancora non gli aveva detto compresi i particolari.

Gioia era indecisa se maledirlo o ammirarlo.

Poi abbandonò ogni indugio: lo ammirava, profondamente e in modo totale.

Era brillante, efficiente, metodico, concentrato.

Imparò più in quei quarantacinque minuti con lui che in tutti i sei mesi del corso e le rare esperienze, del tutto ridicole, che aveva affrontato quando era entrata in Polizia. E più lo guardava e assorbiva come una spugna tutto quello che lui ragionava, faceva e diceva, più Gioia prendeva sicurezza spuntando quello che anche lei sarebbe stata in grado di fare, se si fosse concentrata solo su se stessa e i suoi obiettivi escludendo tutto il resto.

Perché lui faceva così, non si curava degli insulti o delle divagazioni, ma ascoltava con estrema attenzione le obiezioni e le ragioni di chi gli si opponeva e poi diceva la sua: calmo, competente, educato; era come un carro armato che avanzava incontrando muri di cartapesta

Ed era poliedrico.

Mentre metteva in moto e coordinava la macchina organizzativa dell’imboscata del giorno dopo, aveva iniziato a trasformarsi con l’aiuto di alcune cose che teneva nello stesso zaino che Gioia gli aveva notato in spalla la prima volta che l’aveva visto.

Un catena d’acciaio con un crocefisso gigantesco nel quale si poteva scorgere il volto sofferente del Cristo. Delle lenti a contatto marroni che resero anonimi i suoi occhi così particolari. Il fumo di una sigaretta che venne soffiato su una mano poi strofinata su camicia, capelli, pantaloni e anche gli occhi. Un fiaschetta dalla quale prese un sorso che poi sputò fuori dal finestrino.

Alla fine di fianco a lei non c’era più l’Ispettore capo Giordano Torrani, ma un tizio dagli occhi spiritati che puzzava di fumo, alcool e sembrava un avanzo di galera.

Fermò la macchina davanti al divieto di sosta di un garage, la strada era stretta e gli spazi riservati alle auto della polizia erano occupati dalle volanti.

«Chi sei?» chiese a Torrani.

«Meglio che tu non lo sappia gioia. Pensa ai cazzi tuoi che sono già abbastanza.»

Lo guardò a occhi sgranati. Il timbro di voce era lo stesso, ma l’accento e di certo il linguaggio no.

«Ti faranno il culo là dentro. Ti torchieranno come l’uva a settembre: digli tutto. Anche come ci siamo incontrati» disse abbandonando l’accento e i modi grezzi. «L’abbiamo stabilito prima, avevamo paura che Reni ti avrebbe fatto seguire, così io ho chiesto il supporto dei Carabinieri di Gabicce, che hanno verificato che non sei stata seguita.»

Il significato di quello che le stava dicendo le fu subito chiaro. «Hai costruito un alibi per me, che però avresti potuto trasformare in una trappola se non fossi rinsavita» disse, riuscendo a inquadrare il senso della conversazione surreale che avevano avuto alla Baia.

«Se non l’avessi fatto, saresti diventata una pericolosissima latitante e ti si doveva fermare subito» ribatté sorridendo: anche con gli occhi scuri, il suo sorriso era di quelli che fermavano il cuore. «Attieniti ai fatti là dentro. Ci sarà anche un Magistrato di Milano.»

Gioia emise un fischio. «Wow. Addirittura. Chi altro?»

«Il Questore e il Commissario Capo di Ravenna. Questore di Forlì e Commissario Capo di Rimini. Un Magistrato da Ravenna. Minetti.»

«Naturalmente. Da uno a dieci, quanto sono fregata? Mille?»

«Zero. Il Magistrato di Milano è dalla tua parte.»

Gioia lo guardò sarcastica. «Figurati! Come lo sai? Hai manipolato anche lui?»

«Non ti ho manipolata.»

«No? Perché io invece mi sento così.»

«Hai scelto tu da che parte stare.»

«Davvero? Avrei scelto io?»

«Sì. Ti ho chiesto come ti vedevi tra cinque anni e quello che hai visto ti ha fatto scegliere.»

Era vero. Si era vista Ispettore Capo o anche qualcosa di più, solo che quell’immagine si stava sgretolando.

«Credici.»

«Sono stata a letto con un ricercato» aveva detto che doveva attenersi ai fatti, quello era un fatto.

«Il sesso non è un reato.»

«Il favoreggiamento, sì.»

«Sì, ma deve essere dimostrato e si è innocenti fino a prova contraria e inoltre là dentro non c’è nessun giudice.»

No, ma c’erano sette inquisitori. «Ho paura.»

«Io ne ho sempre.»

Avevano già avuto quello scambio di battute. Deglutì a secco comprendendo che il travestimento di Giordano non era il frutto di un’improvvisazione.

«Da quanto impersoni… questo?»

«Quasi due anni, in maniera saltuaria. Anche se sono stato lui per quattro mesi, a San Vittore, fino a dieci giorni fa.»

Gioia espirò tutto il fiato che aveva nei polmoni. «Sei stato in carcere?»

«Per consolidare la copertura, sì.»

«Perché me lo stai dicendo?» Era sicura che da qualche parte nel codice di procedura penale o civile o magari nel regolamento di condominio – in quel momento non era del tutto lucida - era scritto che certe cose erano riservate e secretate.

«Perché non sei né la prima né l’ultima che si avvicina al limite per un bene superiore e il magistrato di Milano che incontrerai là dentro lo sa bene. Lui influenzerà quelli di Forlì e Rimini –non è piaciuta la piazzata che ti ha fatto Minetti, a loro insaputa, nei loro uffici - quindi, ponendo che i capi di Minetti lo sostengano, ne hai tre contro e tre a favore, e ti basta convincere il magistrato di Ravenna: ce la puoi fare. Io so che ce la farai» affermò.

Gioia accolse commossa le sue parole rassicuranti, il sorriso che rivelava la chiostra dei denti e la fossetta che gli scavava la guancia imbrunita dalla barba.

Voleva percorrere le pieghe del suo volto con le dita e assaggiare quelle labbra carnose che esalavano un lieve sentore del liquore che prima aveva messo in bocca.

Il suono furioso di un clacson la fece trasalire.

«Su, scendi» disse mettendole in mano il giubbotto che aveva indossato due sere prima. «Stendili tutti. Spero di tornare con buone notizie.»

Scesero dall’auto. Giordano salì senza degnare di un’occhiata l’automobilista incazzato che voleva entrare nel suo garage e poi partì. Gioia raggiunse l’entrata del Commissariato, salì i quattro gradini e poi spinse decisa la porta di legno e vetro.

 

 

Sei ore dopo, Giovanni Prezioso era ancora in un infimo Motel lungo la SS16 che affittava la camere a ore, e l’unico modo che aveva per non sentire gli odori disgustosi che impregnavano la moquette era fumare una sigaretta dietro l’altra.

Giordano Torrani non avrebbe mai ceduto a un vizio insano come il fumo, ma per il suo alter ego, spacciatore da quattro soldi, scurrile e attaccabrighe, la sigaretta era una normale estensione delle dita.

Guardò l’orologio e attese che la lancetta dei secondi scoccasse il minuto esatto prima di richiamare, come da accordi, il numero di uno dei preziosi contatti ottenuti nell’ultima missione.

«Sono io. Allora il nome?» chiese appena udì la comunicazione.

«Perché vuoi quel nome?»

, aveva fatto centro! «Il fottuto damerino mi deve dei soldi, io sono a terra e non voglio che faccia il furbo.»

«Senti Rosso, tu mi stai simpatico, ma soprattutto non mi scordo quello che hai fatto per il picciotto mio in gabbia, quindi ti perdono per avermi fatto mettere il naso dove non dovevo e sappi che ho ricambiato il favore.»

«Non ci sto a capì ‘na minchia

«Volevano la tua testa: Reni è un infame e infami sono tutti gli amici suoi.»

Giordano sentì il gelo scendergli nelle ossa: chi voleva la sua testa solo per aver chiesto di Reni? «Mi deve dei soldi. E sto a terra adesso. Se lo trovo mi faccio dare quello che mi deve e…»

Venne interrotto. «Se ti serve o’ denaro. Ci penso io. E stattene quieto. Non ho fatto il tuo nome. Gli ho dato quello di un pisciaturi che so io. C’hai per stare bbuono tre o quattro giorni?… eh?... Poi mi chiami e vediamo se nasce cosa. Uh? Capisci a’ mme? Te faccio diventà u’Contrasto, ma lascia perde’ l’infame.»

La comunicazione si interruppe prima che Giordano potesse dire altro.

Merda. Cazzo. Vaffanculo.

Spense la sigaretta. Uscì dal Motel, quando fu a una distanza congrua, e dopo aver verificato che fosse solo nella notte, estrasse il cellulare e chiamò il Commissario Capo, suo superiore diretto alla DIA. Quella conversazione aveva più di un significato. Primo, le infiltrazioni mafiose su cui stava indagando il Pool erano reali. Secondo, il contatto che aveva chiamato era in realtà un pesce molto più grande di quello che avevano pensato all’inizio, qualcuno di abbastanza importante da proporlo come Contrasto che in gergo malavitoso era appena un gradino più sotto di Affiliato, e… cazzo!... due anni di lavoro e di schifo avevano prodotto un risultato che ancora nessun agente infiltrato aveva mai ottenuto. La soddisfazione personale però durò appena un battito di ciglia.

Terzo, Reni aveva appiccicata addosso una sentenza di morte da parte della ‘Ndrangheta, ma l’unica cosa a cui riusciva a pensare Giordano era: e Gioia? Sapevano di lei? Era in pericolo?

 

 

Commissariato di Polizia, Rimini

22 luglio ore 23,39

 

Gioia era esausta.

Come annunciato da Giordano il Magistrato di Mani Pulite era smaccatamente dalla sua parte. Non era uno dei nomi famosi che apparivano in tutte le cronache dell’indagine, ma possedeva un’aura autoritaria che tutti rispettavano e dato che sin dalle presentazioni l’aveva approcciata con grande rispetto, gli altri si erano adeguati a quell’atteggiamento, anche Minetti sebbene non perdesse occasione per metterla in difficoltà. Era comunque lì a rispondere a domande su ogni più minuscolo dettaglio da oltre sei ore, salvo qualche pausa fisiologica e per mangiare.

Da qualche minuto tutti parlavano tra loro come se lei non fosse presente e Gioia stava giusto per chiedere se poteva andarsene quando, dopo un lieve bussare, Giordano fece il suo ingresso.

Puzzava di fumo in modo disgustoso e aveva gli occhi arrossati come se si fosse fatto di qualcosa, il contrasto della voce profonda, priva di qualsiasi inflessione di accento e la stessa fredda professionalità di sempre era assoluto e quasi ipnotizzante. Aveva tolto le lenti colorate.

Raccontò di come non fosse stato possibile rintracciare chi stava fornendo i documenti falsi a Reni e poi sganciò la bomba. «E c’è un problema: Reni potrebbe essere in pericolo di vita.»

Gioia sussultò, ma solo Giordano si accorse della sua reazione, si affrettò a ricomporsi, ma il cuore le batteva furioso in petto: poteva aver scelto di non andare con Reni, di consegnarlo alla giustizia, ma non voleva certo la sua morte.

Ascoltò con attenzione il freddo resoconto e mise a fuoco una cosa di Torrani che l’aveva colpita fin dall’inizio: all’apparenza sembrava glaciale e controllato, un diamante sfaccettato ma, al di là del riflesso accecante e perfetto che emanava, c’era molto di più.

Nella sua voce profonda e modulata Gioia riusciva a percepire la vibrazione bassa e quasi impercettibile della preoccupazione e nel vagare del suo sguardo d’acciaio poteva cogliere il millesimo di secondo in più con cui la scrutava rispetto a tutti gli altri.

«De Rossi» l’apostrofò il Questore di Forlì, «non c’è davvero nessun dettaglio che potrebbe aiutarci a capire dove possa essersi nascosto Reni, in attesa dell’appuntamento di domani?»

Gioia scosse il capo, da quando, qualche ora prima, avevano comunicato che la Guardia Costiera era riuscita infine a trovare la barca abbandonata alla fonda nei pressi di Gatteo non aveva fatto altro che pensare alla stessa cosa, ma non le veniva in mente nulla, la verità era che in quei due giorni avevano parlato molto, ma solo di sciocchezze e quando non parlavano… be’… non c’era niente di utile da dire su quel fronte, ovviamente.

«Vi ho riportato tutte le conversazioni così come si sono svolte.»

«Già, De Rossi, ma non avete solo parlato, giusto?»

Gioia guardò Minetti in faccia senza curarsi di nascondere quanto lo detestasse: ignobile zecca! Erano ore che cercava di portare il discorso sul sesso.

Colse l’occhiata ammonitrice di Giordano, ma l’ignorò. «Giusto, abbiamo anche mangiato, ma deve essere una persona educata perché non parlava con la bocca piena» ribatté, stufa marcia delle continue allusioni.

«Ah, certo, lo sappiamo bene cosa ha mangiato lui e cosa hai mangiato tu.»

«Dottor Minetti» lo richiamò il Magistrato di Mani Pulite.

«Mi scusi, ma sappiamo tutti che in certi frangenti gli uomini perdono di lucidità: mi stupisce che De Rossi non ne abbia approfittato!»

Gioia scattò. «Che caz…»

«Basta!» tuonò Giordano guardando prima lei e poi Minetti. «Insinuare che De Rossi sia complice di Reni non sta né in cielo né in terra.»

«Ce la metteresti davvero la mano sul fuoco?»

«Non ne ho bisogno. L’ipotesi è già stata verificata e scartata ieri dalla Procura di Milano.»

«È così. De Rossi gode di fiducia e stima, per quello che ha fatto» confermò il Magistrato cogliendo l’occasione per rimproverare l’operato di Minetti. «Se non fosse per lei Reni sarebbe perso da molto più tempo.»

«Mi perdoni Vice Ispettore se le ho fatto una domanda inopportuna» rincarò il Questore.

Gioia accettò l’esternazione e fulminò Minetti, ma evitò di guardare Giordano: dunque lui non si era solo limitato a leggere il suo fascicolo come era normale che fosse, ma l’aveva messa sotto indagine, sebbene ufficiosa, e Gioia si sentiva ferita anche se era un’emozione che non aveva senso, ma soprattutto: cosa aveva scoperto? Sapeva?

Stanchezza, fatica, vergogna, incertezza e anche solitudine le piombarono addosso tutte in una volta: non ce la faceva più, fece per alzarsi.

Torrani la precedette di qualche istante. «È mezzanotte passata, credo sia meglio andare a riposare tutti. Alle sei ho fissato il briefing con il responsabile della Mobile di Forlì per fare i sopralluoghi e decidere come e dove piazzare gli agenti. In mancanza di altri riscontri sulle ricerche svolte dagli investigatori a Gatteo, l’appuntamento di domani va pianificato con attenzione e De Rossi ci deve arrivare fresca e tranquilla.»

«Sono d’accordo» confermò il Questore alzandosi a sua volta seguito dal Magistrato di Mani Pulite e dagli altri.

Gioia e Giordano gli cedettero il passo salutandoli.

«Trascorrerai la notte sola, De Rossi?»

La voce insinuante di Minetti le accese una miccia dentro, si voltò per coprirlo di tutti gli insulti che si meritava, ma ancora una volta Giordano si intromise spingendola fuori dall’ufficio.

«No. La passa con me. Nel caso che Reni o chi per lui abbia scoperto dove alloggia e volesse farle una sorpresa.»

«Che bella scusa, eh Torrani» gridò Minetti.

«Non è una scusa, ma un’operazione di polizia autorizzata da Milano. Puoi chiamare D* per conferma» ribatté.

Cosa c’entrava adesso Milano? Gioia era devastata e non riusciva a ragionare in modo lucido. Nella testa le bruciava non aver mandato a fanculo Minetti, cercava di focalizzare quello che aveva detto Giordano, ma l’unica cosa davvero chiara, per quanto destabilizzante, era il contatto della mano di lui che la spingeva fuori dal comando e che si trovava esattamente nella stessa posizione in cui due sere prima si erano succedute quelle di Minetti e Reni. Le sensazioni, ancora una volta, erano molto diverse soprattutto perché quella era la seconda volta che lui la toccava.

Non c’è due senza tre pensò.

«Devi piantarla di rispondere per le rime al tuo capo» la rimproverò Torrani con un tono un po’ meno composto del solito. La cosa le diede un brivido inaspettato.

«Ma a te, che cazzo interessa?» lo provocò con la maligna intenzione di fargli perdere le staffe.

Le passò davanti sbarrandole il passo appena furono fuori portata di voce e sguardi, la inchiodò al muro e si chinò fino a quando tra i loro visi non ci fu più di un palmo di mano.

Gioia rimase ferma immobile, in apnea, soggiogata dalla sua aura magnetica: poteva anche sembrare glaciale, ma dentro Giordano Torrani c’era qualcosa di selvaggio e lei era in grado scatenarlo. Un brivido di consapevolezza femminile la percorse da capo a piedi.

«Minetti è un incapace» sussurrò facendole sgranare gli occhi, ci sarebbe stato bene anche testa di cazzo, ma Gioia capiva che non era proprio nel suo stile. «E non merita la tua considerazione, figuriamoci una tua replica: lascialo perdere. Se vuoi avere una carriera, finita tutta questa m… situazione, fai finta che non esista e se proprio non puoi ignorarlo, sii professionale. Ora andiamo.»

Gioia lo seguì senza fiatare, non chiese dove la portasse, entrò in auto quando le aprì lo sportello, scese quando le disse di scendere, fece tutto quello che le chiese di fare in bilico tra lasciarsi andare e obbedire perché obiettare sarebbe stato infinitamente più stancante, infine si buttò di traverso su un materasso non appena le comparve un letto nel campo visivo.

Reni, Torrani, il debriefing e di nuovo Torrani: non ne aveva proprio più.

«Aspetta prima di dormire» ordinò lui e Gioia mugugnò una protesta a occhi chiusi. «Ti ho preso questa, se la vuoi.»

Con gli ultimi brandelli di energia aprì un occhio e poi entrambi e infine si mise seduta sul letto a fissare il medicinale che lui le porgeva. Lo guardò incredula.

«Co-come… ci vuole una ricetta...»

Giordano fece una smorfia. «Gli spacciatori possono procurarsi qualsiasi cosa al mercato nero dei farmaci e senza burocrazia.»

Gioia prese la scatolina vagamente conscia di cosa significasse davvero quel gesto, estrasse il blister e fece per ingoiare le due pillole contenute.

«Aspetta!»

Gioia sollevò lo sguardo.

«Sei sicura?»

Annuì decisa. «Non voglio figli, né ora né mai. Era comunque mia intenzione… con questa è tutto più semplice.» Mandò giù, calciò le scarpe e si ficcò sotto al lenzuolo prima di mormorare un grazie e cadere in catalessi.

 

 

Giordano mise il cellulare in carica e poi si concesse una doccia. Anche lui era esausto, ma aveva bisogno di rilassarsi e poi doveva rasarsi perché il mattino dopo non avrebbe avuto tempo.

Dallo zaino prese il rasoio che portava sempre con sé. La barba, i capelli lunghi e gli occhi scuri erano i tratti distintivi di Giovanni Prezioso, in caso di emergenza, per sparire in fretta, rasare la barba, i capelli e togliere le lenti, era il modo più veloce per trasformarsi. Il giorno dopo c’era la possibilità che Reni, se si fosse presentato, fosse pedinato da uno o più sicari mafiosi e se così era non voleva mandare all’aria la copertura ottenuta a caro prezzo. Il suo capo alla DIA avrebbe voluto che si tirasse fuori da quell’indagine per proteggere i loro contatti e non mandare all’aria anni di lavoro, ma Giordano si era imposto: non aveva nessuna intenzione di mettere Gioia De Rossi sulla linea di tiro di un sicario mafioso senza essere presente, non dopo che era stato lui a portarla in quella dannata banca a prendere contatti con un cadavere ambulante.

Non gli faceva pena Reni, proprio per niente. Anzi gli stava sul cazzo. «Pesantemente sul cazzo» disse a voce alta iniziando a passare il rasoio dalla gola al mento.

Va bene, Giò, calmati.

«Sono calmo.»

Tu non sei un tipo geloso.

«Esatto.»

Non è mica la tua ragazza.

«Non è di nessuno.»

E quindi non è tua.

«Già.»

Ma vorresti che lo fosse.

«Sì.»

Non dire cazzate, vuoi solo scoparla.

«Forse.»

Allora vai e scopala!

«Non dire cazzate.»

Ti stuzzica l’idea.

«Piantala» disse a sé stesso valutando il lavoro appena eseguito con il rasoio: poteva andare.

Chissà se le piacerai di più così ripulito.

«Ho detto vaffanculo.»

Ripose tutto e tornò in camera. Fece la procedura per la sveglia telefonica poi si distese di fianco a lei, sul lato sinistro del letto, lei si era buttata su quello destro. La cosa lo fece sorridere.

Gioia De Rossi non solo non era di nessuno, ma non aveva bisogno di nessun uomo nella sua vita: impersonava quel ruolo da sola.

Chiuse gli occhi e si addormentò.

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