Scritto il 09/06/2026
da ANNA GRIECO & IRENE GRAZZINI


Elizabeth si trovava nella propria camera da letto, nella casa di Londra che avevano affittato per la Stagione, che quell’anno avrebbe coinciso anche con il suo debutto in società.

La stanza era elegantemente arredata, con preziosi tappeti che rivestivano il pavimento di marmo bianco con venature rosate. Massicci mobili in legno di ciliegio davano prestigio alle ampie camere, alcuni molto antichi, e preziose tende di seta e broccato abbellivano le finestre e i balconi, mentre tele a olio racchiuse in spesse cornici erano affisse alle pareti.

Con estremo distacco guardò la sua immagine riflessa nello specchio della petineuse. Sapeva di essere bellissima, con quell’abito di seta marezzata. Era turchese, il suo colore preferito. Aveva le maniche a campana, un’ampia gonna vaporosa e una generosa scollatura che metteva in risalto il suo seno florido, gli enormi occhi azzurri e i capelli biondo grano.

La cosa, tuttavia, la lasciava del tutto indifferente.

Quello era il giorno del suo debutto in società, il giorno che tutte le ragazze aspettavano con impazienza, ma a lei non importava nulla. Troppe cose erano accadute nel corso di quell’ultimo anno, cose che non riusciva a dimenticare e che rendevano il suo cuore pesante come un macigno.

Si erano succedute tutte l’una dopo l’altra, come una sorta di punizione divina, e nutriva il timore che le sciagure non sarebbero più finite.

Sei una sgualdrina. E io ti auguro tutto il male possibile.

Le ultime parole di Kenneth, prima che egli lasciasse Clarendon Manor per sempre, le portava impresse a fuoco nella mente, e si erano rivelate profetiche, perché da quel giorno tutto era andato a rotoli.

Prima suo fratello Richard era morto in un incidente mentre si trovava nella proprietà di un suo compagno di Eton, nel corso di una battuta di caccia alla volpe; in seguito a tale tragedia sua madre, Lady Costance, si era ammalata e da allora non aveva più abbandonato le sue stanze, lasciandola completamente abbandonata a se stessa, mentre suo padre non faceva altro che sperperare le loro sostanze al gioco e con donne di malaffare; infine, per completare il tutto, la settimana precedente avevano perduto un prezioso carico di tè, spezie e sete provenienti dalle Indie Orientali nel quale il Conte aveva investito una cospicua somma di denaro.

Se non fosse stato per Lady Justine Tremaine, la sua più cara amica, che le era stata molto vicina, non sapeva proprio come avrebbe fatto. Era solo merito suo se non si era ancora arresa.

«Siete bellissima, Lady Elizabeth» esclamò la sua cameriera personale, allacciandole un prezioso collier di zaffiri e brillanti attorno al collo. Dopo fece lo stesso con il bracciale e la aiutò con gli orecchini.

«Grazie, Angelica» le sorrise tiepidamente lei. «Mio padre è già sceso?» domandò.

«Il Conte vi sta aspettando di sotto» rispose la domestica.

«Molto bene» annuì. «Prendimi la mantellina, sai bene che non gli piace attendere.»

Angelica si diresse lesta verso il grande letto a baldacchino che troneggiava al centro della stanza e prese lo scialle di seta dello stesso colore del vestito, ornato da una soffice pelliccia di volpe, che aveva poggiato poco prima sul copriletto, quindi lo drappeggiò abilmente sulle spalle della padrona.

«Non occorre che mi aspetti alzata» le disse Elizabeth prima di affrettarsi a scendere. Avrebbe fatto sicuramente tardi, anche se in cuor suo sperava che quella serata finisse il prima possibile.

***

«Che avete?» domandò Elizabeth all’uomo che le sedeva di fronte, spezzando il silenzio che aleggiava nella carrozza. Era da quando avevano lasciato la loro abitazione che il conte di Clarendon non apriva bocca, chiuso in un ostinato mutismo. Non che a lei dispiacesse, di solito non avevano nulla da dirsi e si scambiavano solo frasi di circostanza, ma qualcosa nel suo sguardo cupo la preoccupò.

«Nulla che ti riguardi» replicò Lord Arthur Dormer, severo, spostando l’attenzione sulla figlia. «Pensa piuttosto a quello che ti ho detto. Devi cercare di prendere all’amo perlomeno un Marchese, quindi vedi di civettare un po’ e mostrati disponibile» la redarguì. «E per l’amor di Dio, tira un po’ più giù quel corpetto, sembri una dannata suora.»

Elizabeth trasalì a quel tono, ma si rifiutò di lasciarsi intimidire. «È già troppo scollato per i miei gusti» protestò. «Volete forse che vada in giro nuda?»

Clarendon non replicò, ma le rifilò un’occhiataccia che la diceva lunga su ciò che pensasse realmente. Sì, lui l’avrebbe anche mandata in giro nuda, purché accalappiasse qualche buon partito. Si domandò cosa non andasse. Erano tre settimane, ormai, che l’umore di suo padre era più nero del solito. Si chiudeva nel suo studio e lì rimaneva per ore; inoltre, cosa mai avvenuta prima, non era più uscito di casa fino a quella sera, neppure per andare da Brook’s o al White’s a giocare.

La carrozza rallentò e il Conte si sporse dal finestrino, realizzando che avevano appena varcato i cancelli della residenza del marchese di Spencer. La magione del loro ospite, il cui salotto era uno dei più ambiti dell’alta società londinese, era illuminata come un albero la notte di Natale e si ergeva maestosa su una piccola altura, circondata da un ampio prato e da alberi giganteschi lungo tutto il viale, simili a sentinelle. Centinaia di piccole lanterne accese indicavano la strada.

Il cocchiere si incanalò nella lunga fila che si snodava fino alla villa e Clarendon rimise dentro la testa. «Siamo quasi arrivati» annunciò.

Il cuore di Elizabeth perse un battito, avrebbe preferito trovarsi da tutt’altra parte. Ci siamo, pensò cercando di controllare il tremito delle mani. Si disse che era a causa del freddo pungente della sera, ma sapeva che si trattava di una patetica scusa.

Ci vollero circa una ventina di minuti prima di arrivare davanti al portone d’ingresso della bellissima dimora, poi suo padre la aiutò a smontare e le porse il braccio mentre salivano insieme i pochi scalini che li separavano dalla soglia, portando avanti quella ridicola farsa della famiglia ricca e felice. Vennero accolti nell’anticamera dai padroni di casa, entrambi elegantissimi nei loro lussuosi abiti da sera.

«Salve Arthur, benvenuto» li accolse il Marchese, che sapeva essere il migliore amico del genitore.

Il Conte ricambiò il saluto e poi si voltò verso Elizabeth, presentandola come si conveniva.

«Siete deliziosa, mia cara» esclamò Lady Spencer accarezzandole una gota. «Mi sa che stasera spezzerete parecchi cuori.»

Lei avrebbe dovuto arrossire, invece il suo volto si fece pallido come la cera. Sentì il bisogno impellente di fuggire, anche se ignorava il motivo di quella strana sensazione. Si guardò intorno come un cerbiatto braccato alla ricerca di una via di fuga, ma ovviamente non c’erano scappatoie. La presa di suo padre sul braccio era salda e non lasciava alternative. Con un senso di nausea alla bocca dello stomaco, lo seguì fino al salone da ballo.

 

 

Kenneth si trovava all’ingresso della grande sala. Aveva la schiena poggiata a una delle maestose colonne di marmo bianco che reggevano il soffitto stuccato e un calice di champagne stretto tra le dita che ogni tanto, quasi distrattamente, si portava alle labbra. Era perfettamente consapevole delle occhiate di cui era oggetto, ma ormai ci aveva fatto l’abitudine in quegli ultimi mesi, e non gliene importava granché. Doveva comunque ammettere che il ritrovarsi fregiato di un titolo altisonante e rispettato aveva i suoi benefici: gli aveva aperto le porte della buona società londinese, facendo dimenticare a buona parte di quella gente i suoi oscuri natali.

Ora tutti quei gentiluomini che fino a pochi mesi prima lo avrebbero fatto frustare a sangue, se solo avesse osato alzare lo sguardo sulle loro preziose figlie, praticamente gliele gettavano tra le braccia.

Come cambia in fretta l’atteggiamento della gente, quando hai i soldi e un titolo, dalla tua parte, rifletté tra il disgustato e il divertito.

Piegò le labbra in un sorriso quando Lady Ginevra Chandler gli sfilò lentamente davanti con movenze studiate, assicurandosi che dedicasse la giusta attenzione al suo corpicino conturbante strizzato in un abito di velluto color borgogna che esaltava le sue grazie.

Kenneth sollevò il calice in un muto saluto e incrociò lo sguardo di quegli occhi scuri che promettevano calore e passione, scoprendosi per nulla indifferente a quel seducente invito. Nelle settimane precedenti aveva già avuto modo di godere dei favori della donna e doveva ammettere che era stato piuttosto piacevole. Ma soprattutto era stato piacevole il pensiero di cornificare il marito della Lady in questione nel suo stesso letto.

Il Visconte Reginald Chandler era uno spocchioso snob e si erano odiati a pelle sin dal primo momento in cui si erano conosciuti. Così, alla prima occasione gli aveva soffiato sotto il naso un prezioso carico proveniente dalla Cina che aveva incrementato notevolmente il suo capitale. Ovviamente la cosa non era andata giù a Chandler, che lo aveva accusato di giocare sporco. Solo il tempestivo intervento di David aveva evitato la rissa, che comunque non sarebbe andata a discapito di Kenneth. In ogni caso, non aveva esitato a vendicarsi dell’offesa seducendo la bellissima e infedele sposa del nobiluomo.

«Conosco quello sguardo e ti consiglio di non pensarci nemmeno» esclamò una voce sarcastica invadendo il suo campo visivo.

«David!» esclamò, sorpreso, calando con forza una mano sull’avambraccio dell’amico.

«Vacci piano con le smancerie» si lamentò il nuovo arrivato massaggiandosi l’arto.

Ignorò quelle lagnanze che sapeva mendaci, visto che in più di un’occasione lui e il Visconte si erano sfidati in qualche incontro di pugilato, e sorrise. «Non sapevo fossi tornato a Londra, ti aspettavo per fine settimana prossima» affermò.

«Me la sono sbrigata più in fretta del previsto, con i fittavoli, ed eccomi qua, ma ti racconterò tutto più tardi» promise. «Tu che combini, piuttosto?» domandò accennando con il capo verso Lady Ginevra. «Non ti starai cacciando in qualche altro guaio, vero?»

Il Duca si strinse nelle spalle. «Sai quanto io mi annoi facilmente, soprattutto quando non ci sei.»

«Lascia perdere quella donna, Kenneth, ha la fama di essere molto pericolosa e vendicativa» lo mise in guardia.

«Ho tutto sotto controllo, non mi serve la balia» replicò lui, serafico. «Inoltre anch’io posso essere pericoloso.» Stava per aggiungere altro, ma all’improvviso ammutolì, serrando il calice che teneva tra le dita, le nocche sbiancate e un muscolo che guizzava sulla mascella pronunciata, come impazzito.

«E adesso che ti prende?» lo interrogò David, sorpreso, quando si rese conto che gli occhi neri del duca di Wellesley erano puntati sull’ingresso del salone da ballo. Ne seguì lo sguardo e comprese: Lord Clarendon e quella che doveva essere sua figlia, la Lady Elizabeth di cui lui gli aveva tanto parlato, avevano appena fatto il loro ingresso. Aveva sentito tessere le lodi della bellezza della giovane in diversi ambienti, ma ritrovandosi ad ammirare di persona quei tratti delicati, dovette ammettere che la realtà superava la fantasia: era a dir poco straordinaria. E, quell’aria leggermente timida, invece di nascondere la sua bellezza la faceva risaltare ancora di più, rendendola più naturale. Adesso poteva comprendeva perché l’amico non riuscisse a levarsi quella creatura dalla testa.

Come si poteva rimanere indifferenti davanti a tanta beltà?

Posò una mano sul braccio di Kenneth, prima che egli commettesse qualche pazzia. «Datti una calmata, stai attirando l’attenzione» mormorò. Gli sfilò il flute dalle dita e lo depositò sul vassoio d’argento di uno dei servitori di passaggio.

Kenneth sbatté le palpebre, come riavendosi da uno stato di trance, e distolse finalmente lo sguardo, ma dovette esercitare una notevole pressione su se stesso per ricomporsi.

Fu la cosa più difficile che avesse mai fatto in vita sua nonostante sapesse, dentro di sé, che quel momento sarebbe arrivato prima o poi.

In verità lo aveva temuto e atteso con ansia.

Era più di un anno che non posava gli occhi su Elizabeth ed era diventata ancora più bella di quanto ricordasse. I tratti fanciulleschi avevano definitivamente abbandonato il suo volto e il corpo era sbocciato, lasciando il posto a un’affascinante giovane donna che non passava inosservata. Non si perse il minimo movimento, incurante delle occhiatine curiose di chi lo osservava, seguendola tra le teste degli altri ospiti. A un certo punto vide Lord Arthur Clarendon lasciare la figlia in compagnia di due matrone e di una ragazza della sua età, allontanandosi per scambiare qualche chiacchiera con dei gentiluomini.

La giovane amica di Elizabeth prese quest’ultima sottobraccio e si unì a un gruppetto che discorreva nei pressi del camino. Provvide a fare le presentazioni e i giovani damerini accolsero con piacere la nuova arrivata. Anche troppo, a giudicare dalle loro espressioni avide.

Kenneth sentì montare dentro di sé una gelida collera e la sua espressione si fece cupa.

«Se un’occhiata potesse uccidere» esclamò David, beffardo, «a quest’ora ci ritroveremmo ad affogare tutti in un mare di sangue.»

«Chiudi il becco, Fitzgerald!» sibilò, contrariato.

«Non sono io il tuo nemico, sarebbe bene che lo te lo ricordassi, di tanto in tanto» ribatté il Visconte sullo stesso tono.

Kenneth si rese conto di aver esagerato, ma era sempre così quando si trattava di Elizabeth: perdeva completamente il lume della ragione. E il fatto che si fosse scoperto ancora pazzo di gelosia nei suoi confronti, non aiutava affatto.

«Scusami» mugugnò passandosi una mano sul volto con un sospiro. Poi, in tono più dimesso: «Sai chi è la fanciulla che è con lei? La conosci?»

«Certo» annuì David. «È Lady Justine Arabella Tremaine, la giovane figlia del conte di Halifax, della contea del Wilthshire.» Fece una breve pausa. «Lady Justine e Lady Elizabeth sono vicine di casa.»

Un’immagine sfocata comparve all’improvviso nella mente di Kenneth: rammentò una ragazza dai capelli scarmigliati, vestita da amazzone, che ogni tanto si faceva vedere nelle stalle di Clarendon Manor. Aveva pensato che fosse la figlia di qualche ricco borghese della zona, più che una nobile. Non l’avrebbe mai riconosciuta agghindata in quel modo.

Le persone cambiano, si rammentò. Nessuno poteva saperlo meglio di lui.

«Bene» affermò con un sorriso predatorio. «Allora raggiungiamole e presentami come si conviene.»

Il Visconte lo fissò, inarcando un sopracciglio. «Le farai venire un colpo. Lo sai, vero?» fece notare. Non era sicuro che fosse una buona idea.

«In caso ci saranno braccia sufficienti per sorreggerla, non temere» replicò lui prontamente, per poi aggiungere: «Tranquillo, non farò scenate in pubblico.»

«Come vuoi» scrollò le spalle Fitzgerald, sperando di non pentirsene. Dovettero procedere in circolo lungo tutto il perimetro del salone, per non disturbare le coppie che stavano danzando, ma ben presto raggiunsero il piccolo capannello di giovani di fronte al camino.

«Posso sperare in un valzer più tardi, Lady Elizabeth?» Kenneth udì chiaramente la voce melliflua di uno di quei cicisbei impomatati che attorniavano la sua preda.

«Certo» replicò l’interessata.

Il gentiluomo si chinò per vergare il proprio nome sul carnet che lei portava allacciato al polso con una cordicella.

Fu in quell’esatto momento che Elizabeth alzò la testa e lo vide.

Il suo volto perse ogni colore e gli occhi si spalancarono, apparendo enormi sul viso. Barcollò in avanti per qualche secondo, mentre si portava una mano guantata al petto.

A suo onore, però, non svenne.

Kenneth non disse nulla. Abbassò gli occhi sulla scollatura dell’abito che lei indossava: le fasciava la vita sottile e il busto in maniera superba, aprendosi poi in una corolla azzurra attorno alle gambe, ma ciò che catturava più l’attenzione era il magnifico decolleté che lasciava scoperta un’ampia zona di pelle nivea. Per un momento fu tentato di levarsi la giacca e di coprirla affinché nessuno potesse vedere o sbavare su ciò che era stato suo, ma ovviamente non aveva alcun diritto di farlo.

O almeno, non ancora.

Si limitò a piegare le labbra in un sorriso provocatorio e la fissò senza ritegno.

Elizabeth si sentì mancare, il cuore le pompava contro lo sterno, quasi volesse scoppiare. Doveva apparire sconvolta, e lo era.

Che ci faceva Kenneth lì, nella residenza del marchese di Spencer? E perché era così ben vestito e a suo agio nell’alta società?

Aveva i suoi tratti scolpiti a fuoco nella mente, ma si rese conto che non gli rendevano affatto giustizia, perché lui non le era mai apparso tanto bello e affascinante come in quel momento. E non era l’unica a pensarlo, a quanto sembrava: le giovani donne che le erano accanto se lo stavano mangiando con gli occhi.

Inclusa la sua migliore amica.

Il Visconte David Fitzgerald si schiarì la gola. «Milady, Milord!» esordì in un saluto compito.

Lady Justine si voltò e un caldo sorriso le illuminò i lineamenti. «Visconte, che piacere rivedervi» disse allungando una mano affinché il gentiluomo la baciasse.

Fitzgerald si chinò fino a sfiorarle il dorso con le labbra, poi si risollevò. «Piacere mio, Milady. Perdonate se vi ho interrotto, ma permettetemi di presentarvi Sua Grazia il Duca di Wellesley, Kenneth Douglas Graves» disse.

Kenneth si fece avanti stringendo le mani degli uomini e sfiorando quelle delle donne con un bacio, come un perfetto gentiluomo. Quando arrivò il turno di Elizabeth indugiò più a lungo del necessario, ma non tanto da destare sospetti. Dopo prese a chiacchierare amabilmente con gli altri nobiluomini, ma con la coda dell’occhio non smise un attimo di osservare la fanciulla che un tempo aveva amato alla follia, che sembrava aver perso l’uso della parola.

Molto bene, pensò malignamente. Vuol dire che non le sono indifferente. Certo adesso vestiva adeguatamente, come si conveniva a quegli uomini dell’alta società che lei voleva per i suoi capricci. Fu a causa di questo pensiero, e per metterla ancora più in difficoltà, che fece la sua mossa successiva. E anche perché si accorse che Lord Arthur Dormer li stava fissando come un falco, appostato a pochi metri di distanza.

«Lady Elizabeth, mi concedete questo ballo?» chiese mentre l’orchestra attaccava un valzer.

Il giovane che aveva già prenotato la danza fece per protestare, ma lui non gli diede modo di avanzare pretese. Lo fulminò con un’occhiata micidiale, afferrò saldamente il braccio della giovane e la guidò verso il centro del salone. Lei fece per opporre resistenza, poi sembrò ripensarci. Abbandonò le braccia lungo i fianchi e, a testa bassa, si lasciò condurre nel ballo dal suo cavaliere imposto. Si mescolarono alle altre coppie, muovendosi a tempo di musica. Dopo i primi attimi di rigidità, si scoprirono in perfetta sintonia, come se non avessero fatto altro, nella vita, che danzare insieme. Eppure era come se tra loro si fosse aperto un baratro che sprofondava in mezzo alla sala.

«Guardami!» sbottò a un certo punto Kenneth, vedendo che lei si ostinava a guardare dovunque, tranne che dalla sua parte.

Elizabeth si rese conto di non poter tergiversare oltre e obbedì, piantando gli occhi azzurri nei suoi.

Lui si sentì incendiare i lombi davanti al fuoco di quello sguardo, soprattutto grazie alla vicinanza del morbido corpo femminile, ma caparbiamente tenne a freno i propri istinti. «Allora, non sei curiosa? Non vuoi domandarmi nulla?» chiese in tono beffardo.

«Tanto me lo dirai tu, giusto? Non stai morendo dalla voglia di farlo?» ribatté lei.

C’era qualcosa, nel suo tono, forse pacata rassegnazione. Kenneth si era aspettato sconcerto, rabbia, sarcasmo, o magari un po’ di pentimento per quello che gli aveva fatto soffrire. Invece sembrava lei, adesso, quella in sofferenza.

Esattamente quello che si merita, si rammentò. Emise una risatina cupa. «Avevo dimenticato quanto tu fossi intelligente» replicò ironico. «A ogni modo hai ragione» ammise. «Come hai appena sentito sono diventato un aristocratico. Mio padre, il precedente duca, non aveva altri eredi oltre me, quindi mi ha riconosciuto poco prima di tirare le cuoia e adesso eccomi qui, ricco sfondato e preda ambita agli occhi di qualunque fanciulla da marito» concluse con un’alzata di spalle che voleva essere noncurante.

«Bene, sono contenta per te» dichiarò alquanto freddamente Elizabeth.

La cosa mandò definitivamente in bestia Kenneth, che le affondò le dita nella schiena. La sentì sussultare, ma non la lasciò andare. Anzi si avvicinò più di quanto la decenza richiedesse e accostò le labbra al suo orecchio. «Mi dispiace che il tuo tentativo di liberarti di me non sia andato a buon fine. Purtroppo per te e per tuo padre, sono ancora vivo e vegeto» dichiarò.

La fanciulla trasalì e si tirò indietro. «Che vuoi dire?» mormorò confusa.

«Non fare finta di non capire» replicò lui, gli occhi sfavillanti di rabbia. «I bastardi che tuo padre ha assoldato per darmi una lezione, mi hanno quasi ucciso.»

Elizabeth inorridì, turbata da quella rivelazione, ma non poteva affermare di esserne davvero sorpresa. Sapeva che egli non si fermava davanti a nulla e a nessuno pur di ottenere quello che voleva. Avrebbe dovuto immaginare che non gli sarebbe bastato allontanare Kenneth dalla proprietà.

Ma aveva creduto, aveva sperato, che il suo sacrificio sarebbe stato abbastanza per placarlo.

Che ingenua era stata.

«Ti giuro che io non ne sapevo nulla» affermò. «Devi credermi. Non avrei mai permesso che ti facessero una cosa simile.»

Kenneth invece non ci credette neppure per un momento. «Strano, perché quei farabutti mi hanno presentato i tuoi omaggi, quando mi hanno pestato a sangue. Insieme a quelli del Conte» aggiunse. «Ma non temere, molto presto vi presenterò il conto. A entrambi» dichiarò gelido.

Elizabeth appariva genuinamente sconvolta, ma lui decise di non farsi incantare da quel bel faccino innocente. Quella era una lupa travestita da agnello, ecco la verità.

Comunque per il momento aveva osato abbastanza. Il ballo stava esaurendo le sue ultime note, perciò per salvare le apparenze, a beneficio di coloro che li stavano avidamente osservando - gli uomini parlottando tra di loro e le matrone nascoste dietro ai voluminosi ventagli -, si inchinò al cospetto della sua compagna di ballo e la ringraziò come un perfetto gentiluomo, poi la ricondusse da suo padre.

«Clarendon» salutò senza fare alcun cenno di allungare la mano. Avrebbe preferito toccare una vipera.

«Wellesley» replicò Lord Arthur Dormer accennando un lieve cenno del capo, nello stesso tono.

Kenneth si concesse un mezzo sorriso. «Buon proseguimento, Milady» si congedò educatamente. «Sono sicuro che ci rivedremo molto presto» aggiunse con una luce strana nello sguardo.

Elizabeth rabbrividì, suo malgrado, perché quelle ultime parole sembravano più una minaccia, che un cortese saluto.

«Buona serata anche a voi, Vostra Grazia» riuscì a mormorare a stento, poi seguì con gli occhi l’uomo fino a quando non sparì dalla vista, ingoiato dalle coppie che continuavano a ballare.

 





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