Scritto il 07/07/2026
da ANNA GRIECO & IRENE GRAZZINI


«Figliolo, è tutto pronto per il ricevimento di questa sera?»

Al suono di quella voce, David alzò la testa dal foglio che stava studiando e lanciò un’occhiata a suo padre, in piedi sulla soglia dello studio, dritto e fiero esattamente come lo ricordava. Un sorriso gli affiorò sulle labbra.

Quattro anni.

Quattro anni erano passati da quando il conte di Rutherford, Lord Robert Christopher Ascot, era partito con la benedizione della regina Vittoria come ambasciatore nella lontana Prussia dell’imperatore Francesco Giuseppe. Per tutto quel tempo, David aveva ricevuto sue notizie soltanto per mezzo delle missive che il padre gli inviava periodicamente, promettendo ogni volta che sarebbe tornato non appena la delicata situazione politica lo avesse permesso.

Sì, c’era tutta quella storia del neonato regno d’Italia a complicare i delicati equilibri europei, ma da parte sua David aveva sempre avuto l’impressione che ci fosse stato qualcosa di più dell’improvviso amore per la politica a spingere suo padre a lasciare Londra. Ma in quel momento era troppo felice di averlo nuovamente con sé per preoccuparsi di quelle strane idee.

Si lasciò scivolare indietro sullo schienale della poltroncina di velluto, stiracchiandosi con uno sbadiglio.

«Il pianoforte, gli altri strumenti e il palco sono già stati sistemati nel salone e la servitù si sta dando da fare per allestire il rinfresco per i nostri ospiti» rispose. «Sono sicuro che quest’oggi ci sarà un sacco da fare giù in cucina, molto più del solito. Ma nessuno si sta lamentando di questo, non preoccuparti. Sono tutti felici di poter festeggiare il tuo ritorno.» Fece una pausa. «E anch’io lo sono.»

Lord Robert annuì. «Anch’io sono contento di essere tornato a casa» disse, andando a sedersi a sua volta su una elegante poltroncina, vicino al grande camino in pietra. Accavallò le gambe. «Detto sinceramente, la Prussia è un luogo freddo. Non solo per il clima. È la gente... non guardano di buon occhio gli stranieri, anche se sono ambasciatori di uno stato per ora amico.»

David inarcò un sopracciglio. «Avresti potuto rientrare in patria prima» obiettò.

«Però ho imparato ad amare ancora di più la loro musica» continuò il padre, senza rispondere alla sua osservazione. «Trovo molto indicato che il ricevimento per il mio ritorno proponga un intrattenimento musicale in tema con il mio viaggio.»

«E le cugine Stanford sono più che liete di eseguire i brani che hai scelto» sogghignò David. Miss Gloria, Miss Isabel e Miss Emily erano cugine alla lontana di suo padre e avevano accettato immediatamente la proposta di esibirsi in casa del conte di Rutherford. «Un’occasione per mettere in mostra il loro talento musicale e le loro grazie. Da quel che ricordo, sono tutte e tre in età da marito, vero?»

Lord Robert si limitò a curvare le labbra in un sorriso condiscendente, sotto i baffi ben curati. «Lo sei anche tu, mi pare» insinuò stuzzicandolo. «Dì un po’, figliolo, c’è stata qualche bella fanciulla che ha attirato le tue attenzioni durante la mia assenza?»

David abbassò lo sguardo, fingendo di studiare ancora minuziosamente il foglio sulle sue ginocchia. Si sforzò di mostrare indifferenza per eludere la domanda, ma capì di aver fallito miseramente, nel suo scopo, quando il padre scoppiò in una fragorosa risata.

«Ho capito, ho capito» disse infatti piegando la testa di lato. «La conosco?»

Il Visconte gli scoccò un’occhiata di traverso. «Forse» ammise evasivo.

«Lo prenderò per un sì» annuì il Conte, perspicace come sempre. Assunse un’aria pensierosa, forse stava cercando di figurarsi la ragazza in questione. Per evitare che continuasse con quelle domande imbarazzanti, David si sporse a tendergli il foglio.

«Sto finendo di sistemare la lista degli invitati» comunicò sbrigativo. «Ho già fatto recapitare tutti gli inviti, ma vorrei che anche tu ci dessi un’occhiata, nel caso avessi dimenticato qualcuno.»

Lord Robert prese il foglio e si sistemò sull’occhio la lente che portava legata al taschino con una catenella d’oro. Cominciò a leggere, la fronte aggrottata, mentre David si portava alle sue spalle.

«... Lord e Lady Grantham, i coniugi St. Just, i duchi di Folkestone...» mormorò a fior di labbra, annuendo di tanto in tanto mentre riportava alla mente i volti degli altri aristocratici, poi si soffermò su un nome in particolare. «Il conte e la contessa di Clarendon… già, Lady Costance...».

David scosse la testa. «No, si tratta di Lady Elizabeth» lo corresse. «La figlia. Non credo tu la conosca. Ha debuttato quest’anno in società.»

Il padre mantenne un’espressione neutra che lui non riuscì bene a decifrare. «Solo lei? E la madre?»

«Non verrà.» David emise un sospiro dispiaciuto. «Forse non lo sai, ma non frequenta più da un po’ le occasioni mondane. Dicono che sia molto malata, da quando è morto il suo primogenito in uno sfortunato incidente di caccia.»

«Capisco» lo interruppe Lord Robert, asciutto. Piegò la lista degli invitati con una precisione meticolosa e la restituì al figlio. «Mi dispiace di non essere stato presente a presentare le mie condoglianze. La loro tenuta non è lontana dalla nostra. Lord Clarendon ha sempre la sua passione smodata per il gioco d’azzardo e per dilapidare le proprie ricchezze?»

Non ne hai idea, pensò David, ma si limitò a scrollare le spalle. «Certe cose non sono cambiate dalla tua partenza» commentò.

«Certe cose non cambiano mai» replicò il Conte in tono pensoso. Si alzò di scatto dalla sedia e David fece un passo indietro, sorpreso.

«Hai già controllato?» provò a obiettare.

«La lista è a posto, mi fido del tuo giudizio» affermò il genitore con una luce strana nello sguardo. «E da stasera, sarà bene che riprenda in mano le redini di ciò che ho lasciato anni fa.»

 

 

«Il Visconte Fitzgerald è stato così sollecito al ricevimento dei Thompson, e per fortuna quella strega di Lady Ginevra poi non è venuta, accusando anche lei un’improvvisa emicrania. Ha preso una carrozza e si è volatilizzata. Nessuno ha pianto, se è per questo, così il povero Charles ha dovuto sorbirsi la sua amica noiosa mentre io, il Capitano Reynolds e David ci siamo divertiti un mondo. Avresti dovuto esserci anche tu» sancì Justine mentre prendeva posto nella carrozza, accanto all’amica.

«Già, avrei dovuto» convenne Elizabeth con un filo di voce, scoccando un’occhiata di accusa al padre, immobile e rigido al suo fianco.

Lord Clarendon non batté ciglio.

Elizabeth dubitava che in qualunque circostanza la colpa fosse un’emozione che potesse attraversare i suoi pensieri. Anzi, a giudicare dalla sua espressione scocciata, l’ultima cosa che il Conte gradiva quel giorno, era sopportare un elegante pomeriggio musicale, ma non sarebbe stato cortese rifiutare l’invito del conte di Rutherford.

Questo, e l’insistenza di Justine, erano gli unici motivi per cui anche lei alla fine aveva capitolato. Sarebbe andata volentieri da sola con l’amica, ma non era consono che una debuttante partecipasse a quelle occasioni mondane senza un membro più anziano della famiglia ad accompagnarla. Visto che sua madre non usciva di casa da mesi, l’unica alternativa che le rimaneva era suo padre. Anche se avrebbe preferito farsi accompagnare da un serpente velenoso.

Non gli aveva ancora rivolto la parola dopo l’episodio con Kenneth nella carrozza, perché non aveva ancora chiarito dentro di sé quello che provava nei suoi confronti. Rabbia, delusione e disgusto affioravano inesorabili in ogni discorso che le veniva in mente: cosa poteva dire all’uomo che in pratica l’aveva venduta per un fascio di banconote da sprecare a poker, come la più spregevole delle sgualdrine?

Non è proprio così che mi sono comportata?, si chiese amaramente. Mi sono fatta toccare da Kenneth come una qualsiasi licenziosa donna di malaffare.

E il problema maggiore era che le era piaciuto.

Oh, se le era piaciuto!

Soffocata dalla vergogna, aveva provato disperatamente a non pensarci, in quei giorni. Invece non era riuscita a rimuginare su null’altro, e di certo non con il disgusto che avrebbe dovuto. L’aveva sognato più volte, bello e affascinante come sempre, forse anche di più, e la notte prima si era addirittura svegliata nel suo letto, madida di sudore, una mano traditrice sotto le coperte a sfiorare quel punto che non sapeva di possedere e che Kenneth le aveva fatto scoprire con così grande prepotenza.

Rabbrividì suo malgrado, avvertendo di nuovo quel caldo languore invaderle le membra. No, non doveva pensare a lui, non adesso. Ma non era facile, né lo sarebbe stato al concerto nel palazzo del Conte di Rutherford, dove, ci avrebbe scommesso il suo vestito preferito, il duca di Wellesley non poteva certo mancare. Ma, a meno di rinchiudersi in casa insieme a sua madre, sapeva che non c’era modo di evitarlo per sempre. Era da sola ad affrontarlo: a chi poteva chiedere aiuto se suo padre, l’uomo che avrebbe dovuto proteggerla, era il primo a spingerla nelle braccia di Kenneth?

Le uniche in casa con cui potesse parlare un po’ erano Mrs Bird e Angelica, la sua cameriera personale. Era poco più grande di lei e si era sempre dimostrata fedele e affezionata, magari avrebbe potuto offrirle un consiglio. Aveva disperatamente bisogno di un’amica, tra le mura domestiche, per non impazzire.

Intanto, persa nei suoi pensieri, non si era nemmeno accorta che la berlina con lo stemma del conte di Halifax dipinto sulla fiancata, si era arrestata davanti al superbo palazzo del conte di Rutherford. Scesero dal mezzo e, in men che non si dica, si ritrovarono in una meravigliosa anticamera dai lucidi pavimenti di marmo e dallo squisito arredamento. E lì, ai piedi della doppia scalinata che conduceva al piano nobile, due uomini elegantemente vestiti accoglievano gli ospiti.

Uno di loro era il Visconte David Fitzgerald, affascinante nel suo panciotto di velluto e la giacca con i gemelli d’oro al polso. Al suo fianco vi era un uomo alto e imponente, dal fisico asciutto e vigoroso nonostante l’età, dimostrata da carezze di grigio-perla nei capelli ancora folti e nei baffi perfettamente curati. La somiglianza tra loro era impressionante, pensò Elizabeth, come se si trovasse a osservare il riflesso su uno specchio in grado di aggiungere gli anni ai volti. Non c’erano dubbi che condividessero lo stesso sangue: stessi occhi chiari e penetranti, stessa mascella decisa e virile, stesso portamento elegante.

«Bentornato in patria, Rutherford» esclamò Lord Arthur con fredda cortesia, all’indirizzo del loro ospite.

«Grazie, Clarendon.» Lord Robert rispose alla stretta di mano con altrettanto distacco.

Justine si aggiustò la mantellina di velluto sulle spalle e ne approfittò per sussurrare all’orecchio di Elizabeth, con una strizzatina d’occhio: «Brr, mi sa che qui la temperatura è scesa di un buon dieci gradi.»

David, che doveva aver sentito, tossicchiò imbarazzato, ed Elizabeth si limitò a curvare le labbra in un sorrisetto in risposta: sapeva che suo padre non riscuoteva grandi simpatie tra gli altri nobili, a parte con amici di vecchia data e di vecchio stampo, come il marchese di Spencer. Non era stupita dell’atteggiamento gelido del conte di Rutherford nei suoi confronti. Fu stupita, tuttavia, quando notò che quella stretta di mano stava durando un po’ più del dovuto. E a giudicare dalla fronte aggrottata di suo padre, Lord Robert stava stringendo con molta decisione.

Clarendon finalmente si liberò e fece un passo indietro, riprendendo subito il suo contegno sdegnoso. «Questa è mia figlia, Lady Elizabeth Alexandra Dormer» la presentò snocciolando nome e titolo senza inflessione. Attese che lei accennasse un educato inchino, poi: «Perdonatemi, ma ho visto Spencer e il dottor Richardson, ho un affare molto urgente da discutere con loro» disse allontanandosi con tutta la fretta che l’etichetta gli permetteva. Sparì tra la folla e lasciò alla figlia il compito di proseguire con le frasi di circostanza.

Elizabeth non poté trattenere un sospiro di sollievo. La presenza di suo padre era come un fucile ingolfato ancorato al suo fianco: bastava premere il grilletto per far esplodere tutto quanto. «Sono molto onorata di fare la vostra conoscenza, Conte» proferì mentre il gentiluomo piegava il capo per sfiorare il dorso della sua mano.

«Lo sono anch’io, Milady» rispose Rutherford, il volto che si distendeva in un caldo sorriso. «Ho sentito molte voci sulla vostra bellezza, e anche mio figlio mi aveva avvisato... sono lieto di constatare che tali affermazioni sono tutte più che veritiere.»

Elizabeth arrossì al complimento, che doveva essere una frase di circostanza e suonava invece sincero, e si fece da parte per permettere a Justine, che in quel momento stava conversando con il Visconte, di presentarsi a sua volta.

«Lady Tremaine, mi ricordo di voi» affermò Lord Robert. «Un’altra rosa sbocciata... ma ditemi, dove è andata a finire la ragazzina ribelle che scorrazzava sui pascoli al confine della mia tenuta?»

«Se volete rivederla, Milord, vi consiglio di venire a Hyde Park la prossima domenica, di pomeriggio» rispose la fanciulla con un guizzo divertito nello sguardo. «Sarà premura mia e della mia cavalla sfidarvi in una corsa che, senza offesa, sono sicura di poter vincere.»

Elizabeth si tese e anche David parve trattenere il respiro di fronte a tanta impudenza, ma Rutherford scoppiò in una risata calda, di petto. «Se mi sarà possibile, verrò con grande piacere, Milady» affermò.

Più rilassate di fronte a quell’uomo che era riuscito a metterle a loro agio, le due ragazze rimasero entrambe a conversare amabilmente con i loro anfitrioni, in attesa dell’inizio del concerto. O meglio, era soprattutto Justine che reggeva la conversazione, come sempre, ed Elizabeth era lieta di lasciare a lei quell’onere.

Al momento la sua preoccupazione era una soltanto.

Dove sarà Kenneth?

Per quanto si guardasse intorno, non riusciva a vederlo da nessuna parte. Forse non era arrivato, forse la musica non gli interessava.

«Qualcosa vi turba, mia cara?» domandò sollecito il padrone di casa.

Elizabeth trasalì con aria colpevole. «Certo che no, Milord» rispose cercando una scusa plausibile per spiegare la sua disattenzione. Non le venne in mente nulla e il nobiluomo ebbe la gentilezza di non indagare oltre. Tuttavia la scrutava con attenzione. Molta attenzione, considerò. Sebbene conversasse con Justine, lo sguardo del Conte scivolava spesso verso di lei. Aveva ormai cominciato a riconoscere le occhiate fameliche degli scapoli, giovani e meno giovani, interessati alle sue grazie. Ma quello sguardo... proprio non riusciva a decifrarlo.

Arrivarono altri ospiti e, mentre Lord Rutherford si occupava di accoglierli, il Visconte Fitzgerald offrì cavallerescamente il braccio a Justine. «Il concerto comincerà a momenti» annunciò. «Permettetemi di scortarvi ai vostri posti.»

Il salone era un ambiente vasto. Tre porte si aprivano ai suoi lati, alte fine al soffitto e fiancheggiate da colonne ornate di ghirlande scintillanti. Lampade e candele brillavano in ogni angolo, illuminando il palco di pino lucidato su cui il pianoforte a coda faceva bella mostra, i tasti di un biancore quasi accecante in attesa di essere accarezzati. Su un lato, un lungo tavolo decorato con vasi di rose bianche ospitava il punch e i rinfreschi per gli invitati. Sulla parete opposta si aprivano tre grandi portefinestre, con lunghe tende di velluto color porpora che davano sulla terrazza. Una brezza tiepida filtrava all’interno, portando il profumo dei lillà dal giardino.

Al centro della stanza, file ordinate di sedie in velluto rosso dimostravano che quel pomeriggio, nonostante la musica, non avrebbero ballato. Le due amiche presero posto, compunte, e Justine si lasciò sfuggire un sospiro. «Mi sa che sarà un po’ noioso» ammise quasi con aria di scusa.

«Va benissimo così» si affrettò a ribattere Elizabeth. Significava che almeno non avrebbe dovuto ballare di nuovo con Kenneth, sopportare i suoi occhi che bruciavano come le fiamme dell’inferno e le sue mani che la violavano contro la sua volontà e allo stesso tempo facevano in modo che lei volesse essere violata. Non poté evitare di allungare il collo per vedere se fosse arrivato all’ultimo minuto, ma non notò la sua chioma scura da nessuna parte.

«Stai cercando chi penso?» domandò l’amica, perspicace come sempre.

Fu salvata dal dover rispondere dallo scroscio di applausi che riverberò nella sala all’ingresso delle musiciste. A quel punto sarebbe stato decisamente maleducato continuare a chiacchierare. Si raddrizzò, giunse le mani in grembo e si mise a fissare il palco davanti a sé come se ci fosse la cosa più interessante del mondo, decisa a godersi il concerto e non pensare ad altro.

La sua determinazione durò meno di un valzer di Strauss, dedicato al fiume Danubio, che non aveva mai sentito prima. Non era stato un valzer il suo primo e ultimo ballo con Kenneth? Lui si era dimostrato un ballerino impeccabile, dovette ammettere, anche se in quel momento era stata troppo sconvolta per rifletterci davvero.

Con quante altre nobildonne aveva ballato prima del suo debutto? Quante altre cose sapeva fare di cui non era a conoscenza?

Forse lei conosceva il gentile e romantico stalliere che aveva conquistato il suo cuore, ma non certo lo sprezzante duca di Wellesley, pieno di odio e rancore.

Poi lo avvertì.

Un formicolio dietro la nuca.

Non era una corrente d’aria dalle finestre. Era qualcosa di caldo, insistente.

Non voltarti!

Invece si voltò.

Fece scivolare sul pavimento la borsetta, che per fortuna non fece molto rumore, e quando si piegò per raccoglierla ne approfittò per lanciare una sbirciata indietro.

Era Kenneth.

In piedi in fondo alla stanza, le braccia incrociate al petto. Da quanto tempo era lì? Non accennava a volersi sedere, probabilmente per non disturbare l’esecuzione del concerto già iniziato. Oppure da lì poteva scrutare meglio tra le teste, alla sua ricerca?

Magari invece è venuto per ammirare le grazie delle signorine Stanford, si costrinse a considerare. Ma non fu un bel pensiero, affatto. Sapeva che tutte e tre le musiciste non erano sposate e che erano benestanti, molto più di lei. Forse, dopo aver finito di divertirsi e di umiliarla, stava pensando di sposare una di loro?

Le sue dita si strinsero ad arricciare la gonna di seta e da quel momento persino la musica di Strauss, Beethoven e Bach messi insieme non riuscì a rasserenarla. All’intervallo per il rinfresco si sentiva tesa come una molla e applaudì meccanicamente.

«Vuoi qualcosa da bere?» domandò Justine, balzando subito in piedi come se non aspettasse altro da un po’. «Io sto morendo di sete. E di noia, se devo esser sincera.»

«No, grazie» rispose lei, ancorata alla sedia, sperando con tutte le sue forze che tra quelle teste in movimento Kenneth non l’avesse ancora notata.

La giovane Tremaine le lanciò un’occhiata preoccupata. «Sicura? Non hai una bella cera.»

«Credo che andrò a prendere una boccata d’aria» si schermì Elizabeth, decisa a non far preoccupare l’amica e, soprattutto, a evitare che facesse una sfuriata al duca di Wellesley lì davanti a tutti. «Tu vai pure a bere qualcosa, prima che il Visconte venga a prelevarti di peso» aggiunse facendo un impercettibile cenno della testa in direzione del gentiluomo, che già si stava avvicinando.

Justine emise una risatina e non se lo fece ripetere. Quando ella si fu allontanata, Elizabeth rimase immobile, a testa bassa, fingendo di lisciarsi la gonna e desiderando di poter sprofondare in quel pavimento lucido e pregiato e di scomparire.

«Milady.»

La voce fu una coltellata alla nuca. Alzò la testa di scatto e lui era là, tra la fila di sedie, torreggiando implacabile su di lei, con i capelli scompigliati ad arte e il suo sguardo predatorio.

La lingua parve spezzarsi contro il suo palato.

«Lady Elizabeth» riprese lui con un sorriso soddisfatto. «Permettete una parola?»

Più che una domanda, suonava come un ordine. Accettò la mano che le porgeva e si alzò, rigida. I tessuti dei loro guanti si sfiorarono e lei sentì d’improvviso un gran calore risalirle dal braccio fino al volto. Tenne la testa bassa, pregando che non se ne accorgesse, e si lasciò condurre verso una portafinestra come la condannata si fa portare al patibolo.

«Vi trovo silenziosa, quest’oggi. Il concerto non è stato di vostro gradimento?» domandò Kenneth grondando ironia, ma il suo sorriso rimase immutato. Aveva smesso di camminare e si era accostato alla tenda di velluto. Quasi un centinaio di persone gremiva quel posto ma, nonostante ciò, quando lei si azzardò ad alzare lo sguardo, ebbe la sensazione che fossero soli. E di essere sola ad affrontarlo, perché chiunque, vedendoli conversare sulla soglia della terrazza, avrebbe pensato solo a una coppia che si scambiava svenevoli frasi di circostanza o a un nobiluomo che implorava un posto nel carnet di una bella e timida debuttante per il prossimo ricevimento.

«Ve lo sto chiedendo perché non è da voi essere taciturna» riprese il Duca, pericolosamente affabile, senza smettere di fissarla. Abbassò la voce. «Eppure non eri così silenziosa l’altra notte, nella carrozza.»

«Cosa vuoi, Kenneth?» domandò lei in un impeto di orgoglio. Lo fissò, dura. «Hai detto che avevi qualcosa da dirmi. Allora fallo e finiamola con questa commedia. O intendi mettermi di nuovo le mani addosso qui, davanti a tutti?»

Dalla sua espressione ardente capì che sì, lui avrebbe voluto proprio quello, e il suo cuore traditore accelerò i battiti pensando a come era riuscito ad alzarle la gonna e a ridurla in suo potere con un solo tocco.

Kenneth si spostò per dare le spalle al resto del salone, quasi a farle da scudo dalla folla che poteva soccorrerla e a nascondere il proprio volto, e le artigliò il braccio. «Non è quello che vorresti?» insinuò accostandosi più di quanto permettesse il decoro.

Elizabeth per un attimo pensò davvero che stesse per balzarle addosso e schiacciarla contro la tenda. Un attimo, poi la sua voce tornò a tagliarla. «Domenica pomeriggio. Nel mio palazzo.»

La lasciò andare di scatto e si allontanò di un passo. Sorrise, a beneficio di chi potesse guardare nella loro direzione, e accennò persino un inchino.

«Dunque a presto, Milady» disse impeccabile, prima di fondersi di nuovo con la folla del salone.

Elizabeth avvertì il vuoto della sua mancanza e barcollò indietro, portandosi una mano al petto. Le mancava il respiro, le sembrava che tutta l’aria fosse stata risucchiata via dai polmoni, e l’angoscia si condensò in un grumo pulsante da qualche parte tra lo stomaco e la gola.

Aria, aria, aveva bisogno di aria...

Uscì in terrazza, appena fuori dalla portafinestra. C’erano un paio di coppie appoggiate alla ringhiera, ma si apprestavano a rientrare, il concerto sarebbe ricominciato a momenti.

Oh, ma chi se ne importa?

Si spinse verso la balaustrata rabbrividendo, con la sensazione di andare a fuoco. Era lieta che Kenneth non avesse osato oltre, forse non poteva nella villa del suo più caro amico, per non rischiare di metterlo in una situazione imbarazzante. Non certo per rispetto di lei. No, nel palazzo del conte di Rutherford era relativamente al sicuro dalle sue grinfie. Ma non poteva rimanere lì per sempre.

Chiuse gli occhi.

Domenica pomeriggio.

Justine avrebbe sfidato Lord Robert nella corsa a cavallo.

Kenneth avrebbe sfidato lei a infrangere il loro orribile patto.

Inspirò a fondo la fragranza di erica e ciclamini. A differenza dell’amica, sapeva che non poteva permettersi di perdere quella sfida, per il bene della sua famiglia.

All’improvviso si sentì artigliare il polso. «Lady Elizabeth» sibilò melliflua una voce. «Noi due dobbiamo parlare.»

 





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