Quando la carrozza si fermò in Bond Street, davanti al palazzo londinese occupato dai Clarendon, ed Elizabeth si apprestò a scendere, Justine la imitò senza esitare.
«Charles, ti raggiungo a casa dopo» tagliò corto prima che il fratello potesse fermarla. «Fai venire la carrozza a prendermi tra un’ora.»
Richiuse la tendina senza aspettare risposta, ma udì comunque il commento sospirato e rassegnato del giovane Tremaine. «Fa qualche differenza, se non voglio?»
Justine non si curò di replicare e sollevò le pesanti gonne per seguire l’amica fino alla scalinata d’accesso al palazzo. Ancora non aveva avuto modo di parlarle, parlarle sul serio, e in realtà non sapeva neppure da dove cominciare. Quando si era decisa a rientrare dal giardino e aveva raggiunto Elizabeth, al secondo intervallo del concerto, ella si era limitata a chiederle dove fosse stata.
«Ti stavo cercando» aveva risposto osservandola attentamente.
L’amica aveva accennato un sorriso tremulo. «Scusa, ero uscita a prendere una boccata d’aria.»
Tutto qui, non aveva aggiunto altro.
Lei aveva aspettato che continuasse, che ammettesse il malaugurato incontro con quella vipera incipriata di Lady Chandler, che le spiegasse il senso di quelle allusioni tra lei e Kenneth e quella storia di essere ricattata, ma non l’aveva fatto. D’accordo, il salone del conte di Rutherford magari non era il posto giusto per sbandierare i propri segreti, non si poteva mai sapere chi fosse in agguato a origliarti, cosa di cui era testimone diretta, ma adesso che erano sole tra le mura del palazzo dei Clarendon, non c’era più motivo di tenersi tutto per sé. Eppure Elizabeth non sembrava ancora intenzionata ad affrontare l’argomento.
«Non c’è bisogno che tu faccia inquietare tuo padre per colpa mia» le disse, lo sguardo basso. «Sai che non vuole che tu rimanga fuori a cena senza avvisarlo.»
«Ci penserà Charles.» Justine scrollò le spalle. «Non ho intenzione di lasciarti sola» aggiunse. Lord Clarendon era sparito prima della fine del concerto e, dopo averlo cercato a lungo, suo fratello aveva deciso di ricondurre entrambe le giovani a casa, di persona. Con ogni probabilità, il Conte si era già precipitato in uno dei Club per gentiluomini della città senza curarsi della figlia, avevano considerato.
«Non sono sola» obiettò Elizabeth. «C’è anche mia madre.»
«Fa lo stesso, no?» si lasciò sfuggire prima di rendersene conto. Lasciò andare un sospiro. «Scusa.»
L’altra scrollò le spalle. «Per cosa? Per aver detto la verità?» mormorò affranta.
Justine si sentì spezzare il cuore.
E addio al suo proposito di stringerla in un angolo e cavarle fuori di bocca impietosamente tutte le informazioni. In quel momento era fragile, non aveva certo bisogno di qualcuno che l’assalisse. No, forse era meglio starle accanto e aspettare che fosse lei a decidere quando e come raccontarle tutta la storia del duca di Wellesley.
Intanto Elizabeth informò il vecchio maggiordomo che avrebbero avuto un’ospite a cena. L’uomo accolse impassibile la notizia e si limitò a chiedere se nel frattempo, mentre loro si accomodavano nella sala, potevano servire il pasto alla Contessa.
«Non occorre, rimanete pure in cucina» rispose Elizabeth. «Posso occuparmene io.»
Il maggiordomo sbiancò. «Milady» tossicchiò, «non è vostro compito.»
«Suvvia, Mr Williams, sappiamo entrambi che ormai la servitù è ridotta all’osso e che Mrs Bird deve fare da cameriera quanto da cuoca» replicò rigida. «Non formalizziamoci con queste banalità e lasciatemi fare, altrimenti mangeremo a mezzanotte.»
Il maggiordomo lanciò un’occhiata a Justine in cerca di sostegno, o forse timoroso che l’altra giovane si scandalizzasse per quell’infrazione all’etichetta, ma l’interessata si strinse nelle spalle.
«Qual è il problema? Non capisco perché pensiate che noi signorine di buona famiglia abbiamo tutte una strana paralisi alle mani» commentò sarcastica. «Credo che Elizabeth riuscirà perfettamente nel difficile compito di portare un vassoio, non trovate?»
A giudicare dalla sua espressione, no, il maggiordomo non trovava affatto. Niente di cui stupirsi, se a casa sua lei si fosse azzardata a portare un vassoio da qualche parte, le cameriere sarebbero svenute sul posto e suo padre avrebbe avuto un attacco cardiaco immediato.
«Mrs Bird, datemi il vassoio» ordinò Elizabeth, categorica, alla domestica appena sopraggiunta.
Ella obbedì, rassegnata, poi tornò alle cucine. «Se almeno Angelica mi desse una mano» borbottò mentre scompariva dabbasso. Il maggiordomo invece rimase a osservare preoccupato le due giovani che si avviavano verso la scalinata.
«Mia madre mangia sempre nella sua camera» spiegò Elizabeth, mentre entrambe salivano al piano nobile. «Farò in fretta, se intanto vuoi aspettarmi in salotto...».
«Ti accompagno» affermò Justine. «Potresti aver bisogno di aiuto.»
«In caso lo chiederò ad Angelica, sarà a rassettare le camere a quest’ora» continuò l’altra senza guardarla, attenta a dove metteva i piedi per non rischiare di rovesciare la zuppa sul tappeto rosso che ricopriva il marmo dei pavimenti. «Poveretta, adesso ha molto lavoro da fare, ma non si lamenta mai. Credo sia davvero molto affezionata alla nostra famiglia.»
La giovane Tremaine emise un mugugno di assenso, poco interessata ai problemi di lavoro di una cameriera, quando l’amica aveva parlato di qualcuno che la ricattava.
«La pagate» fece notare.
«Sì, ma forse meno di quanto dovremmo, dato tutto l’aiuto che ci dà e che mi ha dato.» Elizabeth si strinse nelle spalle. Era diretta verso gli alloggi della madre, ma si soffermò lungo il corridoio. La porta della camera padronale era socchiusa e dallo spiraglio stillava qualche goccia di luce giallastra. «Che ti avevo detto?» riprese dirigendosi in quella direzione. «Angelica dev’essere lì dentro. Le chiederò di andare ad aiutare Mrs Bird, può finire dopo di pensare alle stanze.» Diede un colpetto con la punta del piede alla porta, spalancandola.
La voce le morì sulle labbra.
Justine si mise al suo fianco e impiegò qualche attimo per mettere a fuoco la scena nella sua interezza. La sua mente però registrò ogni dettaglio. Le candele che tremolavano sul mobile. Il vestito scomposto sul pavimento. Il grosso letto a baldacchino che torreggiava alto fino al soffitto. Le sagome che vi si contorcevano sopra, avvinghiate. La natica nuda e flaccida che si alzava e si abbassava, al ritmo di pesanti grugniti. Le gambe così larghe che sembravano forbici sul punto di rompersi. Il volto seminascosto dai capelli scarmigliati, dalla cui bocca emergevano gemiti di piacere.
«Oh, Mio Signore, sì... prendetemi ancora, vi prego...» mormorava Angelica mentre Lord Clarendon ansimava pesantemente sopra di lei.
«Oh, già» commentò Justine prima di riuscire a trattenersi. «Davvero molto affezionata, soprattutto a tuo padre.»
Fu il rumore sordo di qualcosa che cadeva a far voltare la giovane Tremaine. Elizabeth stava fissando anche lei la scena, gli occhi sbarrati e le labbra socchiuse e tremanti, al pari delle mani. Il cucchiaio era scivolato giù dal bordo del vassoio, rimbalzando sul tappeto del corridoio, e il piatto chiuso d’argento con la zuppa oscillava pericolosamente...
Il fatto che non fosse una cameriera, non significava che non avesse i riflessi pronti. Con una mano afferrò il vassoio dalle braccia di Elizabeth, mentre con l’altra richiudeva delicatamente la porta della camera. Non si trattava di dare intimità ai due amanti, ma sinceramente le vecchie natiche del Conte non erano un bello spettacolo. Senza contare che continuare a guardare non avrebbe migliorato l’evidente shock dell’amica, che si era accasciata contro la parete, il volto pallido come quello di un fantasma. Si era portata le mani alla bocca: non capì se per trattenere i singhiozzi o i conati di nausea.
«Mio Dio, mio Dio» ansimava, sconvolta. «Mio padre e Angelica... da quanto... nel letto che divideva con mia madre.»
Scosse la testa come per cancellare quella grottesca vista e cominciò a correre.
«Elizabeth, aspetta!» la richiamò Justine, colta di sorpresa.
La inseguì, ma l’altra aveva già raggiunto la propria camera e si era sbattuta la porta alle spalle. Quando provò ad abbassare la maniglia, incontrò resistenza.
«Accidenti!» imprecò dando un colpo sul legno con il palmo della mano. «Perché ti sei chiusa dentro?»
«Ti prego» udì una voce flebile dall’interno. «Dammi qualche minuto, adesso non ce la faccio... non ce la faccio... e scoprirlo insieme a te... mi vergogno così tanto.»
«Non fare tante storie» ribatté Justine cercando di usare un tono gentile e insieme leggero. «È tuo padre che si deve vergognare, non certo tu. Non hai fatto nulla per cui provare imbarazzo.»
Elizabeth emise un singhiozzo. «Non è vero. Dovrei vergognarmi anch’io... se tu sapessi...».
Lei aggrottò la fronte. «Se sapessi cosa?» Cercò di indagare oltre, badando bene di non menzionare Lady Chandler. «C’entra forse Kenneth?»
Capì di aver toccato il tasto sbagliato, o giusto a seconda dei punti di vista, quando i singhiozzi si fecero più forti. Era la prima volta che vedeva l’amica in quelle condizioni, così... disperata.
«D’accordo, non devi parlarmene se non vuoi» cercò subito di rimediare. «Ma non puoi chiuderti là dentro, devi mangiare qualcosa, e poi c’è la cena per tua madre.»
«Non posso affrontare anche lei adesso» mormorò Elizabeth con voce soffocata, al di là del battente. «La guarderei e penserei che mio padre, mentre lei sta male, giace con un’altra donna. Per favore, puoi chiamare Mrs Bird perché se ne occupi? Poi aspettami di sotto, per favore.»
La stava implorando. Sebbene Justine fosse riluttante a lasciarla da sola in quelle condizioni, per paura che facesse qualche pazzia, non trovò alternative. «Va bene» annuì riluttante. «Ma se quando la cena sarà in tavola non sarai arrivata, giuro che verrò qui a prenderti e butterò giù la porta, siamo intesi?»
«Grazie» fu la flebile replica che la inseguì nel corridoio. «E scusa.»
La giovane Tremaine si morse le labbra.
Elizabeth non aveva motivo di scusarsi. Era da sola a sopportare pesi che sembravano insostenibili. No, non era lei a doversi scusare, ma chi l’aveva ficcata o lasciata in quella orribile situazione. Abbassò lo sguardo sul vassoio e si accorse che lo stava stringendo fino a farsi sbiancare le nocche.
Prima di scendere, c’era qualcosa che doveva fare.
Lady Costance Clarendon guardava dall’alto il lento viavai su Bond Street, sempre più esiguo man mano che l’ora si faceva più tarda, sentendosi una dea affacciata sulla vetta dell’Olimpo. Probabilmente anche quegli antichi Dei dimenticati provavano quella sensazione di leggerezza, come di essere immersi nelle nuvole, o piuttosto soffocati da esse. Una parte di sé avvertiva questa lieve differenza, ma era raro che vi ponesse attenzione. In realtà non poneva attenzione a niente. Nel suo fluttuare confuso, faceva solo una cosa: aspettava il ritorno di Richard.
Richard era sempre stato un bel bambino, il frutto del suo rapporto con Arthur.
Rapporto.
Lady Costance non lo definiva amore, non aveva sposato il conte di Clarendon per quello. Era raro sposarsi per amore tra i membri della nobiltà, nonostante quello che potevano proporre i giornali. Lei aveva conosciuto suo marito pochi giorni prima del matrimonio. Era stato suo padre a scegliere e lei, ultima di quattro figlie, non aveva potuto far altro che accettare la decisione già presa, anche se il suo cuore...
Ma poi era nato Richard. Arthur poteva essere scortese, arrogante, infedele, a volte persino violento, ma il piccolo Richard aveva preso solo il meglio da lui. Con quei riccioli da angioletto e il sorriso sempre pronto, era riuscito a scaldare il suo cuore amareggiato e a darle scopo in una casa e una vita che non aveva scelto. Per poco le aveva fatto persino pensare che, alla fine, avrebbe imparato a rispettare suo marito, se non ad amarlo. Per il bene di suo figlio avrebbe tentato, anche dopo quei momenti di debolezza di cui comunque non riusciva a pentirsi, visto ciò che le aveva portato.
La tenda giallo croco che era stata tesa alla finestra per proteggerla dal sole ormai scomparso oltre i tetti, imprimeva su ogni oggetto della stanza un riflesso sgargiante. Qualcuno aveva acceso le candele sul mobile da toeletta alla sua destra. Seduta sulla sua poltroncina, Lady Costance osservava quei riflessi come osservava le figure incerte che le si affaccendavano intorno. Ma erano poco più che fantasmi agli angoli della sua mente. Sembravano volteggiare anche loro nell’aria. Le parlavano, ma lei non si sforzava di ascoltarle. Sapeva che, in qualche modo, le avrebbero fatto male o chiesto di spostarsi di lì.
Ma lei non poteva.
Doveva aspettare Richard. Finché sarebbe rimasta lì ad aspettarlo, lui non se ne sarebbe mai andato.
Apparve un’ombra e si pose prepotentemente davanti alla luce. Contrariata, socchiuse gli occhi per mettere a fuoco l’immagine. L’ombra aveva un vassoio tra le mani, - qualcosa di lontano, dentro di sé, le ricordò che doveva mangiare, anche se non le sembrava così importante - ma non aveva il volto dal naso adunco di Mrs Bird, né la sua gentilezza, perché sbatté con forza il vassoio sul tavolino.
«La vostra cena, Lady Clarendon» annunciò una voce vagamente familiare e decisamente stizzita.
Sbatté gli occhi e riuscì a vederci meglio. Si accorse che la figura apparteneva a una ragazza dai capelli ricci e ramati e dall’espressione battagliera. L’aveva già vista giorni prima, una vita prima...
«Sì, cara?» mormorò confusa.
«Non sono cara e non sono nemmeno vostra figlia, Lady Costance. Sono Lady Justine Tremaine, l’amica di Elizabeth» replicò la ragazza, le mani appuntate sui fianchi. «Lei in questo momento è chiusa in camera sua a piangere e voi ve ne state qui a guardare, guardare...». Fece un gesto rabbioso con la mano. «Il nulla, ecco! Dovreste alzarvi e andare a consolarla, invece.»
Lady Clarendon corrugò la fronte.
Andare?
Andare dove?
Era da lì che poteva vedere per prima il ritorno di Richard. Era quella stanza il suo piccolo mondo dove poteva essere dappertutto e da nessuna parte, cullata dalla caotica marea dei sogni e dei pochi ricordi felici della sua vita, che forse erano sogni anche quelli.
«Richard è arrivato?» domandò con voce tremula.
La ragazza dai riccioli ramati emise un sospiro esasperato. «Ma mi state almeno ascoltando?» sbottò. «Vostro marito è un gran farabutto, ma niente da stupirsi se si diverte con la serva, tanto a voi non importa di niente. Non vi importa di Elizabeth?»
Elizabeth, la sua cara bambina.
Lady Costance sorrise. «Sta giocando con le sue bambole?» domandò gentile.
«Siamo diventate un po’ grandi per le bambole» replicò la giovane scuotendo la testa. «Vi prego, andate da lei. A voi forse aprirà e dirà come stanno le cose.»
«Non posso» la interruppe la Contessa, pazientemente. Forse quella ragazza non aveva ancora capito. «Devo aspettare il ritorno del mio Richard.»
«Lady Clarendon, vostro figlio è morto!» urlò la ragazza. «Richard è morto un anno fa e non tornerà più, è bene che ve lo ficchiate bene in testa.» Dopo si risollevò, le labbra serrate per frenare altre parole cocenti.
A Lady Costance sembrò che avesse le lacrime agli occhi, ma era così difficile concentrarsi su qualcosa, su qualcuno, e soprattutto su ciò che aveva appena sentito. Sicuramente una menzogna, ma allora perché d’improvviso faceva così male?
«Richard è morto» ripeté Lady Justine, «ma vostra figlia Elizabeth è viva. E ha bisogno di voi. Accettate la realtà, per amor suo.»
Forse le gridò altro, ma lei non ascoltava più. Richard, il suo Richard, il bambino che si nascondeva nella stalla, tra il fieno, quando non voleva essere rimproverato. Il ragazzino che giocava con spade di legno e archi fatti a mano affermando di voler diventare un grande guerriero. Il giovane serio e deciso che era andato a studiare al college per diventare qualcuno, indipendentemente dagli agi che gli sarebbero derivati dalla sua famiglia.
Ma adesso non lo vedeva più da solo.
Giocava con Elizabeth, tirandole le trecce e facendola piangere. La abbracciava di ritorno da una battuta di caccia... già, la caccia, una delle sue passioni.
Anche quel giorno era a caccia con un compagno di college.
Quel giorno che...
Non si accorse di star piangendo fin quando le lacrime non le scivolarono lungo le guance, bagnandole il vestito e le mani premute nel grembo.
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