Scritto il 16/07/2026
da ANNA GRIECO & IRENE GRAZZINI


Domenica mattina Elizabeth non aveva alcuna intenzione di alzarsi. Finché rimaneva a letto, in balia di un tormentato dormiveglia, poteva illudersi che gli eventi del pomeriggio musicale nel palazzo del conte di Rutherford, due giorni prima, fossero stati solo un brutto sogno.

Ma c’erano dei doveri a cui non poteva sottrarsi.

L’unica nota positiva era che sua madre aveva ripreso a mangiare regolarmente dal giorno prima. Era ancora debole, ma sembrava un po’ più lucida, anche se lei aveva imparato a odiare quei momenti di rinnovata speranza che inesorabilmente si risolvevano in una cocente delusione. Decise che avrebbe pregato ancora per la sua guarigione, quella mattina in chiesa, e per l’anima di Richard.

E per se stessa.

Forse almeno Dio mi perdonerà per il mio peccato di lussuria, si disse poco convinta. I sacerdoti dicevano che il Signore era buono e giusto, ma l’avrebbe perdonata sapendo cosa l’aspettava nel pomeriggio?

Cercò di non pensarci, mentre si pettinava svogliatamente i capelli di fronte allo specchio. Considerò addirittura l’idea di tagliarseli: forse, se fosse diventata brutta, Kenneth avrebbe perso interesse per lei e l’avrebbe lasciata in pace.

Ma era davvero quello che voleva?

«Milady, siete in ritardo» annunciò Angelica entrando trafelata nella stanza. «La colazione è già stata servita e la carrozza...».

Elizabeth non si curò di voltarsi. «Da quanto?» domandò fissandola oltre lo specchio.

La cameriera assunse un’espressione sconcertata. Con il viso rotondo e i capelli color sterpaglia che spuntavano da sotto la cuffietta, non dimostrava una gran bellezza. Ma era giovane, e accomodante, e a quanto pareva per il conte di Clarendon era sufficiente.

«Come dite?» farfugliò Angelica, sorpresa dal suo tono pungente.

Strinse le labbra in una linea dura. Non poteva fingere che non fosse accaduto niente, non voleva farlo. Aveva impiegato due notti e un giorno per depositare abbastanza calma e freddezza, dentro di sé, per poter affrontare quell’argomento senza mettersi a urlare. «Da quanto tempo vai a letto con mio padre?» chiese a bruciapelo.

La cameriera strizzò gli occhi. Aprì la bocca per negare. «Mia Signora, non so di cosa stiate parlando...».

Elizabeth prese un sospiro. In cuor suo aveva sperato che, posta di fronte alla verità, Angelica ammettesse le sue azioni. Non sarebbe cambiato molto, ma almeno sapere che la cameriera aveva il coraggio di guardarla in faccia, invece di nascondersi dietro pietose menzogne, sarebbe stato di qualche conforto.

«Due sere fa, dopo il pomeriggio a casa del conte di Rutherford, sono rientrata a casa e ti ho vista. Con mio padre. Nel suo letto.» Non disse altro, ma le bastò per rievocare ogni singolo particolare di quella scena. Era incredibile come in pochi istanti la sua mente fosse stata in grado di memorizzare così tanti dettagli. Sembravano impressi a fuoco dentro i suoi occhi. «Quindi risparmiami inutili scuse e rispondimi: da quanto va avanti questa storia?»

La domestica guardò a destra e a manca, come alla ricerca di una via di fuga che non c’era. Chinò la testa. «Più di un anno» ammise in un soffio.

Elizabeth annuì lentamente.

Più di un anno.

Prima della morte di Richard.

Suo padre non se l’era presa come amante per rimpiazzare la moglie impazzita dal dolore, la tradiva già da molto prima. E chissà quante altre volte l’aveva tradita. Avvertì una scintilla di rabbioso sdegno. «Per questo ti ha assunto come mia domestica?» continuò. «Per portarti nel suo letto?»

«Sì, Milady» mormorò Angelica. «Anche per questo.»

Qualcosa, nel suo tono, la spinse a girarsi sullo sgabello per fronteggiarla. «E che altro?» domandò socchiudendo gli occhi.

La ragazza continuava a non guardarla, strascicando nervosamente i piedi sul pavimento. Per un attimo avvertì una punta di pena per lei, in fondo se avesse rifiutato le profferte di suo padre forse sarebbe stata licenziata, ed era stata al suo servizio fin da quando era arrivato anche Kenneth...

Un pensiero la gelò sul posto.

Il conte di Clarendon non ricordava nemmeno il volto dello stalliere. Allora come aveva fatto a sapere che la figlia era molto affezionata a lui, più del consentito, e che si vedevano di nascosto nelle stalle?

«Sei stata tu!» mormorò, fulminata dall’improvvisa consapevolezza. «Sei stata tu a dirgli di me e di Kenneth.»

Il rossore sbocciato sul viso di Angelica fu una risposta più che sufficiente. Elizabeth si batté una mano sulla fronte. «Che stupida a non pensarci prima» si rimproverò. Chi meglio di Angelica poteva controllare i suoi spostamenti e riferirli al Conte? «Io mi fidavo di te, pensavo fossi mia amica... e tu spifferavi tutti i miei segreti. Quando gliel’hai detto?» sibilò, la voce ridotta a un filo tagliente. «Prima o dopo che ti grugnisse sopra come faceva l’altra sera?»

Angelica curvò le spalle senza rispondere.

Che importanza aveva dopotutto? Ormai aveva detto abbastanza ed Elizabeth sentiva dentro di sé il tremito di ciò che si era costruita intorno e che sembrava sul punto di crollarle addosso. Rilasciò i pugni che non si era accorta di aver serrato.

«Vattene» ordinò.

La domestica si umettò le labbra. «Se preferite che sia Mrs Bird a occuparsi di voi, posso prendere il suo posto nelle cucine.»

«Non hai capito» la interruppe lei, implacabile. «Ho detto vattene. Da questa stanza. Da questa casa. E non rimetterci più piede. Avrai un mese in più pagato, come conviene, ma nessuna lettera di referenza.»

La cameriera sussultò. «Ma, mia signora...» squittì spaventata.

«Nessun ma» insorse Elizabeth alzandosi in piedi, gli occhi luccicanti di rabbia. «Non m’importa di cosa dirà mio padre. Anche se venisse a protestare la Regina Vittoria in persona, non cambierei idea. Ti do un’ora di tempo per raccogliere le tue cose. Se dopo ti vedrò ancora tra queste mura, giuro che ti trascinerò io stessa fuori, spiegando a chiunque cerchi di fermarmi, il motivo delle mie azioni.»

Questo bastò a bloccare sul nascere ogni obiezione di Angelica. Sapeva bene che, se si fosse sparsa la voce di una sua relazione con il Conte, sarebbe diventato impossibile per lei trovare un altro lavoro. Annuendo rassegnata, si eclissò in tutta fretta dalla stanza.

Elizabeth rimase a fissare la soglia ormai vuota, la rabbia che sfumava in amarezza, chiedendosi cosa fosse rimasto della persona di un tempo, che si fidava ingenuamente degli altri e del mondo.

 

 

Dopo una rapida colazione, per non rendere vani gli sforzi di Mrs Bird in cucina, esattamente due ore dopo Elizabeth indossò il cappellino dei giorni di festa e uscì nel cortiletto. Stava per chiedere al maggiordomo che venissero aggiogati i cavalli per farsi condurre in chiesa, ma fu sorpresa quando vide che c’era già una carrozza in strada ad aspettarla.

«Sei in ritardo» le fece notare Justine sporgendosi dallo sportello e invitandola ad affrettarsi con un cenno impaziente.

Lei esitò per un attimo, poi salì sulla carrozza e si accomodò davanti all’amica, come faceva quasi ogni domenica mattina che Dio aveva messo in terra da quando era poco più di una ragazzina. Eppure, in quel momento, quel piccolo gesto di vita quotidiana le appariva strano e fuori luogo.

«Non è da te fare così tardi» continuò la giovane Tremaine, imperterrita. «Di solito sono io quella che cerca di arrivare tardi per la messa.»

«Ecco» cominciò lei cauta, «pensavo che non saresti venuta» confessò.

L’altra fece una smorfia. «Ammetto che non mi piace andare a messa, ma se proprio devo, preferisco farlo in tua compagnia» fece notare.

Elizabeth la guardò negli occhi. «Sai quello che voglio dire» mormorò, poi scosse la testa, amareggiata. «Mi dispiace per quello a cui hai assistito. Mio padre... è stato così imbarazzante.» Si morse le labbra. «Ti capirei, se tu non volessi più venire a farmi visita. Adesso cosa penserai di noi?»

Al contrario di ciò che si aspettava, Justine non sembrava scandalizzata. «Su, su, non farla più drammatica di quello che è» commentò con una scrollata di spalle. «Pensi che non sappia come funziona…» si guardò bene dal pronunciare la parola sesso e si limitò a un gesto stizzito della mano, «quella cosa, insomma? I miei fratelli, quando bevono un paio di bicchieri di brandy in più, non sono eccessivamente attenti ai loro argomenti di conversazione, anzi sono ben generosi di dettagli, e io non sono mai stata così pudica da non ascoltare i loro discorsi.» Sogghignò sotto le lunghe ciglia, studiando la sua reazione.

Elizabeth si sentì avvampare, ma non riuscì a nascondere un risolino davanti alla faccia tosta dell’amica.

«Piuttosto, c’è una cosa che devo confessarti» riprese Justine, questa volta con tono serio.

Lei le lanciò un’occhiata incuriosita, invitandola a continuare.

«Venerdì pomeriggio, quando ti cercavo... ero sulla terrazza mentre parlavi con quell’arpia di Lady Chandler» snocciolò tutto d’un fiato.

Elizabeth non si curò di quelle parole ben poco signorili, ma comunque appropriate, con cui l’amica si era riferita alla Viscontessa. Si irrigidì sul sedile, lasciando che le implicazioni le balenassero nella mente. Tirò un sospiro. «Hai sentito tutto?» indagò.

«Buona parte, immagino» annuì Justine, quasi contrita. «Le voci erano alte... o magari ero vicina... ho sentito che sta cercando di ricattarti con la storia di svelare a tutti che hai una relazione con il duca di Wellesley.» Le lanciò un’occhiata penetrante. «È un’accusa vera?»

Lei chiuse gli occhi.

Li riaprì.

L’altra giovane continuava a fissarla, in attesa di una risposta.

«Più o meno» ammise giocherellando con le dita sulla gonna.

«Dunque l’altra sera, dopo il teatro, c’è stato davvero qualcosa tra voi.»

Non era una domanda, ma lei annuì comunque, riluttante. «Sì, o almeno credo» ammise, sentendo di nuovo salire la vergogna. Ma ormai non poteva tirarsi indietro. «Non volevo che accadesse, e a dire il vero non ho capito neppure bene cosa sia successo. Solo... stavamo discutendo, poi Kenneth mi ha baciata e io non ho capito più nulla. Mi sono anche lasciata toccare e...».

Non poté proseguire, il viso in fiamme.

Come faceva a spiegare all’amica cosa aveva provato?

E che una parte di lei, quella piccola e malvagia parte libera dalla vergogna, avrebbe voluto provarlo di nuovo?

Justine sembrò notare il suo imbarazzo e appoggiò il gomito sulla coscia, il mento sulla mano.

«A me non dispiacerebbe farmi baciare da David» commentò candidamente. Quando vide Elizabeth sgranare gli occhi, scoppiò a ridere. «Che c’è di male? Non mi è mai piaciuta la storia che gli uomini possono fare tutto quello che pare a loro, mentre noi donne siamo etichettate come prostitute se solo ci azzardiamo a pensare di baciare un uomo. Oh, ma le cose cambieranno, te lo assicuro. Anche se credo sarebbe più facile ottenere il diritto di voto, che un po’ di libertà sulle questioni amorose. Quindi» riprese sorridendo, «non ho intenzione di giudicarti per qualunque cosa tu abbia fatto o intenda fare con Kenneth. Santo Cielo, eri innamorata cotta di lui. Capisco che tu lo sia ancora, soprattutto considerando lo schianto che è il nostro caro Duca».

Elizabeth scosse la testa. Se solo Justine avesse saputo tutta la verità.

«È cambiato da allora» sospirò. «Quello che provo io non importa, lui non mi ama più.»

La giovane Tremaine stava per ribattere, ma la carrozza si fermò e il cocchiere le interruppe, annunciando che erano arrivati. Abbassò il predellino e permise alle due fanciulle di scendere davanti alle gradinate della cattedrale di St. Paul.

Fu in quel momento che si sentirono chiamare.

«Lady Justine, Lady Elizabeth, che piacevole sorpresa!» esclamò una voce bassa e calda.

Elizabeth fu la prima a voltarsi e vide il Capitano Jed Reynolds avanzare verso di loro con un braccio sollevato in un saluto poco canonico, ma molto efficace.

«Mr Reynolds» salutò a sua volta quando lui le raggiunse, senza nascondere una punta di entusiasmo. «Non mi aspettavo di vedervi qui.»

«Neanch’io» rispose il Capitano con un sorriso sornione. «Ma devo dire che la cosa non mi dispiace affatto. Anzi, lo definirei un ottimo inizio di giornata.»

Justine ridacchiò. «Tutti gli americani sono adulatori come voi?» si schermì.

«Mi glorio di essere uno dei migliori del mio continente» proferì amabilmente l’uomo, stando al gioco. «Ma a differenza dei nobili inglesi che ho conosciuto, noi aduliamo meno e diciamo più la verità.»

«A volte la verità è un po’ noiosa.» Justine gli porse la mano. «Allora, vi state godendo le bellezze di Londra?» insinuò maliziosa.

«Decisamente, Milady» annuì Reynolds sfiorando la mano di entrambe con un bacio. Si soffermò un attimo di più su quella di Elizabeth, un lampo nello sguardo. «Meravigliosa... una città meravigliosa come i suoi abitanti, non c’è che dire. Credo che potrei innamorarmene.»

Lei arrossì a quel complimento neppure tanto velato e ringraziò il cielo che Justine avesse sempre la risposta pronta per salvare la situazione.

«Allora confido che vi rivedremo spesso» ridacchiò infatti. «Dunque, Capitano, cosa vi porta qui? Anche voi a messa?»

L’uomo scosse la testa. «A dire il vero, sono solo di passaggio. Sto andando al porto a controllare la mia nave.» Fece una pausa e il suo guardo muschiato scintillò. «Perché non venite anche voi a vederla?»

Parlava a entrambe, ma Elizabeth si rese conto che stava guardando lei e che a lei era rivolta quella domanda. A quanto pareva, egli non aveva dimenticato la loro conversazione riguardo il mare, a teatro, ed era interessato ad approfondirla.

Sospirò. «Veramente noi...» cominciò, cercando di rendere cortese il rifiuto.

«Veniamo più che volentieri» si intromise la giovane Tremaine.

Elizabeth le lanciò un’occhiata scioccata. «Ma la messa...» balbettò.

«La messa, appunto» sogghignò l’altra. «Non preoccuparti, non andremo all’inferno per averla persa una volta nella nostra vita. Quando ci ricapiterà l’occasione di salire su una vera nave? I nostri genitori non lo sapranno mai, se qualcuno terrà il becco chiuso.» E con questo fulminò il suo vecchio cocchiere, che abbassò la testa e strascicò gli stivali in terra, a disagio.

«Non ci vorrà molto» intervenne Reynolds. «I docks non sono lontani. Sarete a casa entro un paio d’ore, forse meno.» Allargò le braccia con aria di scusa. «Quanto alla messa, però, temo che ve la perderete.»

Il sorriso di Justine si allargò. «Perfetto!» sancì afferrando il braccio della sua migliore amica. «A me basta essere a casa per pranzo. Nel pomeriggio ho una corsa a cavallo da vincere.»

«Ci pensi anche di notte a come far infuriare tuo padre, vero?» sussurrò Elizabeth rassegnata, ma non poté far altro che unirsi a lei e al Capitano, che salivano sulla carrozza diretti verso il porto.

 





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