Quando David la raggiunse, Justine stava porgendo uno zuccherino alla cavalla.
«Brava, piccolina» mormorava accarezzandole il muso, mentre l’animale le leccava il palmo aperto. «Te lo sei proprio meritato.»
«Il merito va anche alla sua amazzone» commentò Fitzgerald.
Lei si voltò lentamente, le sopracciglia aggrottate. Nonostante il tappeto di foglie secche, non aveva sentito l’uomo avvicinarsi.
«Vi muovete silenziosamente, per essere così grande» gli disse alludendo alle sue spalle possenti, più adatte a un uomo abituato a muoversi all’aria aperta piuttosto che a un nobiluomo di città. Ma lei stessa era testimone dell’intensa attività fisica, dall’ippica al pugilato, a cui David si dedicava durante la stagione estiva nella sua tenuta. Niente di cui stupirsi che avesse un fisico così scolpito, che sicuramente avrebbe reso meglio senza quella pomposa camicia...
Bloccò il pensiero sul nascere e distolse lo sguardo.
«Ho imparato a camminare con leggerezza quando sono vicino a una donna» commentò il Visconte con un sorriso che aveva qualcosa di timido. «Questione di rispetto.»
«Perché, quante donne avvicinate di solito?» insinuò lei, maliziosa, mordendosi la lingua subito dopo. In fondo non voleva una risposta a quella domanda: aveva ballato anche con altre ragazze, al ricevimento dei Thompson.
Se fosse interessato a una di loro?
«Poche che indossino brache da uomo» ammise l’uomo. «Credevo che a mio padre sarebbero usciti gli occhi fuori dalle orbite, tanto continuava a fissarvi. Secondo me, è per questo che ha perso la gara. Lo avete confuso.»
Justine sogghignò. «Oh, il mio stratagemma dunque ha funzionato, ora posso ammetterlo» scherzò, per poi tornare seria. «Sinceramente, temevo che vedendomi avrebbe rinunciato.»
David scrollò le spalle. «Una sfida è una sfida e mio padre è un uomo di parola. Avrebbe corso con voi anche se foste arrivata con un turbante indiano in testa e un flauto per stregare i cobra.»
«Mi attrezzerò per la prossima volta, allora» rise la gentildonna. «Sempre che il Conte non si sia sentito troppo umiliato per essere stato sconfitto.»
«Perché dovrebbe?» obiettò il Visconte. «È stata una bella corsa. La vostra cavalcatura era veloce, ha preso la curva più stretta e ha guadagnato i pochi secondi della vittoria.»
«Ho vinto solo per poche spanne» fece notare lei, ricordando la tensione che l’aveva tenuta piegata sulla sella, i talloni piantati sui fianchi della cavalla fino all’ultimo, decisivo secondo. Strinse gli occhi. «Non vorrei che vostro padre alla fine mi avesse fatto vincere solo perché sono una donna.»
«Una bella donna e un’amazzone spericolata» puntualizzò il giovane, per poi tossicchiare imbarazzato. «È questo che ha detto mio padre, poco fa, oltre a qualcosa del tipo: Sono certo che metterà in riga il futuro marito e sfiderebbe la Regina Vittoria in persona, se ne avesse l’occasione.»
«Lo farò, se avrò mai l’onore di incontrarla a cavallo nel parco» promise Justine gettando un’occhiata al conte di Rutherford, che era poco lontano, intento a conversare con una coppia di amici sopraggiunti in carrozza. O forse a tenerli occupati in modo che non badassero a lei e non si scandalizzassero del suo abbigliamento.
Molto carino da parte sua, perché questo le offriva un po’ di tempo per ciò che progettava di fare già da quella mattina.
«Visconte…» proseguì, cambiando tono «vi dispiacerebbe passeggiare un po’ con me? Devo far dissudare la cavalla prima che le venga un malanno. Inoltre avrei un problema da porre alla vostra attenzione.»
David parve sorpreso da quell’affermazione e dalla sua aria di colpo seria e formale, ma si riprese subito. «Con piacere» annuì.
Si avviarono insieme, uno di fianco all’altra, portando i cavalli per le redini e lasciandoli di tanto in tanto brucare qualche filo d’erba. Per un po’ non parlarono, limitandosi ad assaporare la quiete del parco, lontana dal clamore della città e delle sue industrie. Justine si trovò a considerare che, escludendo i suoi fratelli, David era l’unico uomo con cui si fosse trovata da sola. Avrebbe dovuto provare imbarazzo, lo sapeva, ma la sua vicinanza era qualcosa di così familiare e caldo...
«Una splendida giornata, vero?» disse lui, ed era un chiaro tentativo di cominciare la conversazione con cautela. «C’è qualche nuvola minacciosa all’orizzonte, ma siamo stati fortunati che la pioggia non abbia costretto a rimandare la corsa.»
Lei alzò lo sguardo verso la distesa di macchie grigie che punteggiava il cielo come un branco di pecore nei pascoli, per poi raggrupparsi in grossi cumuli dalle forme più fantasiose. «Forse pioverà tra poco. Non è un problema. Mi piace la pioggia. Se non ci fosse, come apprezzeremmo le giornate di sole?»
Il Visconte si prese qualche attimo per riflettere su quella risposta. «Un punto di vista interessante e inusuale, il vostro» ammise. «Ma del resto sapevo che non eravate una donna usuale, e immagino che non mi abbiate condotto fin qui per parlare di banalità atmosferiche, giusto?»
Justine si voltò a fissarlo con un sorriso. «Non siete poi così ingenuo per essere un uomo» commentò mordace.
David sorrise. «Lo prenderò per un complimento. Adesso ditemi: cosa vi angustia?»
Lei esitò, ma ormai si era spinta troppo oltre e non aveva senso tirarsi indietro.
Pensa a Elizabeth, si impose.
Se poteva aiutare in qualche modo l’amica, aveva il dovere di provarci. Prese dunque un sospiro. «Si tratta del duca di Wellesley» proferì con voce grave.
Un attimo di sorpresa, poi il volto del Visconte si tese e lui le si accostò. «Cosa ha fatto Kenneth?» domandò, preoccupato.
«A me non ha fatto nulla» rispose Justine abbassando la voce. «Ma questa mattina si è comportato in maniera molto arrogante, soprattutto con Elizabeth. A sua discolpa forse va detto che non si aspettava di trovarci al porto insieme a Mr Reynolds.»
«E voi che ci facevate al porto?» domandò subito David corrugando le sopracciglia, ma la fanciulla lo ignorò con arte.
«La sua reazione è stata a dir poco furiosa» continuò imperterrita. «Credo che sia geloso, sebbene tra loro non vi sia alcun rapporto... ufficiale, diciamo.» Sbirciò verso il Visconte, che pareva impallidito.
David si passò una mano sulla fronte. «Vi prego, raccontatemi quello che sapete» la pregò.
«Solo se promettete che manterrete il più stretto riserbo» impose la giovane. Aveva pensato a lungo se confidare a un estraneo ciò che le aveva detto Elizabeth. Ma David non era un estraneo, giusto? Era una persona fidata e un caro amico... e forse qualcosa di più.
Il gentiluomo annuì. «Avete la mia parola» affermò, grave.
Il volto di Justine si rilassò in un mezzo sorriso. «Mi fido di voi» disse, sincera, quindi raccontò in breve della conversazione che aveva sentito nel giardino del suo palazzo, il giorno della festa per il ritorno del conte di Rutherford. Man mano che andava avanti nella storia, si accorse che David si rabbuiava.
«Gliel’avevo detto a Kenneth di non lasciarsi invischiare nelle trame di quella donna» proferì, cupo, quando lei terminò il racconto. «Sarebbe capace di mettere in giro qualunque calunnia.»
«Il problema è che credo che ci sia stato veramente qualcosa tra il Duca ed Elizabeth» continuò Justine con voce sommessa. Erano giunti dietro a un cespuglio di ciclamini, abbastanza allo scoperto perché nessuno gridasse allo scandalo, ma abbastanza nascosti perché Lord Robert e chiunque altro sul sentiero li scorgesse soltanto tra le frasche, senza udire le loro parole. Legò le redini della cavalla intorno a un paletto che si trovava là per quello scopo. «Sapete, loro si conoscevano ben prima del ricevimento degli Spencer.»
«Lo so» tagliò corto David, dolente. Sembrava un uomo costretto a camminare sui carboni ardenti. «Conosco la loro storia. Kenneth ha sofferto molto.» Si interruppe, la voce spezzata.
«Anche Elizabeth, cosa credete?» proruppe Justine. In cuor suo era sollevata che il Visconte fosse già a conoscenza di quei fatti. Le sarebbe risultato complesso spiegare che in passato Wellesley era stato solo uno stalliere nella tenuta del conte di Clarendon, altrimenti. «Non ha voluto scendere nei particolari, ma credo che sia ancora innamorata di lui.»
David incassò la notizia in un silenzio meditabondo, poi sospirò. «Lui dice di odiarla per ciò che gli ha fatto» ammise, scuotendo la testa. «Ma io non ne sono così sicuro.»
«Perfetto!» lo interruppe la fanciulla con enfasi. «Allora approverete il mio piano.»
Il Visconte le lanciò un’occhiata interrogativa. «Quale piano?» domandò.
Justine portò l’indice al volto, con aria saputa. «Elizabeth lo ama. Lui prova ancora qualcosa per lei» riassunse agitando il dito. «La cosa migliore che possiamo tentare, è fare in modo che cadano l’una nelle braccia dell’altro.»
David la fissò sbattendo le palpebre. «Intendete...» cominciò, sconcertato, poi inarcò il sopracciglio. «Possiamo?»
«Io e voi, certo. Non vorrete che faccia tutto da sola, no?» annuì imperturbabile la giovane. «Voi siete il migliore amico del Duca e io sono la migliore amica di Elizabeth. Conosciamo i loro spostamenti. Non dovrebbe essere difficile combinare le cose in modo che si trovino da soli... e facciano qualcosa di indecoroso» snocciolò tutto d’un fiato.
Adesso Fitzgerald la fissava con il più completo stupore dipinto in viso. «Siete impazzita?» ansimò. «Così Lady Ginevra non avrà neppure bisogno di portare avanti le sue minacce e potrà...».
«David, statemi a sentire» lo interruppe Justine afferrando una mano dell’uomo. «Voi conoscete il Duca meglio di chiunque altro. Secondo voi, è un uomo buono e onesto?»
Attese, scrutandolo. Se lui avesse negato, allora era pronta a lasciar perdere il suo piano e a consigliare a Elizabeth di mettere definitivamente una pietra sopra a Wellesley. Anzi, se ne sarebbe occupata lei stessa, a costo di prenderlo a calci negli stinchi finché non se ne fosse stato lontano da lei.
Il Visconte sostenne il suo sguardo. «Il suo cuore, benché ferito, è buono e onesto» affermò con convinzione.
Justine sentì una vampata di sollievo accenderle il petto. «Sono felice di sentirvelo dire» mormorò. «Allora, se è onesto come dite, non permetterà che Elizabeth vada incontro a un aperto scandalo a causa sua, giusto?»
«Credo di no» ammise David. «Ma non capisco dove vogliate andare a parare.»
«Se si venissero a trovare in una situazione compromettente, di fronte a testimoni» spiegò lei in fretta, chiedendosi perché egli non ci arrivasse da solo, «lui si vedrebbe costretto a fidanzarsi ufficialmente con lei, per evitare maldicenze e difendere il suo buon nome.»
David sembrava ancora un po’ confuso. «Immagino di sì» ammise, colpito da quell’idea. «Sarebbe l’unica cosa giusta da fare.»
«E il Duca la farà, se è davvero onesto come dite, no?» continuò la giovane. «Così lui ed Elizabeth si sposeranno, come avrebbero dovuto fare un anno fa.»
David non rispose. Aveva l’espressione pensierosa. «Quando pensate di agire?» domandò.
Justine ci aveva già pensato. «Il prima possibile» rispose. «Prima che quella vipera di Lady Chandler possa combinare qualcuna delle sue malefatte e complicare ulteriormente le cose. Il prossimo ricevimento è quello del barone di Swire, la prossima settimana. Potrebbe essere un buon momento.» Si fermò, trattenendo il fiato in gola. «Sempre che voi vogliate aiutarmi» aggiunse con una punta di esitazione.
David la fissò dall’alto. «Sapete che è un piano folle, vero?» domandò.
Lei tacque. Era inutile negare l’evidenza.
«Quanto alla Viscontessa Chandler» continuò Fitzgerald, «forse ho un’idea per sfruttare la sua gelosia a nostro vantaggio.»
«Allora mi aiuterete?» domandò Justine, un grumo di gioia che le ingolfava il petto.
David accennò un sorriso gentile. «Temo proprio di sì» rispose.
In un impeto di commozione, lei compì un balzo in avanti e lo abbracciò di slancio. Era stato qualcosa di impulsivo e, ripensandoci, si sarebbe rimproverata aspramente, ma ormai l’aveva fatto. Si ritrovò con le braccia intorno al collo dell’uomo, le dita intrecciate intorno ai riccioli sulla sua nuca e il petto premuto contro quello solido e piatto di lui, tanto che ne poteva percepire i muscoli attraverso la blusa, così come il calore che ne irradiava.
I volti erano a pochi centimetri l’uno dall’altro.
Si fissarono per un attimo negli occhi, entrambi troppo stupiti per parlare.
Justine trattenne il respiro, avvertendo il caldo senso di aspettativa tendersi come una molla in ogni fibra del suo corpo.
Poi David abbassò la testa e la baciò.
Aveva il profumo dei fiori e del ciclamino che si ergeva accanto a loro. Le sue labbra erano calde e solide, e proibite, ma non si ritrasse. Anzi, si fece più vicina, piegando la testa verso l’alto in modo che le loro bocche si toccassero meglio, si aprissero. Fu una scossa di puro piacere quando le lingue si mescolarono. David le fece scorrere con delicatezza una mano dietro alla schiena, attirandola a sé, come se in quel momento potesse pensare di scappare... ma non voleva assolutamente farlo. Una parte di lei sapeva che avrebbe dovuto ritrarsi, non si baciava un uomo nel parco dietro a un cespuglio, ma era stanca di avere troppi doveri e nessun diritto.
Ansimò, avvertendo un fremito sconosciuto risalirle nelle membra. Quel bacio era delizioso, esattamente come l’aveva immaginato e forse ancora di più. Portò una mano ad accarezzare il mento del Visconte, solleticandogli la barba curata e desiderando di sentirla su di sé, lungo il collo e ancora più in basso...
Poi una goccia di pioggia le batté sul naso.
Quando David si ritrasse, il respiro affannoso, altre grosse gocce caddero dal cielo.
Justine si rese conto che il vento era cessato di colpo.
Ed era arrivata la pioggia.
«Mi sa che dovremo rimandare la nostra... conversazione» commentò l’uomo con sincero rammarico.
Lei non poté che annuire. Per una volta, non aveva abbastanza fiato per parlare.
Fitzgerald si sfilò la giacca e le riparò la testa e le spalle, poi presero i cavalli e si affrettarono insieme al conte di Rutherford fuori dal parco. Fermare una carrozza fu questione di pochi minuti. David diede le indicazioni al cocchiere e ve la fece salire in fretta. «Sarà mia premura badare alla vostra cavalla e riportarvela appena possibile» le promise, per poi prendere coraggio e tirar finalmente fuori i sentimenti che teneva serbati nel cuore. «Justine, posso venire a farvi visita domani pomeriggio?»
La giovane sentì il sorriso sgorgarle da qualche parte dentro al petto e salire a scaldarle il viso. «Vorrei che lo faceste» disse, per poi schermirsi: «Abbiamo quella cosa di cui parlare.»
«Certamente. Grazie per la splendida giornata» mormorò David prima di richiudere lo sportello della carrozza.
Da quel momento in poi, per quanto si sforzasse, Justine non riuscì a concentrarsi davvero sul famoso piano che avrebbero portato avanti al ricevimento degli Swire.
Solo sulla sensazione delle labbra del Visconte sulle sue.
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