Elizabeth si diede per vinta e lasciò perdere il ricamo che teneva in grembo, lanciandolo sulla poltrona che le stava di fronte. Non riusciva a concentrarsi sui punti e i risultati erano palesi: la foglia verde brillante che stava cercando di realizzare, con la sua serie infinita di venuzze in rilievo, era un vero disastro, e più tardi avrebbe dovuto scucire tutto.
Si strinse nello scialle e si avvicinò alla finestra del soggiorno, sollevando un lembo della tenda di broccato. Era poco più di mezzogiorno, ma sembrava già pomeriggio inoltrato: il cielo era oscurato da nuvoloni che stavano vomitando il loro carico sulle strade di Londra. Vi era poca gente in giro per Bond Street, e si trattava perlopiù di servi e contadini che, sopra i loro carretti sgangherati, trasportavano i loro prodotti per venderli al mercato oppure nelle case dei nobili.
Uno di essi si fermò proprio davanti al loro palazzo. Il conducente, un uomo corpulento e avanti con gli anni, si mosse con difficoltà e impiegò un bel po’ a smontare da cassetta. Lo vide alzare gli occhi al cielo, sotto la falda del berretto, e borbottare qualcosa tra sé mentre si massaggiava le ginocchia doloranti - era pronta a scommettere che non si trattasse di preghiere -, poi l’uomo gridò qualcosa al ragazzo che stava seduto dietro. Quest’ultimo balzò giù e cominciò ad armeggiare con il carico.
Incuriosita, continuò a guardare quella bizzarra scena per un po’, poi il tipo anziano si avviò sul marciapiedi, scomparendo alla sua vista, e lei lasciò ricadere la tenda.
Si diresse verso il tavolino, per versare in una tazza un altro po’ di tè bollente, ma si accorse che la teiera era ormai vuota. Avrebbe potuto suonare per farsene portare altro, invece decise di recarsi lei stessa nell’ala della servitù: Mrs Bird e il maggiordomo avevano già fin troppo da fare, senza che assegnasse loro altre incombenze.
Quando arrivò nelle cucine, la porta di servizio era spalancata e il contadino che aveva spiato poco prima dalla finestra, e il suo aiutante, avevano già ammassato delle casse in un angolo, sotto la supervisione del capo della servitù.
Mrs Bird stava preparando il pranzo, ma si pulì le mani con uno straccio e indicò agli uomini dove posare la merce, dicendo che poi ci avrebbe pensato lei a riporla nella dispensa.
Elizabeth fissò quella scena, stranita.
Che mio padre si sia messo una mano sulla coscienza, finalmente?, si domandò, speranzosa.
Quando interrogò il contadino su chi gli avesse commissionato la consegna, tuttavia, non fu il nome del conte di Clarendon a spuntare fuori.
«È stato Sua Grazia il duca di Wellesley» rispose l’uomo. «Mi ha chiesto di venire qui, stamattina, e mi ha messo anche una fretta del diavolo, proprio così» riferì aggrottando le folte sopracciglia al ricordo dello sguardo imperioso del gentiluomo.
«Oh!» si limitò a replicare Elizabeth arrossendo lievemente. Poi, con molto meno entusiasmo: «Ditemi quanto vi devo, buon uomo.»
«Non mi dovete nulla, Milady, ci ha pensato il Duca a saldare il conto per quest’oggi e per i prossimi tre mesi a venire» precisò il contadino.
Se prima era arrossita, adesso divenne paonazza. «Come dite? Per i prossimi tre mesi?» chiese.
«Sissignora» annuì l’uomo, spiccio, sistemandosi il berretto che gli era finito di lato, dopo di che si pulì il naso che gli colava con la manica. «Ora vogliate scusarci, se non c’è altro io e mio nipote avremmo ancora diverse consegne da fare» disse.
«Oh, ma certo!» esclamò facendosi da parte. Qualche istante e lei e Mrs Bird rimasero da sole nella stanza. Si accorse che la domestica la fissava con curiosità, ma per fortuna non le domandò nulla e lei non fu obbligata a fornire spiegazioni.
In fondo cosa poteva dirle? Che si trattava di un regalo del suo amante?
No, era fuori discussione.
Poco più tardi Elizabeth ricevette la seconda sorpresa della giornata.
Mr Andrew, il valletto personale di Kenneth, si presentò nel palazzo di Bond Street e chiese di essere ammesso alla sua presenza. Lei lo ricevette nel salottino.
«Mi scuso, Milady, ma non mi tratterrò molto» affermò l’uomo con garbo, rifiutando di sedersi. «Sua Grazia mi attende. Sono passato solo per lasciarvi questi» disse porgendole una grossa scatola avvolta in un telo di velluto, adornato con nastri di seta, e un sacchetto chiuso all’apice con due cordoni dorati.
«Il duca di Wellesley si è raccomandato di aprirli quando sarò andato via» spiegò. «Inoltre mi ha consegnato questa lettera per voi» concluse.
Elizabeth non seppe cosa dire. Si limitò a ringraziare il servitore e poi lo fece accompagnare alla porta, quindi ritornò sui propri passi. Dopo, con solo le pareti a farle da testimoni, strappò con mani tremanti l’involucro nel quale era avvolto il pacco e sollevò il coperchio, trovandosi davanti l’abito più bello che avesse mai visto.
Lo estrasse e se lo drappeggiò addosso, incantata. Era una tunica di un rosso acceso, di foggia normanna tipicamente medievale, con una scollatura quadrata non molto profonda e le maniche lunghissime che toccavano praticamente il pavimento. Il davanti era intessuto di minuscole perle e da coralli. A completare il tutto vi era una cintura d’oro filigranata con pietre preziose, che da sola doveva valere un capitale, e una mascherina in velluto bordeaux con piume di struzzo, corredata da due nastri di raso dello stesso colore.
«Per tutti i Santi del Paradiso» alitò in un soffio ammirato, «non posso accettare questo dono così prezioso.»
Con rammarico, rimise l’abito al suo posto e prese il piccolo sacchetto di velluto, aprendone i cordoni. Ne svuotò il contenuto sul tavolino e rimase letteralmente a bocca aperta quando, davanti ai suoi occhi increduli, apparvero i gioielli che suo padre le aveva sottratto. Ce ne erano anche alcuni che appartenevano alla contessa di Clarendon. Mancava solo il collare, ed era sicura che non si trattasse di un caso. Si portò una mano alla bocca e gli occhi le si riempirono di lacrime.
Prese la lettera di Kenneth e se la strinse al petto per qualche istante, prima di decidersi ad aprirla. Le ci volle qualche tentativo per mettere a fuoco la calligrafia, ma alla fine riuscì a leggerne il contenuto.
So cosa potrebbe passarti per la testa in questo momento, Elizabeth, ma scordatelo, intesi? Non mi devi nulla né per l’abito né per i gioielli, e non intendo essere ripagato in nessun modo per essi. Sono i ricordi della tua vita e nessuno ha il diritto di privartene. L’unica cosa che ti chiedo - e bada bene, non te lo sto ordinando, ma chiedendo - è di indossare quell’abito per me, stasera. Non appena l’ho visto, nella vetrina del negozio, ho pensato che ti sarebbe stato a meraviglia, così l’ho comprato. Consideralo il mio regalo, anche se ci vorrà ancora qualche settimana per il tuo compleanno. Aspetto con ansia il nostro prossimo incontro,
Kenneth.
Elizabeth piegò il foglio e sorrise mentre le lacrime continuavano a inondarle le guance. Era colpita dalla generosità di Kenneth. Girò la testa a guardare il vestito: adesso non poteva più rifiutarsi di accettarlo, non dopo le parole gentili che aveva appena letto. Ma i gioielli erano un’altra questione: glieli avrebbe resi, perché ormai appartenevano a lui, visto che li aveva riscattati dal banco dei pegni. Avrebbe risolto la questione quella sera stessa, al ricevimento degli Swire.
Forte di quella decisione, ripose i preziosi nel sacchetto e lo richiuse con cura, quindi prese anche la voluminosa scatola e la portò di sopra, nella sua stanza. Nascose entrambi in un angolo interno dell’armadio, nel timore che suo padre vi rimettesse di nuovo sopra le sue avide mani mentre lei non c’era, quindi scese per il pranzo.
Si era appena accomodata al suo solito posto, in attesa, quando il maggiordomo le comunicò che il Conte avrebbe consumato i pasti in camera quel giorno.
«E perché mai?» non poté fare a meno di chiedere. Suo padre era ancora arrabbiato con lei per la storia di Angelica? Come se fosse suo diritto, essere arrabbiato.
«È indisposto, mia signora» spiegò compunto il domestico. «Ha ordinato di non essere disturbato per nessun motivo e mi ha incaricato di comunicarvi che non potrà accompagnarvi al ricevimento, stasera.»
Se da una parte era lieta di poter evitare un altro penoso confronto con il padre, dall’altra Elizabeth fu assalita da una cocente delusione. Non che fosse così ansiosa di andare dagli Swire, ma come avrebbe reagito Kenneth non vedendola arrivare? L’avrebbe sicuramente ritenuta un’offesa nei suoi confronti, saltando subito alle conclusioni più sbagliate.
Sospirò, perché non le restava alcuna scelta: non poteva di certo presentarsi da sola alla festa, ne andava dell’etichetta. E non voleva incomodare di nuovo Justine e suo fratello, le sembrava davvero di essere di peso.
Rassegnata, decise che dopo pranzo avrebbe inviato un biglietto alla baronessa di Swire per scusarsi, e magari avrebbe fatto lo stesso anche con Kenneth. Dopotutto ci sarebbe stata un’altra occasione di indossare quell’abito, no?
Mrs Bird aveva appena portato in tavola la zuppa, intimando a Elizabeth di mangiarla tutta - Mi state scomparendo sotto gli occhi! -, quando entrambe si bloccarono e rimasero a fissare a bocca aperta la porta della sala da pranzo.
Lady Costance fece il suo ingresso.
Nonostante non avesse ancora del tutto recuperato il colorito, appariva bella ed elegante come non la vedeva da tempo.
«Madre!» esclamò balzando in piedi. Le andò incontro e la baciò sulle guance.
«Tesoro!» La Contessa la strinse a sé, poi rivolse un sorriso alla domestica. «Ne avete abbastanza anche per me, Mrs Bird?» chiese dolcemente.
La domestica impiegò qualche attimo per rispondere, mascherando la commozione con una faccia impassibile. Gli occhi però luccicavano. «Ma certo, Milady» mormorò, il mento tremolante. Prese lesta un altro coperto e versò un paio di mestoli nel piatto, poi borbottò con voce rotta che se ne tornava in cucina per controllare i biscotti lasciati nel forno.
Madre e figlia sedettero l’una accanto all’altra, come non facevano da tempo. All’inizio Elizabeth non sapeva bene cosa dire, e anche sua madre rimase in silenzio, sorseggiando la zuppa. Per un po’ il rumore dei cucchiai che si immergevano nel brodo bollente fu l’unico suono nel salone e, da un capo all’altro del tavolo, lei avvertì tutto il peso di quei silenzi durati mesi, come una sottile patina di ghiaccio a separarle.
Alla fine si fece forza.
«È...» cominciò, incerta, «è buona, vero?»
Lady Costance alzò gli occhi dal piatto. «Sì, certo» rispose. «Mrs Bird è una brava cuoca.»
Continua, si impose Elizabeth, con il segreto terrore che di colpo gli occhi della donna si facessero vacui e si ritraesse di nuovo nel suo mondo, ricominciando a parlare di Richard. «I suoi biscotti sono favolosi» si sforzò di aggiungere.
«Favolosi, certo.» La Contessa inarcò il sopracciglio. «Ma non esagerare con quelli, d’accordo? O ti verrà il mal di pancia come quella volta che abbiamo organizzato la merenda all’aperto per la partita annuale di cricket.»
«Avevo solo tredici anni» cominciò a protestare Elizabeth, poi si interruppe e sgranò gli occhi. «Davvero ve lo ricordate?» domandò.
«Certo, e c’è una cosa che devo confessarti» disse Lady Costance. Si piegò verso di lei, abbassando la voce con fare cospiratorio. «Ti rimproverai, ma ne avevo mangiati troppi anch’io e passai la notte a rigirarmi nel letto tenendomi la pancia.»
Elizabeth non poté farne a meno: scoppiò a ridere. Dopo qualche attimo, sua madre la imitò e la giovane avvertì lo schiocco di qualcosa che si rompeva, che si apriva, che la faceva respirare più liberamente. Per tutta la durata del pranzo parlarono e parlarono, ridendo tra loro come due amiche, anzi due complici. Entrambe non si accorsero del tempo che passava sino a quando l’orologio a pendolo non batté le tre del pomeriggio.
«Oh, Santo Cielo!» si mise una mano sulla fronte Elizabeth. «Mi ero completamente dimenticata del biglietto per la baronessa di Swire.»
All’espressione interrogativa di Lady Costance: «Devo comunicare che non prenderò parte al loro ricevimento, questa sera. Papà non può farmi da chaperon.»
La Contessa esitò un istante, combattuta, poi prese un profondo respiro. «Posso accompagnarti io» annunciò a sorpresa. «Sempre che tu non ti vergogni della tua vecchia madre.»
Lei non avrebbe potuto essere più incredula. «State dicendo sul serio?» balbettò.
«Certo» assentì l’altra.
«È… è solo che non riesco a crederci» replicò Elizabeth, gli occhi azzurri che brillavano. «Dopo averlo sperato per così tanto tempo...».
«Lo so, tesoro mio» disse Lady Clarendon prendendo una mano della figlia tra le sue. «Ti ho lasciata sola nel momento più importante della vita di una ragazza, ed è stato imperdonabile da parte mia. Mi dispiace.»
«Oh, madre!» singhiozzò buttandole le braccia al collo. Pianse di gioia, abbandonata sul suo petto.
Lady Costance la lasciò sfogare e, per tutto il tempo, non smise di accarezzarle i capelli.
«Che disastro, vi ho bagnato tutto il vestito!» inorridì Elizabeth quando si staccò.
«Non importa» replicò la Contessa con un sorriso.
D’un tratto le venne in mente quando sua madre giocava con lei e con Richard, da piccoli. Non si era mai vergognata di sedersi sull’erba, senza nemmeno una coperta a proteggerle i vestiti, oppure di sporcarsi le mani di terra mentre aiutava i figli a scavare durante le loro caccie al tesoro. Era sempre stata una compagna di giochi, più che una madre, e loro la adoravano. Era per questo motivo che aveva tanto sentito la sua mancanza.
«Siete sicura di voler affrontare un ricevimento? Dopotutto vi siete appena ripresa, e non vorrei che vi stancaste troppo» si sentì in dovere di far notare.
«Non preoccuparti, sto bene» affermò Lady Costance. «E poi mi gioverà uscire un po’, non trovi?»
Elizabeth non poteva essere più d’accordo, ma mentre si preparava, quella sera, avvertì in sé una strana inquietudine che la tenne in un costante stato di agitazione fino a quando non giunse il momento di andare.
È solo il pensiero di rivedere Kenneth che ti agita tanto, sta’ tranquilla, ripeté più volte a se stessa. Ma il lungo brivido che le scese lungo la schiena, quando la carrozza con lo stemma del casato dei Clarendon si fermò dinanzi alla residenza degli Swire, non sembrava affatto un buon auspicio.
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