Scritto il 13/08/2026
da ANNA GRIECO & IRENE GRAZZINI


Lo sparo riecheggiò tra i tetti, facendo sollevare in volo gli uccelli. Il cuore di Elizabeth sobbalzò, angosciato per l’improvviso silenzio.

Dal cortile si levò un’imprecazione colorita da parte di Lord Clarendon, e lei rilasciò il respiro che non si era accorta di trattenere. Poggiò la guancia sul vetro e sbirciò oltre la tenda ricamata del salottino. La figura del padre si muoveva rabbiosa, tagliando il selciato con la sua ombra, la pistola ancora fumante in pugno.

Per quanto andrà avanti così?, si domandò con un sospiro. Erano ormai due giorni che Lord Arthur aveva approntato la sagoma di paglia nel cortile del loro palazzo londinese e trascorreva il suo tempo crivellandola di colpi per allenarsi. A ogni sparo, però, lei non poteva fare a meno di sussultare, il cuore che le balzava in gola e le mani che salivano a proteggere le orecchie. A ogni colpo, non poteva fare a meno di vedere nella mente un corpo riverso al suolo.

I suoi nervi stavano per cedere.

Resisti, si impose serrando le labbra. Un pomeriggio. Una sola notte. E poi, all’alba, tutto sarebbe finito.

E forse lui sarebbe morto.

Sentì il bocca il sapore ferrigno del sangue. Doveva essersi morsa l’interno della guancia, tanto era nervosa. Seguì con lo sguardo suo padre che ricaricava la pistola e andava di nuovo a posizionarsi a venti passi dalla sagoma di paglia. Il muro in mattoncini rossi dietro di essa era scheggiato in più punti, dove i proiettili l’avevano scalfito, ma nel bersaglio c’erano pochi fori.

Elizabeth non conosceva le abilità di tiratore del conte di Rutherford, ma era pronta a scommettere che avesse una mira migliore di Clarendon.

«L’ha colpito stavolta?» domandò Justine con tono quasi annoiato.

Si voltò verso l’amica, che sedeva sulla poltroncina dall’altro lato del tavolinetto e sorseggiava placida il suo tè.

«No» ammise con un sospiro amareggiato. «Direi proprio di no.»

Justine si strinse nelle spalle, la tazzina sollevata a mezz’aria con il mignolo ben dritto, come imponeva l’etichetta. «Statisticamente prima o poi dovrà farcela a piazzare un proiettile nel posto giusto. Magari domattina sarà la volta buona» commentò, laconica.

O magari no, si ritrovò a pensare Elizabeth osservando Lord Arthur che prendeva di nuovo la mira, a gambe larghe in mezzo al cortile. Aveva notato come le sue mani tremassero negli ultimi tempi, a tavola, ogni volta che impugnava coltello e forchetta. Con la pistola doveva essere lo stesso. Se le sue mani avessero tremato anche al momento definitivo di premere il grilletto...

Aveva provato in ogni modo a farlo desistere, inutilmente.

Aveva provato anche Lady Costance, le mani giunte e le lacrime sulle ciglia, implorandolo di lasciar perdere e di annullare il duello con Lord Robert, ma lui non aveva sentito ragioni e l’aveva spinta via da sé con rabbia, gli occhi fuori dalle orbite.

«Sta’ zitta, donna!» le aveva sputato in faccia, più velenoso di un serpente. «Non lamentarti, tutto questo è opera tua. Sei solo una lurida sgualdrina.» Per poi aggiungere, quando Elizabeth era intervenuta per sostenere la madre accasciata sul pavimento: «Proprio come tua figlia.»

Sapeva che avrebbe dovuto trattenersi, che avrebbe dovuto mordersi la lingua a costo di staccarsela, ma le parole le erano sfuggite di bocca prima che potesse fermarle.

«Tale padre tale figlia, allora» aveva sibilato. «Vogliamo parlare di Angelica?»

La violenza dello schiaffo l’aveva sorpresa. Si era ritrovata sul pavimento, a fianco della madre, con Lord Arthur che torreggiava terribile su di lei, la mano alzata come per colpirla ancora. Aveva chiuso gli occhi e si era raggomitolata su se stessa, aspettando tremante altri colpi. Per qualche attimo, i singhiozzi di Lady Costance e il martellio del proprio cuore erano stati tutto il suo piccolo e doloroso mondo. Quando si era azzardata a sollevare di nuovo la testa, però, l’uomo aveva già lasciato la stanza. Non aveva più rivolto la parola né a lei né alla sua Contessa, dopo quella sfuriata.

Non sapeva se esserne rallegrata o amareggiata.

E il pensiero che quella potesse essere l’ultima conversazione con suo padre...

«Santo Cielo, tesoro, tirati un po’ su di morale» esclamò Justine, imperterrita. «Dalla tua faccia, si direbbe che Lord Robert abbia già vinto e che tu sia pronta a ordinare la bara per il conte di Clarendon.»

«Credi che sia un’ipotesi così remota?» quasi sbottò Elizabeth. «Credi davvero che lui abbia qualche possibilità di vincere?»

L’amica si allungò per prendere un pasticcino. «Ti dirò, in questi casi è difficile fare previsioni. Basta un filo di vento inaspettato, un riflesso che confonde, e nella bara potrebbe finirci il povero Rutherford.» Le lanciò un’occhiata di sottecchi. «Non che glielo auguri, sia ben chiaro» ci tenne a precisare infilandosi il pasticcino in bocca.

Elizabeth sospirò. «Io sinceramente non so cosa augurarmi» mormorò. «Non voglio che mio padre si faccia male. La storia del duello è colpa sua, lo so, e non ci sono scuse per come ha trattato mia madre. E me. A volte penso che dovrei odiarlo, ma è pur sempre l’uomo che mi ha generata, capisci? Quanto a sir Robert...». Scosse la testa. Il conte di Rutherford per lei era un perfetto sconosciuto, o quasi, ma le poche volte in cui si erano incontrati era stato gentile e le aveva ispirato un’istintiva simpatia. «Insomma, ci sarà un modo per risolvere questa situazione senza che nessuno si faccia male, no?» proruppe esasperata.

Justine alzò lo sguardo a fissarla. «No» replicò senza tanti giri di parole. «Non c’è.»

«E se avvisassimo le autorità?» insistette lei aggrappandosi a un’ultima speranza. «Si sa, i duelli sono stati vietati per legge.»

«Nessuno interverrà per fermare due aristocratici imbecilli che si divertono a spararsi a vicenda» la interruppe l’amica con senso pratico. «Lo sai anche tu. Il fatto che siano vietati non significa che non vengano tollerati. Ce n’è stato uno giusto la primavera scorsa, se non mi sbaglio, tra i cugini Macleens. Credi a me, tesoro, le guardie non muoveranno un dito. E se anche lo facessero, non credo che tuo padre apprezzerebbe il tuo intervento, se finisse qualche giorno in prigione come un volgare criminale.»

Non poté che assentire: Justine aveva ragione. Lord Arthur non avrebbe apprezzato, come non aveva apprezzato i suoi tentativi di indurlo a rinunciare. No, aveva sfidato Lord Robert davanti ai suoi pari e ormai non poteva più tirarsi indietro, se non voleva diventare lo zimbello di tutta Londra. Chiunque non si presentasse a un duello era etichettato per sempre come un fellone.

Lei era convinta che fosse meglio un fellone vivo che un eroe morto, ma a quanto pareva gli uomini non la pensavano così. «Lui e il suo stupido onore!» Scosse la testa, affranta.

«Francamente, mia cara, dopo tutto quello che è successo, tuo padre e onore non sono due parole che userei nella stessa frase» osservò schietta la sua migliore amica. «Che ne dici di stupido ed egoistico orgoglio maschile? Mi sembra una definizione più calzante.»

«Justine, per favore!» gridò Elizabeth. Si pentì subito di quell’accesso di rabbia e si mordicchiò le labbra. Non le era mai capitato di urlarle contro. «Scusa» mormorò, portandosi una mano alla tempia.

Le sembrava di impazzire.

L’unica nota positiva di quel disastro era che, con quella storia, il suo fidanzamento ufficiale con Kenneth era passato in secondo piano. «Non è divertente. Sul serio. Stiamo parlando di mio padre. Egoista, infedele, odioso... tutto quello che vuoi. Ma tu cosa faresti, se ci fosse il conte di Halifax in questa situazione?»

Justine posò la tazzina da tè sul vassoio d’argento e si sporse verso di lei. «Cercherei in ogni modo di evitargli una pallottola in fronte» rispose poggiandole le mani in grembo e fissandola seria. «E se fosse troppo testardo per ascoltarmi, se proprio dovesse accadere... allora vorrei essere lì con lui per stringergli la mano un’ultima volta, prima che sia troppo tardi.»

Elizabeth deglutì, sentendo un groppo che si scioglieva in gola al tocco gentile ma deciso dell’altra fanciulla. «Lo vorrei anch’io. Ma non mi sarà possibile neanche questo» si lamentò. «Non so neppure dove si svolgerà il duello.»

«Io sì» affermò candidamente la giovane Tremaine.

Le lanciò un’occhiata sconcertata. Suo padre non aveva voluto dirle nulla in proposito. Aveva mandato il suo padrino, il marchese di Spencer, ad accordarsi con Kenneth circa luogo e modalità precisa del duello.

«Dimentichi che Charles sarà il testimone.» Justine rispose alla sua espressione interrogativa con un sogghigno. «Ne parlava proprio questa mattina con mio padre, nello studio, e sempre a voce incredibilmente alta.»

Elizabeth inarcò un sopracciglio. «Dovresti proprio fare qualcosa per la tua brutta abitudine di origliare conversazioni altrui» commentò, non riuscendo però a risultare convincente nel suo tentativo di rimprovero.

L’altra fanciulla scoppiò a ridere di gusto. «Io non origlio, mia cara. Semplicemente, ascolto quello che succede intorno a me. Non è colpa mia se i maschi si dimenticano che anche noi donne abbiamo le orecchie» precisò. «Allora, domattina ci saremo anche noi ad assistere al duello?» domandò, gli occhi che le scintillavano.

Lei non rispose. Tornò a voltarsi verso la finestra.

Lord Arthur stava prendendo a calci la sagoma di paglia che sembrava deriderlo, impassibile, e imprecava a gran voce con un linguaggio osceno, per poi chiamare il maggiordomo perché gli portasse un’altra pistola e altro liquore.

Emise un sospiro. «Non ci permetteranno mai di andare con loro» obiettò. «Sai che alle donne non è concesso assistere a quel genere di cose.»

«Non ho mai pensato di chiedere il loro permesso» sorrise tranquilla l’amica. «E quanto al resto, avrei un’idea. Ti interessa?»

Elizabeth tacque e socchiuse gli occhi. Lasciò che i suoi pensieri volassero via come gli uccelli allo sparo successivo. Poi chinò la testa e diede la sua risposta.

 

 

David era in piedi accanto alla carrozza e controllava che i cavalli fossero stati ben aggiogati. Non che non si fidasse del loro stalliere, che lavorava per il conte di Rutherford da più di dieci anni, ma almeno aveva qualcosa da fare per tenere occupata la mente.

«Sei preoccupato, figliolo?» domandò una voce alle sue spalle.

Si voltò lentamente per fronteggiare il padre, appena uscito nel cortile. Lord Robert indossava un abito nero con i baveri rialzati, come era consuetudine per i duelli con pistola, che metteva in risalto la sua carnagione pallida. Appariva imperturbabile, ma lo conosceva abbastanza da cogliere le lievi rughe di stanchezza intorno ai suoi occhi. Lo aveva sentito alzarsi più volte, durante la notte. Dalla camera accanto, i suoi passi avevano scandito meglio di un pendolo le ore che li separavano dall’alba.

Ormai era giunta l’ora.

David inarcò le sopracciglia.

«Dovresti essere tu, quello preoccupato» osservò.

«Cambia qualcosa, se lo sono o meno?» chiese Rutherford senza scomporsi.

Il Visconte si strinse nelle spalle. «Credo di no» ammise, rigido. «Ma sai come la penso su questa storia» ci tenne a ripetere, per quanto ormai fosse inutile.

Lord Robert annuì. «Anch’io non sono a favore di questa moda barbara, indegna di una società civile» disse. «Ma non sono stato io a proporre la sfida, e rifiutarla equivarrebbe a essere etichettato come vile.»

«So che non lo sei» protestò David. «Lo sanno tutti. Non hai bisogno di dimostrare nulla.»

«Figlio...» lo interruppe gentilmente Lord Robert, «sei vissuto abbastanza nella società per sapere che c’è sempre bisogno di dimostrare qualcosa. Il nostro nome è come un’ombra sul muro. Non ha un vero potere, conta soltanto l’importanza che gli altri gli attribuiscono. Se un uomo non difende il suo onore, chiunque si sentirà autorizzato a infangarlo.»

David pensò a qualcosa da replicare, ma non gli venne in mente nulla. Suo padre aveva detto soltanto la cruda verità, e al suo posto sapeva che avrebbe fatto altrettanto. Dopo le parole furenti e oltraggiose vomitate da Clarendon, non c’era modo di rifiutare la sfida.

Questione di onore.

Che stupidi che siamo, ragionò amaramente. «Sei pronto?» domandò invece.

Lord Robert annuì. «Possiamo partire. Non voglio arrivare in ritardo e dare a Clarendon un ulteriore motivo di lamentarsi di me» proclamò.

Mentre prendevano posto sulla carrozza, David ragionò che, con un po’ di fortuna, sarebbe stato Lord Arthur Dormer ad arrivare in ritardo, o a non arrivare affatto. Dagli Swire aveva agito d’impulso, sull’onda dell’emozione. Magari adesso aveva capito che non valeva la pena farsi ammazzare per una serie di astruse congetture, e sarebbe sceso a più miti consigli. Senza un intero salone a fare da testimone, forse lui e suo padre si sarebbero chiariti e avrebbero raggiunto un accordo senza bisogno delle pistole, come si conveniva tra gentiluomini.

Ma, dopo quello che gli aveva raccontato Kenneth, poteva considerare Clarendon un gentiluomo?

Si lasciò sprofondare tra i cuscini, fissando il mondo fuori dal finestrino che si venava di un rosa tenue. I tetti di Londra scintillavano per la rugiada mattutina, e le esalazioni delle industrie si stagliavano contro il cielo, ricordandogli i segnali di fumo degli Indiani d’America. Era stato Lord Robert a raccontargli quelle storie, quand’era poco più di un ragazzo. Grazie al suo ruolo di ambasciatore della Corona, aveva viaggiato in molte terre lontane e aveva imparato a usare una pistola. Non si era neppure curato di allenarsi nei due giorni successivi alla sfida. Si era limitato a lucidare la sua 44Russian a retrocarica e a sparare un unico, rumoroso colpo contro il bicchiere di cristallo poggiato su una balla di fieno, a più di trenta passi di distanza.

Il bicchiere era andato in frantumi.

Eppure, David non poteva fare a meno di sentirsi preoccupato. Anche se da quando era diventato adulto aveva visto poco suo padre e aveva imparato a gestire da solo i beni della famiglia, si sentiva molto legato a lui. Era stato l’unico pilastro della sua infanzia e adolescenza, vista la scomparsa prematura della madre. Faticava persino a riportare alla mente il volto di Lady Amanda, dato che era morta di parto un anno dopo la sua nascita, nel tentativo di dare alla luce il secondo figlio. Nonostante le insistenze dei parenti, Lord Robert non si era mai risposato.

«Questa volta lo farei solo per amore» gli aveva sentito dire durante una delle ultime discussioni con i familiari. «E non posso.»

A proposito di matrimoni, David voleva che suo padre presenziasse al suo. Non avevano avuto modo di affrontare l’argomento in quei giorni, troppo concitati per i preparativi del duello, ma appena superato quello scoglio, voleva parlare a quattr’occhi con Justine e poi annunciare il loro fidanzamento.

Sempre che lei fosse d’accordo...

E se avesse altri pretendenti?, non poté fare a meno di chiedersi. I sentimenti della giovane Lady Tremaine nei suoi confronti gli erano sembrati evidenti, soprattutto dopo il fugace bacio che si erano scambiati nel parco e quelli più infuocati nei giardini di casa sua, ma se si fosse sbagliato?

In ogni caso, non ci sarebbe stato nessun matrimonio a breve termine, se suo padre fosse rimasto ferito o, peggio, ucciso nell’imminente duello. Questo angosciante pensiero lo accompagnò per tutto il silenzioso tragitto. Quando la carrozza giunse a destinazione, i primi raggi del sole facevano capolino tra le fronde dei rami. Londra giaceva pigra e sonnolenta alle loro spalle, fumando lenta dai suoi mille camini. Solo una chiesetta si affacciava su quella stradina di campagna, lontano dal caos della città e dalle occhiate sgradite dei curiosi. La piccola campana in vetta al campanile batté i suoi rintocchi proprio mentre lui e Lord Robert scendevano dalla carrozza.

Contrariamente a ogni previsione, gli altri erano già arrivati. Furono accolti da Lord Charles Tremaine, compunto e un po’ assonnato, dall’austero dottor Richardson e dal duca di Wellesley, che strinse la mano al conte di Rutherford e strinse David in un poderoso abbraccio

Gli rispose con altrettanto trasporto.

«Amico mio» gli sussurrò Kenneth all’orecchio, «se potessi scommettere, lo farei su tuo padre.»

Annuì, grato di quell’incoraggiamento, e si scostò per salutare l’avversario e il suo padrino.

Clarendon e Spencer confabulavano vicino alla carrozza, ma si avvicinarono non appena li videro. Lord Arthur aveva un sogghigno stampato in volto e l’aria di non aver chiuso occhio per tutta la notte.

«Rutherford!» salutò sarcastico. Non fece cenno di allungare la mano. «Alla buon’ora. Cominciavamo a temere che non vi sareste presentato.»

«Trovo di essere in perfetto orario, invece. Non avrei mai mancato il nostro appuntamento» replicò calmo Lord Robert.

«Spero che apprezziate il luogo che ho scelto» riprese il conte di Clarendon con il chiaro intento di innervosirlo. «Vicino a una chiesa, così sarà più veloce seppellirvi.»

David vide le labbra di suo padre piegarsi in un guizzo. «Non vendete la pelle dell’orso prima di averlo ucciso» rispose, serafico. «Vogliamo cominciare con questa farsa o è vostra intenzione tirarvi indietro?»

Il sogghigno di Lord Arthur si congelò sul viso, ma i suoi occhi mandarono scintille di puro rancore. «Prendiamo le armi e facciamola finita» ringhiò. «Laverò nel sangue l’offesa che mi avete arrecato.»

David si aspettava che il padre replicasse sdegnosamente a quelle ingiurie, invece si limitò a fargli cenno di proseguire.

Il Visconte Fitzgerald e il duca di Wellesley rimasero qualche passo più indietro, mentre i due contendenti raggiungevano Lord Charles, al quale erano state consegnate le pistole da duello a colpo singolo. Il giovane Tremaine aprì il cassetto sigillato dove, la sera prima, erano state riposte le armi già cariche. Appariva nervoso, considerò David. Doveva essere la prima volta che presenziava a un duello, tanto più in veste ufficiale.

«Tremaine vorrebbe essere da tutt’altra parte» commentò Kenneth senza allegria.

Lui annuì, cupo. «Posso capirlo. È poco più di un ragazzo. Comunque vada, rischia di essere il testimone della morte di uno dei suoi vicini di tenuta» disse. E se Lord Charles avesse immaginato che lui intendeva chiedere la mano della sorella minore...

«A me va molto peggio» replicò brusco Sua Grazia. «Quest’oggi potrebbero morire il padre del mio migliore amico o il mio futuro suocero.»

Fece una smorfia disgustata e David avvertì una fitta di senso di colpa. Forse lui e Justine avevano sbagliato a mettere lo zampino negli affari di cuore di Kenneth e di Lady Elizabeth, ma ormai era tardi per tornare indietro. E anche nel caso in cui fosse stato Clarendon a morire, il matrimonio tra i due sarebbe stato rimandato a dopo il periodo di lutto.

«Sarò il padrino dell’uomo che l’avrà ucciso» continuò Kenneth, imperturbabile. «Credi che Elizabeth me lo perdonerà?»

Il Visconte abbassò le spalle. «Mi dispiace di averti messo in questa situazione» ammise con franchezza.

«Non è colpa tua.» Il Duca si passò una mano tra i capelli neri e inspirò profondamente. «Anche a me non entusiasma affatto l’idea di avere Clarendon come congiunto. Sai quanto lo odi.»

«Ma non saresti felice se mio padre lo uccidesse» fece notare David.

Kenneth scosse la testa. «No» rispose asciutto. «Avrei voluto ucciderlo con le mie mani» aggiunse tra i denti. Si aggiustò il cappotto sulle spalle. Si stava alzando un vento da oriente, carico di umidità. «In ogni caso, amico mio, sarà un brutto affare.»

Su quello il Visconte non ebbe nulla da ridire. Tornò a fissare i due contendenti che impugnavano le pistole e le saggiavano in fretta. Era stato Tremaine a sceglierle, in quanto testimone imparziale, perché sapere la forza da usare sul grilletto in funzione della sua regolazione, avrebbe dato un vantaggio troppo grande a uno degli sfidanti.

Buon Dio, quante variabili ci sono da considerare, pensò, stringendo nervosamente i pugni lungo i fianchi. La silenziosa presenza del dottor Richardson, con la sua valigetta a fianco, avrebbe dovuto rassicurarlo, invece gli ricordava insistentemente che presto qualcuno sarebbe rimasto ferito, nella migliore delle ipotesi.

«Conoscete le regole, non è vero?» stava domandando intanto Lord Charles, cercando di usare un tono formale e austero.

«Certo che le conosciamo» sbottò Clarendon. Sembrava avere una gran fretta di concludere. «Vogliamo sbrigarci? O aspettiamo di avere un pubblico per dare spettacolo?»

Così dicendo fece un cenno scocciato verso l’uomo, forse un mendicante, che era seduto sui gradini della chiesa e li fissava incuriosito con i suoi occhi cisposi e la fiaschetta di whisky sotto il braccio.

David scorse anche altre due sagome avvicinarsi a passo lento lungo la strada. Sembravano due ragazzotti di campagna, con le brache larghe e i berretti in testa. Non c’era dubbio che li avessero visti e che la curiosità li avrebbe portati nella loro direzione. E con il fare del giorno la strada sarebbe diventata ancora più trafficata. Se il duello voleva svolgersi senza interruzioni, Lord Arthur aveva ragione: era il caso di farlo alla svelta.

«Molto bene» annuì Lord Tremaine. «Dunque, vi ricordo soltanto che si tratta di un duello al primo sangue e...».

«All’ultimo sangue» lo corresse Clarendon. Spencer fece per dire qualcosa, ma il Conte lo bloccò con un brusco cenno. «Io sono la parte lesa e io ho il diritto di scegliere. Sarà un duello all’ultimo sangue, questo è quanto.» Rivolse un’occhiata velenosa all’avversario. «Non ho intenzione di vedervi ancora insidiare mia moglie, anche con un braccio intorno al collo o una gamba steccata.»

«Ma questo è...» provò a protestare il dottor Richardson, imporporandosi. «E per di più nelle vostre condizioni.»

Lord Arthur ignorò anche le sue lamentele, senza smettere di fissare il rivale con aria di sfida.

«Come volete» annuì Rutherford. Non sembrava sorpreso né spaventato, solo mesto.

Neanche David era sorpreso.

In ogni caso, durante un duello con le pistole, anche un solo colpo poteva essere mortale.

Lord Charles Tremaine si passò una manica sulla fronte, improvvisamente più pallido. Gettò a David e al duca di Wellesley, immobili come statue, un’occhiata quasi di scusa. «Prendete posto» ordinò poi.

I contendenti si mossero per obbedire e portarsi al centro della strada, in campo aperto, per avere libera la linea di tiro. Quando gli passò accanto, Lord Robert rallentò per afferrare il braccio del figlio. «Prima che cominci» gli sibilò all’orecchio, in modo che nessun altro potesse sentire, «sono abbastanza sicuro di riuscire a battere questo bellimbusto, ma non voglio peccare di superbia né sfidare invano la sorte. Quindi c’è una cosa che devo dirti. Non posso più rimandare.»

David trasalì, sentendo l’urgenza e la serietà nelle parole del padre, ma si costrinse ad annuire. «Ti ascolto.»

«Quanto ha detto Clarendon, la sua accusa riguardo me e Lady Costance» proruppe in un sussurro colpevole Lord Rutherford, come se gli costasse un grande sforzo, «è tutto vero» ammise d’un fiato.

Il Visconte sgranò gli occhi, mentre pian piano afferrava il tremendo significato di quelle parole. Ebbe la sensazione di qualcosa che si sgretolava intorno a lui. Aprì la bocca, ma il padre non gli lasciò il tempo di replicare.

«Non ho rimpianti per ciò che ho fatto» continuò serio. «Ma c’è una cosa che neppure lui sa.»

Il Visconte Fitzgerald dovette impiegare qualche secondo e tutta la sua volontà per ritrovare il respiro e riuscire a domandare, in un soffio roco: «Cosa?»

Lord Robert accentuò la stretta sul suo braccio e rese la sua confessione, guardandolo dritto negli occhi. «Lady Elizabeth è tua sorella.» Dopo si staccò bruscamente, senza distogliere lo sguardo, aggiungendo a voce più alta: «Ricordalo, nel caso fosse necessario.»

Detto ciò, gli voltò le spalle e andò a posizionarsi sulla strada, schiena contro schiena con Lord Arthur.

David rimase immobile sul posto, come pietrificato da quella rivelazione. Quando l’iceberg di sorpresa che gli aveva bloccato la mente cominciò a sciogliersi, si accorse che Kenneth lo stava scuotendo per una spalla.

«Cos’è che devi ricordare?» gli domandò con una punta di preoccupazione. «Ehi, mi stai ascoltando? Sembra che tu abbia visto un fantasma.»

Scosse la testa, incapace di replicare. Si sentiva stordito. Certo, non aveva pensato che il padre in tutti quegli anni fosse rimasto casto e fedele alla moglie defunta, in realtà non aveva pensato affatto alle sue questioni amorose, ma proprio con Lady Clarendon? E per di più ci aveva fatto pure una figlia con lei.

 

Avvertì il morso della rabbia nel petto. Rabbia nei confronti del genitore, che gli aveva taciuto quel dettaglio per anni e ora glielo sbatteva in faccia così, senza preavviso, in un momento così delicato. E se fosse morto, senza potergli fornire altre spiegazioni, lasciandolo solo con quell’obbligo di pensare alla sorella che fino a poco prima non sapeva di avere, nel caso il duello fosse finito male?

Lord Tremaine alzò il braccio e iniziò a contare. «Uno, due…».

Con il cuore in gola, David non poté fare altro che osservare i due contendenti che cominciavano a camminare in direzioni opposte, le pistole cariche in pugno. Dieci passi. Soltanto dieci passi, come concordato, poi si sarebbero voltati e avrebbero fatto fuoco l’uno contro l’altro. Lord Charles, in qualità di testimone e giudice di gara, avrebbe controllato che nessuno dei due si girasse in anticipo.

Se Clarendon lo farà, sarà disonorato per sempre, si disse, cercando di tranquillizzarsi.

Si concentrò su Lord Arthur, che camminava rigido e quasi a fatica. Tormentava il grilletto della sua pistola e un velo di sudore gli imperlava la fronte. Teneva la mano libera premuta sul petto, a pugno chiuso, e sembrava quasi in sofferenza.

Poi un movimento attirò il suo sguardo.

I due ragazzotti, come si era aspettato, si erano avvicinati per osservare meglio la scena. Uno di loro agitava le braccia, cercando di riacciuffare il berretto che una folata improvvisa gli aveva strappato dalla testa.

Emise un gemito di sorpresa quando scorse la chioma scura sottostante e la riconobbe.

«Maledizione!» inveì, ma troppo tardi.

Lo sparò squarciò il silenzio, seguito da un gemito di dolore e dal rumore sordo di un corpo che cadeva.

 





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