Le gocce di pioggia ticchettavano insistenti sul vetro, scandendo lo scorrere del tempo. Era buio, ormai, e oltre il chiarore tremolante della candela che si affannava a scaldare la stanza, il mondo esterno pareva avvolto in un sudario nero e umido. Elizabeth se lo sentiva premere fin dentro le ossa.
Se ne stava accoccolata sulla poltroncina di velluto, le ginocchia raccolte al petto e le mani strette intorno alla tazza di tè che si stava raffreddando pian piano. Non poteva evitare di rabbrividire.
«Credete che stia dormendo adesso?» domandò con voce tremula.
Lady Costance girava il cucchiaino nella sua tazza da quella che sembrava un’eternità. Si interruppe e alzò lo sguardo sulla figlia. «Forse» disse mantenendo basso il tono. La servitù si era ritirata, ma persino le pareti parevano intrise delle parole che aveva pronunciato poco prima il dottor Richardson.
La sentenza.
«Il dottore ci ha assicurato che le medicine lo faranno dormire sereno» continuò la Contessa. «E toglieranno il dolore fin quando sarà possibile.»
Fin quando sarà possibile.
Inspirò profondamente, eppure aveva ancora la sensazione che le mancasse l’aria, come se le flebili candele la stessero consumando tutta.
L’aria finiva, le candele finivano... tutto finiva.
Anche la vita.
Pensava di aver accettato quella realtà quando era morto Richard, di aver imparato ad affrontarla se non con coraggio, almeno con un briciolo di dignità. E invece adesso si trovava di nuovo spaesata e tremante di fronte alla possibilità di perdere una persona cara.
Il dottor Richardson non aveva dato un tempo preciso.
«I fidanzamenti hanno una data» aveva sentenziato, cupo, con quella che aveva percepito come una stoccata nei suoi confronti, «non certo i funerali.» A sentir lui, il male che stava divorando lo stomaco del conte di Clarendon era già in stadio avanzato. Poteva trattarsi di giorni, di settimane o di qualche mese, ma di certo non avrebbe visto un’altra estate.
Elizabeth deglutì. In bocca aveva il sapore della segatura.
«Dovresti dormire un po’ anche tu» le consigliò sua madre con una punta di calda gentilezza. «Questa mattina ti sei alzata molto presto ed è stata una giornata impegnativa.»
Lei scosse la testa. Impegnativa era un eufemismo, per l’incubo che aveva vissuto. Il viaggio teso in carrozza fino a casa, con Lord Arthur che gemeva sui cuscini. La voce roca del dottore, Justine che le stringeva il braccio in muto conforto, prima che il fratello la trascinasse letteralmente via di peso. Il Visconte Fitzgerald che l’aiutava premurosamente a scendere dalla carrozza, perché le gambe non la sostenevano. Kenneth che sembrava un animale in gabbia, quando l’aveva lasciata sulla porta, esposta alla cruda diagnosi del dottore...
«Non credo riuscirei ad addormentarmi» ammise torcendosi le mani. «Non potrei mai chiudere gli occhi e pensare che nell’altra stanza c’è mio padre che ha bisogno di aiuto, che magari non riesce a gridare o io non riesco a sentirlo.»
«Non devi preoccuparti di questo» affermò Lady Costance interrompendola con decisione. «Arthur non è un uomo che si riguarda nel chiedere aiuto e attenzioni. Si farà sentire, puoi starne certa, e senza alcuna remora nel disturbare tutti coloro che riterrà opportuno.»
C’era una punta di durezza nel suo tono, tale che costrinse Elizabeth a sollevare la testa, sconcertata. «Madre, voi...». Si morse le labbra. Non sapeva come dirlo, così lo fece e basta. «Voi non amate vostro marito?»
Lady Costance non rispose. Si chinò in avanti per poggiare la tazza sul tavolinetto, accanto alla zuccheriera. Lei attese in silenzio e stava per ripetere la domanda, quando l’altra donna sospirò.
«Non è così semplice» disse.
«Immagino di no» concordò lei, pensando a se stessa e Kenneth. Stavano per sposarsi, ma si amavano? Un tempo non avrebbe avuto dubbi sulla risposta. Ma se il Duca non avesse provato almeno un briciolo di affetto nei suoi confronti, perché prendersi la briga di salvarle la faccia con la storia del fidanzamento? Perché legarsi per la vita a una donna che disprezzava? Per una mera questione di correttezza? Per creare un rapporto teso e malsano come quello che c’era tra i suoi genitori?
«Non conoscevo Arthur prima del fidanzamento» rivelò la contessa di Clarendon tutto d’un fiato. «Il nostro è stato un matrimonio di convenienza. Non ho sposato lui, ma il buon nome della sua famiglia. Avevo diciannove anni, ero poco più di una ragazza. Una ragazza che credeva nell’amore.» Accennò un sorriso tirato. «Non ero stupida, quello no. Già avevo capito che lui mi considerava poco più di un mezzo per ottenere eredi, e lo accettavo, perché credevo che l’amore sarebbe venuto con il tempo. Ho continuato a crederci a lungo, aggrappandomi a questa speranza come il naufrago si aggrappa a un pezzo di legno nell’infuriare della tempesta. Avrei potuto continuare a illudermi più a lungo, forse per sempre, se non...». Fece una pausa, serrando le palpebre. «Se non mi fossi innamorata di un altro uomo.»
Se adesso nella stanza fosse caduto uno spillo, sarebbe sembrato un terremoto. Elizabeth trattenne il fiato. «Allora...» si lasciò sfuggire in un ansito.
«Le accuse di Arthur sono tutte vere, sì» ammise Lady Costance, come se le costasse un grande sforzo, ma allo stesso tempo avesse deciso di non tacere. «Io e Lord Robert abbiamo avuto una relazione.» Le lanciò un’occhiata per valutare le sue reazioni, ma la figlia sembrava ammutolita. «Sapevo che era sbagliato, che stavo infrangendo una promessa fatta dinnanzi a Dio, e comunque mio marito l’aveva infranta prima di me, ma non era per vendetta nei suoi confronti che l’ho fatto, né per diletto. È stato solo per amore. E se sarò chiamata un giorno a renderne conto, lo farò con il cuore leggero, perché un Dio che ci insegna l’amore non può punire due persone che si sono amate quanto me e Robert. Se abbiamo deciso di non vederci più è stato solo per rispetto ai nostri figli, che sarebbero stati invischiati nello scandalo e marchiati per sempre. E perché Robert mi amava troppo per infangare il mio onore.»
«Lo avete già infangato voi stessa» la interruppe Elizabeth, un groppo in gola. «Mio Dio, come avete potuto?»
Sua madre, un’adultera!
Il motivo non aveva importanza, lei era la prima ad ammettere che suo padre fosse una persona vile, ma arrivare a tradirlo? Era forse per questo che anche lei provava emozioni licenziose nei confronti di Kenneth?
Il pensiero la sconvolse.
«Ti prego, Elizabeth!» implorò la madre, giungendo le mani. «Mi dispiace, ma ci sono cose che non puoi non fare. Non giudicarmi più di quanto io giudichi me stessa.»
«Come posso non giudicarvi? Mio padre sta morendo e voi...».
«Per favore!» insistette Lady Costance, tendendosi verso di lei. «Credo che adesso tu debba sapere la verità. Devi sapere che tuo padre è...».
Ma la ragazza era già balzata in piedi, le guance in fiamme.
«Basta, non dite altro» ansimò scuotendo la testa. Non voleva ascoltare. Non quella sera, con lo stomaco stretto in una morsa e troppe parole che le rimbombavano nella mente.
Kenneth, un Duca.
Suo padre, un morto che camminava.
Lord Rutherford, l’amante di sua madre.
Lady Costance, un’adultera.
Chi era davvero ciò che sembrava?
Corse via, chiudendosi in camera e nascondendo il volto tra i cuscini, lasciando la madre mortificata con le sue ultime, dolorose ammissioni serrate in gola.
La pioggia cadeva implacabile anche sul palazzo dei Wellesley. Alla finestra della biblioteca, la fronte accostata al vetro, David aspettava che quel diluvio scemasse per tornare a casa, anche se in cuor suo non era così ansioso di affrontare suo padre. C’erano molte cose ancora da chiarire tra loro, forse troppe. Era sollevato per l’esito del duello, certo, ma allo stesso tempo provava una punta di amarezza per le condizioni precarie di Lord Arthur.
«Povero diavolo» commentò. «Nessuno, neanche una carogna come Clarendon, merita una sorte simile, non è vero?»
Un mugugno fu l’unica risposta.
David si voltò lentamente verso l’interno della stanza. Kenneth sedeva affondato nella poltroncina, un gomito sulle ginocchia e il bicchiere vuoto accanto ai piedi. A giudicare dalla sua espressione cupa, neanche l’amico stava gioendo per tutta quella storia. Dovette ammettere che, da quando l’aveva conosciuto, poteva contare sulle dita di una mano le volte in cui l’aveva visto gioire di qualcosa.
«Mi stai ascoltando?» domandò.
«Ti ascolto, Fitzgerald» borbottò il Duca, scontroso. Era tutta la sera che rimaneva sulle sue, con l’aria di essere pronto a mordere qualcuno. «E non ti dirò che sono dispiaciuto per quel bastardo.»
«Bah, io un po’ sì» ammise senza vergogna David. «E soprattutto sono dispiaciuto per la povera Lady Elizabeth.»
Se pensava all’attonito dolore che aveva letto sul volto della fanciulla... sì, si era sentito sinceramente dispiaciuto per lei. Aveva provato l’impulso di stringerla a sé per consolarla, sussurrandole che quell’uomo non era davvero suo padre, ma a cosa sarebbe servito? Se anche lei gli avesse creduto, ed era una cosa che ancora faticava a credere lui stesso, ne sarebbe rimasta ancora più sconvolta. No, meglio tacere e limitarsi a offrirle tutto il suo appoggio. Al momento di separarsi, Lady Elizabeth aveva ringraziato sia lui che Lord Robert per l’aiuto fornito per riportare Clarendon a casa e adagiarlo nella sua camera. In quell’attimo, nella sua posa composta, nonostante gli occhi gonfi di lacrime, lui aveva rivisto in qualche modo un riflesso del loro padre. E di se stesso. D’istinto, si era allungato per sfiorarle la mano.
«Se avete bisogno di qualcosa, Milady, qualsiasi cosa, non esitate a mandarci a chiamare» aveva affermato. «Siamo entrambi a vostra disposizione.»
La giovane aveva sgranato gli occhi, sorpresa da quella veemenza, e aveva chinato lo sguardo. «Grazie, siete molto gentili» aveva sussurrato con tono cortese ma vacuo, la mente già persa altrove.
David si era sentito stringere il cuore.
«Prima il fratello, poi la malattia della madre... e ora il Conte» commentò scuotendo la testa a quel ricordo. «Poveretta.»
«Da quando sei così interessato alle vicissitudini di Elizabeth, Fitzgerald?» lo interruppe seccamente Kenneth.
Il Visconte corrugò la fronte, colto alla sprovvista. Quando l’amico lo chiamava in quel modo, per di più con quel tono aggressivo, significava che era arrabbiato con lui per qualche motivo. «Che ti prende, si può sapere?»
«Che prende a me?» Il Duca posò entrambe le mani sui braccioli e si sollevò con un movimento energico. «Chi è che oggi faceva il cascamorto con la mia fidanzata?»
«Non stavo facendo il cascamorto» lo rimbeccò David, sulla difensiva. D’accordo, forse aveva un po’ esagerato, ma da qui a fare il cascamorto, ce ne passava! «Non sarai geloso anche di me, spero.»
«E allora cosa pensavi di fare, con tutte quelle smancerie?» insistette Wellesley.
«Cercavo solo di essere gentile. A differenza di te. Cristo Santo, è la tua promessa sposa e non le hai rivolto nemmeno una parola di conforto.»
Capì che quello avrebbe potuto risparmiarselo, quando gli occhi di Kenneth si ridussero a due fessure. «Tanto ci hai pensato tu per entrambi, non è vero?» insinuò in un sibilo. «Per tua informazione, io ed Elizabeth ci siamo fidanzati solo perché non potevamo fare altrimenti. Se fosse dipeso solo da me, avrei continuato a tenermela come amante.»
A quelle parole, David sbiancò. «Come hai detto, scusa?» domandò, quasi strozzandosi con le parole.
«Hai capito bene» sbottò Sua Grazia di rimando, quasi con aria di sfida. «Quando quella canaglia di suo padre ha perso con me al gioco, l’ha mandata subito a implorarmi di riscattare quel debito, sperando che con lei fossi più magnanimo. Avresti dovuto vederla, come mi ha supplicato. Era disposta a tutto pur di risolvere i problemi finanziari della sua famiglia. E io li ho risolti, in cambio dei suoi... servigi. Quindi me la spassavo abbastanza bene, senza bisogno di...».
David non ascoltò altro. Gli andò incontro e lo afferrò per il bavero della giacca. «Brutto bastardo!» ringhiò.
Kenneth gli afferrò i polsi e si liberò dalla sua presa. «Che c’è, la volevi per te?» domandò accennando un mezzo sogghigno.
Per tutta risposta, il Visconte gli sferrò un pugno in piena faccia.
Il Duca barcollò indietro, colto alla sprovvista, ma un attimo dopo reagì con un devastante montante che fece crollare David contro la scrivania di legno pregiato, in un turbinio di scartoffie.
«Vostra Grazia, che succede?» accorse subito Andrew, sentendo il tremendo fracasso che proveniva dalla biblioteca.
«Niente» rispose glaciale Wellesley, mentre David si raddrizzava. «Fuori! E che nessuno metta piede qui dentro fino a nuovo ordine.»
Il servitore impallidì, ma si affrettò a sparire dietro la porta, chiudendosela alle spalle.
Kenneth tornò a rivolgersi al Visconte. «Allora, Fitzgerald» disse sfilandosi la giacca e gettandola a terra. «Per cosa ci prendiamo a pugni stavolta?»
David lo imitò senza rispondere, strappandosi di dosso anche la camicia. Rimasero a torso nudo l’uno davanti all’altro, le gambe divaricate e le mani sollevate, in posizione di difesa e attacco. Non era la prima volta che si sfidavano in un incontro di boxe. L’avevano fatto spesso, già da quando Kenneth era il suo valletto personale.
Una bella scazzottata era quello che ci voleva per forgiare un’amicizia, era il suo motto. Ma in quel momento il suo unico desiderio era spaccare tutti i denti di Kenneth.
I due uomini si misero a camminare in cerchio, i muscoli in tensione.
«Non credevo tu fossi un tale figlio di puttana» gli ringhiò contro.
«Non venirmi a fare la predica» replicò il Duca. «Non ho cominciato io questa faida con Clarendon. È lui che mi ha umiliato, i suoi sgherri mi hanno quasi ammazzato... e lei lo sapeva. Lo sapeva e non ha fatto nulla per impedirlo. Quindi non dirmi che sei dispiaciuto, non se lo merita. Avevo tutto il diritto di prendermi la mia vendetta» disse sferrandogli un pugno rabbioso.
Questa volta David era pronto. Lo schivò balzando di lato e gli scaricò un destro contro la tempia. «L’hai trattata come una sgualdrina!» gridò. «Anzi, peggio. Dici di suo padre, ma sei esattamente come lui.»
«Guarda che le ha fatto bene, se le ho sbattuto fuori un po’ di stupido orgoglio.» Adesso anche Kenneth stava gridando, tra un pugno e l’altro. «Voi nobili siete tutti uguali: tutti convinti di essere migliori, di avere sempre ragione, che il mondo debba cascare ai vostri dorati piedi. Non pensate a quanto il vostro comportamento faccia soffrire gli altri.»
«Così, per non essere più ferito, preferisci essere tu a ferire?» riprese Fitzgerald. «Qui non stiamo parlando di nobili, amico, stiamo parlando di una ragazza innocente. E tu ti sei vendicato su di lei.»
Un pugno.
Un altro ancora.
«Non è innocente. Lei e suo padre hanno cercato di uccidermi, non posso dimenticarlo» tuonò di rimando Kenneth. «Hai visto tu stesso come mi hanno ridotto.»
David sentiva la rabbia montare a ogni colpo. «E vedo anche come ti sei ridotto tu ora, ossessionato dalla tua maledetta e inutile vendetta.»
«Sta’ zitto!»
Dopo non ci fu più fiato per parlare: per diversi minuti i due uomini furono immersi in una feroce lotta. Kenneth era forte, combatteva come una furia, ma c’era qualcosa di disperato nei suoi movimenti. Colse un suo attimo di distrazione e ne approfittò per condensare tutte le proprie forze in un rovinoso destro che si abbatté sulla mandibola del Duca, facendolo crollare sul pavimento. «Questo è per mia sorella!» ringhiò torreggiando su di lui, il sangue che gli sgorgava da un taglio sul labbro.
Kenneth si risollevò su un gomito, massaggiandosi la mandibola dolorante. Erano tutti e due madidi di sudore e a corto di fiato. Per qualche attimo dovette attendere di ritrovare il respiro e la biblioteca fu piena solo dei loro ansiti e delle poltroncine rovesciate. «Tu non hai sorelle» gli fece notare.
David abbassò i pugni. «Lady Elizabeth, pezzo d’idiota» esclamò. «È mia sorella.»
Rimase a fissare lo sconcerto che si faceva strada sul volto dell’amico, per poi sgretolarsi e lasciare il posto al più completo sbigottimento.
«Sì, mio padre è anche il padre della tua Elizabeth. Ma se l’avessi saputo, e soprattutto se avessi saputo come l’hai trattata, non avrei mai aiutato Justine a incastrarvi, per fare in modo che vi sposaste.»
Kenneth lo fissò a bocca aperta. «Tu hai fatto cosa?»
David continuò senza lasciarsi interrompere. «Non te la meriti, Kenneth, non ti meriti nulla. L’uomo che eri forse sì, ma ormai non lo vedo più da molto tempo» concluse amaro.
Andò a riprendere la camicia da terra, si rivestì in fretta e uscì dalla biblioteca a lunghi passi, sbattendosi la porta alle spalle.
Dopo poco, il Duca sentì lo scalpiccio degli zoccoli nel cortile, mentre la carrozza dell’amico si allontanava sotto la pioggia.
Neanche allora ebbe la forza di rialzarsi da terra.
Mezzanotte era passata da un pezzo, quando la carrozza si arrestò bruscamente all’angolo nei pressi di WhiteChapel e l’ombra scivolò all’esterno, gli stivali che calpestavano impietosamente le pozzanghere.
La strada era buia, c’era solo qualche rara lampada a gas a illuminarla, e il cielo sopra i tetti delle città era un coperchio nuvoloso e privo di stelle.
Per lo meno ha smesso di piovere, ragionò tra sé Kenneth, per poi scrollare le spalle. Non gli importava. Sarebbe uscito anche sotto una tempesta di ghiaccio.
Ne aveva bisogno.
Guardò il mezzo di trasporto che ripartiva e spariva dietro l’angolo, ingoiato dalla foschia che si levava dal suolo, poi si mosse lungo la strada vaiolata di buche e macchie di fuliggine. C’era qualche mucchio di immondizia accatastato contro le pareti delle case fatiscenti. Gli odori prendevano alla gola, perché quella zona era lontana dai quartieri dell’alta società.
Camminò per un po’, la testa bassa e il mento affondato nel colletto della giacca, poi si infilò in una porticina su cui campeggiava l’insegna oscillante del pub.
Oltre la soglia c’era qualche gradino che portava in basso, verso il rumore di voci e risa e il tintinnare allegro dei boccali. Raggiunse lo stanzone principale e passò lo sguardo sui tavoli e sulle pareti di pietra grigia. Delle lanterne pendevano dalle travi di legno del soffitto e rischiaravano l’ambiente umido e allo stesso tempo così caldo da risultare soffocante. Era gremito di gente e lungo il bancone, all’estremità opposta, i camerieri si affannavano a servire i numerosi avventori.
L’arrivo di Kenneth suscitò solo qualche occhiata annoiata, nessuno lo degnò di un secondo sguardo. Indossava una giacca lisa e un pastrano anonimo sopra le spalle. Niente che potesse identificarlo come un benestante, tanto meno un Duca. Aveva lasciato a casa i suoi bei vestiti, il cilindro e il bastone da passeggio. Quella notte era solo un uomo comune fra tanti.
Marinai, soldati in licenza, mercanti, operai. Camminò in mezzo a loro, desiderando di poter sparire in quella massa di facce a cui era appartenuto fino a pochi mesi prima. Il senso di estraneità che provava era comunque minore di quello che gli suscitavano i ricevimenti del Ton, per quanto si sforzasse di ostentare il contrario. Raggiunse il bancone e ordinò da bere.
Lì non c’erano calici di cristallo o bicchierini che non avrebbero dissetato un uccello. Provò una gioia perversa nell’afferrare il boccale pieno fino all’orlo. Forse in quel posto sarebbe riuscito ad affogare il suo dolore, prima che il dolore affogasse lui.
Elizabeth, la sorella di David.
La sua fidanzata.
La sua vendetta.
La sua disperazione.
Perché tutto doveva girare intorno a lei?
Si impose di non pensarci.
Non quella notte, in cui poteva essere un umile stalliere senza pensieri, o almeno fingere di esserlo. Ma quello stalliere era morto il giorno in cui Elizabeth e il conte di Clarendon avevano cercato di farlo fuori. C’erano riusciti, in fondo, perché adesso era solo il fantasma di se stesso, e infestava un mondo che non era il suo.
Accasciò la testa sul bancone, nascondendola tra le braccia. Qualcuno gli diede un colpetto sulle spalle. Un altro ubriaco come lui.
«Compare, la vita è brutta per tutti, eh?» gracchiò roco l’uomo, la barba incolta.
Kenneth annuì. «È quando diventa bella che tutto va in malora» replicò cupo.
L’uomo rise, avrebbe riso a qualunque affermazione, e andò a cercarsi un tavolino in una delle salette laterali. Nessun altro venne a importunarlo e lui bevve in pace fino a quando la testa non prese a girargli, le luci delle lanterne si sfocarono in stelle pulsanti e l’alcool cominciò ad annichilirgli la mente, ricordandogli con grazia che il suo effetto non faceva distinzione tra nobili e gente comune.
Poi una manina gli tirò la manica della giacca.
«Andiamo a casa adesso?» domandò la vocina tremula di Semola. «Mi sto annoiando.»
Per poco Kenneth non rovesciò indietro lo sgabello nella fretta di alzarsi. Sbatté le palpebre, si passò una mano sulla faccia ma niente, il ragazzino era sempre là, che lo fissava imbronciato.
«E tu che accidenti ci fai qui?» blaterò.
Nathaniel gli regalò un sorriso innocentemente pestifero. «Che domande, vi ho seguito» rispose come se fosse ovvio.
Kenneth snocciolò una serie di imprecazioni colorite tra i denti. Afferrò il ragazzino per la collottola e, senza perdere tempo a discutere, lo trascinò all’esterno.
Non appena uscì dal pub, l’aria umida della notte gli schiaffeggiò il volto, restituendogli un briciolo di lucidità. Esattamente quello che voleva evitare. Ma ormai era andata, non poteva continuare a ubriacarsi al cospetto di Semola, tanto più lasciarlo da solo nei sobborghi della città. «Come ti è saltato in testa di venire in questo postaccio?» lo apostrofò con stizza.
Il piccolo si grattò la nuca. «Non riuscivo a dormire e sono sceso per prendere in prestito qualcosa dalla dispensa» si giustificò. «Poi ho sentito dei rumori e ho visto che stavate uscendo di casa. Se lo facevate voi, non era vietato, giusto?»
Kenneth prese un profondo sospiro. «E così mi hai seguito» commentò.
«Non è stato difficile. Conosco la vostra carrozza e, passando dai tetti, posso muovermi molto veloce» affermò il furfantello con orgoglio. «Sono bravo ad arrampicarmi sui camini e a correre tra le tegole.»
«Capisco» masticò lui tra i denti. «E non ti è venuto in mente che di notte questo posto potesse essere pericoloso?»
«Oh, sì, Milord» annuì Semola con convinzione. «Ecco perché non potevo mica lasciarvi andare da solo.»
«Meno male che ci sei tu a proteggermi» borbottò il Duca, che non sapeva se essere infastidito o divertito dalla faccia tosta di quel ragazzino.
«Infatti nella locanda di prima c’era tanta gente cattiva» continuò Nathaniel, che a quanto pareva aveva esplorato un po’ il locale, prima di palesare la propria presenza. «Voi non lo avete notato, ma a un tavolo c’erano dei briganti. Ma non come quelli di cui mi avete letto. Non sembravano amici di quel Robin che rubava ai ricchi per dare ai meno fortunati. Ce li avevano loro, i soldi.» Per dimostrarlo tirò fuori di tasca una scarsella di monete. «Possiamo usarli per la casa dei poveri che state costruendo?»
Per tutta risposta, Kenneth lo afferrò per un braccio e prese a camminare più in fretta.
Il lupo perde il pelo, ma non il vizio!
Inutile perdere tempo a sgridare ancora quella canaglia in mezzo alla strada. Meglio allontanarsi da lì, prima che quei tipi, chiunque fossero, si accorgessero di essere stati borseggiati.
«Erano antipatici» si giustificò ancora Semola, accorgendosi di avere in qualche modo contrariato il suo protettore. «Davvero. Parlavano di una volta in cui hanno picchiato un povero stalliere per ordine di un Conte, lasciandolo mezzo morto per strada. Uno di loro, quello con la disgustosa cicatrice in faccia, rideva. Ha detto che si è divertito, soprattutto quando hanno recato al poveretto gli omaggi del Conte e della sua bella figlia. E invece la gentildonna non ne sapeva niente... Ahi!» strillò Nathaniel quando la presa di Kenneth si fece spasmodica.
Alla sua mente all’improvviso si riaffacciò l’immagine del bastardo che lo aveva afferrato per i capelli, dopo che era stato pestato a sangue. Non avrebbe mai dimenticato quella faccia sfigurata. Si arrestò di colpo e si voltò verso il bambino. «Come hai detto?» domandò, gli occhi fuori dalle orbite. «Di quale gentildonna stava parlando?»
«Non lo so, il tipo con la cicatrice non ha fatto il suo nome» protestò il ragazzino facendosi piccolo piccolo. «Ha detto solo che questo tal Conte di Clarendon era furioso con lei perché era una povera stupida che si era innamorata di uno stalliere bastardo e voleva fuggire con lui per sposarlo.»
Il gemito partì da in fondo alla schiena e risalì, facendosi dolorosamente strada nel petto. Lo sentì come una lama che tagliava e tagliava, e dovette appoggiarsi con la mano a un muro per non crollare a terra, mentre i ricordi fluivano e si condensavano in un quadro molto diverso alla luce di quelle parole.
Un quadro che lui aveva dipinto di nero odio e che invece...
Chiuse gli occhi, respirando a fondo. Quando li riaprì, Semola lo stava fissando, preoccupato.
«Vi... vi sentite bene?» domandò.
Kenneth dovette fare uno sforzo per ritrovare la voce.
«Sì» rispose roco. «Mai stato meglio.»
Perché Elizabeth non gli aveva mentito.
E lui era un idiota.
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