Scritto il 27/08/2026
da ANNA GRIECO & IRENE GRAZZINI


Una volta tanto non c’erano nuvole, nel cielo sopra Londra, e un vento leggero portava via l’odore della torba e i fumi delle industrie dalla città.

Nella piccola cappella, Elizabeth guardò Justine scambiare i giuramenti matrimoniali con l’uomo con il Visconte Fitzgerald. Era bellissima, con quella gonna merlettata bianca gonfia e vaporosa. Le perline, ricamate sopra l’abito nuziale, scintillavano e la facevano apparire ancora più raggiante.

Poco prima l’aveva aiutata a prepararsi, coadiuvata dalle domestiche, sistemandole i capelli che, per una volta, non si erano azzardati a ribellarsi alle spazzole e si erano invece lasciati acconciare a dovere con perle e pietre preziose che risplendevano tra le ciocche arricciate a spirale.

Le aveva messo in mano il mazzo di rose gialle, con edera avvolta intorno ai gambi, e le aveva stampato un bacio sulla guancia.

Sono felice per lei, pensò, commossa. E per mio fratello.

Quando infine aveva saputo la verità, non era rimasta stupita come aveva creduto. Aveva sempre provato un’istintiva simpatia per David e per il conte di Rutherford.

Lord Robert, suo padre.

Ma ciò non le aveva impedito di rattristarsi quando, un mese prima, Lord Arthur aveva chiuso gli occhi per sempre, stroncato dalla malattia.

Indossava ancora i colori del lutto, e li sentiva nel cuore.

Il conte di Clarendon era stato un uomo vile, violento ed egoista, ma era comunque l’unico padre che lei avesse mai avuto. Almeno fino a quel momento.

Lady Costance sedeva una panca più indietro, il cappellino ornato con fiori di stoffa. Anche lei indossava i colori del lutto e i suoi occhi erano umidi, ma non certo per la tristezza. Era gioia, quella che animava adesso il suo sguardo. Pura e autentica gioia, mentre fissava i due sposi emozionati all’altare e Lord Robert, emozionato più di loro. Il conte di Rutherford se ne stava in piedi davanti alla prima panca, ma di tanto in tanto si voltava per lanciare fugaci occhiate alla sua amata. Non potevano frequentarsi, almeno non ufficialmente, prima che il lutto fosse concluso... ma cos’era aspettare qualche mese, dopo tutta una vita spesa ad amare qualcuno? Ancora sua madre non aveva affrontato apertamente l’argomento, ma Elizabeth era sicura che l’anno successivo ci sarebbe stato un altro matrimonio a cui presenziare.

E ne era sinceramente felice.

Quanto al suo, si era svolto con una rapidità travolgente, ma non per questo era stato meno emozionante. Ricordava ancora l’indicibile emozione che aveva provato quando si era ritrovata davanti all’altare insieme a Kenneth, splendente nella sua giacca antracite e i pantaloni neri come l’inchiostro. Quando la sua voce profonda e armoniosa aveva promesso di amarla finché morte non li avesse separati, i suoi occhi brillavano come carboni ardenti e, altrettanto ardente era stata la loro notte di nozze, così come tutte le altre a seguire.

Lo scroscio di applausi la riscosse, impedendole di arrossire. La cerimonia aveva raggiunto il suo culmine e si concluse in fretta, mentre tutti gli invitati cominciavano a sciamare fuori dalla cappella. Gli ospiti in eccedenza erano accalcati all’esterno, e tra questi c’era anche il Capitano Reynolds.

I loro occhi si incontrarono, poi Elizabeth si sentì sfiorare la mano attraverso il guanto.

«Porto Semola a fare due passi» la informò Kenneth. Il suo gilet, di un rosso violaceo, spiccava prepotentemente sulla camicia immacolata, il panciotto perfettamente accordato con i pantaloni. I capelli scuri erano pettinati all’indietro, le basette perfettamente curate. Era così bello che, per un attimo, rimase senza fiato.

«Va bene» riuscì ad annuire, lanciando un’occhiata a Nathaniel, che sembrava un principino con la sua giacca inamidata e i capelli rossi miracolosamente in ordine. Era rimasto immobile e silenzioso per tutta la cerimonia, sicuramente un notevole sforzo da parte sua, per compiacere quelli che ormai considerava i suoi genitori, ma adesso sembrava sul punto di esplodere da un momento all’altro. Il che significava che qualche invitato rischiava di trovarsi con la scarsella più leggera di quando era partito. Il duca di Wellesley stava ancora lavorando sulla sua brutta abitudine di prendere in prestito le borse di chi reputava antipatico. «Ci vediamo tra poco» gli disse.

Kenneth le sorrise e si allontanò tra la folla, con Semola che lo seguiva, la mano nella sua. Un senso di commozione di nuovo colse Elizabeth, le sue dita si mossero quasi inconsapevolmente a sfiorarsi il grembo, pensando che presto avrebbero avuto un altro bambino da tenere per mano. Non lo aveva ancora detto a suo marito, lo aveva appena scoperto e aveva voluto tenere il segreto per sé, ma ora era giunto il momento di farlo

Prima, però, aveva un’altra questione da risolvere.

Il Capitano Reynolds non fece cenno di muoversi e attese che fosse lei ad avvicinarsi, prima di rivolgerle un mezzo inchino. «Milady» la salutò, con la sua voce squillante e potente come le onde del mare.

«Mr Reynolds» ricambiò.

Lui accennò un sorriso. «Pensavo che ci fossimo accordati per chiamarmi Jed» fece notare. «Ma capisco che forse adesso non sia più appropriato, per una donna sposata.»

Suo malgrado, Elizabeth si sentì in colpa. «Mi dispiace di non avervi avvisato» disse, ed era davvero rammaricata. In un giorno, non aveva avuto modo di preparare quasi nulla, e tanto meno aveva trovato il tempo di mandare un invito per le nozze al Capitano. «Le circostanze del mio matrimonio sono state un po’ particolari, diciamo. È stato deciso tutto in gran fretta.»

«Non dovete scusarvi.» L’americano scosse la testa. «Mi basta che siate felice.» La scrutò. «Lo siete?»

Lei non ebbe la minima esitazione. «Sì» rispose. «Lo sono.»

«Allora non abbiamo più nulla da dirci» sorrise ancora Reynolds. «Che siate felice è l’unica cosa che chiedo al Cielo, e spero che vostro marito riesca a rendervi tale, come io non ho potuto.»

Fece per andarsene, ma lei lo richiamò indietro. «Dove andrete adesso?» domandò.

L’americano si grattò la barba. «Fitzgerald mi ha offerto un contratto per una rotta verso l’India, un contratto allettante, ma sinceramente non so se ho voglia di tornare da quelle parti. Ci sono un sacco di pirati, nella Malesia, e già una volta sono riuscito a scamparla, quindi forse sarebbe meglio non sfidare troppo la buona sorte. In realtà ci sono così tanti altri posti ancora da esplorare, e poi chissà... magari potrei tornarmene a casa, trovarmi una bella donna e mettere su famiglia. Arriva per tutti il momento di fermarsi, dico bene?»

Elizabeth sorrise. «Ve lo auguro con tutte le mie forze» assicurò, sincera.

Reynolds le strizzò l’occhio. «Ma per me quel momento non è ancora giunto, e il mare dovrà sopportarmi un altro po’» concluse.

Quando se ne andò, diretto verso il porto e verso la sua Sirena dei Mari, lei rimase a guardare l’uomo scomparire tra la folla, prima di tornare verso i novelli sposi.

Justine le strizzò l’occhio, poi si dedicò di nuovo all’impegno di salutare gli ospiti insieme ai loro parenti. Lord Charles Tremaine sembrava al settimo cielo, come se non credesse che quell’angelo vestito di bianco fosse davvero la sua pestifera sorellina, e anche il vecchio conte di Halifax sorrideva, gli occhi luccicanti di commozione affondati sul volto coperto di rughe.

«David mi ha confidato che, fino all’ultimo, ha temuto che Lady Justine si presentasse alle nozze in pantaloni» commentò Kenneth a bassa voce, comparendole al fianco.

Elizabeth si voltò con un sorriso. «Lei ama i pantaloni per cavalcare, non certo per partecipare a un ricevimento o per sposarsi» fece notare aggiustandosi lo scialle. «Non hai idea di quanto ci siamo divertite, insieme a Madame Lotan, la modista, per scegliere il suo vestito.»

Kenneth si finse sconvolto. «Non dirmi che la giovane Viscontessa ha finalmente messo la testa a posto» sogghignò passandole un braccio intorno alla vita.

Lei rise e si abbandonò contro il suo petto.

«Credevo che l’inferno sarebbe ghiacciato, prima che ciò accadesse. Niente più gare di corsa a cavallo o comizi, dunque?» riprese il Duca.

«Diciamo che non le dispiace affatto comportarsi da donna, se può farlo insieme a David» commentò la duchessa di Wellesley, prendendo il marito a braccetto. «Questo non vuol dire, comunque, che abbia rinunciato alle sue idee. Anzi, ha deciso che non appena sarà tornata dalla luna di miele, contatterà il direttore del Times.» All’espressione perplessa dell’uomo, si spiegò, cambiando voce per imitare l’amica: «Basta comizi! D’ora in avanti, ho intenzione di scrivere nero su bianco le mie idee, così raggiungeranno le case di tutti senza bisogno di tanti tafferugli.»

«Oh, bene» commentò asciutto Kenneth. «Allora sarò più tranquillo, la prossima volta che uscirete insieme.» La avvolse più stretta. «Sempre che decida di lasciarti andare da qualche parte senza di me.»

Prima che lei potesse reagire, le carpì le labbra e le strappò un lungo bacio appassionato. Quando la lasciò andare, Elizabeth si sentiva le ginocchia molli e bramava soltanto che lui continuasse. «Non dovremmo dare spettacolo, qui davanti a tutti» lo rimproverò, anche se il desiderio era subito risorto dentro di lei.

«Perfettamente d’accordo» annuì il marito. «Che ne dici di salutare in fretta e tornare a casa? Immagino che Lady Justine e David abbiano altro da fare che pensare a noi, stasera. Ho sentito dire che i fratelli Tremaine non vedono l’ora di avere un nipotino da coccolare.»

Elizabeth prese fiato. «A questo proposito, Kenneth, devo dirti una cosa» cominciò, incerta, carezzandosi inconsapevolmente il ventre.

Il Duca seguì attentamente ogni suo gesto, aggrottando la fronte. «Cosa c’è, amor mio?» la invitò a proseguire, quasi preoccupato, poi improvvisamente la consapevolezza illuminò il suo volto. «Non dirmi che...».

Lei annuì. «Aspetto un bambino» confidò, e mentre lo diceva le parve di colpo più reale, più meraviglioso. «Sono stata ieri dal dottor Richardson, me lo ha confermato.»

Kenneth non la lasciò proseguire. La sollevò di peso, facendole compiere una piroetta a mezz’aria, tra gli sguardi scandalizzati degli altri nobiluomini e quello cupo di Lady Chandler, che non lesinò loro uno sguardo velenoso. Il volto della donna si raggrinziva come una prugna secca, ogni volta che vedeva i due innamorati insieme, come se la loro felicità togliesse qualcosa a lei. Elizabeth non ci badava più ormai: non aveva più paura di quella donna sola e invidiosa, né della sua lingua biforcuta. Nei suoi confronti provava solo triste pietà.

Poggiò i palmi sul petto del marito, la testa che le girava. «Lasciami andare» rise, imbarazzata, ma piena di una felicità che quasi le toglieva il respiro.

Kenneth obbedì, poi le prese il volto tra le mani e la baciò appassionatamente, di nuovo... e così addio all’ultima stilla di fiato rimasta. «Un figlio. Non potevi darmi una notizia più bella» esclamò. «Ma perché non me l’hai detto prima?»

«Volevo esserne sicura» si scusò lei. «E volevo anche...». Si interruppe con una smorfia mesta.

«Su, avanti, che c’è?» la incalzò il Duca.

«Ecco, questa mattina ho avuto la nausea e mi sento un po’ stanca. Non so se riuscirò a essere molto di compagnia, questa sera» finì di spiegare, ammiccante.

Kenneth inarcò un sopracciglio. «Vuoi dire che le mie straordinarie doti amatorie potrebbero andare sprecate nei prossimi giorni?» insinuò.

«Esatto» annuì Elizabeth mordendosi il labbro.

Un pensiero la colse, spaventandola. Quando lui la stringeva a sé, si sentiva la donna più importante del mondo e tutto pareva perfetto, ma quando si trovavano lontani, le vecchie incertezze la coglievano a tradimento e la buia vocina che sgorgava dall’abisso più profondo del suo cuore le sussurrava che era un’illusione il suo matrimonio perfetto, e che poteva trasformarsi in un incubo come quello di Lord Arthur e di sua madre. Kenneth avrebbe potuto stancarsi di lei e cercare altre amanti con cui appagare i suoi desideri.

Fu un attimo, poi il sorriso dell’uomo che amava scacciò tutte le ombre.

«Vorrà dire che giocheremo a scacchi» rise attirandola nel suo caldo abbraccio.

Elizabeth ridacchiò. «Vuoi vendicarti dell’ultima sconfitta che ti ho rifilato due sere fa?»

«No, amor mio» replicò Kenneth, serissimo. «Nella nostra vita non ci sarà più spazio per sciocchi rancori e ancor più sciocche vendette.» La fissò, e ancora una volta lei sentì la forza magnetica del suo sguardo e la profonda verità che conteneva. «Ci sarà spazio solo per noi e per l’amore. Un amore intenso e bruciante come quello che io provo per te. Per sempre» dichiarò con convinzione.

«Per sempre» gli fece eco lei con altrettanta solennità.

 





Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.

i commenti sono soggetti a moderazione