Aidan era furioso e si sentiva in trappola.
Non poteva camminare, non poteva lasciare il letto. Non era nemmeno in grado di sollevarsi senza gemere. E gli stava scoppiando la vescica per il bisogno di urinare.
Non ce l’aveva con la sguattera… sì insomma, con sua moglie, però non sopportava di essersi risvegliato, come dopo un lungo sonno, in quella situazione e senza esserne consapevole, per ritrovarsi legato a una donna che nemmeno conosceva.
Nonostante avesse piena consapevolezza della giusta decisione presa dal padre per tutelare le sue terre e la sua gente da Edoardo I, faceva fatica ad accettare che tale decisione fosse stata imposta senza che lui ne avesse coscienza.
Il risultato non cambiava, ma il principio per il quale lui sentiva lesa la sua libertà gli faceva tornare la rabbia ogni volta che ci pensava.
Suo padre e Craig se n’erano andati da un po’ e adesso lui si ritrovava nuovamente da solo con la ragazza nella sua camera da letto.
Glenna se ne stava zitta, accucciata contro il muro più lontano da lui, un po’ imbronciata.
Aveva posato in terra il vasetto che teneva tra le mani e si era abbracciata le ginocchia dondolandosi avanti e indietro con un movimento lento e armonioso che gli dava sui nervi.
Due piccoli piedi dalle caviglie ossute spuntavano dall’orlo del vestito logoro che continuava a indossare.
«Non ce l’ho con te» disse a un certo punto Aidan, non sopportando oltre quel silenzio.
«Meglio,» borbottò lei dal suo angolo «perché non ne avete motivo.»
«Non mi piace essere costretto a fare cose che gli altri decidono al posto mio» si sentì in dovere di spiegare.
«Ah!» sbottò sua moglie in tono ironico «Io non faccio altro da che mi ricordo.»
Aidan puntò lo sguardo indagatore su quella giovane donna e realizzò che sembrava infastidita della situazione quanto lui.
«Qualcuno ti ha forse costretto con la forza?» chiese stupito all’idea che suo padre fosse arrivato a tanto.
«Non è stato necessario» rispose lei sarcastica. «Nessuno ha mai nemmeno considerato possibile che io rifiutassi. Comunque vostro padre è un padrone buono e mi ha chiesto se mi sentissi di farlo.»
«E tu hai accettato?»
Lei annuì nella penombra del tramonto e poi si rese conto che forse lui non poteva vederla in viso quindi si alzò e gli andò più vicino.
«Ho accettato. Per avere un tetto sopra la testa e un piatto caldo dentro la pancia. Per proteggere Moyra, e Craig che sono sempre stati gentili con me, e tutti gli altri che vivono in questo posto e che dipendono dai capricci dei nobili. Soprattutto, per evitare che gli inglesi vengano a piantare i loro stendardi in queste mura.»
Gli occhi le brillavano di orgoglio scozzese e determinazione. Alcune ciocche di capelli erano sfuggite al fazzoletto che le imbrigliava e ricadevano in onde scure e lucide ai lati del viso. Aidan pensò di non aver mai visto donna più bella in tutta la sua vita.
I loro sguardi si incatenarono e per un lungo momento una magica intesa li unì più di quanto li avesse uniti pronunciare i voti nuziali.
Glenna fu la prima a distogliere lo sguardo, quasi imbarazzata.
«Devo cambiarvi le fasciature e mettervi l’unguento» lo informò tornando a essere pragmatica.
Recuperò il vasetto dall’angolo in cui l’aveva lasciato e tolse il lenzuolo da sopra il suo corpo, scoprendo le lunghe gambe ancora tumefatte. La camicia lo copriva sino a metà coscia quindi fu meno imbarazzante della volta precedente.
Quelle piccole mani delicate si muovevano sicure, rimuovendo le stecche e le fasce intorno ai suoi polpacci in modo che potesse esaminare le ferite che si stavano rimarginando.
Mentre lei era concentrata sul suo lavoro, Aidan si scoprì incapace di smettere di studiarla.
Le delicate sopracciglia nere erano aggrottate e le labbra rosa parevano un po’ tese, in un’espressione contrariata.
«Qualcosa non va?» si trovò a chiederle.
Lei continuò a osservare un lungo momento e poi si voltò a guardarlo, come se si fosse dimenticata di lui fino a quel momento.
«No. Le ferite si stanno rimarginando e l’infezione non avvelena più il sangue. Ma rimarranno delle cicatrici purtroppo.»
Spalmò dell’unguento fresco sulla ferita e un dolce profumo di miele riempì la stanza.
«Le cicatrici non mi spaventano. Mi spaventa non poter tornare a camminare» si lasciò sfuggire, sorpreso di aver ammesso quella paura a voce alta.
Lei terminò di fasciare una gamba e iniziò a dedicarsi all’altra.
«Tornerete a camminare» disse applicando una dose generosa di pomata sulla pelle martoriata.
«Le ossa si sono rotte ma non si sono spostate dalla loro posizione. Ci vorrà del tempo ma torneranno a sorreggervi.»
Sopra al ginocchio notò una cicatrice vecchia e ne accarezzò la superficie rugosa.
«Mi sono ferito arrampicandomi sulla scogliera, quando ero poco più di un bambino» spiegò Aidan senza sapere perché volesse dirglielo.
Lei superò il ginocchio e arrivò alla coscia individuando un altro segno profondo e frastagliato.
«Un cinghiale. Non voleva morire» spiegò ancora lui avvicinando la mano a quella di Glenna che era arrivata al bordo della camicia.
Il suo respiro sembrava accelerare e a lui parve di sentire il battito del cuore di lei attraverso le dita che lo sfioravano.
«Devo… controllare le costole» sussurrò la ragazza con voce incerta.
«Fate pure.»
Aidan si lasciò ricadere contro i cuscini e chiuse gli occhi appoggiando un braccio sul volto per nascondere la confusione che provava in quel momento e agevolare lei nel suo compito.
Per fortuna il suo corpo non stava reagendo alla vicinanza di quella donna, altrimenti l’imbarazzo sarebbe stato totale.
Ma il suo tocco continuava a confonderlo e lei di certo se n’era accorta.
Quelle dita fresche e leggere tracciavano seducenti sentieri sulla sua pelle lasciandolo inquieto e ricettivo.
«Il livido sta guarendo» disse compiaciuta, tastandogli il torace in più punti.
Scese all’addome sfiorando la zona intorno all’ombelico fino a raggiungere il pube e quando spinse stimolando la vescica lui non riuscì a trattenere un lamento.
«Vi duole?» chiese lei in apprensione, tornando a verificare il punto che aveva tastato poco prima.
Lui le agguantò la mano fermando quella tortura e rimise a posto la camicia.
«No» rispose in tono stanco.
«Ma vi siete lamentato…»
Il giovane rimase ostinatamente zitto.
«Se non mi dite dove vi fa male, non potrò aiutarvi» lo rimproverò Glenna con le mani sui fianchi.
Aidan sbuffò e sembrò frustrato.
«Ho bisogno di un vaso da notte» ammise seccato da quell’ammissione. «Non posso alzarmi» aggiunse a mò di giustificazione indicando le gambe fasciate.
Oddio.
Quel poveretto doveva essere davvero a disagio considerò Glenna, e lei non ci aveva nemmeno pensato.
«Oh. Certo, certo. Vado a provvedere» disse dirigendosi alla porta per andare a cercare quello che lui aveva chiesto.
Si sentiva stupida e maldestra a non aver valutato quanto potesse soffrire per una tale sciocchezza.
E quanto si era imbarazzato.
Avrebbe potuto giurare che le sue guance fossero avvampate sotto la barba dorata.
«Mandami Craig!» le sbraitò dietro mentre lei era ormai fuori dalla porta e stava scendendo i gradini con le labbra schiuse in un largo sorriso.
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