Quando Rafe la mattina dopo aprì gli occhi si sentì spaesato, e una sensazione a lui sconosciuta gli formicolò addosso.
Una sottile lama di luce filtrò attraverso la piccola apertura tra le tende e, sollevando il capo dal guanciale, si guardò attorno in quella camera da letto sconosciuta e alquanto scarna.
Con sguardo ancora assonnato, contemplò le pareti di quella stanza che gli ricordavano la sua infanzia.
Il lusso a cui si era abituato negli ultimi anni lo avevano privato dei vecchi ricordi del Vermont. Da quando era diventato un famoso giocatore dei Red Sox nulla gli era precluso, e il suo attico super accessoriato a Beacon Hill era uno tra i più belli nel grattacielo che confinava con il Boston Common.
Poi la consapevolezza di dove si trovava lo travolse come un’onda anomala, e un grosso sospiro gli fece dilatare i polmoni.
Si coprì gli occhi con il braccio e quando cercò a tentoni il cellulare sul comodino, per riuscire a scorgere l’ora, gli scivolò a terra.
Imprecando a labbra serrate, si sollevò e arrancando sui suoi piedi nudi e instabili si diresse fuori dalla stanza che Butch gli aveva gentilmente offerto. La casa era deserta, e lui si sfregò la faccia guardandosi attorno.
Durante la notte aveva piovuto a lungo e ora un cielo azzurro si propinava oltre la grande finestra del salotto, quella che dava verso le montagne.
Quella terra che un tempo era stata la sua casa.
I colori caldi dell’estate e le temperature fredde dell’inverno avevano scandito le sue stagioni durante l’infanzia.
Ricordò la natura selvaggia, la quiete e i ritmi lenti del Vermont che ora, però, facevano a pugni con la vita frenetica e caotica che stava vivendo a Boston.
Era talmente diverso da quello che aveva vissuto un tempo, da sembrargli tutto lontano e distante.
Un rumore di zoccoli che sembrava girare intorno alla casa lo incuriosì, uscendo con passo deciso si avviò verso la porta che dava sulla veranda.
L’aria fresca e frizzante della mattina gli arrivò addosso con forza e un brivido gli corse lungo tutto il corpo, Rafe venne accecato da un raggio di sole che filtrava dagli alberi.
Lo scalpitio divenne sempre più vicino e lui, muovendo qualche passo in avanti, si appoggiò alla balaustra.
Dopo poco, un cavallo grigio con una folta criniera nera girò l’angolo della casa e, quando lui scorse Dillon sulla sua groppa senza alcuna sella, il suo cuore accelerò la sua corsa.
Le sue gambe, avvolte da un paio di jeans strappati sulle ginocchia, abbracciavano la pancia dell’animale; quando i suoi occhi si sollevarono appena, videro il suo busto avvolto in una camicia scozzese celeste e un top nero che faceva capolino dai primi bottoni lasciati slacciati.
Ravvisò i suoi occhi sgranarsi non appena l’ebbero squadrato dalla punta dei piedi a quella dei capelli, e in quell’istante si ricordò di indossare solo un paio di boxer aderenti.
«Ciao» le disse e, nel momento in cui si sentì osservato, scorse nei suoi occhi verdi balenare una scintilla, come se qualcuno avesse acceso un fiammifero dietro un pezzo di vetro smerigliato.
Il suo viso a cuore s’imporporò appena e, quando voltò il capo, i suoi lunghi capelli che ricordavano il colore del caramello fuso le caddero di lato su una spalla, legati in una treccia morbida.
«Forse è il caso che ti metta qualcosa addosso» disse, rendendosi improvvisamente conto che l’atmosfera si era permeata di una strana e statica energia. «Non è bello che tua figlia ti veda in questo stato ma, soprattutto, rischi solo di ammalarti conciato così.»
«Allora deduco che tu tenga alla mia salute?» domandò intanto che un sorriso impertinente gli affiorava sulle labbra. «Fino a ieri sera credevo tu volessi solo infilzarmi con un forcone.»
«Quel rischio c’è ancora» disse lei, e la sua bocca si contorse come se avesse appena succhiato un limone. «E poi qui non c’è nessuna groupie su cui fare colpo.» I suoi occhi si strinsero in gelide fessure. «Quindi rivestiti, Rafe, perché qui nessuno sbaverà su quel paio di addominali che ti ritrovi.»
Rafe sorrise e un piccolo nodo di tensione si sciolse nel suo petto. Stava sentendo un freddo infernale, ma non lo avrebbe mai ammesso, non dopo una battuta così esilarante che solo la Crispy di un tempo avrebbe potuto fare.
Era così che lei lo aveva sempre tenuto in riga. Dillon non aveva mai accettato le sue stronzate e, nonostante le ragazze che gli ronzavano intorno erano sempre desiderose di aprirgli le cosce, lei non si era mai lasciata abbindolare.
Era stata l’amica più cara che avesse mai avuto e lui, come un idiota, aveva mandato tutto a puttane.
Ma giurò, su quel freddo che gli stava facendo accapponare ogni centimetro quadrato del corpo, che oltre a recuperare il rapporto con la figlia avrebbe riavuto indietro anche quello con lei.
«Sicura, Crispy, di essere pronta a rinunciare alla vista di questi pettorali?» chiese lui mentre con un sorriso impertinente se li accarezzava, e percepì l’esatto istante in cui la sua Crispy notò la barretta di metallo che aveva su un capezzolo e il grosso tatuaggio che gli decorava il petto.
Chissà se avrebbe capito il vero significato di quella bilancia con i due piatti spaiati; due pesi e due misure differenti che la rendevano non allineata. L’edera che l’avvinghiava simboleggiava le decisioni che aveva preso un tempo. Il rampicante aveva rappresentato il suo senso di colpa, e al pari della libra anche lui si era sentito soffocare dinanzi a quelle scelte.
Lei arrossì notevolmente dopo averlo squadrato dall’alto in basso, studiando la sua nudità.
Il cavallo sotto di lei scalpitò sul posto, e Rafe, forse per la prima volta, la guardò come non aveva mai fatto. Vide gli zigomi di lei catturare la luce del sole, e dinanzi ai suoi occhi non fu mai più bella di quel momento.
In sella al suo destriero scalpitante era di una bellezza palpabile, sembrava esser stata partorita dall’immaginazione di un grande artista, che con semplicità aveva raccolto il suo naturale incanto.
Non aveva fronzoli o strani abbellimenti, era solo se stessa e quella consapevolezza gli si abbatté con forza in mezzo alle costole.
Gli era mancata terribilmente.
Tutto di lei in quei lunghi anni era stato un ricordo doloroso: la sua risata unica e cristallina che gli era sempre arrivata fin dentro l’anima, e quello strano modo che aveva avuto di guardarlo, come se lui in una qualche maniera avesse avuto la chiave per il paradiso e le avesse potuto garantire l’accesso dal portone principale.
Gli era sempre piaciuta la sua personalità non convenzionale e, nonostante non fosse né sexy né simile alle ragazze a cui era abituato, l’aveva sempre trovata bella in un modo tutto suo. Ma ora era cambiata, sbocciando al pari di una rosa tardiva, era diventata più bella e sensuale, così dannatamente donna.
I capelli scuri le erano cresciuti molto, e il suo corpo si era fatto più voluttuoso.
Rafe stava morendo di freddo, ma non riuscì a muoversi di un millimetro; quei pensieri che si era ritrovato a fare l’avvolsero quanto una coperta rassicurante intorno alle spalle e, mentre la contemplava, si sentì riscaldato fino in fondo al cuore.
«Vatti a vestire, Rafe» gli intimò Dillon spronando appena il cavallo e facendolo avanzare di un altro passo.
Il capo di Rafe ciondolò in avanti. «Accetterai mai la mia presenza qui? Perché l’unica cosa che desidero è questa.»
Una zampa dell’animale entrò in una pozzanghera, e le increspature dell’acqua crearono una ragnatela tremolante.
Il cavallo scrollò la testa, e la folta criniera scura ondeggiò alla brezza della mattina.
«Ieri sera, prima del bacio della buonanotte, ho fatto un giuramento a Didi e intendo mantenerlo, anche se sopportarti mi costerà molta fatica.»
Quelle parole le fuoriuscirono dalle labbra, somiglianti ad acqua da un rubinetto lasciato aperto. Furono pungenti e acuminate come punteruoli puntati nella sua direzione.
Lo fissò e, spronando nuovamente il fianco dell’animale, lo fece ripartire al passo.
Rafe si spostò appena da un lato mentre si sfregava le braccia oramai intorpidite dal freddo, e con il capo abbassato salì i gradini della veranda.
«Didi!» urlò Dillon chiamando la figlia, e lui ruotando sui talloni corse dentro casa per andarsi a rivestire, perché non era il caso che la bambina lo vedesse con solo un paio di mutande addosso. Quando uscì di nuovo, si stava già infilando la maglietta sopra la testa dopo aver indossato i jeans del giorno precedente.
«Ciao papà!» le urlò la piccola dal cottage a fianco.
Alzò un braccio in segno di saluto e, quando andò nella sua direzione, vide Dillon piegarsi in avanti e issarla sulla groppa, proprio tra lei e il collo dell’animale. La piccola si voltò nella sua direzione e con un sorriso dolcissimo lo salutò di nuovo.
«Didi, dov’è il tuo zaino?» le chiese la madre.
Rafe, avvicinandosi di un altro passo, notò uno zainetto buttato a terra accanto alla porta del cottage.
«Eccolo» disse lui, intanto che piegandosi sulle ginocchia lo raccoglieva da terra. Se lo rigirò tra le mani e, quando lo guardò dal verso giusto, rimase pietrificato.
Era piccolo e dalle spalline imbottite rosse; la parte anteriore aveva la forma di una palla rotonda adorna di cuciture rosse diagonali, che così tanto assomigliavano alle vere palle da baseball. I suoi occhi incrociarono quelli di Dillon e vide i suoi luccicare di comprensione.
«A quanto puoi vedere tua figlia adora tutto ciò che può richiamare il baseball.» E il sorriso che gli donò fu completamente privo d’ironia. «Chissà perché? Eh, Rafe?»
Era come ricevere l’ennesima accusa malcelata e lui si sentì simile a qualcuno che avesse infilato un candelotto di dinamite sotto i suoi piedi, dando fuoco alla miccia. Rafe digerì le sue parole: avevano un sapore amaro, come solo la verità poteva avere.
«Ora devo andare a scuola ma ci vediamo dopo, vero papà?» le domandò, e quelle parole gli fecero esplodere qualcosa nel petto.
«Andate a scuola a cavallo?» chiese lui mentre allungava alla figlia lo zainetto.
Didi rise, e per un attimo gli sembrò di sentire la risata di pancia che un tempo la sua Crispy era solita fare.
«Ma no, sciocchino.» I suoi occhietti si sgranarono pieni di felicità. «Brando e la mammina mi portano solo fino alla fermata del pulmino, vicino al ponte di legno.»
Didi si infilò lo zainetto sulle spalle e, quando lo salutò con le manine, Dillon fece partire il cavallo indirizzandolo sulla strada ghiaiata che portava fuori dal ranch. Fu in quell’istante che Rafe capì che madre e figlia avevano tutto un loro rituale e una vita di cui lui non sapeva nulla.
Niente di tutto quello che facevano aveva a che fare con lui e una morsa dolorosa gli strinse le viscere. I suoi pensieri stavano correndo lontano, fino a che un movimento indistinto gli fece alzare lo sguardo e vide Dillon mettere Brando di traverso.
Didi mosse le braccia nella sua direzione.
«Papà!» gridò.
Lui mosse qualche passo nella sua direzione, ma si accorse di essere scalzo una volta che le piante dei piedi entrarono in contatto con le punte acuminate della ghiaia e si bloccò.
«Promettimi che oggi intanto che mi aspetti porterai a passeggio il Signor Erre. Lui sarebbe davvero, davvero contento.»
«Certo piccola, conta pure su di me.»
Rafe quasi in maniera istintiva sollevò tre dita facendole il giuramento da boy scout che un tempo, quando aveva avuto la sua stessa età, aveva imparato.
Si sorrisero e, quando lei lo salutò per l’ultima volta con la manina, il suo petto si abbassò con un movimento ampio e profondo.
Era come se stesse lasciando andare un respiro trattenuto dentro di sé da più di cinque anni.
***
Quando Dillon era tornata indietro dalla fermata del pulmino, si era aspettata di vedere Rafe fermo sulla veranda ad attenderla. Ma non incrociò nessuno mentre con passo lento faceva entrare Brando nella stalla.
Il viavai nel ranch cominciava alle prime luci dell’alba e sapeva che lo zio Butch e gli operai erano al pascolo orientale, intenti a portare le ultime pecore prima della tosatura.
La pioggia della notte precedente aveva riportato l’aria fredda che soffiava con impazienza dalle montagne intorno.
Scese dalla groppa con un salto e, legando il cavallo alla posta, si avvicinò alla mensola delle brusche per dargli una bella strigliata prima di rimetterlo nel box con la sua razione di fieno.
Sapeva che il Signor Erre sentendola arrivare avrebbe dovuto fare il suo solito belato di saluto, ma nessun suono riempì la stalla, a parte lo scalpitio degli zoccoli di Brando.
Il box dell’alpaca era vuoto e il suo guinzaglio con il collare fucsia annesso erano spariti, con un sorriso inaspettato arrivò alla conclusione che Rafe stava facendo ciò che la figlia gli aveva chiesto.
Strinse tra le mani la striglia e avvicinandosi all’animale iniziò a spazzolarlo. I ricordi di un tempo passato, a cui aveva giurato di non pensare più, iniziarono a bucargli i pensieri.
Quando salì gli scalini della biblioteca dell’università, aveva ancora stretta tra le mani quella planimetria stropicciata che non era in grado di dirle dove esattamente dovesse andare per riuscire a raggiungere la segreteria dell’istituto.
Dillon incespicò nei suoi stessi piedi, nel momento in cui, con la cartina del campus davanti alla faccia, quasi non si accorse dove stava andando a sbattere, o meglio contro chi.
L’impatto fu forte e le sembrò di urtare un muro di mattoni ma, intanto che due mani grandi e un po’ callose l’afferravano per le braccia impedendole di cadere, il foglio volò in aria e i suoi occhi ne incrociarono un paio blu, scuri e intensi simili al punto più lontano del cielo al crepuscolo.
Sbatté le ciglia un paio di volte, e quando parlò lei gli guardò le labbra.
«Ehi, matricola, tutto bene?» le domandò con un sorriso talmente ampio che il suo viso s’illuminò. Poi Dillon lo scrutò attentamente e, quando con lo sguardo accarezzò il suo corpo muscoloso stretto dentro una divisa verde, notò quei particolari che a prima vista erano stati oscurati dalla profondità dei suoi occhi.
Era stata distratta, ma nel giro di un attimo, quando notò il cappellino da baseball al contrario e la scritta Catamounts in giallo sul petto, incespicò all’indietro, cercando di mettere quanta più distanza possibile tra di loro.
Non si sarebbe fatta abbindolare dall’ennesimo sportivo.
Non ci sarebbe cascata come aveva fatto stupidamente al liceo.
Lui le tolse le mani dalle braccia e lei, abbassando lo sguardo a terra, si scusò poi, aggirandolo, cercò di superarlo mentre andava a recuperare la cartina del campus.
«Ehi, ti sei persa?» sentì lui domandarle nel momento in cui si accorse che la stava seguendo. «Se vuoi ti posso dare una mano a trovare qualsiasi cosa tu stia cercando.»
Lo vide allungare il collo, cercando di sbirciare sulla carta dove fosse il suo punto d’interesse.
«No, grazie.» E gentilmente cercò di liquidarlo.
Allungò una mano in avanti con l’intento di aprire una delle due porte a battenti che aveva davanti, ma non ci riuscì perché lui anticipò la sua mossa.
Lo guardò e lui le sorrise.
«Io sono Rafe. Visto che ti vedo un po’ spaesata, se vuoi posso aiutarti.»
Il sorriso di Rafe e le sue parole furono come il cioccolato fondente, vellutati e corposi.
«Mi capisci quando parlo?» chiese lei con il tono più acido di cui era capace.
Il sorriso morì all’improvviso sulle labbra del ragazzo.
«Ehi, cercavo solo di essere gentile, e poi dovresti essere lusingata del fatto che perdo tempo con una matricola.»
Eccola lì, celata dietro la sua bella faccia, l’arroganza per essere stato rifiutato.
Dillon lo guardò inclinando appena il capo da un lato, i suoi capelli scuri le scivolarono oltre le spalle e gli fece un sorriso privo d’ironia.
«Non sono interessata né a te, né tantomeno ad avere il tuo aiuto.»
Lo liquidò e se ne andò per la sua strada, inoltrandosi lungo il corridoio, ma non resistette alla tentazione di voltarsi dopo che ebbe fatto qualche passo. Lo trovò ancora nella stessa posizione, intento a osservarla con le mani strette a pugno lungo i fianchi snelli.
Il nitrito di Brando la destò dai pensieri e con un sospiro si appoggiò in avanti, adagiando la fronte sul collo del cavallo.
L’odore acre e selvatico dell’animale la tranquillizzò; gli mise una mano sulla criniera grigia e lo accarezzò.
«Non so cosa devo fare.»
Si ritrovò a bisbigliare tra sé e sé intanto che le sue dita si incastravano in una ciocca aggrovigliata. Buttò fuori assieme al respiro un grumo di tensione, e la pesantezza che aveva avvertito sulle spalle l’abbandonò per un istante.
Ruotando sui talloni, depose la brusca sulla mensola e al suo posto prese un pettine dai denti larghi. Cominciò a pettinare la criniera, districandone i nodi e, mentre le dita affondavano tra quei crini setosi, altri ricordi l’aggredirono con prepotenza.
La lezione del pomeriggio era appena terminata, e Dillon con passo stanco attraversò il campus diretta ai dormitori.
Erano già passati quindici giorni da quando tutto aveva avuto inizio, e lei era felice come non lo era mai stata prima d’ora. I terribili anni del liceo erano solo un ricordo lontano e ora stava plasmando la sua nuova vita. Voleva a tutti i costi ottenere la laurea in Veterinaria, e poi con quel pezzo di carta sarebbe tornata al suo amato ranch a Woodstock.
Era stata l’eredità di sua madre e ora la condivideva con lo zio Butch. Colui che in più di un’occasione le aveva fatto da padre dopo che il suo, quando era ancora piccola, l’aveva abbandonata, scappando via da lei e da sua madre con Magda, la parrucchiera del paese.
«Ehi, matricola.»
Riconobbe all’istante quella voce e, quando lui la toccò per attirare la sua attenzione, il suo braccio sfrigolò di energia come se fosse stata attraversata da un qualcosa di fulmineo, bollente e pieno di tensione.
«Ancora tu?» gli domandò, ignorando quello che le stava correndo su e giù per lo stomaco.
Lui le sorrise di nuovo.
Rafe sembrava immune allo strano modo che usava per allontanarlo.
Non voleva aver niente a che fare con lui, ma era tutto inutile; più cercava di tenere le distanze, e più lui la inseguiva per l’intero campus non appena la incrociava.
«Ti ho già detto di non chiamarmi così.»
«Davvero? Allora dimmi il tuo nome così smetterò di farlo.»
«Dillon» disse esasperata mentre le sue spalle si abbassavano per lo sconforto.
«E che cavolo di nome è?»
«In che senso, scusa?» domandò lei aprendo la borsa che aveva alla tracolla e tirando fuori una barretta di cioccolato.
Aveva decisamente bisogno della sua Crispy Crunchy per riuscire ad affrontare quel genere di discorso.
Ogni volta che ascoltavano quella storia, tutti le scoppiavano a ridere in faccia e così lei aveva deciso di armare la sua corazza con la dolcezza del cioccolato croccante.
«Dillon. È un nome da maschio. Che c’entra con te?»
«Diciamo che mia madre durante la gravidanza era molto in fissa con i fratelli Dillon. Hai presente?» chiese e, quando lo vide armeggiare con il cappellino verde della squadra di baseball, girandoselo sulla testa e scompigliandosi i capelli scuri, addentò la sua barretta. Nel momento in cui il burro d’arachidi del ripieno le esplose sul palato, si accorse di mugugnare di piacere.
«Buono?» le chiese Rafe e lei si sentì avvampare per l’imbarazzo.
Una risata di pancia lo colse e lei, con la barretta a mezz’aria, lo vide talmente bello da fare male.
Rafe avrebbe potuto essere un modello di una qualsiasi pubblicità, perché il suo fascino avrebbe fatto vendere qualunque cosa.
«Quindi ti ha chiamato come l’uomo dei suoi sogni?» le chiese lui spostando il piede da uno all’altro.
«Più o meno» confermò lei intanto che iniziava a stringere la tracolla della borsa tra le dita. «Era convinta che fossi un maschio e aveva deciso di chiamarmi Matt o Kevin al pari dei fratelli Dillon, ma quando invece, lontano dai suoi pronostici, nacqui io, decise per Dillon» concluse con un’alzata di spalle.
Rafe inclinò il capo da un lato e i suoi occhi blu scintillarono di malizia.
«Nome speciale, per una ragazza speciale» osservò lui, ma una ragazza bionda gli passò accanto attirando la sua attenzione.
Divenne distratto, e non le prestò più ascolto.
«Bene. Ora che abbiamo finalmente svelato il mistero del mio nome ti saluto, dongiovanni.»
Fece per aggirarlo, ma lui la bloccò per un braccio.
«Ehi, perché tutta questa fretta?»
«Perché io sono stanca e desidero solo andare nella mia stanza, mentre tu invece sei occupato.»
«E con chi sarei occupato?»
Dillon accennò con il capo nella direzione della biondina e lui, seguendo il suo sguardo, guardò la ragazza che si era messa ad aspettarlo sotto a un albero lì poco distante.
Le sorrise e, quando vide i suoi occhi luccicare, Dillon capì che mai più avrebbe rifatto gli errori del passato.
Non avrebbe permesso a nessuno di prendersi gioco di lei ancora una volta, tantomeno a un giocatore di baseball che conosceva appena.
Lei e gli sportivi avevano una croce rossa stampata sopra.
«Ciao, Rafe.»
«Ciao, Crispy» le rispose dandole un buffetto sul naso. «Ci si vede in giro.»
E nel momento in cui lui si allontanò raggiungendo la biondina che iniziò a toccarlo e a ridere come un’oca, Dillon rimase impalata sui suoi stessi piedi.
Quel Crispy le dondolò addosso avvolgendola tale e quale al cioccolato fuso e, nonostante imponesse a se stessa di non dare nessun peso a quel nomignolo affettuoso che le aveva affibbiato Rafe, il suo cuore traditore palpitò appena.
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