Era passata più di un’ora da quando Rafe aveva accettato di restare a cena con loro. Dillon e la figlia erano andate nella dependance adiacente, facendo intuire a Rafe che quella era la loro casa; lui e lo zio Butch erano rimasti invece sotto il portico padronale.
Una veranda di legno consunto circondava l’intero spazio abitabile per poi ricongiungersi, tramite un pergolato, al piccolo cottage dove vivevano Crispy e Didi.
Si sistemò su una vecchia sedia a dondolo, che aveva visto giorni migliori, e quando iniziò a ondeggiare, venne raggiunto dalle voci attutite delle ragazze, che filtravano da una delle finestre appena scostate.
Uno strano formicolio lo colpì al petto.
Sapeva che quello che lo zio di Dillon si apprestava a fare era una sorta di interrogatorio e lui, appoggiandosi all’indietro sul vecchio scranno scricchiolante, si rassegnò alla serie di domande trabocchetto audaci come le palle curve che lanciava durante una partita.
«Ti prego, Rafe, ho bisogno di sentirti dire che la tua presenza qui non sia solo effimera.»
«Hai paura che illuda quella bambina e che poi scompaia?»
Butch non rispose subito, spostò il suo sguardo oltre la ringhiera di legno scheggiata del portico, dove il sole stava tramontando nascosto dietro nuvoloni scuri carichi di pioggia.
Un grugnito oscillò nel petto dell’uomo intanto che grattava la testa del cane accucciato ai suoi piedi, e a Rafe sembrò il verso di un grande orso arrabbiato.
«Perché adesso?» gli chiese Butch senza guardarlo. «Ti mandai un messaggio il giorno stesso in cui Didi venne al mondo, ma tu l’ignorasti.»
Dinanzi a quella consapevolezza, una morsa schiacciante ridusse Rafe a un ammasso di carne tremolante e, per la prima volta in vita sua, si sentì inadeguato e pieno di vergogna.
«E come se non bastasse, ti presenti qui dopo più di cinque anni pieni di silenzi» aggiunse Butch implacabile.
Il vento si alzò scompigliando i capelli di Rafe sulla fronte, un forte odore di pioggia gli arrivò alle narici.
«Non potrò mai fare ammenda per ciò che ho fatto e non sono qui per questo, almeno non solo» disse Rafe con un sussurro, e per un attimo ebbe il timore che Butch non lo avesse udito. «Ma ora vorrei solo conoscerla.»
Una risata priva d’ironia fece vibrare le labbra dello zio di Dillon, celate sotto la folta barba.
«Da quando sei qui non hai fatto altro che dire vorrei.» La figura imponente e muscolosa di Butch si appoggiò alla balaustra, incrociando le braccia sul petto. «Secondo te lo vorrebbe anche lei? Il mondo non ruota attorno a te e a ciò che vuoi, Rafe. Il sole non sorge e non tramonta solo per illuminare la tua bella faccia.»
Espressioni dure, le sue, ma colpirono dritte nel segno.
Come se avesse appeso al collo un grosso cartello luminoso con una freccia lampeggiante che indicava il suo cuore, Butch lo aveva centrato con tremenda precisione, colpendolo e trapassandolo con le sue parole taglienti.
Gli occhi di Rafe si abbassarono sulle mani giunte che stringeva con forza in grembo; in quell’attimo non riusciva a guardarlo, focalizzò la sua attenzione sulle nocche che si stavano sbiancando per la forza con cui serrava i pugni.
Non provava rabbia per ciò che Butch gli stava dicendo. La provava per se stesso.
Aveva conosciuto quest’uomo anni prima, quando si era assentato con Dillon per un paio di giorni dall’università, rifugiandosi in quel ranch sperduto a Woodstock.
Era l’unico parente rimasto a Crispy, dopo la morte prematura di sua madre, e lei ci teneva tantissimo a farli incontrare.
Rafe l’aveva accontentata, mettendo per un attimo in pausa la sua vita frenetica nel baseball, perché non c’era niente che non avrebbe fatto per lei.
Era sempre circondato da belle ragazze e compagni di squadra pronti a fare baldoria, ma quando la sua piccola e dolce Crispy gli chiedeva qualcosa non riusciva a negarglielo.
Nonostante l’aria scorbutica e i suoi modi spesso freddi, Butch era diventato, nel corso delle varie visite, uno zio anche per lui.
Dopo la morte dei suoi genitori aveva potuto contare solo su se stesso, fino a quando Dillon era entrata nella sua vita portando con sé anche la figura ingombrante di quell’orso all’apparenza scontroso ma dal cuore grande.
«Credi che sia un bene per tua figlia averti qui? Credi che dopo tutti i tuoi lunghi silenzi sia pronta alla tua irruzione?»
Un macigno enorme gli ostruì la gola, impedendogli di deglutire.
«Vorrei solo che tu la conoscessi e che vedessi che bambina meravigliosa sia diventata. Benché io sia sempre stato qui, Dillon l’ha cresciuta da sola, con le sue sole forze.»
«Credi che non l’abbia già visto? Mi sono bastati cinque minuti per capire quanto Didi sia fantastica. E nel corso degli anni ho sempre cercato di mandare dei soldi, anche se Dillon non li ha mai accettati.»
«E ti stupisce?»
Un muscolo guizzò sulla mascella dello zio, che lo incenerì con uno sguardo duro nel momento in cui alzò gli occhi su Rafe.
«Non si sarebbe mai piegata ad avere il tuo denaro invece che te. Ha sempre creduto che tu prima o poi saresti tornato, e l’hai fatto, anche se ho paura che oramai sia troppo tardi.»
Si portò una mano alla barba, accarezzandola, e grugnì di nuovo. Il cane sollevò la testa e sbadigliò prima di puntare lo sguardo sul suo padrone.
A Rafe il cuore balzò in gola e, solo per un istante, un viso gli balenò davanti agli occhi.
Rivide il cowboy che era arrivato con Butch nel pomeriggio, assieme al carico di agnellini.
Aveva visto il modo in cui lui e la sua Crispy si erano guardati e, anche senza averne alcun diritto, era stato infastidito dalla familiarità con cui Archer e Didi interagivano.
Strinse gli occhi e cercò di ottenere una risposta da Butch, mentre si picchiettava le dita sulla coscia.
«Quell’Archer, c’è qualcosa che dovrei sapere su di lui?»
«Rafe.» Il suo nome uscì dalle labbra dello zio come un colpo di frusta. «Non spetta a me dirti se tra Dillon e quel ragazzo ci sia qualcosa. Tu non sei qui per questo, giusto?»
Negò in maniera appena impercettibile.
«Figliolo, devi riprendere ciò che di prezioso un tempo avevi tra le mani» continuò lo zio stringendo gli occhi in gelide fessure. «Sei stato uno stupido a lasciarle andare e voglio solo che tu te ne renda conto.»
Un nuovo macigno occluse la gola di Rafe e, deglutendo, cercò di scacciare quel fastidio che l’aveva colpito.
Poi il suo cellulare iniziò a suonare e lui lo agguantò portandoselo all’orecchio intanto che si sfregava il viso con forza.
Una voce stridula gli perforò il timpano.
«Rafe, dove sei?»
«Fuori Boston.»
«Ancora?» gli strillò Hellen dall’altro capo della linea, nel momento in cui un brivido di disagio gli corse lungo la schiena.
«Avevi detto che mi avresti accompagnata alla raccolta fondi» aggiunse la sua interlocutrice.
Cazzo.
Cazzo, e ancora cazzo.
Se ne era completamente dimenticato e cercò di appigliarsi a una scusa qualsiasi, poi optò per la pura e semplice verità.
«Hellen, perdonami, ma penso che resterò lontano da Boston ancora per qualche giorno.»
«Stai scherzando, Rafe?» chiese lei, un fastidio pruriginoso lo colpì all’istante al mento. «Se questo è uno dei tuoi soliti scherzi, non è affatto divertente. Ho bisogno di te, e papà non sarà felice se non mi vedrà arrivare con te sottobraccio.»
«Mi dispiace, ma sono stato trattenuto.»
Una sensazione appiccicosa lo colse, era come essere ricoperti dalla testa ai piedi dallo sciroppo d’acero e quel dolcificante lo nauseò.
«Io ti voglio qui, Rafe, adesso!» sbraitò lei con rabbia. «Dove sei? Ancora in quel paesino insignificante?»
«No, sono nel Vermont» disse con rabbia ed Hellen si azzittì. Si sentì solo il sospiro. «Ora devo andare.»
«Non ti azzardare a…» Prima ancora che riuscisse a terminare la frase, Rafe aveva già attaccato.
Rimase un istante a guardare il telefono tra le mani e quando ricominciò a squillare la sua mano lo strinse con rabbia, stritolandolo.
«Guai in paradiso?» gli chiese Butch.
«Nessun paradiso e nessun guaio.»
Rafe spense il cellulare e girandoselo nella mano lo picchiettò sulla coscia, come prima avevano fatto le sue dita.
Oscillò avanti e indietro sulla sedia a dondolo per un tempo che a lui parve lunghissimo, poi, si voltò verso l’uomo che aveva davanti e lo sorprese a fissarlo.
«Se Dillon me lo permetterà, resterò un paio di giorni. Ho intravisto un albergo lungo la strada, il The Shire, potrei alloggiare lì.» Inspirò una lunga boccata d’aria, e l’odore della pioggia imminente gli inebriò i sensi. «So che non ho scusanti per quello che ho fatto e niente potrà mai cancellarlo, ma sento il bisogno di conoscere quella bambina. Ho ancora un paio di settimane prima che inizi il campionato.»
«Qui non ci sono in gioco solo i tuoi bisogni, Rafe.»
Un lampo illuminò il cielo.
«Lo so.»
Un tuono echeggiò in lontananza, e Rafe si sentì fremere nel profondo.
Aveva compresso in quegli anni tutto quello che era accaduto con Dillon, chiudendolo a chiave dentro di sé, ma ora quella serratura era stata scardinata e sentiva il bisogno impellente di aprire quel baule carico di verità a lungo taciute, anche alla sua coscienza.
«Dillon è mutata in questi anni. La ragazza ingenua che conoscevi un tempo non esiste più. Sei stato tu a cambiarla, con la tua stupidità hai forgiato una donna con un cuore d’acciaio.» Butch iniziò a picchiettare il piede a terra, come se seguisse un ritmo tutto suo. «Potrei dire che ti odia profondamente, nonostante non sia un sentimento che la caratterizzi. Eppure, so che farebbe di tutto per quella bambina, già solo il fatto che ti tolleri è a esclusivo beneficio di Didi.»
«Le ha raccontato di me» chiese Rafe.
«Certo che l’ha fatto. La scuola materna che frequenta è piccola, tutte le bambine della sua classe hanno un papà. Dillon ha dovuto spiegarle perché il suo non fosse qui con lei e, fidati, quando ti dico che la corazza che indossa per difendersi dal dolore che le hai inflitto si è sbriciolata solo per Didi.»
E Rafe in quell’attimo desiderò incrinare quell’armatura di cui si era rivestita a causa sua.
«Dillon è sempre stata una ragazza buona» disse invece.
E ciò che erano stati un tempo gli venne sbattuto in faccia con prepotenza.
«Non ci provare, ragazzo.» Il tono di Butch salì appena d’intensità. «Qui non devi convincermi a credere nella bontà d’animo di mia nipote, ma nella tua.» Si staccò dalla balaustra e si sedette su una panchina di legno accanto a lui, il cane seguiva con lo sguardo ogni suo movimento. «Sei tu lo stronzo che ha bisogno di chiedere venia» sentenziò.
Nessuna scusa uscì dalle labbra di Rafe. Nessuna parola sarebbe stata sufficiente a giustificare ciò che aveva fatto, ma non doveva scusarsi e chiedere perdono a Butch. Doveva farlo con la sua Crispy.
Aveva deciso di vivere la sua vita al meglio, nonostante sapesse che quello che stava sacrificando l’avrebbe perseguitato per tutta la vita.
Era divenuto una stella crescente del baseball. Aveva ceduto l’anima al diavolo, ora però era giunto il momento di pagare pegno, e quel conto era salato.
Il suo destino era stato scritto tanti anni prima; la delusione per ciò che aveva barattato era scolpita nella pietra del tempo.
La zanzariera della dependance sbatté, e Didi vi passò attraverso come una scheggia.
«È pronto!» disse ritta sui tre gradini del porticato.
Gli si avvicinò e, infilando una delle sue manine tra i suoi palmi grandi, lo strattonò.
«La mamma ha preparato la cena e io ho apparecchiato.»
«Bravissima, scricciolo» le disse Butch sollevandosi e stiracchiandosi la schiena. «Ho una fame da lupi, se non mi darete da mangiare finirò per mangiare te.»
Si piegò sulle ginocchia e, fingendosi un orso, si avvicinò alla bambina, spalleggiato dal cane che iniziò ad abbaiare giocoso. Didi scappò via strillando e la sua risata cristallina si disperse nell’aria.
Un sorriso affiorò sulle labbra tese di Rafe che, senza accorgersene, si ritrovò a seguirli; nello stesso momento un nuovo lampo squarciò il cielo scuro.
«Spot, tu fai da bravo la cuccia qui» le disse la bambina intanto che lo grattava dietro le orecchie. «Poi ti porto un bel biscottino.»
Rafe, entrando in casa dietro di loro, fu colto da un caldo tepore, e il profumo di buon cibo deliziò il suo naso.
Un salotto invaso da tanti giocattoli si aprì sulla sua destra, poi proseguì inforcando il corridoio.
Incespicò sui suoi stessi piedi quando notò una parete tappezzata di fotografie, le scrutò una a una con sguardo avido. Erano tutte foto che raccontavano le diverse fasi di crescita di Didi; in alcune era presente anche Butch, ma la maggior parte ritraevano lei e sua madre.
Poi ne vide una, e il suo cuore sconsolato gli collassò nel petto.
Dillon era seduta su un’altalena e teneva la piccola in braccio che sorrideva mostrando con orgoglio i primi dentini da latte che le sbucavano dalle gengive. Era piccola, avrà avuto all’incirca un anno; un cratere dilatò lo stomaco di Rafe.
Si ritrovò a sfiorarla con dita tremanti prima di essere raggiunto da Didi.
Non la sentì, fino a che lei lo prese per mano e lo fissò con i suoi grandi occhi blu, aspettando con impazienza che dicesse qualcosa.
Ma nella testa di Rafe le parole erano simili a fumo e si allontanarono, disperdendosi ancora prima che lui potesse afferrarle.
Si lasciò trascinare verso la cucina e, quando vi entrò, un silenzio pesante calò nella stanza.
Butch e Dillon erano già seduti a tavola e smisero all’istante di confabulare tra loro. Didi, dopo avergli regalato un sorriso sdolcinato, lasciò andare la sua mano e si arrampicò su una sedia accanto a quella della madre.
«Vieni, papà, guarda come ho apparecchiato bene.»
I suoi occhi corsero svelti alla tavola su cui era imbandito ogni ben di Dio e una distesa variopinta di colori sgargianti gli riempì lo sguardo.
La cucina era calda e accogliente, ma il tocco che Didi aveva usato per apparecchiare, utilizzando tovagliette e bicchieri colorati, aveva reso la stanza ancora più accogliente.
Si guardò intorno e si schiarì la voce, per poi sedersi sull’unica sedia rimasta vuota.
«Grazie» sussurrò rivolto a Dillon ma, quando incrociò i suoi occhi, il suo petto si sgonfiò come se ci fosse un enorme blocco di cemento appoggiato sopra, rendendogli sempre più difficoltoso respirare.
La cena procedette, solo le parole di Didi riempivano l’atmosfera rigida che si era creata. Un forte disagio aleggiava tra quelle quattro mura, e Rafe non sapeva come scrollarsi di dosso quella brutta sensazione che gli era strisciata sottopelle.
Si guardò intorno e attraverso l’arco di pietra che dava sul soggiorno, notò una decalcomania attaccata al muro.
Una bambina stilizzata stringeva tra le mani un grappolo di palloncini, e la scritta arzigogolata che c’era sotto lo fece sorridere.
Questa casa è aperta al sole, all’amore, agli amici e al vento.
Un groppo di emozioni gli incrinò la gola e, quando voltò il capo e vide sullo sportello del frigorifero la scritta “Ciao Mamma” con le lettere magnetiche tutte colorate, capì che quel messaggio dolcissimo era opera della sua bambina.
Sbirciò quel pezzo di carta attaccato di traverso sotto la lettera che terminava la parola mamma, e notò un disegno stilizzato di tre persone insieme a uno strano animale.
Didi si accorse su cosa era caduto il suo sguardo, scese dalla sedia e andò a staccarlo per poi porgerglielo mentre saltellava impaziente da un piede all’altro.
«L’ho fatto io» disse con la voce che sembrava un flebile sussurro.
«È davvero molto bello.»
Le dita lunghe di Rafe cercarono di distendere la carta un po’ stropicciata e lei, intrufolandosi sotto il suo braccio, gli si arrampicò sulle ginocchia.
Il battito incalzante del suo cuore gli rombò in testa, e lui capì in quell’istante che nulla sarebbe più potuto tornare come prima.
La sua stessa vita stava cambiando e tutto per merito di una piccola bambina dai profondi occhi blu.
«Questi siamo io, la mamma, lo zio Butch e il Signor Erre» disse con un piccolo gridolino, soffermandosi su ciascuna figura disegnata e indicandogliela con il dito.
«E questo qui invece sei tu.»
I suoi stessi occhi si sgranarono quando vide il piccolo indice di Didi puntare il margine del disegno.
Si stupì di non aver notato quel piccolo punto in angolo.
Era un omino disegnato in maniera stilizzata, avvolto dentro un cerchietto rosso.
«Sei lontano da noi perché devi giocare a baseball, ma ci sei anche tu nella mia famiglia.»
Quelle parole lo travolsero e fu come essere investiti da un camion in corsa.
Individuò subito gli occhi verdi di Dillon che lo stavano scrutando e, non appena i loro sguardi si agganciarono, vide quelli di lei scostarsi, come se un lampo accecante li avesse trafitti.
«Rafe mi stava dicendo che vuole fermarsi per un po’ qui con noi» esordì Butch.
E in quell’istante, Rafe lo ringraziò dal profondo del cuore per essere accorso in suo aiuto, distogliendolo da quella sensazione che gli stava serpeggiando addosso.
Didi scese dalle sue ginocchia e iniziò a saltellare in giro, trasformando la cucina in un grosso alveare vivace e rumoroso.
Fu in quell’attimo che Rafe notò anche una piccola boccia rotonda sul ripiano della cucina, nella quale nuotava uno sgargiante pesciolino rosso dalle squame iridescenti.
«Sì, direi che mi fermerò da queste parti per un paio di giorni, se per voi va bene.»
Cercò di nuovo lo sguardo di Dillon, ma intravide i suoi occhi vuoti e addolorati.
Lei non disse niente, ma Rafe vide un muscolo guizzarle sulla guancia, proprio dove ricordava esserci una fossetta.
«Dove alloggerai?» gli chiese, ma prima che potesse rispondere, Didi l’interruppe.
«Noi non abbiamo più stanze, ma lo zio Butch ha una casa piena di camere vuote. Ci abitano solo lui e Spot… Puoi stare da lui, anche se è giusto che i papà stiano con le loro bimbe.»
Un silenzio denso e simile al fango aleggiò nell’aria.
«Non credo che sia una buona idea, Didi» le rispose Rafe. La voce roca arrivò strana persino alle sue orecchie.
«Io non ho problemi, invece. Quindi se vuoi, puoi stare da me» ribatté lo zio Butch e, senza attendere alcuna replica, baciò Dillon in fronte augurando la buonanotte a tutti.
«È ora che vada a letto anche tu, Didi.»
«Dove vai, zio Butch?» urlò la bambina, ignorando la madre e rincorrendo lo zio verso l’ingresso.
«Didi» la chiamò Dillon.
«Vai a controllare gli agnellini? C’è un brutto temporale e sicuramente avranno paura.»
«Sto andando proprio là infatti» le rispose Butch prendendola tra le braccia, schioccandole un bacio e rimettendola poi a terra.
«Vengo con te. Devo tranquillizzare il Signor Erre.»
«Assolutamente no, signorina, è già tardi e domani c’è scuola.»
«Ti prego» supplicò lei con gli occhietti da cerbiatta luccicanti.
«No.» Lo zio fu categorico.
Quella risposta non le andò bene e simile a un lampo a ciel sereno, il suo viso si corrucciò all’improvviso mentre iniziava a pestare i piedi.
«Scricciolo, non fare così» le disse lo zio. «Fuori c’è brutto tempo e rischi solo di prendere freddo venendo con me. Però ti prometto che io e Spot ti saluteremo quel piccolo alpaca dispettoso.»
«E va bene» sussurrò lei con aria sconfitta poi, come se una qualche idea le si fosse accesa in testa, si voltò verso Rafe. «Ora vado a lavarmi i denti e a mettermi il pigiamino, poi verrai ad augurarmi la buonanotte, vero?»
«Ci puoi giurare» le strizzò l’occhio.
Didi, al pari di una freccia, scappò via e loro due restarono fermi e immobili nell’ingresso.
«Grazie, Crispy.»
Dillon si girò cercando la presenza della figlia alle sue spalle e, quando non vide nessuno, si voltò con gli occhi fiammeggianti.
«Ti ho già detto di non chiamarmi mai più così.» Alzò un dito e glielo picchiettò sul petto. «E poi mettiamo già in chiaro un paio di cose.»
Rafe acconsentì con il capo.
«Io non ti voglio qui; forse un tempo avrei accettato questa tua pagliacciata, ma ora non voglio avere più niente a che fare con te. Tuttavia, adoro mia figlia e non c’è niente a questo mondo che non farei per lei. A quanto pare, l’unica cosa che desidera è averti nella sua vita.»
Le narici del naso le si dilatarono, facendogli capire quanto fosse arrabbiata.
«Non accetterò le tue stronzate e, cosa ancora più importante, non ti permetterò di ferirla. Quindi, se pensi di non farcela a rispettare le sue aspettative, vattene adesso finché sei ancora in tempo.»
«Dicevo sul serio prima. Voglio conoscerla e non scapperò, te lo prometto.»
«Non devi promettere niente a me, Rafe, ma a tua figlia.»
Dillon si voltò e se ne andò verso la cucina senza aggiungere altro.
Il rumore di piatti che venivano messi nel lavello accompagnò il respiro di Rafe, che alzò il capo verso il soffitto alto del cottage, come se cercasse un qualche segno divino, una conferma che quello che stava facendo fosse una buona cosa.
Con passo lento, s’incamminò lungo lo stretto corridoio per andare da Didi, ma quando passò accanto alla cucina le parole di Dillon lo inchiodarono al pavimento di legno.
«Ti prego, non lo fare.»
Rafe voltò il capo verso di lei e la vide aggrapparsi al lavandino con le mani insaponate. Osservava a capo chino i piatti che piano piano venivano sommersi dalla schiuma.
«Cosa? Andare a darle la buonanotte?» domandò lui con un filo di voce, mentre una sensazione fastidiosa gli si propagava nel petto.
«No, spezzarle il cuore.»
Dillon si voltò di scatto trafiggendolo con lo sguardo, e lui vide nei suoi occhi un dolore così pungente da riuscire a sentirlo come se fosse stato suo.
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione


