Scritto il 21/08/2026
da FRANCESCA REDEGHIERI


Quando Rafe quella mattina si svegliò, ebbe la strana sensazione di essere osservato.

Con gli occhi socchiusi, guardò il posto vuoto accanto a sé e, ruotando il capo verso il comodino, si scontrò con due occhietti vispi, blu come i suoi.

Didi, con il viso stropicciato dal sonno e avvolta ancora nel suo pigiamino giallo, lo stava osservando con un unicorno di peluche stretto sotto il braccio.

«Da quanto tempo sei lì?» le chiese lui con la voce ancora impastata dal sonno.

«Da un po’.»

«E la mamma?» Rafe si sollevò a sedere appoggiandosi alla testiera del letto e, muovendo appena la mano, le fece segno di raggiungerlo sul materasso.

«È in cucina che sta preparando i pancake.» Didi gli appoggiò la testolina sul petto, e lui avvertì un profumo di fragola arrivargli al naso. Gli ricordò il giorno in cui era arrivato al ranch e l’aveva trovata intenta a lavare l’alpaca. «A me piacciono quelli con le gocce di cioccolato.»

«Anche a me» le rispose Rafe, intanto che sentiva il suo cuoricino batterle contro le costole. «Sai che ho un carissimo amico che invece va letteralmente matto per quelli alla banana?»

«Buoniii» disse la bambina allungando l’ultima vocale a dismisura, mentre gli si accoccolava addosso, stringendo a loro anche il pupazzo.

Rafe le mise una mano tra i capelli scompigliati e, accarezzandola, le raccontò la storia del suo amico Connor: «Ha conquistato la sua fidanzata a furia di cucinarle pancake a forma di coniglietto.»

«La mammina invece me li fa a forma di faccine sorridenti con il cioccolato e tanto sciroppo d’acero.»

«Chissà che buoni che sono!»

«Ah ah» sussurrò sbattendogli in faccia l’unicorno. «Anche a Happy piacciono tanto tanto.»

Una risata cristallina gli sfarfallò addosso nel momento in cui il corno di gommapiuma gli entrò in un occhio, accecandolo.

All’improvviso, Didi gli chiese: «Papà, che ci fai nel letto di mammina?»

A Rafe andò la saliva di traverso e, a causa di un colpo di tosse improvviso, la figlioletta lo guardò dapprima storto e poi, sollevando appena la testolina dal suo petto, lo fissò con gli occhietti spalancati.

«Niente» cercò di giustificarsi lui non sapendo bene che dirle. «Diciamo che ieri sera ero molto stanco e mi sono addormentato qui.»

Didi, un po’ pensierosa, sembrò riflettere sulle sue parole.

«Papino» lo chiamò di nuovo lei, alzandosi di scatto e rischiando di dargli una testata mentre lui era immerso tra i suoi pensieri. «Quando iniziamo a costruire la nostra casetta?»

Rafe si sfregò la faccia con le mani, sorridendo dinanzi al modo che avevano i bambini di cambiare argomento così velocemente.

A quanto pareva, la replica che le aveva dato per lei era stata sufficiente, e ora voleva una risposta a quello che le stava più a cuore in quel momento.

«Che ne dici se cominciamo subito dopo colazione?» le disse dopo averle tirato una ciocca di capelli.

Il responso euforico della figlia fu una sequela di grida gioiose. Si alzò in piedi e si mise a saltare sul letto piena di felicità.

«Yuppy!» gridò lei tra un salto e l’altro.

I giorni passarono come avvolti in una spirale caleidoscopica di felicità. Rafe era finalmente in pace con se stesso, e il suo tormento era stato messo a tacere.

Non era su un campo di gioco che stava trovando la sua tranquillità, ma quello che stava stringendo tra le mani era ciò che voleva più di ogni altra cosa.

Un tempo gli avevano detto che la vita assomigliava a un guantone da baseball: più era malconcio e meglio era.

Nulla di quello che gli stava accadendo in quei giorni si poteva definire malridotto ma, nonostante questo, era quanto di più meraviglioso Rafe potesse desiderare.

Sapeva quello che l’universo gli stava ridando, e non avrebbe sprecato neanche un istante.

Durante la notte aveva la sua Crispy nuda tra le braccia; di giorno, quando la loro bambina tornava da scuola, lui e Didi si rintanavano sull’albero e costruivano il loro grande fortino, con annesso un piccolo recinto ai piedi della quercia che avrebbe ospitato il Signor Erre.

Butch e Archer erano stati di parola, e ogniqualvolta avevano avuto un attimo di tempo libero li avevano aiutati.

L’allenatore dei Red Sox gli aveva telefonato un paio di volte, dicendogli che nel fine settimana ci sarebbe stata una partita di pre-campionato e che lui avrebbe dovuto esserci, se ci teneva a mantenere il suo posto in squadra.

Rafe aveva storto il naso rendendosi conto che una settimana era già volata via, spazzata dal vento che soffiava dalle Green Mountain; i giorni a loro disposizione si stavano accorciando velocemente, simili al bastoncino di un fiammifero che bruciava troppo in fretta.

Era quasi ora di cena, però Didi ancora non si era stancata di stare su quell’albero.

Il pavimento di legno era già stato costruito come anche i quattro pali che delineavano gli angoli della casetta e la scaletta a pioli attaccata al tronco. La bambina gli andò incontro con il martello tra le mani e, inginocchiandosi accanto a lui, glielo sventolò davanti alla faccia.

«Posso farlo io, papino?»

Rafe, spostando appena il capo all’indietro, le sorrise.

«È troppo pericoloso fartelo usare.» Le diede un buffetto sul naso e senza volere glielo sporcò, lasciandole uno sbaffo nero. «Tua madre mi metterebbe in punizione se solo te lo lasciassi fare.»

Rafe le prese l’attrezzo dalle mani, e Dizzy scoppiò a ridere.

«Non può metterti in castigo. Tu sei grande!»

«Già, ma non significa che io non abbia paura di esserci messo.»

Con un dito le fece il solletico su un fianco, e la risata di sua figlia si sollevò tra le frasche di quella pianta solida.

 

 

Era stato un pomeriggio intenso quello che Dillon aveva trascorso con Archer al pascolo dei vitelli. Subito dopo pranzo, avevano caricato del fieno sul pick-up e, attraverso sentieri sterrati, avevano raggiunto la collina nella quale tenevano i bovini allo stato brado, per intensificare il loro foraggio.

Archer aveva guidato su e giù per l’area recintata intanto che lei dal cassone gettava il fieno a intervalli regolari. Avevano controllato gli abbeveratoi e stavano rientrando alla fattoria stanchi e impolverati.

«Quando arriveremo in scuderia ho bisogno che controlli i ferri di Brando, penso che abbia un posteriore allentato e non vorrei che lo perdesse.»

Dillon si massaggiò il collo indolenzito e, appoggiando i piedi sul cruscotto, lo guardò con la coda dell’occhio.

Archer era un bravo maniscalco e, ogni volta che un cavallo necessitava di ferri nuovi, era a lui che Dillon si rivolgeva.

«Ah ah.» Gli occhi chiari del cowboy la scrutarono con insistenza.

«Che c’è?» gli domandò lei, quando vide un sorriso distendergli le labbra

«Niente, mi domandavo solo come andavano le cose.» Archer tornò a guardare la strada battuta, e un muggito in lontananza li raggiunse mentre il pick-up ondeggiava dopo aver centrato una buca.

«Pare andare tutto a meraviglia.»

«Così sembrerebbe» concluse Archer tamburellando con le dita sul volante. Dillon avvertì le farfalle nello stomaco pensando a quello che in quei giorni era accaduto tra lei e Rafe.

Il rapporto tra lui e Didi era meraviglioso ma, quello che le faceva aumentare i battiti nel petto, riguardava tutto ciò che erano diventati loro due.

Ogni volta che Rafe le era accanto non faceva altro che toccarla e baciarla e lei, come non le accadeva oramai da tanto tempo, si sentiva felice e al sicuro.

Non erano le sue braccia forti, né il modo in cui la faceva sentire, eppure, quando la avvolgeva nella sua stretta, tutto si trasformava in magia.

Quella sensazione di felicità e amore però era solo una mera illusione, perché lui prima o poi se ne sarebbe tornato a Boston, e lei non aveva la più pallida idea di come avrebbero fatto a far funzionare le cose.

«Dillon, quel ragazzo ti ama e penso che un modo lo troverà» sentenziò Archer, come se le avesse letto nel pensiero.

Dillon voltò appena il capo verso l’amico. «Forse, o forse no.»

«Che vuoi dire?»

«Voglio dire che il baseball è tutta la sua vita, da sempre. Non lo metterà mai da parte per noi, ci sono già passata.»

Archer, prese una bottiglietta d’acqua e dopo averne svitato il tappo se la portò alle labbra.

«Le priorità cambiano nella vita, e penso che ora tu e Didi siate più importanti per Rafe.»

«Non lo so, Archer» disse Dillon appoggiando il capo sul poggiatesta del sedile. «Un tempo non è stato così.»

«So già tutto quello che c’è da sapere su ciò che è stato il vostro passato.» Archer le passò la bottiglietta d’acqua, e Dillon ne bevve una lunga sorsata. «Diamine, appena l’ho visto qui al ranch l’avrei preso a calci nelle palle solo per quello.»

A sentire l’amico parlare così, rammentò quando anni addietro in lacrime gli aveva raccontato ogni cosa.

Sentì l’eco della sua vecchia voce strozzata dal pianto e non le vennero in mente altro che schegge e polvere.

«C’è qualcosa in lui che mi fa credere a tutto quello che ti sta dicendo» disse lui portando entrambe le mani sul volante e, imboccando l’ultima curva, intravidero in lontananza la fattoria.

«Anche io credo che il suo cuore sia sincero, ma non voglio illudermi sul fatto che sceglierà noi, anziché il suo amato baseball.» Dillon piegò il capo in avanti, e i capelli le caddero sugli occhi al pari di uno scudo contro il mondo.

«A quanto pare abbiamo visite» disse Archer destandola dai suoi pensieri e facendola guardare nella direzione che stava indicando.

Sulla strada ghiaiata che arrivava fin davanti al suo cottage vi era parcheggiata una Mercedes argentata.

L’affiancarono e quando Dillon, dall’alto del loro fuoristrada, guardò in direzione della macchina si ghiacciò all’istante, trovandosi davanti un volto che mai avrebbe creduto di rivedere.

Una frana dirompente la travolse nello stesso istante in cui gli occhi glaciali della ragazza la squadrarono.

«Oh, mio Dio» disse questa scendendo dal posto di guida, agghindata al pari di una modella abituata a sfilare in passerella. «Dillon Sullivan, sei proprio tu?»

Un passato che avrebbe voluto dimenticare si abbatté con forza su di lei, ricoprendola di detriti.

Le parole le morirono in gola, ostruendole il respiro.

Dillon non si mosse, rimase inchiodata al sedile del pick-up di Archer mentre sentiva il mondo crollarle intorno.

«Hellen» sussurrò appena, come fosse stato l’ultimo alito di fiato che le restava.

«Non ci posso credere.» La ragazza le andò incontro esaminandola e, stringendo gli occhi in gelide fessure, le ricordò ciò che tanto aveva voluto dimenticare. «Se non sbaglio l’ultima volta che ti ho vista avevi in forno una pagnotta imbarazzante» la rimbeccò, e con sufficienza si gettò i capelli rossi dietro una spalla.

Il viso e gli zigomi alti rendevano il volto di Hellen spigoloso, ma era il suo modo di fare arrogante che la rendeva indigesta.

Hellen aveva l’atteggiamento di sempre; mascherava l’insulto con un finto sorriso stampato sul viso. La sua bocca dipingeva il quadro, ma erano le sue parole perfide e pungenti che raccontavano la storia.

Gli ultimi ricordi che Dillon aveva di lei erano come cristallizzati nel tempo. La guardò intanto che un colpo di vento la raggiunse, portandole alle narici il suo profumo pungente e facendo insorgere le ansie di un tempo, catturandole una a una.

 





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