THE PERFECT GAME
Capitolo 21 di 34

Scritto il 19/08/2026
da FRANCESCA REDEGHIERI


La giornata era volata in un batter d’occhio e, nonostante per Dillon avere Rafe in giro fosse ancora strano, si crogiolò dentro quella sensazione.

Sua figlia adorava suo padre e lei non avrebbe mai fatto niente per ostacolare la loro conoscenza.

Avevano finito di cenare da un paio d’ore e ora erano tutti e tre sul divano dinanzi alla televisione. La giornata era stata sfiancante e, benché avessero ancora un paio di giorni di lavoro serrato, la parte più pesante della tosatura era terminata.

Ora restava solo da controllare i velli prima che questi venissero imballati per la vendita ai lanifici, dove sarebbero stati lavati, cardati, pettinati e infine tessuti.

Rafe, durante la cena, si era dilungato nel raccontare a Didi della sua infanzia a Rutland, e di quando assieme al padre avevano costruito la più grande e bella casetta sull’albero che un bambino di otto anni potesse desiderare e così, Dizzy Dean, incuriosita, aveva chiesto a Rafe di costruirgliene una.

Butch e Archer si erano offerti volontari per dargli una mano sia per costruirla sia per quanto riguardava la ricerca delle assi di legno.

Una grossa e vecchia quercia, posta accanto al fienile, con i suoi grandi rami allargati sembrava essere l’albero perfetto su cui fondare il loro speciale fortino.

Dillon se ne era rimasta in disparte e, con il cuore gonfio di felicità, aveva guardato un padre e una figlia interagire tra di loro, come non avevano mai fatto prima d’ora.

Più di una volta si era incantata a fissare Rafe e, quando i suoi occhi si erano incollati alle sue spalle, al suo petto fasciato dentro una camicia nera, e alle sue braccia muscolose, aveva capito che lui era fatto per stare sulle copertine delle riviste.

Uno spasmo di gelosia la colse, quando pensò a tutte quelle donne che l’avevano ammirato e avuto tra le braccia prima di lei, durante quei lunghi anni in cui erano stati separati.

I loro sguardi si erano incrociati più di una volta durante la cena; lui, sentendosi le sue occhiate addosso, cercava un qualche tipo di contatto, e ogni volta i suoi occhi l’avevano accarezzata al pari di una mano infuocata.

L’amore che Dillon da sempre provava per lui era inciso nel mistero e scolpito nella segretezza; ma, ora che lo aveva accanto, sentiva quasi il bisogno fisico di toccarlo, sincerandosi che tutto quello che stava accadendo fosse reale.

«Posso restare qui stanotte?» le chiese Rafe.

Dillon aggrottò la fronte mentre il cuore le rimbalzava nel petto.

«Il tuo letto a casa di Butch che ha che non va?» gli chiese lei con il sorriso stampato sulle labbra.

«Non ci sei tu.»

A quelle parole fu come se un’emozione intensa venisse pompata direttamente nel cuore di lei, dilagandole dentro simile a una lenta insulina.

Una parte di Dillon fece posto a quei sentimenti che da troppi anni aveva cercato di seppellire e, una volta fatto, provò ogni trepidazione.

Rafe, dopo aver controllato Didi che dormiva placida tra di loro, avvicinò il viso al suo, premendo teneramente le labbra sulle sue e, con un sospiro, la sua lingua le chiese permesso.

«Non faccio altro che pensare a me dentro di te» le sussurrò tra un gemito e l’altro mentre il suo sopracciglio destro, diviso in due da una cicatrice, s’inarcava assomigliando alla punta di una freccia.

Le sfiorò il viso con i polpastrelli e con lentezza la fece sollevare dal divano.

Rafe coprì Didi con una trapunta, poi prese Dillon per mano e la trascinò in cucina, oltre l’arco di pietra.

Le fece scorrere le mani addosso e, stringendola tra le sue forti braccia muscolose, la sollevò tra le braccia.

Dillon gli circondò i fianchi con le gambe e al contempo le loro labbra giocarono le une con le altre. Gli bloccò le caviglie all’altezza della vita e, senza smettere un istante di baciarla, lui si avvicinò al piano della cucina, adagiandola sopra. L’acqua all’interno della boccia di Blu oscillò, increspando la superficie, e il pesciolino guizzò via spaventato, andando a nascondersi dentro l’anfora posizionata sul fondo.

Rafe le divaricò le gambe e il suo corpo massiccio le si insinuò in mezzo.

Il vestitino di maglia, che aveva indossato quella sera, le risalì lungo le cosce, sollevandosi e permettendo alle mani di lui di intrufolarsi sotto.

Dillon oramai era troppo avvolta nelle sue spire per fuggire illesa da quella cucina.

Se solo ci avesse provato, le sue ali si sarebbero strappate, distruggendola.

Se solo non fosse stata attenta, Rafe Marshall avrebbe avuto il potere di annientarla.

Il padre di sua figlia si chinò su di lei, e il calore del suo respiro accompagnò le sue parole: «Ho paura che d’ora in poi per me sarà impossibile vivere la mia vita senza di voi.»

Lui la guardò dritta negli occhi, e il rantolo che lei sentì nel cuore non era altro che il sangue che le pulsava nelle vene con ferocia.

«Rafe…» sussurrò lei senza fiato.

«Quello che voglio vedere d’ora in poi, lo sto guardando adesso.»

Dillon gli affondò le mani nei capelli e ricambiò il suo bacio come se ne avesse bisogno per continuare a vivere, poi lui appoggiò la fronte alla sua, staccando appena le loro labbra. Dillon riaprì gli occhi e si accorse che lui la stava fissando.

I loro sguardi bruciarono l’uno nell’altro per un grappolo di secondi infuocati.

«Dimmi che mi ami» quasi le ordinò.

«Che stai dicendo, Rafe?» gli chiese lei con gli occhi sgranati.

«Sono stato un idiota a non capirlo per tutto questo tempo, e ora non voglio perdere un secondo di più.»

Il bisogno, l’urgenza, la necessità che Rafe aveva di sentirselo dire gli rimbombò nel petto.

Le mani fameliche di lui iniziarono a muoversi impazienti sulla sua pelle accaldata.

Le agguantò un seno nello stesso istante in cui una mano le scivolò oltre l’orlo delle mutandine, e un gemito le sgusciò dalle labbra.

«Dimmelo, Crispy» la incitò lui intanto che le infilava i polpastrelli tra le sue pieghe bagnate, stimolandole contemporaneamente il clitoride con il palmo della mano.

Dillon sentì il suo nome scivolargli sulla lingua tale e quale a una supplica.

Due grosse dita la aprirono.

«Oddio» ansimò lei annidandosi nell’incavo del suo collo e respirando il suo profumo speziato.

«Continua a pregare, matricola, perché sto per farti venire sulle mie dita.»

La sua voce roca le vibrò nell’orecchio, e una scarica incandescente si riversò nel suo ventre.

Le pareti di Dillon iniziarono a contrarsi attorno alle sue dita, e al contempo lei gli morse una spalla soffocando un gemito.

Sollevò di scatto la testa, poi allineò il naso al suo fino a scambiarsi un unico respiro, e gli rivelò quello che portava nel cuore.

«Ti amo» gli sussurrò lei mentre la passione la travolgeva e, Rafe, con gli occhi blu scuro simili alle profondità di un oceano inesplorato, le coprì ancora una volta la bocca con la sua, bevendo l’orgasmo che le stava sgorgando fuori dalle labbra socchiuse.

«Sei bella da morire» le disse lui nel momento in cui Dillon gli poggiò il capo sulla spalla, sentendosi le guance imporporarsi.

Lei sollevò la testa nella speranza di sentirgli dire quelle due semplici parole che tanto anelava, ma lui la guardò senza parlare. Il suo sguardo fu simile al sole perché, ovunque si posassero i suoi occhi, lei si sentiva bruciare.

«E tu, non hai niente da dirmi?» gli chiese Dillon avvicinandosi alla sua bocca e lasciando che le sue labbra esitassero a qualche centimetro da quelle di lui, danzando e provocandolo.

Rafe le sorrise appena, e il mondo attorno a Dillon vorticò all’improvviso.

Lo vide schiudere la bocca pronto a risponderle, quando una vocina perforò il silenzio della casa.

«Mammina!»

Improvvisamente, si allontanarono l’uno dall’altra con i respiri affannati e la paura di essere stati colti in flagrante. Rafe ruotò sui talloni dirigendosi in salotto intanto che lei scendeva dal ripiano della cucina, sistemandosi il vestito.

Dillon svoltò l’angolo di pietra mentre con le mani cercava di acconciarsi i capelli che Rafe aveva scompigliato e, quando sollevò lo sguardo, vide la fortezza d’acciaio che era la sua schiena.

Era un muro massiccio e forte, e il suo cuore le precipitò sotto i piedi nel momento in cui lo vide stringersi al petto Didi.

La avvolse nella trapunta nello stesso istante in cui la bambina gli appoggiò la testolina arruffata sulla spalla, con gli occhietti chiusi e il dito in bocca. Dillon li osservò intanto che le passavano accanto diretti verso la sua cameretta.

«Ci penso io» le mimò lui a fior di labbra, prima di sparire lungo il corridoio. In quell’attimo, senza averne alcun diritto, lui le rubò il cuore un’altra volta.

***

Rafe la trovò nella sua stanza ad aspettarlo, appoggiata alla finestra. L’oscurità proveniente da dietro il vetro era come una cornice sulla quale le sue forme sinuose spiccavano.

Deglutì un grumo di piacere e, accarezzandole il corpo con lo sguardo, si riempì della sua immagine stretta in quel vestitino di maglia grigio.

Non aveva mentito quando prima le aveva detto che era bellissima, e il senso di colpa per aver perso tutti quegli anni inutilmente si accese dentro di lui, scivolandogli sotto la superficie della pelle, incendiandolo.

La vide inclinare il capo da un lato, i lunghi capelli scuri le scivolarono oltre la spalla, sfiorandole i seni pieni e tondi.

Rafe poteva sentire il sapore dei suoi respiri.

«Nostra figlia si è riaddormentata?» gli domandò, e qualcosa nella sua voce lo attraversò al pari di un fulmine.

Rafe mosse qualche passo in avanti, fino a che sfiorò la punta dei suoi piedi scalzi.

«Nostra figlia» sussurrò Rafe. «Ha un suono bellissimo.»

Lo sguardo che Dillon gli lanciò lo tranquillizzò, accarezzandolo, e i suoi occhi sembrarono luminosi quanto il suo cuore puro. Si piegò in avanti, allineando i loro respiri.

«Mi stai uccidendo» gli sussurrò Rafe sulle labbra, prendendole il viso tra le mani. «Mi stai uccidendo e nemmeno lo sai.»

Il suo cuore continuò a inciampare su se stesso mentre la bocca della sua Crispy si chiudeva su di lui, bacio dopo bacio.

«Tu hai detto che mi ami, ma io non imprigionerò quello che sento per te dentro un semplice ti amo» affermò Rafe. La sua voce ruvida arrivò alle sue stesse orecchie somigliante a una pietra pomice in grado di smussare gli spigoli e ora, intanto che un brivido gli attraversava la schiena, sentì il suo stesso cuore levigarsi. «Sei speciale come nessun’altra e voglio tutto quello di cui mi sono privato in questi anni.» Avvertì i suoi stessi occhi intensi e blu scintillare di passione, tali e quali a quelli di un animale selvatico.

«Dimmi, come mai sono diversa da tutte le donne che hai avuto? Dimmelo, Rafe, perché non riesco a capirlo.»

«Perché» disse inclinandole il capo all’indietro «nessuna di loro è la madre di mia figlia.»

Rafe le prese una mano tra le proprie e, avvicinandola alle labbra, le sfiorò la punta delle dita con i denti.

Le sue iridi si accesero e le schegge verdi che aveva negli occhi brillarono di soddisfazione.

C’era così poca distanza tra di loro che lui riuscì a percepire il suo inebriante profumo e, toccandola sulle spalle, le abbassò il vestito, facendoglielo scendere lungo le braccia e scoprendole i seni avvolti nel pizzo nero.

Con mani leggere, glielo fece scivolare sui fianchi, e poi ancora più giù, fino ad abbandonarlo ai suoi piedi.

Le afferrò un seno succhiandolo da sopra il reggiseno e, mentre con mano abile glielo sganciava, lei, allungando una mano, gli accarezzò l’erezione sopra i pantaloni.

«Hai chiuso la porta?» gli domandò Dillon con un gemito strozzato. Fuori dalla finestra il vento faceva ondeggiare le cime degli alberi.

«Mi vuoi, non è vero?» domandò lui con arroganza. «Vedo il tuo desiderio che a ondate si abbatte su di me, e la tua inebriante eccitazione rischia di ubriacarmi.»

«E tu?» gli domandò lei alzando il mento in segno di sfida.

Lui le prese di nuovo la mano e portandosela sull’erezione le fece l’occhiolino.

«Ti vogliamo entrambi.» Le labbra di Dillon si schiusero appena. «Ogni volta che ti guardo, matricola, non vedo l’ora di spalancarti quelle belle gambe che ti ritrovi; non desidero altro che sporcarti con il mio seme, marchiandoti come mia.»

Dillon boccheggiò e dopo essersi leccata il labbro inferiore se lo morse.

«Distenditi sul letto, Crispy, perché ho intenzione di non farti chiudere occhio per tutta la notte.»

Dillon scavalcò appena il vestito ai suoi piedi e con passo leggero si diresse verso il letto.

Rafe, distogliendo l’attenzione dalla curva tentatrice delle sue labbra, la focalizzò su altre curve che gli riempirono il suo sguardo, ammaliandolo e seducendolo.

Dillon si mise a quattro zampe sul letto e il suo splendido sedere, strizzato dentro minuscole mutandine di pizzo, gli oscillò davanti alla faccia.

Lui la seguì, poi le sue mani lo afferrarono massaggiandolo, e lei, sorridendo, lo guardò da oltre la spalla.

Non aveva mentito quando le aveva detto che la amava e, se solo non fosse stato attento, avrebbe rischiato con quel sentimento travolgente di bruciare più di una foresta in fiamme.

Aderì con il petto alla sua schiena e, mordendole una spalla, continuò la sua esplorazione, leccandola lungo il collo.

Era presente un’infuocata attrazione tra di loro, una forza scandita da un magnetismo primitivo e animalesco, che mai avrebbe creduto di provare per la sua Crispy.

«Sai cos’è la cosa che mi fa eccitare più di tutto?» le domandò lui nel momento in cui le insinuò una mano in mezzo alle gambe. «Il fatto che, dopo tutto questo tempo, e il male che vi ho fatto, tu mi voglia ancora.»

Rafe pronunciò quelle parole mentre cercava di districarsi dalla scarica elettrica che gli stava scorrendo sottopelle.

Dillon cercò il suo sguardo e, gli affondò le mani nei capelli, strattonandoli.

Gli chiese di essere baciata e, con le lingue che si muovevano a un ritmo tutto loro, lui l’accontentò, divorandole le labbra, intrecciando i loro respiri.

Rafe arrivò alla conclusione che Dillon, nonostante tutto, avrebbe potuto trovare qualcuno migliore di lui ma, visto che era un bastardo egoista, la desiderò solo per se stesso.

Infilandole le mani sullo stomaco, la ribaltò sul letto.

Con il naso le disegnò dei cerchi intorno all’orecchio senza toccarlo davvero, solo sfiorandolo e, nel momento in cui un brivido gli attraversò il petto, capì che non ci sarebbe mai stata partita di baseball in grado di trasmettergli quella sensazione meravigliosa che stava vivendo in quell’istante.

Il baseball era un gioco in cui anche un solo centimetro poteva fare la differenza; una folata di vento avrebbe potuto far volare la palla da una parte ed essere out ancora prima che un giocatore se ne accorgesse.

In quelle partite, non c’era spazio per la forza bruta del football o la velocità del basket; qui tutto era lento, dalla ricezione ai lanci, condito da tanto talento e tantissima fortuna.

Tuttavia, per Rafe, la fortuna più grande non era quella di giocare, ma quella di aver ricevuto il perdono di Dillon Sullivan e, mentre con una stoccata lenta le entrava dentro, giurò su quanto avesse di più caro che avrebbe meritato ogni singolo giorno che lei e la loro bambina gli avrebbero concesso.

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