Stringendo al petto quella speciale ecografia tridimensionale, Dillon s’incamminò fuori dall’ambulatorio ginecologico del campus; la gioia per aver finalmente visto il viso di sua figlia per la prima volta venne oscurata dall’amarezza dell’assenza di Rafe.
Lui in più di un’occasione le aveva giurato che, non appena avesse finito di giocare la partita con i Catamounts, sarebbe corso da lei perché sapeva quanto Dillon ci tenesse ad averlo accanto durante quella visita.
Ma così non era stato.
Prima di entrare dentro l’ambulatorio, l’aveva cercato un’infinità di volte al cellulare, fino a che la segreteria telefonica aveva dirottato ogni suo tentativo di chiamata.
Troppe volte aveva cercato di giustificare il suo comportamento, e per altrettante volte si era stancata che lei e la bambina che portava in grembo arrivassero sempre dopo il suo dannato baseball.
Questa volta, però, non ci sarebbero state scuse a cui lui si sarebbe potuto appigliare.
Questa era l’ennesima goccia che stava facendo traboccare un vaso ormai saturo.
Con fatica salì gli ultimi scalini per arrivare all’ appartamento di Rafe e quando, inserendo la chiave nella toppa, girò la maniglia, una strana sensazione la colse alla bocca dello stomaco.
Riprese fiato un secondo, si mise la mano sul pancione di sei mesi, e girò l’angolo diretta verso il salotto nella speranza di trovare Rafe con una scusa pronta da rifilarle.
«Rafe, mi spieghi perché...»
Le altre parole le morirono sulle labbra nel momento in cui i suoi occhi si focalizzarono su qualcosa che non sarebbe mai più riuscita a dimenticare.
Rafe era seduto sul divano, appoggiato allo schienale, con il petto nudo e i pantaloni abbassati alle caviglie.
Una ragazza mezza svestita era a cavalcioni su di lui, con le unghie laccate di rosso gli stava graffiando gli addominali scolpiti; i gemiti di entrambi la raggiunsero, schiaffeggiandola, e, quando Dillon ruotò il capo nella sua direzione, gli occhi glaciali di Hellen Mongomery la trafissero al pari di gelide lame di ghiaccio.
Al suono della sua voce la testa di Rafe scattò all’istante, ma non prima di aver scostato le labbra dal seno prosperoso di un’altra studentessa che, completamente nuda, si stava strusciando sulla sua mano ansimando intanto che le lunghe dita di lui erano infilate nelle sue parti intime.
«Crispy» sussurrò lui con lo sguardo annebbiato e, come fosse stata una supplica, ripeté il suo nome un’altra volta.
Il cuore di Dillon, fino a quel momento solo incrinato, si sbriciolò in un milione di pezzi.
Distolse lo sguardo, restia a mostrare le lacrime. Si sforzò di inghiottirle; un bruciore salato le graffiò la gola quando, girando svelta sui talloni, si diresse verso la porta d’ingresso, decisa a mettere più spazio possibile tra il suo cuore infranto e Rafe.
Sapeva che, nonostante tutto, lui continuava a uscire con un’infinità di ragazze, però vederlo con i propri occhi mentre si stava sollazzando non con una bensì due ragazze, quando avrebbe dovuto essere con lei a conoscere sua figlia, la distrusse. Un odio mai provato prima le ruggì nel petto.
«Dillon, aspetta.» Rafe le afferrò il braccio nel momento in cui i suoi piedi avevano già iniziato a scendere le scale.
La sua presa salda la bloccò, stringendola, e Dillon boccheggiò quando una scarica di rabbia la colpì tale e quale a un fulmine.
«Come hai potuto, Rafe?» gli chiese lei voltandosi e guardandolo da capo a piedi.
Almeno aveva avuto la decenza di tirarsi su i pantaloni.
«Io ero in ambulatorio ad aspettarti e tu invece eri qui a scopare con quelle ragazze.» Dillon salì appena un gradino, andandogli addosso con il pancione. «Oh mio Dio, Rafe, come hai potuto farlo? Io mi fidavo di te!»
«Cazzo» imprecò lui, strattonandosi i capelli. «Crispy, ti giuro che mi era passato di mente.» In maniera grossolana si sfregò il viso con il palmo della mano.
«Ti è passato di mente che oggi avresti dovuto vedere in viso tua figlia?» gridò lei arrabbiata.
«Shh.» Rafe, prendendola per un braccio, la fece spostare dalle scale, attirandola appena verso il fondo del pianerottolo. Le intimò di tacere, iniziò a guardarsi intorno, poi le sussurrò: «Zitta, qualcuno potrebbe sentirti.»
Il mondo di carta di cui si era circondata improvvisamente le crollò addosso, e Dillon ne venne travolta.
Deglutì un grosso magone che le stava ostruendo la gola.
«Sei ubriaco?» gli domandò nel contempo in cui notò due lunghe strisce rosse, simili a graffi, solcargli il petto.
«Abbiamo vinto la partita e ci siamo scolati un paio di birre nello spogliatoio, prima di andare alla festa.»
«Alla festa?» domandò lei incredula. «Tu non avresti mai dovuto andarci a quella festa. Dovevi essere con me, Rafe, me lo avevi giurato!»
In tutta la sua vita, Dillon non aveva mai provato un dolore così profondo come quello che le stava inferendo ora Rafe.
Il cuore smise di battere, le ossa iniziarono a dolerle, l’anima si spense.
«Sai che c’è? Non m’importa niente se qualcuno ci sente, perché, tu, con noi hai chiuso!»
«Crispy» disse lui allungando una mano, ma lei non si fece afferrare e, con tutta la rabbia che aveva dentro, gli gettò addosso quella piccola ecografia che, volando simile a una piccola farfalla, gli si depositò sui piedi.
«Non saremo più il tuo sporco segreto da dover nascondere» disse lei singhiozzando, intanto che le lacrime iniziavano a scorrerle lungo il viso, imbevendole il cuore. «Torna pure alla tua vita, Rafe Marshall, vivila e godine ogni giorno perché io non ne farò più parte.»
«Dillon, aspetta» la supplicò Rafe con voce roca.
«No» sentenziò lei scendendo un altro scalino, un passo dopo l’altro, mettendo tra di loro sempre più distanza. «Gioca a baseball, Rafe, perché è l’unica cosa che sai fare bene e dimenticati di noi, quanto mi auguro noi lo faremo con te.»
«Rafe!»
Hellen si presentò sul pianerottolo con addosso la maglietta da baseball verde dei Catamounts con il numero sedici stampato in lettere gialle.
Dillon alzò lo sguardo e si scontrò con gli occhi ostili di lei.
La vide ancheggiare mentre si avvicinava a lui e lo abbracciava in vita facendo aderire i loro corpi l’uno all’altro. Le sue mani laccate di rosso gli accarezzarono il petto nudo, come se volesse in una qualche maniera marcare il suo territorio.
Rafe però le agguantò la mano, bloccandola.
«Hellen, torna dentro» le disse lui senza guardarla e non staccando mai nemmeno per un secondo gli occhi da Dillon.
Lei sembrò non ascoltarlo, alzò il mento e parlò a Dillon con un tono di voce freddo somigliante al ghiaccio: «Forse non l’hai capito, ma noi qui siamo alquanto impegnati.» Le sue parole pungenti le volarono addosso, simili a lame taglienti scagliate da un lanciatore di coltelli. «Sei imbarazzante in quelle condizioni e forse sarebbe il caso tu andassi da chi ti ha fatto quel bello scherzetto, piuttosto che continuare a girare sempre intorno a lui come fossi una povera disperata.»
«Hellen, taci.» Rafe la zittì con voce dura, però non sembrò fermare la sua lingua biforcuta.
«Devi smetterla di stargli sempre addosso, altrimenti la gente penserà che quella pagnotta che ti sta lievitando in pancia sia opera sua.»
Rafe se ne restò lì in silenzio a osservarla, e Dillon lo vide deglutire visibilmente intanto che i suoi occhi si sgranavano. Nemmeno un suono uscì dalle sue labbra sigillate.
Quello sarebbe stato il momento perfetto in cui avrebbe dovuto ribattere a Hellen, rivelando una volta per tutte che era davvero il padre della bambina che lei portava in grembo.
Rafe continuò a non proferire parola, e quel silenzio le si annodò nello stomaco simile a un laccio imbevuto di amido che non si sarebbe mai più sciolto.
Lei era il suo segreto, ma lui non era pronto a condividerlo.
Una lacrima le corse lungo la guancia; la sentì rotolare con lentezza e con un gesto rabbioso la tolse, mentre una pietra appuntita le graffiava la gola, ostruendole il respiro.
Lo guardò, tuttavia dinanzi a Dillon ora c’era un estraneo.
Da quando l’aveva incontrato per la prima volta, Rafe Marshall aveva colorato tutti i suoi pensieri; invece ora, intanto che gli dava le spalle scendendo le scale, lo stomaco di Dillon ribollì di amarezza.
Era simile a un vulcano sul punto di eruttare tutto il suo dolore.
In quell’istante nulla aveva più senso, nemmeno restare lì e continuare a vederlo ogni giorno.
L’aveva ferita in un modo irreparabile e, quando chiamò lo zio Butch per farsi venire a prendere, capì che la sua vita da quel momento in poi sarebbe cambiata per sempre.
Ognuno era artefice del proprio destino, e ognuno prima o poi avrebbe dovuto fare i conti con le proprie scelte, giuste o sbagliate che fossero.
Dillon, rinunciando ai suoi sogni, sapeva che avrebbe vissuto per sua figlia e che l’avrebbe amata senza ombra di dubbio per entrambi.
Un passo dietro l’altro si allontanò dal dormitorio per l’ultima volta, sperando di sentire la voce di Rafe chiamarla con tono disperato.
Eppure, il suo nome non venne né gridato né sussurrato, e lei, con il cuore sanguinante, lasciò una volta per tutte l’università.
«Dillon» la chiamò Archer destandola dai suoi pensieri e lei, scrollando appena il capo, si risvegliò da quel lungo e doloroso ricordo; con passo incerto scese dal pick-up e andò di fronte a Hellen Montgomery.
Un tempo non troppo lontano quella donna le aveva fatto del male con le sue parole taglienti, anche se era stato l’averla vista impalata su Rafe ad annientarla.
Pietre e bastoni potevano romperti le ossa, ma erano le parole che avevano il potere di spezzarti il cuore.
Negli anni aveva rivissuto quel momento un’infinità di volte, fotogramma dopo fotogramma, e ora vederla lì davanti a lei stava riportando tutto a galla.
Hellen la guardò arricciando il naso, come se un odore fastidioso l’avesse raggiunta, poi sollevando il telefono le disse: «Sono giorni interi che Rafe non mi risponde…»
«Rafe?» le domandò lei con il cuore galoppante nel petto.
Lei picchiettò l’iPhone con un’unghia laccata di rosso.
«Ho fatto rintracciare il suo cellulare, e il sistema mi dice che lui è proprio qui.»
«E che vorresti, tu, da Rafe?» le domandò nel momento in cui una mano invisibile le serrò la gola, impedendole di respirare.
Hellen la squadrò con quei suoi occhi pungenti e, inclinando il capo da una parte, distese le labbra siliconate in un sorriso privo d’ironia.
«Di tutti gli scenari che mi aspettavo di trovare, tu sei sicuramente il più improbabile.» E per un tempo che parve lunghissimo, se ne restò lì a guardarla con sufficienza. «Non sapevo che vi sentiste ancora.»
«Non vedo come questa informazione possa interessarti» rispose stizzita Dillon.
«Oh, mi interessa eccome, dal momento che lo sto cercando.» Hellen rincarò la dose.
«Se vuoi gli posso fare avere il tuo messaggio» le concesse.
Hellen raddrizzò le spalle e con passo malfermo, causato dai tacchi alti sulla ghiaia, le si avvicinò.
Era strana la sua presenza lì, e Dillon stava morendo dalla curiosità di sapere cosa l’avesse spinta a cercarlo.
Archer si mosse appena alle sue spalle, attirando improvvisamente l’attenzione di Hellen.
«Non hai risposto alla mia domanda, Hellen.»
«Quale?» domandò quest’ultima non scollando mai gli occhi da Archer.
«Cosa ti ha spinto a venire fino a qui per cercarlo? Presumo che siate rimasti in contatto dopo l’università…» domandò Dillon nel momento in cui una paura folle le serpeggiò addosso, avvolgendola tra le sue spire.
La domanda le fece guadagnare di nuovo un’occhiataccia e, mentre la sua nemesi le rispondeva, una frana di piccoli vetri smerigliati la travolse, tagliandola.
«Non abbiamo mai smesso di frequentarci e di scopare, sempre se è questo quello che mi stai chiedendo.»
Un pugno in pieno stomaco le avrebbe fatto meno male e portandosi una mano al petto cercò di fermare il cuore che, impazzito, rischiò di schizzarle fuori.
Avvertì il torace caldo di Archer sulla sua schiena intanto che le appoggiava una mano sulla spalla. Un conato di nausea le risalì lungo la gola, tuttavia non avrebbe mai fatto vedere a Hellen quanto le sue parole l’avessero annientata.
Incespicò all’indietro sbattendo contro l’amico, aprì la bocca per parlare ma nessun suono ne uscì.
«Che c’è? Ti ho scioccato?»
«Forse è il caso che tu te ne vada» le disse Archer prendendo in mano la situazione e frapponendosi tra loro.
Dillon gliene fu grata.
«Assolutamente no. Io devo parlare con Rafe a tutti i costi. Sono la sua addetta…»
La testa di Dillon scattò all’istante nella sua direzione.
«Cos’è che sei?»
Gli occhi di Hellen si assottigliarono. «La sua addetta stampa. Ammetto che non farei altro che scoparmelo dalla mattina alla sera, però abbiamo anche un rapporto di lavoro e io esigo di vederlo subito.»
Simile a una lenta bugia, la vita che in quelle settimane aveva vissuto con Rafe le passò davanti agli occhi e proprio come allora, su quel pianerottolo del dormitorio universitario, il suo cuore non solo fu trascinato nel fango un’altra volta, ma venne anche calpestato.
Le parole di Hellen le squarciarono il petto colpito da una forte esplosione.
Dillon percepì sulle sue stesse guance perle bagnate scenderle dagli occhi e si odiò per quello, perché lei non piangeva mai in pubblico.
Le sue lacrime erano solo sue, segrete, destinate solo al buio della notte e alle pieghe silenziose del suo cuscino.
***
Rafe si caricò Didi sulle spalle e con il sorriso stampato in faccia si diresse verso il cottage.
La bambina era euforica e aveva iniziato a canticchiare una canzoncina che parlava di nuvole rosa e unicorni alati.
Sentì un vociare concitato intanto che giravano attorno al cottage e, quando voltò l’angolo, i suoi piedi si bloccarono all’istante.
Hellen e Dillon erano l’una dinanzi all’altra, e una delle due era alquanto sconvolta.
«Hellen» chiamò Rafe con tono pungente.
Tre paia d’occhi si voltarono verso di lui, tuttavia furono quelli di Crispy che lo attirarono come un magnete attira l’ago di una bussola.
I loro occhi s’incrociarono per il tempo di un battito di cuore, ma Dillon distolse lo sguardo, non prima però che lui riuscisse a vedere il luccichio delle lacrime dietro le sue lunghe ciglia.
«Finalmente» gridò Hellen alzando le braccia verso il cielo, raggiungendolo mentre dimenava le anche come al solito. Iniziò a urlargli contro assurdità, ma lui non le prestò attenzione. Non aveva occhi che per la sua Crispy, ciononostante lei sembrava avere dentro di sé il mare in tempesta.
«E questa chi sarebbe?» domandò Hellen tornando alla carica e puntando un dito verso Didi.
«Lei non è affar tuo» le ringhiò Dillon avanzando di un passo verso Rafe e facendo scendere la figlia dalle sue spalle.
«Oh mio Dio, non mi dire che è la pagnotta!»
Dillon, con Didi stretta tra le braccia, si voltò al pari di una furia pronta a scagliarsi su Hellen, come la più fiera delle leonesse intenta a proteggere il suo cucciolo.
«Io non mi chiamo pannotta, io sono Didi» disse la bambina, con il broncio stampato sulle labbra. «E tu sei quella brutta voce antipatica che strillava nel telefono del mio papà.»
«Come papà?» chiese Hellen sconvolta guardando Rafe con gli occhi sbarrati e la bocca spalancata.
«Questo non è il luogo adatto per parlare delle vostre faccende personali» affermò Dillon con tono intimidatorio.
E simile a un colpo di frusta, quelle parole gli schioccarono addosso.
«Crispy» sussurrò Rafe cercando di afferrarla per un braccio, tuttavia lei si scostò.
«Dovete andarvene da un’altra parte a parlare di tutto questo.» La sua mano si mosse in circolo, come se avesse voluto racchiuderli dentro un cerchio perfetto.
Un senso di panico serpeggiò dentro a Rafe, e lui ebbe il terrore che Hellen avesse potuto mentire di proposito a Dillon per ferirla e far sì che fraintendesse la natura del loro rapporto.
«Dillon, aspetta» disse lui raggiungendola, piazzandosi davanti alla sua ritirata. «Non riesco a capire cosa ti stia facendo arrabbiare, ma lascia che ti spieghi.»
«Cosa mi devi spiegare esattamente?» La voce di lei si ruppe appena, facendogli capire quanto fosse vulnerabile. La guardò negli occhi e desiderò prenderla tra le braccia per non lasciarla più andare.
Archer si avvicinò a Dillon e, sorridendole, le prese Dizzy dalle braccia.
«Ehi, piccola D, che ne dici di farmi vedere i vostri progressi sulla casetta sull’albero, intanto che mamma e papà parlano con questa signora?»
«Sì!» gridò la piccola afferrando Archer al collo e issandosi tra le sue braccia.
Rafe gli sorrise, ringraziandolo.
«Rafe, mi spighi cosa sta succedendo?» gli chiese Hellen acida quanto un limone ancora acerbo.
«Niente che ti riguardi, sto solo vivendo la mia vita.»
La ragazza incrociò le braccia al petto, e il suo seno finto rischiò di uscirle dalla scollatura.
«Dovete andare via.»
La voce ansimante di Dillon gli arrivò somigliante a un sussurro, però ebbe l’effetto devastante di uno tsunami.
Rafe si voltò e con sguardo supplichevole le disse: «Io non me ne vado proprio da nessuna parte.»
«Io non ce la faccio a rivivere tutto di nuovo, ancora una volta.» Il tono di voce straziante di lei lo devastò.
«Rafe» gracchiò di nuovo la sua addetta stampa e mai come in quell’istante la sua presenza lo infastidì.
«Hellen, prendi la tua macchina e vattene» le intimò.
«Stai scherzando, vero?» urlò lei sbalordita.
«Non sono mai stato più serio in vita mia» disse non staccando mai nemmeno per un secondo gli occhi dalla sua Crispy.
«E dove dovrei andarmene?» Fece un passo verso di lui afferrandogli il braccio. «Rafe, forse non hai capito che sono qui per riportarti a casa. La squadra ha bisogno di te e gli sponsor ti reclamano. Non puoi restartene qua a risolvere i casini di questa sfigata che per stupidità si è fatta mettere incinta all’università dal primo poco di buono che passava.»
Il veleno che Hellen sputò con le sue parole gli entrò sottopelle intossicandolo. Si voltò con rabbia verso di lei e gridandole addosso la fece incespicare all’indietro.
«Vattene via prima che faccia qualcosa di cui dopo potrei pentirmi.»
E per la cronaca, quel poco di buono di cui parli, che l’ha messa incinta e poi si è dato alla fuga con stupidità, è proprio qui davanti a te, pensò Rafe tra sé. Avrebbe tanto voluto gridarglielo in faccia, tuttavia Dillon e quello che stava provando in quel momento erano molto più importanti.
«Come?» chiese Hellen con un bisbiglio, saettando lo sguardo tra lui e Dillon.
«Hellen, Cristo santo… vattene via» le urlò addosso Rafe.
La fulminò con lo sguardo, e dopo poco lei, con il viso pieno di sconcerto, girò sui tacchi dirigendosi verso la macchina.
«Rafe, ti giuro che non finisce qui, avrai molte spiegazioni da darmi.»
Quando la macchina partì sgommando sulla ghiaia, lui espirò una lunga boccata d’aria; i muscoli del collo s’irrigidirono e, abbassando il capo sul petto, cercò d’incanalare tutto il risentimento che stava provando in quel momento.
Si voltò all’indietro, ma anche Dillon si era allontanata senza dirgli niente, dirigendosi verso le stalle.
«Crispy!» La rincorse e quando le fu vicino allungò una mano, agguantandola per un braccio. «Aspetta, non scappare da me. Non devi farlo mai.»
«Perché non mi hai detto di Hellen?» le domandò con la rabbia che le imporporava le guance.
«Perché non c’era niente che valesse la pena dirti.»
«Invece c’era tanto, eccome.» Il capo di Dillon cadde in avanti, e i suoi lunghi capelli le oscurarono gli occhi. Per Rafe fu terribile non riuscire più a scorgere quegli smeraldi preziosi.
«Hellen è solo la figlia del mio agente. Dirige il mio ufficio stampa e gestisce i rapporti tra me e gli sponsor» le disse nello stesso tempo in cui scese lungo il suo braccio con la mano, afferrandole il polso e accarezzandolo con il pollice. «Ti giuro che non c’è altro da sapere.»
«Te la scopi?» E gli occhi di lei brillarono quanto l’acciaio di una spada che fende il verde della boscaglia.
«No.» Un senso di panico lo colse mentre infilava una parola dietro l’altra come fossero state palline colorate in un pallottoliere. «O meglio, non più. E ti giuro che non lo faccio ormai da tanto tempo.»
Una lacrima solitaria le scese lungo la guancia e lei, guardando verso il cielo, non la levò, la lasciò lì a scorrerle addosso. Una strana euforia s’impadronì di lui, perché avrebbe voluto divorare quella perla bagnata con la lingua, leccandola per assaporarla.
Poi, gli occhi brillanti di Dillon lo fissarono intensamente, come se riuscissero a trapassarlo con la semplice purezza del suo sguardo.
«Dovevi dirmi di lei, Rafe.»
«Perché?» chiese in un sussurro. «Perché sarebbe stato così importante per te saperlo?»
«Perché lei ti stava scopando nello stesso istante in cui tu avresti dovuto essere con me a vedere tua figlia, ecco perché.» Le parole le uscirono al pari di un grido carico di dolore. «E perché non c’è stato un singolo giorno in questi cinque anni in cui io non abbia pensato a te e a lei insieme; questa cosa mi ha distrutto.»
Il cuore di Rafe cominciò a tuonargli tra le costole, e lui seppe in quel momento che tutti i progressi fatti in quelle settimane si stavano disintegrando.
La sua Crispy gli stava scivolando tra le dita, simile alla sabbia che scende dalla clessidra, e quella sensazione orribile che lo avvolse era al pari di avere un proiettile piantato nel petto.
«Ogni volta che ti perdono; ogni volta che riesco a rimettere insieme i pezzi del mio cuore; tu arrivi e me lo spezzi di nuovo» gli disse Dillon mentre il cuore di Rafe andava in avaria.
Lui la guardò e, stringendo le mani a pugno, le abbassò lungo i fianchi.
«Non chiedermi di andarmene perché non lo farò.»
Rafe non sapeva che fare.
Dillon aveva chiesto a lui e a Hellen di andarsene e in altre occasioni probabilmente l’avrebbe fatto, sentendosene persino sollevato.
Di solito le donne lo imploravano di restare e ora, invece, l’unica che desiderava realmente gli stava chiedendo di andare via.
Ma non lo avrebbe fatto. Sarebbe rimasto e avrebbe combattuto.
Fece un passo verso di lei sfiorandole i piedi con i propri, e distolse l’attenzione dalla curva tentatrice delle sue labbra. Le avrebbe morse e baciate se solo non fosse stato sicuro che lei l’avrebbe schiaffeggiato.
La sua bocca imbronciata sembrava una rosa appena sbocciata al sole di primavera.
«Non volevo spezzarti il cuore tacendoti di Hellen. Lei non conta niente per me, non l’ha mai fatto. Sei tu e solo tu che riempi ogni mio pensiero.»
Rafe le accarezzò il viso, sfiorandole le guance con i polpastrelli. Era così bella che toccarla era come lambire un’opera d’arte e lui stava ammirando la sua bellezza con le dita.
«Te lo giuro su di noi, Crispy.»
«Perché su di noi?»
«Perché non c’è niente a cui creda di più.»
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