Dillon aveva le dita intrecciate a quelle di Rafe, insieme stavano percorrendo il lungo corridoio che li avrebbe portati nella tribuna del Fenway Park proprio accanto al dugout, dove di solito prendevano posto i familiari dei giocatori che venivano ad assistere alla partita.
Erano posti privilegiati perché erano proprio accanto alla panchina dei giocatori, mentre davanti ai loro occhi c’era tutta la magnificenza del campo da baseball.
Didi era sulle sue spalle e, girandosi appena verso di loro, Dillon intravide Rafe baciato in faccia dal sole, bello quanto una divinità greca immortalata nel marmo grezzo del tempo.
«Voglio farti conoscere qualcuno» disse Rafe incrociando i suoi occhi, e dentro di lei un guazzabuglio di emozioni iniziò a vibrare.
«Chi?» domandò lei con appena un filo di voce.
«Lo vedrai molto presto, anche perché gli ho chiesto di occuparsi di voi.» Rafe sollevò le loro mani intrecciate e guardandola negli occhi le baciò le nocche.
Con una spinta, Rafe aprì il cancelletto cui erano arrivati dinanzi; in un attimo si ritrovarono in una specie di terrazza da cui s’intravedeva il campo da gioco. Una ringhiera di ferro era l’unico intralcio tra loro e lo stadio, infestato da grida e suoni di trombe.
L’agitazione per la partita era già nell’aria, sfrigolante e densa quanto il profumo di pop-corn e hot dog che inebriavano l’aria.
Rafe le accompagnò proprio nelle prime sedute e attirò l’attenzione di un uomo già seduto picchiettandogli sulla spalla.
«Ehilà» disse quest’ultimo ragazzo scoccando a Rafe un sorriso, poco prima di puntare i suoi occhi chiari su di lei.
«Connor, lei è Dillon. Dillon, questo è il mio caro amico…» Rafe stava facendo le presentazioni quando la vocetta di Didi lo interruppe, picchiandogli le guance con le sue manine paffute.
«Papino, ci sono anche io da presentare!»
Una risata collettiva s’impadronì del piccolo gruppetto, e Dillon notò anche una donna e un bambino voltarsi verso di loro.
«Come potrei mai dimenticarmi di te, piccolo vulcano?» Rafe, sollevando le braccia, afferrò Dizzy Dean dalle sue spalle e la fece scendere a terra. «E questa invece è Didi.»
Alzando una manina, la bambina salutò senza alcun timore e con un sorriso andò accanto a sua madre, prendendola per mano.
Dillon accolse il piccolo palmo nel suo e, sorridendo amichevolmente, si presentò stringendo la mano sia a Connor che alla ragazza minuta al suo fianco: Brin.
«Ciao» disse Didi rivolta al bambino. «Io non mi chiamo Didi, quello è il mio sottonome…»
«Soprannome» la corresse Dillon, scompigliandole i capelli.
La bambina sembrò non badare a quella correzione e continuò a presentarsi.
«Il mio nome è Dizzy Dean e mi hanno chiamato così perché era il giocatore preferito del mio papà.»
Il bambino si scostò appena dalle gambe di Brin, e Dillon scorse occhi brillanti e azzurri simili al cielo d’estate. Non ne aveva mai visti di così belli e luminosi.
«Io invece mi chiamo come Superman.»
Didi fece un passo verso di lui e, inclinando il capo da un lato, fece oscillare i suoi codini.
«Ti hanno chiamato davvero Superman?» chiese lei con la bocca e gli occhi spalancati simili ai piattini di plastica su cui serviva caramelle al Signor Erre.
Il bambino sorrise, rivelando una finestrella tra i denti.
«Ma nooo!» sghignazzò lui, allungando la vocale come se ne volesse fare una filastrocca. «Mi hanno chiamato con il suo vero nome: Kent, ma senza Clark.»
«Wow» disse Didi esterrefatta.
Poi un grido acuto ruppe l’idillio che si era appena creato.
«Marshall, muovi le chiappe e vieni giù» gridò l’allenatore dalla buca della loro panchina, proprio lì accanto.
«Arrivo!» rispose Rafe.
«Vai, amico.» Connor, affiancandolo, gli diede una pacca sulla spalla. «Non preoccuparti per loro, ci penso io.»
«Lo so.»
Sfilandosi il berretto, Rafe si sfregò la testa scompigliandosi le ciocche, poi si piegò in avanti e le diede un bacio che sapeva di devozione.
Dillon, come ogni volta che le loro labbra si sfioravano, venne attraversata da una sensazione frizzante.
Boccheggiò, disorientata, come se qualcuno le avesse appena strappato un cerotto dall’anima.
Gli appoggiò le mani sul petto e vide negli occhi blu di Rafe schegge azzurre. Erano splendide, e parevano luccicare attraverso una vetrata colorata.
Didi gli andò incontro e, arrampicandosi, lo strinse al collo in un abbraccio.
«Papino, ti mancherò?» chiese lei nel momento in cui gli affondò il nasino nel collo.
Gli occhi di Rafe e Dillon s’incrociarono di nuovo e, mentre il petto di lei traboccava d’amore per la figlia, lui le rispondeva, stringendola tra le braccia.
«Più della cioccolata.»
«Tu invece mi mancherai più del gelato e dei matti-mello.» La sua vocetta risuonò flebile quanto un sussurro.
Dopo averla baciata sul capo, Rafe la posò a terra, si arrotolò un suo codino attorno a un dito e le disse: «Farò un bellissimo fuorigioco per te, piccola scimmietta.»
«Sì!» gridò Didi, poco prima che lui scavalcasse il divisorio che lo separava dalla panchina.
Gli occhi di Dillon lo seguirono con attenzione, fino a che non scomparve sommerso dal marasma dei suoi compagni di squadra che, dopo avergli dato pacche sulla spalla, si misero ad ascoltare le dritte del coach.
«E così tu sei la famosa Crispy?» le domandò Connor alle sue spalle e lei, si fece raccontare tutto ciò che lo legava a Rafe.
Mancava poco all’inizio del primo inning, Rafe era in piedi a bordocampo con le mani sui fianchi e stava annuendo a qualcosa che l’allenatore gli aveva detto. Il suo corpo appariva scolpito e perfetto anche attraverso la maglia della divisa.
«Giocando in casa, all’inizio noi saremo in difesa, quindi Rafe si sposterà su quel lato del campo, essendo un esterno sinistro» disse Connor indicando a Dillon la zona fuori dal diamante di gioco.
Rafe infilò il suo guantone e, prima di raggiungere la parte esterna che avrebbe dovuto coprire, si voltò verso di loro e le salutò con la mano.
Un tuffo al cuore le scardinò i sentimenti che ancora la rendevano restia a fidarsi del tutto di lui.
«Non dubitare di lui, Dillon» le disse di nuovo Connor. «So che è stato un bastardo, ma penso che stia cercando di fare ammenda.»
Dillon volse appena lo sguardo verso l’amico di Rafe e con un sorriso leggero gli chiese: «Tu sai come si è comportato per tutti questi anni?»
«Sì, me lo ha detto e, credimi, non è mia intenzione spezzare alcuna lancia a suo favore.»
Connor guardò verso il campo da baseball; Dillon, prima di seguire il suo sguardo, vide Didi parlare accanto a Brin e Kent. La vide con le guance imporporate dalla gioia, e una bolla di felicità le scoppiò nella pancia.
«Solo l’ultima volta che ci siamo visti ho saputo di voi.» E intanto che Connor gli raccontava di quando Rafe era stato a Templeton per partecipare alla partita di beneficenza, i suoi occhi scrutavano il campo con attenzione. «La prima cosa che mi ha fatto vedere è stata quella piccola ecografia.»
«Come?» domandò lei mentre girava il collo di scatto nella sua direzione.
«Mi ha fatto vedere una piccola fotografia che portava nel portafoglio. Era sgualcita, ma si capiva perfettamente quello che era.»
«Ce l’ha ancora?» chiese lei in un sussurro, anche se non era sicura a chi stesse facendo la domanda, se a Connor o a se stessa.
«Mi ha detto che era l’unica cosa che aveva di lei.»
Le sue parole le colmarono le vene quanto un lento anestetico e, anche la semplice consapevolezza di quello che lui aveva provato, di quello che aveva cercato di ricordare tenendo quella piccola ecografia che in un impeto di rabbia gli aveva scagliato addosso, le sollevò il vento dentro.
Dillon sbatté le palpebre, simili alle ali di un colibrì, ricacciando indietro le lacrime.
«Non fraintendere ciò che sto per dirti: Rafe conosce solo un tipo di vita, quella legata a questo gioco.» Gli occhi chiari di Connor la trapassarono come se volessero scorgerle nell’anima. «Nel baseball, a differenza della vita, sai esattamente la posizione di ciascun giocatore; ma lui non conosce la vostra.» Quelle parole le piombarono addosso con forza. «Insegnagli che il baseball non è tutto.»
«Connor, una volta ci ha gettato via pur d’inseguire il suo sogno e, se ti dicessi che non ho paura che accada di nuovo, mentirei.»
La voce dello speaker gracchiò dagli altoparlanti dando inizio alla partita e, prima che applausi scoscianti le cadessero addosso, Connor le disse: «Lanciagli una scialuppa, Dillon, e sono sicuro che lui ci salirà.»
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