Rafe era euforico per l’esito della partita: i Red Sox avevano vinto sette a due.
Un’energia brillante come un fuoco d’artificio gli aveva sfrigolato sottopelle per tutti e nove gli inning, facendogli capire quanto amasse quel gioco e quello che gli faceva provare.
Quando stringeva una mazza tra le mani, il caos dello stadio circostante si zittiva, ed era stato così anche quando, con tutta la forza che gli scorreva nelle braccia, aveva colpito la palla segnando così il suo primo home run della stagione.
Le interviste per le televisioni locali e nazionali gli avevano portato via del tempo prezioso; ora che si stava dirigendo nello spogliatoio, tra una pacca sulla spalla e l’altra dei compagni di squadra e del coach, il suo pensiero volava oltre le gradinate del Fenway Park.
Quasi quaranta minuti dopo che l’arbitro ebbe decretato la fine dell’amichevole con i Baltimora Orioles, Rafe appoggiò i palmi sulle piastrelle bianche e bagnate della doccia.
L’acqua calda gli scrosciò addosso e lui, con un sorriso che gli distendeva i lineamenti del viso, avvertì la presenza di Dillon scivolare tra gli interstizi del suo cuore, fino a poco tempo prima sigillati e inaccessibili; quella piccola matricola vi si era incanalata come sabbia fine che scende da una clessidra. La sua purezza lo stava riducendo in catene.
Chiuse l’acqua e, avvolgendosi un asciugamano in vita, andò verso la panca su cui erano appoggiate tutte le sue cose.
I compagni di squadra erano già quasi tutti usciti; quando anche Montgomery si congedò, Rafe si rilassò pensando a dove avrebbe portato le sue donne per cena, e un nuovo sorriso gli si arrampicò sulle labbra.
Un rumore di tacchi schioccò sul pavimento dello spogliatoio simile a una frustata, e, quasi senza accorgersene, si ritrovò Hellen accanto, appoggiata con una spalla agli armadietti mentre lo stava squadrando incrociando le braccia sul petto prosperoso.
«Non puoi stare qui» le disse Rafe con tono distaccato, frizionandosi i capelli con un piccolo asciugamano.
I loro occhi s’incrociarono, e lui vide passare in quelli di lei un lampo duro e freddo quanto l’acciaio.
«Se non sbaglio, all’inizio della tua carriera non ti dispiaceva quando venivo a trovarti per allentare la tensione del dopo partita» lo rimbeccò lei allungando una mano, prima che lui gliela bloccasse.
«Hellen» ringhiò Rafe intanto che il sangue diventava quasi un tuono che gli scorreva nelle vene.
Le labbra rosse di lei, simili al peccato, si distesero in un sorriso finto.
«È da quando sei tornato da quel paesino dimenticato da Dio che attendo una tua telefonata.»
«E cosa avrei dovuto dirti esattamente?» chiese lui incrociando le braccia sul petto e percependo l’istante in cui la donna gli percorse il petto nudo con sguardo affamato.
«Forse avresti potuto spiegarmi perché quella mocciosa ti ha chiamato “papà”!»
La sua voce aspra quanto un limone marcò l’ultima parola, e mimò le virgolette con le dita dandole così maggiore enfasi.
Era come se quello che Hellen gli stava chiedendo fosse qualcosa di sporco da strofinare via con forza.
«Non vedo perché questo debba interessarti.» L’ansia artigliò i nervi di Rafe dinanzi all’intrusione della sua addetta stampa.
«Sono…»
«Non m’importa quello che sei» ringhiò lui, interrompendola. «Questi non sono affari che ti riguardano. Loro devo restare fuori da tutto… mi hai capito?» Sentì il suo stesso sguardo divenire duro come il marmo. «Sarà questo il tuo lavoro, Hellen… E ora se non ti dispiace, gradirei che uscissi di qui.»
«Andiamo…» disse lei raddrizzandosi di scatto e, traballando sui tacchi alti, fece un passo in avanti e lo fulminò con gli occhi. «Non crederai veramente a quella sfigata!»
«Attenta, Hellen.» Rafe sentì il suo stesso viso accartocciarsi dalla rabbia.
«E quando mai ci saresti andato a letto con quella?» continuò lei imperterrita, come se lui non l’avesse appena minacciata. «Se non sbaglio, in quel periodo era con me che scopavi.»
«E questo cosa vorrebbe dire?»
«Non lo so, dimmelo tu!»
«Hellen, sappiamo entrambi, anche fin troppo bene, che all’università non andavo a letto solo con te; quando e come io e Dillon abbiamo concepito quella bambina non sono fatti tuoi.»
Un lampo velenoso le macchiò gli occhi chiari e quella tossina le deformò il viso in una smorfia.
«Questo è quello che quella patetica vuole farti credere! Perché non richiedi un esame del DNA?»
Il capo di Rafe ciondolò in avanti, e un grosso sospiro gli svuotò i polmoni. Si portò le mani sui fianchi esasperato e, quando alzando gli occhi la guardò, sentì i suoi stessi occhi brillare simili all’argento appena lucidato.
«Ti sei almeno preso la briga di guardarla?» domandò Rafe tutto d’un fiato, intanto che la sua mascella si serrava con forza. «Perché se solo lo avessi fatto, anche solo per due secondi, avresti visto che quella bambina mi assomiglia.»
«Io invece mi ricordo quanto lei ti ronzasse sempre intorno all’università.»
«E quindi?»
«Quindi ti ha incastrato! E forse non l’hai nemmeno scopata quel catorcio!» Hellen gli urlò in faccia, e lui spazientito la prese per un braccio.
«Devi piantarla.» E anche se non avrebbe voluto farlo, la scrollò. «Non ti azzardare a dire un’altra parola su Dillon o mia figlia» ringhiò con l’acido che gli corrodeva il sangue per la rabbia. «Adesso te ne esci di qui e la smetti con questa storia. Didi è mia figlia. Sono cinque anni che lo so.»
Fu un’ammissione strangolata, strappata dal petto come se non potesse trattenerla un istante di più.
«Rafe…» squittì Hellen.
«Vattene via» disse lui dandole le spalle, prima di afferrare le sue cose con foga e cercare un posto appartato dove rivestirsi.
L’incontro con Hellen negli spogliatoi gli aveva lasciato un gusto amaro in bocca ma, nonostante questo, nulla aveva intaccato la bellissima serata.
Erano andati tutti insieme al ristorante per festeggiare la splendida partita e, mentre la piccola Didi e Kent stavano diventando grandi amici, gli adulti avevano parlato a lungo, raccomandandosi di tenersi in contatto.
Connor giurò che appena ne avessero avuto l’occasione sarebbero andati in Vermont per vedere il ranch; Rafe sorrise a Dillon.
La sua Crispy aveva trasformato la sua vita tramutando le ceneri in fiamme e, nel momento in cui le andò ad accarezzare un ginocchio sotto il tavolo, disegnandole piccoli cerchi perfetti, ingoiò la felicità come mai l’aveva assaggiata.
Didi e Kent da un’ora tenevano banco con le loro chiacchiere, e lui sorrise compiaciuto dinanzi alla parlantina che aveva la figlia.
«Ti dico che il Signor Erre è il mio tesoruccio e lo porto sempre a passeggio con il guinzaglio» gridò Dizzy, quando il figlio di Connor scosse la testa intanto che si portava alla bocca una forchettata di spaghetti, imbrattandosi metà faccia con il sugo di pomodoro. «Mammina, diglielo!»
La serata passò in un battito d’ali tra aneddoti della vita al ranch mescolati a quelli che lui e Dillon avevano vissuto all’università, per arrivare alle immancabili barrette di cioccolato croccante da cui Dillon aveva ereditato il suo soprannome.
«Non mi dici niente di nuovo, perché questo qui…» disse Brin indicando il suo uomo che le era accanto «…è da quando avevo sette anni che non fa altro che chiamarmi Pancake.»
«Pancake come quelli che si mangiano a colazione?» domandò Dillon incuriosita.
«Proprio quelli.»
«Allora sei tu!» gridò Dizzy sollevandosi sulle ginocchia e al contempo indicando Brin con la forchetta. «Il mio papino mi ha detto che il tuo fidanzato ti ha conquillato con i pancake a forma di coniglietto.»
«Conquistato» la corresse Rafe, allungandosi verso la figlia e donandole un buffetto sul naso che fece scoppiare tutti a ridere.
E Rafe s’innamorò un altro po’ di quella bambina deliziosa. Era simile a un domino a cui ogni volta aggiungeva sul proprio cuore una nuova casella.
Lei era sua.
Non sarebbe servito nessun stupido esame del DNA a confermarlo. Hellen e le sue cazzate potevano andarsene a quel paese perché, ogni volta che la guardava negli occhi, ritrovava le stesse identiche sfumature cobalto che ogni mattina gli davano il buongiorno allo specchio.
Era stata una piacevole serata, che aveva coronato una giornata altrettanto indimenticabile. Erano usciti dal ristorante, e l’aria fresca della sera colpì Dillon alle gambe.
Si sentiva ancora addosso la mano di Rafe che, con insistenza, non aveva fatto altro che accarezzarle il ginocchio sotto il tavolo, e la febbre che gli era corsa nelle vene tutta la sera, accendendole un fuoco torrido nel ventre, non accennava a placarsi.
«Sono felice di averti finalmente conosciuta» le disse Brin stringendola in un abbraccio che lei contraccambiò con gioia.
«Amico, gran bella partita.» Connor strinse la mano che Rafe gli stava tendendo. «E grazie ancora per la cena.»
«Grazie a voi per esservi occupati delle mie donne.» E quella frase buttata lì da Rafe nelle strade di Boston cadde addosso a Dillon quanto una carezza rude.
Connor gli sorrise. «È stato un piacere.» E aiutò Kent a salire sul seggiolino della macchina parcheggiata lì davanti.
«Ciao Superman!» gridò Didi cercando di attirare l’attenzione del bambino. «Quando mi verrai a trovare, ti farò salire nella mia casetta sull’albero e mangiare i matti-mello con il Signor Erre» aggiunse, con le guance imporporate e gli occhi luccicanti.
La macchina di Connor partì nel momento in cui il bambino sollevò un pollice all’insù.
Didi iniziò euforica a battere le mani e, intanto che si aggrappava alle gambe del padre, lui guardò Dillon dritta negli occhi. Lo stupido cuore di lei prese a batterle all’impazzata.
Quello scambio di sguardi ardenti e intriganti trasformarono la pulsione che Dillon avvertiva dentro di sé in un boato e venne crivellata dalla stessa feroce attrazione di qualche anno prima.
La prima volta che aveva visto Rafe Marshall le era sembrato una bestia mitologica, erotica e inaccessibile per una come lei che non si sentiva nemmeno degna di respirare la sua stessa aria. Tuttavia, lui aveva guardato oltre la sua timidezza e ora, a distanza di anni, aveva di nuovo intravisto qualcosa attraverso il caleidoscopio colorato che era la sua nuova vita.
«Papino, sono un po’ stanchina.» Didi sbadigliò in modo rumoroso.
«Andiamo a casa» le disse Rafe prendendola in braccio e, afferrando la mano di Dillon, si diressero a grandi passi verso il suo Silverado parcheggiato in una viuzza laterale.
«Ma a casa a Woodstock?» domandò Dizzy appoggiandogli la testolina sulla spalla intanto che un nuovo sbadiglio s’impadroniva di lei.
«No. Nella casa in cui abito quando sono qui in città.»
La sua testolina iniziò a fare su e giù, poi, infilandosi un dito in bocca, chiuse i suoi occhietti.
Dillon ingoiò una boccata di aria fresca; Rafe la chiamò, e la voce rauca con cui pronunciò il suo nome fu una dolce carezza vellutata.
Ci vollero dieci minuti buoni di macchina per arrivare dove Rafe abitava e, quando Dillon posò i suoi occhi sulle abitazioni in stile vittoriano con le lanterne antiche che illuminavano la via, credette di esser stata catapultata in un’altra epoca.
Rafe le disse che Beacon Hill era uno dei quartieri più trendy e pittoreschi di tutta la città, e il palazzo nel quale si trovava il suo attico era l’unico edificio alto del quartiere.
Quando salirono in ascensore, Dizzy Dean era già addormentata e, stretta tra le braccia del padre, russava leggermente mentre con il ditino si arrotolava una ciocca dei suoi capelli.
Era una coccola che Didi si portava dietro da quando era molto piccola e che usava per addormentarsi.
«Sei stanca anche tu?» le chiese Rafe con voce roca una volta che le porte dell’ascensore si aprirono, e Dillon rimase sorpresa di trovarsi direttamente dentro il suo appartamento.
Le luci si accesero, e lei si stupì di vedere quanto fosse immenso e lussuoso.
Nell’enorme zona giorno vi erano divani in pelle chiara posti contro una parete di mattoni a vista. Un camino moderno occupava la parete opposta, mentre il lato sinistro della stanza era costituito da un angolo cottura super accessoriato con una grande isola centrale circondata da alti sgabelli d’acciaio.
Quello che, però, lasciò Dillon senza fiato furono le quattro enormi finestre che dal pavimento salivano fino al soffitto e che davano sulla città, oltre il grande parco lussureggiante che era il Boston Common.
«La vado a mettere a letto» le sussurrò Rafe intanto che aggirava la cucina imboccando un corridoio.
«Vuoi che venga io a metterle il pigiamino?»
In risposta, Rafe scrollò il capo e, dandole le spalle, si avviò verso la cameretta che aveva adibito per Didi.
Dillon si guardò intorno con circospezione e, ingoiando una morbosa curiosità, si avviò verso le grandi finestre; il paesaggio notturno che le si parò davanti la lasciò senza fiato.
Intravide all’esterno una terrazza con pavimento in legno e una grande vasca idromassaggio circolare era incassata in un piccolo soppalco rialzato.
«Se vuoi, la possiamo usare» le sussurrò Rafe all’orecchio, nel momento in cui un brivido le corse lungo la schiena facendola girare di scatto. Il suo cuore si trasformò in un violento boato scatenandole una tempesta nel petto.
«La tua casa è magnifica.»
«Ora lo è ancora di più» sussurrò lui, prima di appoggiare le labbra alle sue. «Dio, era tutta la sera che morivo dalla voglia di farlo.»
Il fiato caldo di Rafe le solleticò il viso e Dillon, agganciandogli le mani in vita, lo attirò a sé, schiacciando la bocca sulla sua. Non c’era più tempo per alcuna esitazione.
Gli sfiorò lo stomaco insinuando i palmi sotto l’orlo della sua camicia, e le sue dita si scontrarono con gli addominali caldi e definiti di Rafe. Erano suddivisi in avvallamenti su cui Dillon avrebbe voluto anche passare la lingua.
«La mia offerta di usare l’idromassaggio è ancora valida» disse lui con voce sensuale intanto che le sfregava il naso con il proprio.
Dillon sorrise, e le farfalle iniziarono a svolazzare le loro ali nel suo stomaco. Inclinò la testa e lo vide con il viso leggermente in ombra, bello al pari di un guerriero conquistatore che aveva saccheggiato il suo cuore.
«Non ho portato con me il costume» bisbigliò lei, non riuscendo a dire altro.
«Io preferisco vedere il tuo corpo solo avvolto dalle bolle.»
Il sorriso sfacciato che Rafe le regalò le mozzò il fiato nei polmoni. Le appoggiò le labbra sul punto in cui il suo battito incessante le rombava sottopelle, e sigillò quel momento con un bacio leggero, simile al tocco di una piuma.
Il desiderio pulsò in Dillon, accendendosi tra le sue cosce; Rafe, allungando una mano dietro di lei, aprì la portafinestra.
Una brezza frizzante le sferzò il viso; lui, prendendola per mano, la trascinò fuori al chiaro di luna e Dillon venne avvolta dalla notte lattiginosa e opalescente.
Poi Rafe sorridendole le disse: «Aspetta un attimo qui, arrivo subito.» Scomparve all’interno dell’appartamento, lasciandola da sola a contemplare le stelle che illuminavano il firmamento.
Il suo cuore esplose in una spirale di emozioni che si schiantarono dentro di lei, e in un attimo il terrazzo si accese di centinaia di piccole lucine che, simili a tante lucciole in fuga dalle lanterne, sparpagliarono il loro brillio nella notte.
Dall’idromassaggio, iniziò a gorgogliare l’acqua e, tale e quale alla lava di un vulcano, impregnò la vasca con il suo borbottio.
Dillon sentì la presenza di Rafe alle sue spalle, e la pelle le si ricoprì di brividi; scoppiarono come una tempesta, irradiandola di elettricità.
Avvertì i palmi callosi di lui sfiorarle appena le braccia, partendo dall’alto per scivolarle giù fino alle mani, intrecciando le dita alle sue.
«Stai rendendo tutto magico» disse Dillon mentre lui avvolgeva con delicatezza le braccia intorno alla sua vita, tirandola all’indietro contro il suo petto, in una stretta possessiva.
«La vera magia qui sei tu.»
Dillon ruotò il capo all’indietro nello stesso istante in cui quella dichiarazione tagliò l’aria al pari di una lama.
Una spada a doppio filo trafisse l’atmosfera nel momento in cui le loro labbra entrarono in collisione come due supernove.
Una strana energia lambì loro attorno; una crescita lenta e costante, simile a una corrente che si alimentava a ogni colpo di lingua che si scambiavano, e che creava quel calore che gli ustionava la carne.
Fiamme brucianti si spinsero sempre più in alto intanto che Dillon, voltandosi verso il corpo duro di Rafe, veniva abbagliata dallo stesso sfolgorio che stava trafiggendo il punto alle loro spalle, dove la notte e il giorno si confondevano.
«Spogliati» le sussurrò lui a fior di labbra. «E fai l’amore con me sotto le stelle.»
Dillon annuì, passandosi le dita tra i capelli un attimo prima di farsi scendere le spalline del vestito lungo le braccia.
Si leccò le labbra improvvisamente secche e, mentre scrutava Rafe, avvertì l’aria intorno a loro addensarsi in un vortice di potenza.
Lui la scandagliò da capo a piedi e, curvando le labbra, le donò un sorriso irresistibile che la trafisse quanto la punta di una lancia.
L’abbracciò e l’avvolse in una bolla.
I loro occhi si agganciarono; in un istante prezioso, il verde dello smeraldo trafisse il blu dello zaffiro.
La bocca di Rafe calò sulla sua.
Prepotente.
Irresistibile.
Inebriante.
Labbra e denti che mordicchiavano e mani rudi che la percorrevano tutta fecero brillare in cielo una nuova stella destinata a brillare per l’eternità.
Il piacere iniziò a splendere tra loro, dirompendo con fiamme luminose e incandescenti.
Rafe inclinò il capo da un lato e, portandosi una mano dietro la schiena, tolse qualcosa dalla tasca posteriore dei suoi pantaloni.
Dillon se ne restò lì, nuda e completamente vulnerabile, ma non ne fu minimamente toccata. Rafe aveva un potere: tesseva una ragnatela complicatissima dentro di lei, usando fili di desiderio e nastri di passione.
Lo vide in piedi, davanti a lei, con un sorriso intrigante sulle labbra mostrarle ciò che teneva nel palmo della mano.
Una barretta di cioccolato Reese’s Crispy Crunchy.
Lo vide scartarla e, nel momento in cui se la portò alle labbra, Dillon sentì esplodere sul proprio palato quel gusto familiare e croccante.
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