THE PERFECT GAME
Capitolo 27 di 34

Scritto il 09/09/2026
da FRANCESCA REDEGHIERI


Dillon venne svegliata dall’aroma del caffè che aleggiava nell’aria.

Aprì un occhio e vide Rafe guardarla da appena una spanna di distanza.

Erano entrambi su un fianco e, quando Dillon ricambiò il suo sorriso, scorse la fossetta comparirgli sulla guancia. I capelli scuri erano spettinati dal cuscino, e gli occhi blu intenso tradivano uno sguardo sfocato.

«Buongiorno» disse lei con la voce ancora impastata dal sonno. «Sbaglio o questo che sento è profumo di caffè?»

«Certo che sì, diciamo che è indispensabile per la colazione dei campioni.»

Rafe le si avvicinò, accorciando la poca distanza che li divideva e, scostandole i capelli, la baciò in fronte.

«È da un’ora che sono sveglio, ma non mi sembrava carino passare il tempo a guardarti come fossi un maniaco.» Le dita di Rafe le accarezzarono una guancia. «Quindi ho deciso di rendermi utile, preparando almeno la colazione.»

«Didi?»

«Sta ancora dormendo.» La mano di Rafe tracciò pigramente dei disegni lungo le sue braccia nude. «Ha il sonno pesante la ragazzina» concluse sorridendo, intanto che Dillon gli appoggiava una mano sul petto, imitando gli stessi disegni che lui le stava tracciando con la punta del dito.

«Oggi voglio passare con voi una giornata indimenticabile.» Le labbra morbide di Rafe sfiorarono appena quelle di Dillon in una carezza delicata. «Voglio che per lei sia indimenticabile.»

«E lo sarà.» Dillon sentì che Rafe le stava chiedendo di perdonarlo, lasciando andare il passato per vivere nel presente. «Quella bambina ha talmente voglia di stare con te che amerà qualunque cosa tu le proporrai.»

Rafe le infilò un braccio sotto il collo, attirandola in un caldo abbraccio e accingendosi a baciarla.

Approfondì il bacio spingendole la lingua tra le labbra e ustionandole l’anima.

Un’ondata di passione la rapì, e l’amore vorticò in lei, intenso e somigliante al sole.

Dillon si scostò da lui a distanza di un respiro, e la sensazione che si sprigionò dalle sue labbra la inebriò.

Era come avere una coperta calda avvolta intorno che la teneva al sicuro.

La felicità la travolse, e tutt’intorno quell’emozione pulsò, circondandoli e attirandoli nella sua orbita.

«Farei meglio ad alzarmi e vestirmi, prima che quel piccolo tornado arrivi e mi sorprenda senza niente addosso.»

«Allora mettiti questa» disse Rafe allungandosi e prendendo dal fondo del letto una sua maglietta. Gliela porse con un sorriso sfacciato. «Adoro vederti con le mie cose addosso.»

Il cuore di Dillon gorgogliò quanto l’acqua dell’idromassaggio dove la sera prima avevano fatto l’amore. Allungando una mano verso il suo viso, gli arruffò i capelli color legno di quercia, scorrendo le dita tra le ciocche leggermente arricciate sul collo.

I loro occhi si agganciarono, e le scintille di un fuoco mai spento iniziarono a sfavillare ovunque.

«Mammina!» gridò la voce assonnata di Didi da qualche parte lungo il corridoio.

Rafe scoppiò a ridere un attimo prima di appoggiarle la fronte sulla spalla.

«Visto?» disse Dillon non riuscendo a togliere le dita dai suoi capelli. «L’istinto materno non sbaglia mai.»

Un’ora dopo erano tutti e tre attorno all’isola della cucina. Didi mangiava latte e cereali mentre loro due affogavano pezzi di frutta nello yogurt.

«Oggi, scimmietta, voglio portarti in un posto bellissimo, che ne dici?»

Didi sollevò la testa dalla ciotola e guardò suo padre con occhi sognanti intanto che continuava a masticare i suoi Cheerios.

«Dove, papà?»

«Che ne dici di un bel picnic in riva al lago?»

«Sì!» gridò la piccola scendendo dallo sgabello e iniziando a saltellare per la cucina. «Andiamo a fare un pichi-pic!»

«Picnic, Didi» la corresse Dillon. Quando Dizzy si voltò per guardarla con occhi luccicanti, si accorse che un cereale rotondo le era rimasto appiccicato alla guancia.

«E dov’è il lago, papà?» chiese fintantoché la madre le puliva la faccia con un tovagliolo.

«Vieni che te lo mostro.»

Rafe la prese tra le braccia e, andando verso i grandi finestroni del salone, le indicò il parco che avevano davanti.

«È proprio là, oltre quegli alberi.»

Guardare Rafe con in braccio la loro bambina consumò Dillon.

Vederli interagire tra loro le rubò l’aria dai polmoni, sparpagliandola nei pressi del suo cuore. Lo stesso cuore che sentì infrangersi per l’emozione non appena lui incrociò il suo sguardo, sorridendole con complicità.

Dillon deglutì la pietra appuntita che le tagliava la gola, ingoiando lacrime di gioia che stavano deragliando dai suoi occhi come un treno in corsa.

Rafe aveva un’espressione tenera mentre distoglieva lo sguardo da lei per posarlo nuovamente sulla figlia, e un sorriso palpitava sulle sue labbra carnose.

In quella situazione, sembrava così lontano da quello che era un tempo.

Ai tempi dell’università, Rafe era un ragazzo complicato: cambiava umore al pari di certi giorni di primavera, un attimo prima sereni e quelli dopo violentati dal temporale.

Adesso invece, con lei e Didi, lui era tutto quello che all’epoca non avrebbe mai creduto possibile.

Era una scultura di muscoli forgiata da anni di evidente attività fisica. Ogni centimetro di lui era rude, ma con Dizzy diveniva un tenerone.

Quella consapevolezza in Dillon sbocciò lenta per premere poi contro la periferia della sua coscienza. Fu una sensazione strana, ma se la lasciò scivolare lungo la schiena, come fosse un cubetto di ghiaccio che lasciava dietro di sé un brivido dolce.

«Ti dispiace preparare qualche panino?» domandò Rafe avvicinandosi a Dillon e mettendo a sedere la piccola sull’isola della cucina. «Penso che in frigorifero ci siano tacchino, prosciutto e qualche salsa. Il pane invece lo trovi là sopra» concluse indicando una fila di armadietti che fungevano da dispensa.

«Direi che sarebbe perfetto.»

Rafe le sorrise, e un attimo dopo poggiò le labbra sulle sue per un bacio veloce e sfuggente.

Didi iniziò a ridere e, quando entrambi la guardarono, la videro fare facce buffe.

«Mammina e papino si baciano!» cantilenò la bimba, ridacchiando non appena Rafe iniziò a farle il solletico.

«Papà, smettila» gridò Didi mentre si contorceva, somigliante a una piccola lucertola, sul banco di marmo. «Mi fai scappare la pipì!»

Dillon non sarebbe mai riuscita a liberarsi dalle bolle frizzanti che le solleticavano la pelle ogniqualvolta sentiva la risata di sua figlia.

Era pura e cristallina al pari di un lago limpido di montagna, e con uno spago si legò intorno al corpo quella gioia.

 

 

Il suono inconfondibile di un cellulare ruppe quella magia e, rimettendo Didi a terra, Rafe afferrò il telefono dalla tasca posteriore dei suoi jeans.

«Ehi, amico» disse con il sorriso stampato in viso. «No, non ancora.»

Gli occhi di lui scattarono con foga in quelli di Dillon nell’istante in cui la sua risata si congelò sulle sue labbra, e un silenzio denso quanto il ghiaccio rubò l’aria dalla stanza.

Quello che gli stava dicendo Connor dall’altra parte del telefono non aveva alcun senso, e Rafe non riuscì a capire.

Era ancora intorpidito dalla felicità causata da Didi, quando l’amico aveva infranto la sua chimera di cristallo, frantumandola in un milione di piccole schegge brillanti.

«Ti conviene aprire subito il giornale.»

«Non ce l’ho a portata di mano…»

«Allora fai in modo di procurartene uno.» Connor l’aveva interrotto con foga. «Rafe, io non ho creduto a una parola. Ti conosco troppo bene, amico, per crederci. Preparati perché leggerai un mare di stronzate.»

Le sue parole gli si piantarono in testa somiglianti a un punteruolo acuminato.

«Quale testata?» chiese Rafe nel momento in cui si diresse verso i divani dov’era appoggiato il suo pc.

«Tutte, amico» sussurrò Connor con un lungo sospiro dall’altra parte dell’apparecchio. «Brin sta controllando online e la tua faccia sta comparendo ovunque, riviste sportive e non.»

Rafe accese il suo portatile e aspettò il caricamento intanto che avvertiva la presenza di Dillon alle sue spalle che gli si avvicinava.

Si girò per guardarla e, quando lesse nei suoi occhi domande a cui non avrebbe saputo rispondere, scrollò il capo non sapendo che altro fare.

«Ti richiamo» bisbigliò all’amico. Chiuse la comunicazione e nel contempo inserì il suo nome nel motore di ricerca con il cuore che gli galoppava nel petto, irascibile quanto un puledro selvaggio.

«Che cosa stai cercando?» gli domandò Dillon con la voce che sembrava un sussurro, un flebile alito di vento primaverile.

Rafe premette invio, e una miriade di siti si aprirono a macchia d’olio sullo schermo del suo computer.

Con la coda dell’occhio, vide la sua Crispy portarsi le mani tremanti alla bocca e, quando lui riuscì a mettere a fuoco le parole in grassetto assieme alle foto di Didi e Dillon sulle gradinate del Fenway Park che svettavano sulle pagine dei rotocalchi, sentì il sangue ruggirgli nelle vene.

LO SPORCO SEGRETO

Rafe avrebbe fatto a pezzi ogni parola, ogni foto, ogni infamante commento con cui stavano narrando una vicenda di cui non sapevano niente.

Dillon veniva descritta come una ragazza provinciale arrivista che aveva cercato d’incastrare il famoso e ricco giocatore di baseball con una finta paternità.

Con la sola forza delle sue mani nude, avrebbe ridotto tutto a brandelli.

Ma era impossibile.

In quel momento lui non aveva alcun controllo su quello che stava succedendo, e questa convinzione lo mandò letteralmente fuori di testa.

Il rimorso si alzò intorno a lui, simile a una scogliera scoscesa. Era un senso di colpa palpabile per l’esposizione mediatica a cui le aveva esposte.

Scorse di fretta gli articoli passando da un sito all’altro e, quando si accorse che ognuno di quei giornali ripeteva la stessa cosa, una rabbia sorda s’impadronì di lui.

Il petto gli si strinse mentre un’onda di dolore e amore si schiantava dentro di lui.

Si voltò verso Dillon cercando di dirle qualcosa, ma la sua testa era vuota, come se fosse stata piena di fumo.

La guardò e la vide chiudersi a riccio, al pari di una casa con le finestre sprangate.

La sua Crispy indietreggiò di qualche passo e, con le mani ancora appoggiate alle labbra, si lasciò cadere sul divano; il viso che le si accartocciava sempre di più, in preda al dolore che le riluceva nello sguardo.

Gli occhi di Rafe corsero alla sua bambina, e la tristezza per non essere riuscito a proteggerla si gonfiò dentro di lui, quasi fosse stata una creatura viva.

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