Per la prima volta, dopo tanto tempo, non mi sento assolutamente in colpa perché non rispetto l'agenda, non controllo gli orari o non seguo una tabella. Decidere sul momento quello che voglio fare, solo per me stessa, è qualcosa di liberatorio al punto che vorrei affacciarmi alla finestra della camera e gridare «Ciao, mondo» con tutto il fiato che ho nei polmoni. Non ho mai riso così tanto come oggi pomeriggio. Fino a adesso sono stati due giorni incredibili e sono curiosa di scoprire come evolverà la serata.
«Mi stai dicendo che ho stilato per nulla la lista delle cose da fare?»
«No, Mik. Ieri abbiamo rispettato la scaletta del giorno, ma fra la scarica di tensione che ho provato quando mi sono trovata Logan anziché te e l'attacco di panico dal tatuatore, oggi non sarei riuscita a fare nulla di ciò che avevi programmato.» Tolgo le scarpe e mi siedo sul bordo del letto.
«Sei davvero felice, come mi hai detto a pranzo?»
«Sì, tanto. Mi serviva una pausa come questa. E prima che mi dimentichi, grazie per aver dato le dritte a Logan sugli attacchi di panico. Ieri è stato eccezionale.»
«Ehi! L'unico eccezionale sono io che sono stato previdente. Lui ha solo eseguito.»
«Sbruffone.» Piego le gambe massaggiandomi i piedi. «Mi manchi. Riusciamo a vederci in settimana? Magari puoi restare a dormire da me.»
«Ci mettiamo d'accordo domani, verrò con mamma a prendervi all'aeroporto.»
«Come con mamma? Le hai detto che sono a New York con Logan?» Sobbalzo, mi alzo d'istinto e inizio a camminare avanti e indietro nel piccolo spazio fra il letto e l'armadio.
Se ha parlato con la mamma, lei inizierà a farsi delle idee che ancora non hanno fondamento. Neppure io ho ben chiaro se c'è la possibilità di andare oltre l'amicizia. Cavoli, non ci siamo neppure abbracciati! Di certo, lei ne sarebbe felice, ho perso il conto delle volte in cui mi ha incitata a uscire con Rose, perché allacciassi nuove amicizie e la smettessi di vestire esclusivamente i panni di una donna in carriera.
Nessuno capisce che papà mi tiene stretta a sé. E, per dirla tutta, mi sentirei in colpa se lo lasciassi da solo a gestire l'azienda. La morte del nonno è avvenuta pochi mesi dopo il mio rientro in America, c'era bisogno che qualcuno lo affiancasse come suo braccio destro e la scelta è ricaduta su di me, dopo il categorico rifiuto di zio Derek perché già troppo impegnato a dividersi fra le due sedi dell'azienda, situate in due continenti diversi. Gli studi mi avevano preparato per essere una designer, e il tempo trascorso fra gli uffici di Amburgo e Saint Paul è servito per imparare a coordinare gli uffici commerciali. Su Mikael non poteva fare affidamento perché aveva già aperto il dojo e poi si è sempre tenuto alla larga dagli affari di famiglia. La Fabric Weber è stata fondata dal nonno appena emigrato negli Stati Uniti; all'inizio aveva solo due telai e, grazie alle abilità imprenditoriali di papà, è diventata l'azienda di successo di oggi. Gli zii Derek e Klaus l'hanno seguito negli affari, riconoscendo che solo papà potesse ricoprire il ruolo di presidente.
«Vik, ci sei?» domanda.
«Sì, scusa, mi sono distratta. Hai spiegato alla mamma che non c'è una storia e che lui è venuto al tuo posto perché sei un deficiente?» Sospetto che ne abbia combinata una delle sue, modificando la realtà delle cose.
«No» ride. «Le ho soltanto suggerito di iniziare a cercare la location per il matrimonio.»
«Dio mio, Mik, ma che cavolo!» sbotto spazientita. «Hai idea delle domande che mi farà, di come mi guarderà ma, peggio, di come coinvolgerà Logan nelle sue cene? Come se non fosse già abbastanza presente nella nostra famiglia.»
«Appunto, ormai è di famiglia e bisogna ufficializzare.»
«Mikael!» urlo.
«Ciao, piccola kreisel, e tieni presente che è da quando ti liberi di quello che sei che diventi quello che potresti essere.» Riaggancia prima che possa salutarlo.
Butto il cellulare sul letto e sospiro, mentre mi guardo intorno come per cercare una soluzione a questa situazione, non ingarbugliata ma inaspettata. Ripercorro mentalmente le ultime ore e sorrido mentre lo sguardo si posa sul piatto che ho realizzato oggi pomeriggio al laboratorio di ceramica in cui sono entrata, per caso, con Logan. Il concetto iniziale prevedeva di trasformare la creta in un vaso, ma si è afflosciato e la transizione in posacenere, e poi piatto piano, è avvenuta in una decina di giri del tornio. Come se fosse una firma ho colorato la mia mano e l'ho impressa sulla superficie, chiedendo a Logan di fare altrettanto. Starà benissimo nella mia cucina. Anche Logan ha creato qualcosa, che diventerà utile quando capirà cos'è quel qualcosa.
Controllo per l'ennesima volta che la stanza sia in ordine. In un angolo c'è il bagaglio a mano che chiuderò domani prima di lasciare l'albergo, mentre il resto delle valigie l'ho messo nell'anticamera. Sulla moquette ho sistemato un plaid e i cuscini sono appoggiati al bordo del letto. Fra poco, arriveranno il servizio in camera e Logan.
Logan… con cui trascorrerò una serata molto simile a un appuntamento, anche se non lo è. Sono agitata. Non ha senso che mi senta così, eppure strofino ripetutamente le mani sui pantaloni. Torno davanti allo specchio per sistemarmi i capelli e applicare del burrocacao sulle labbra. Mi chiedo come sia baciarlo, se sia un tipo da baci dolci oppure passionali, se preferisce un ritmo lento o irruento, se tiene la testa ferma con le mani, oppure ti avvolge in un abbraccio. Avrò l'occasione per scoprire le risposte a queste domande?
Un lieve bussare alla porta mi distrae dai pensieri, inspiro e la apro. Dietro al cameriere dell'albergo c'è Logan con una bottiglia in mano infiocchettata con un nastro giallo, il mio colore preferito.
«Prego, entrate» invito entrambi.
Il cameriere spinge il carrello dentro la stanza e attende che gli allunghi la mancia prima di uscire.
«Ciao!» mi saluta Logan con tenerezza.
«Non è trascorsa neanche un'ora da quando ci siamo visti» ribatto sorridendo.
«Lo so, ma mia nonna mi ha insegnato a essere galante con le donne, sempre e in ogni occasione.»
Solleva i coperchi dei vassoi e prende i piatti che porta con sé sulla coperta. Mi siedo accanto a lui, accendo il computer che ho messo sopra alla sedia per averlo alla giusta altezza per la visione e cerco sulla piattaforma il film d'animazione. Con la coda dell'occhio lo vedo preparare le dosi del tortino di zucchine e le polpette di ceci nei nostri piatti.
«Quando sei pronto, clicco su play» lo avviso.
«Che cosa guardiamo? Non mi hai detto nulla se non di fidarmi.»
«Shrek» rispondo semplicemente.
Si volta di scatto verso di me.
«Mi vuoi far vedere un cartone?»
«Primo, non è un cartone, ma un film d'animazione.» Alzo la mano per impedirgli di interrompermi. «Secondo, bisogna vederlo almeno una volta nella vita e, terzo, Shrek e Ciuchino sono una coppia spassosa.»
«Se si verrà a sapere al dojo che l'ho guardato, gli altri maestri mi prenderanno in giro per dei mesi.»
«Oppure ammireranno la tua placida pazienza zen nel non aver parlato per tutta la durata della visione.»
Che detto fra le righe significa che non ti voglio sentire brontolare!
Premo play e do inizio a questa serata.
Logan non stacca gli occhi dallo schermo, ride più volte e canticchia le canzoni inserite nel film. Mi permetto, ogni tanto, di guardare il suo viso, tanto conosco ogni scena a memoria, e se per caso lui se ne accorge, fingo indifferenza versando nei calici il vino che ha portato, sparecchiando prima, sistemando i cuscini meglio dopo o allungando le gambe per sgranchirle.
«Ok, ammetto che mi è piaciuto e potrei, nota l'uso del condizionale, farmi convincere a vedere anche i successivi.»
«Si potrebbe organizzare una serata cinema alla settimana» propongo di slancio.
«Certo, ma ci alterniamo nelle scelte. Ora che si fa?» Si gira verso di me ruotando lo stelo del calice fra le dita.
«Andiamo a letto. Cioè… andiamo a dormire.» Sono in confusione. «Oddio! Ma che dico! Ognuno va nel suo letto, io nel mio e tu in quello della tua stanza. Domani si torna a casa e dobbiamo essere riposati.»
«Se è quello che vuoi andrò a dormire, nel mio letto, che si trova nella mia stanza. Ma mi domandavo, non è che vuoi avere adesso il regalo di questo viaggio?»
«No!» sentenzio sicura. «Me lo darai domani prima di salire sull'aereo.»
Sto sentendo caldo e non capisco come mai ho il respiro in affanno. Sono così cretina da andare in agitazione?
«Sapevo che mi avresti risposto in questo modo, quindi, ho pensato di farti un regalo che non c'entrasse nulla con le tradizioni dei fratelli Weber.»
Dalla tasca dei suoi jeans estrae una piccola busta di carta e me la porge.
«È gialla e… spessa» constato.
«Già, e non esplode se la apri» dice, con la sicurezza di chi sa di avermi incuriosita.
Sollevo l'aletta e dentro trovo un bigliettino ripiegato e un cioccolatino. Logan resta in silenzio, attento alle mie reazioni. Cerco di rimanere impassibile, ma adoro ricevere dei regali. Quelli inaspettati ancora di più. Del resto, a chi non piacciono? Apro il biglietto e sorrido leggendo quello che c'è scritto. «Spiegami cosa c'entra il cioccolatino. Fra l'altro, bravo che hai scelto il cioccolato fondente. Cos'è questo buono valido per dieci lezioni individuali di tai chi, da fare con te?» Inarco un sopracciglio.
«Quello» dice, mentre con l'indice tocca il cioccolatino, «è per quando avrai un attacco di panico. Se non sarò con te, potrai far finta che io sia al tuo fianco per aiutarti a farlo andare via.»
Ecco, mi torna il nodo alla gola. Nessuno ha mai avuto una premura così con me. Nessuno a parte Mikael.
«Credi che basti un solo cioccolatino?» riesco a dire con voce sottile.
«Nella busta non ci stava tutta la confezione. Ho messo la scatola nella mia valigia, te la consegnerò alla nostra prima lezione di tai chi.» Sorseggia dal calice facendomi l'occhiolino.
L'occhiolino, caspita!
«So che sei una donna super-impegnata al lavoro, e ho pensato che possiamo vederci al dojo di mattina presto, tipo verso le cinque. Se il tempo lo permetterà, staremo nel giardino zen, accoglieremo l'alba che è sempre un bel vedere, in caso contrario chiederò a Janette di usare la sua sala perché la mia non è rivolta a est.»
«Ehm» mi schiarisco la gola, «fermati un attimo.»
Cerco di trovare le giuste parole perché non riesco a capire come siamo arrivati a stabilire che dobbiamo fare dieci lezioni di tai chi insieme… e alle cinque di mattina, per di più. Già dormo poco e male, ma il letto non lo lascio mai prima delle sette, se non per impegni di lavoro o di voli da prendere.
«Intanto non ho ancora accettato, ma grazie per la premura. Alle cinque di mattina ci vai tu al dojo per vedere il sorgere del sole, io a quell'ora spero di essere ancora nel mondo dei sogni. E poi… dieci lezioni? Sei impazzito?»
Ridacchia e mi guarda fisso negli occhi. Cerco di respirare il più lieve possibile, perché mi accorgo che sono in iperventilazione.
«Iniziamo con dieci e poi vediamo se aggiungerne delle altre.» Con le dita muove il touch del computer e scorre le proposte della piattaforma streaming alla quale sono abbonata. Ho come la sensazione che non stia realmente guardando le locandine dei film, ma è come se prendesse tempo. O me lo lasciasse per capire quello che mi sta comunicando fra le righe.
Apro e chiudo più volte la bocca, perché sarebbe l'occasione per parlare di noi. Ormai siamo a quel punto dove dovremmo confrontarci, confessare quello che sentiamo, almeno io dovrei farlo e sperare che sia lo stesso anche per lui. Ma nulla. Non riesco a dire nulla.
«Sembra che tu debba dirmi qualcosa.» Ruota leggermente la testa, fissandomi e restando con la mano appoggiata sul computer.
Mi piaci tanto.
«No, sono solo stanca e cerco di trattenere gli sbadigli.»
«Già, si è fatto un pochino tardi.» Il suo volto sembra impassibile, ma con una nota seria. Si alza con agilità e inizia a raccogliere i cuscini sistemandoli sul letto.
Resta, ti prego.
«Lascia stare, faccio io.» Prendo i calici e li appoggio sul carrello della cena. Eseguo i movimenti senza slancio, combattuta se buttarmi nel vuoto, oppure attendere di scorgere un suo piccolo passo verso di me.
«Era del tempo che non prendevo una pausa dal dojo. Sono stati due giorni brevi eppure molto piacevoli, non avrei pensato di stare così bene.» Unisce le mani davanti al petto, inclinandosi in avanti. «Grazie.»
Avvolgimi fra le tue braccia, ne ho bisogno.
«Sono stata bene anch'io, ma non diciamolo a Mikael.» Sorrido cercando la sua complicità.
«Ti aspetto domattina per fare colazione prima di andare all'aeroporto. Hai bisogno di qualcosa, prima che me ne vada via?»
Sì, vorrei un bacio.
«No, sono a posto. Notte.» Lo accompagno alla porta e non stacco lo sguardo dalla sua schiena mentre si allontana lungo il corridoio.
Un senso di tristezza mi prende il cuore, i se avessi detto o se avessi fatto si rincorrono nella mia mente. Non posso uscire dalla mia camera e andare nella sua dicendogli quello che ho avuto sulla punta della lingua per tutta la sera e svelando quello che c'è nel cuore da più di un anno.
Mando un veloce messaggio a Mikael dove ammetto di non aver avuto il coraggio di aprirmi con Logan, di non aver rischiato e di non aver lasciato libero il mio cuore. La sua risposta è una semplice frase: “Ciò che è destinato a te, troverà il modo di raggiungerti”.
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione