Ho i palmi delle mani che sudano e il cuore che batte velocemente. Da quando ho lasciato casa mia continuo a ripetermi che è soltanto Logan e non uno che devo incontrare per un appuntamento al buio. Ma non serve a nulla.
Faccio una piccola sosta nella pasticceria dove ho ordinato una torta vegana da mangiare a fine cena. Di sicuro, Logan avrà preparato una macedonia o dei frullati, ci potrei scommettere, ma è una serata speciale e merita di concludersi in maniera… dolce.
«La smetti di ridere?!» dico leggermente infastidita.
«Ti rendi conto di quanto tu sia scema? Scendi dalla macchina e vai subito a suonare il campanello.»
«No, Rose, sono troppo in anticipo.» Controllo l'orologio del cruscotto. «Dai, tienimi compagnia per altri dieci minuti. Raccontami qualcosa, distraimi.»
L'agitazione e non so cos'altro mi hanno fatta arrivare davanti a casa di Logan prima rispetto all'orario stabilito. Potrei fregarmene e comportarmi come prima di New York e ridere con lui della mia attitudine alla puntualità, ma no. Stasera non ci riesco.
«Quanto sei ridicola. Va bene, ti accontento» replica. «Ti ho detto che venerdì scorso ho avuto tre bambini con la dissenteria e, non essendo più in età da pannolino, c'è stato un momento in cui non sapevo se ridere o piangere. La sera, per dimenticare l'odore pestilenziale, ho acceso così tanti incensi per la casa che mi hanno provocato una tosse assurda e ho rischiato di dover andare in pronto soccorso per farmi controllare.»
Scoppio a ridere perché riesco a immaginare la scena e non dovrebbe stupirmi visto quanto Rose è buffa e imbranata.
«Ci sei andata?»
«Certo che no! Sono stata salvata dalla telefonata di Mikael. Mentre mi metteva al corrente del suo scambio con Logan, io continuavo a tossire e, dopo avergli spiegato il problema, mi ha chiesto se casa mia fosse per caso sprovvista di finestre.»
«Lo sa che le hai, è venuto un sacco di volte da te.»
«Appunto! Prima ho aperto le finestre, poi ho tratto un lungo respiro di aria fresca e infine, con soddisfazione, l'ho mandato a quel paese.»
Questa ilarità mi rilassa, ma non impedisce ai miei occhi di controllare, per l'ennesima volta, il quadrante del cruscotto. Mancano ancora cinque minuti.
«E poi, che hai fatto il giorno dopo?»
«Viktoria…»
«Sì?» Ho la voce che sembra lagnosa.
«Ci vediamo lunedì alla lezione di yoga e a cena mi racconterai, con dovizia di particolari, di questa serata. Ma ti supplico, comportati come una ragazza normale e innamorata, non come fai di solito. Lasciati andare e salutami il bel sensei. Ciao!»
Resto inespressiva, con il cellulare appoggiato all'orecchio e senza avere ricambiato i saluti. Valuto il tratto che devo percorrere dalla mia macchina fino alla porta d'entrata della casa di Logan. È un sentiero ciottolato che divide a metà un piccolo prato con alti alberi che mostrano i primi segni dell'arrivo dell'autunno.
Mordicchio l'unghia del pollice e continuo a tentennare restando seduta all'interno della macchina. Perché devo essere così nervosa? Continuando di questo passo rischio di stuzzicare i miei attacchi di panico, e non voglio che vengano a disturbarmi.
Ci manca solo che Logan debba assistermi di nuovo!
Dalla borsetta prendo la crema per le mani e la spalmo alleviando il prurito che sta aumentando per la tensione. Inspiro profondamente, prendo la borsetta e la torta e mi incammino verso l'ingresso, stando attenta a non scivolare con i tacchi alti sui ciottoli. Per una frazione di secondo resto con la mano sospesa davanti al campanello, ma poi lo premo e, nell'attesa, controllo che la camicetta e la longuette nera che ho scelto per stasera siano senza pieghe. Ho disfatto la mia solita crocchia, preferendo una coda bassa, e ho optato per un trucco leggero e naturale. Capiterà un'altra occasione per sfoggiare l'abito elegante che ho lasciato sul letto e so che Logan apprezzerà il mio outfit semplice.
Quella sensazione, che ormai mi accompagna da diverso tempo, mi fa piacevolmente accelerare il respiro e capisco che ciò che sto vivendo è giusto.
Logan apre la porta e rimaniamo incantati, l'uno perso negli occhi dell'altra.
«Ciao.»
«Ciao» rispondo, cercando di mantenere ferma la voce.
«Sei… bellissima.»
«Grazie.»
Continuiamo a stare sulla soglia, immobili, tanto che mi scappa un sorriso che cerco di trattenere con scarso successo. È agitato anche lui.
Si avvicina, allunga una mano che fa scorrere dietro la mia testa e con delicatezza mi bacia. Le sue labbra sono calde e il suo profumo di muschio mi avvolge. Schiude la bocca in un silenzioso invito a fare altrettanto, ma sono in una posizione scomoda. Mi distacco senza perdere il contatto visivo.
Dio mio, i suoi occhi!
«Ciao» ripete, sussurrando.
«Ehm…» Mostro le mie braccia impegnate con la torta.
«Scusa!» Prende la confezione della torta e la mia borsetta, facendo due passi indietro per farmi entrare in casa. «Prego, accomodati. Posa le tue scarpe nel solito mobiletto, le pantofole sono nello sportello di fianco.»
«Giusto. A casa tua niente scarpe.»
Dall'esterno, la casa di Logan si presenta come una meravigliosa costruzione stile Tudor con i mattoni a vista, delle grandi vetrate e il tetto a più livelli. L'interno è elegante e imponente, ma non rappresenta il suo proprietario. La casa apparteneva a sua nonna e gliel'ha regalata per il suo venticinquesimo compleanno, con la clausola di non modificare nulla per non perdere lo stile architettonico originale.
Ricordo ancora la sua esasperazione, che contrastava con le risate mie e quelle di Mikael, mentre il suo maestro di judo, nonché esperto di Feng Shui che era stato interpellato per sistemare la casa, disapprovava ogni mobile, oggetto, colore e perfino la disposizione delle pareti. Logan ha fatto dipingere i muri seguendo la logica della filosofia Feng Shui e abbinandola alla posizione del sole, ha cambiato quasi tutti i mobili, riducendoli all'essenziale. Soltanto la sua stanza da letto ha avuto una ristrutturazione totale, cosa che ha permesso che fosse applicata l'arte geomantica taoista. Stanza che ho visto solo una volta, appena terminati i lavori di ristrutturazione, e mai più.
«Hai caldo?» domanda.
«No, perché?»
«Sei rossa in viso.»
«No… io… sto bene, grazie.»
Il salotto dove ci accomodiamo è un'ampia stanza dalle pareti bianche e il soffitto alto. Il camino è acceso e lo rende accogliente. Il divano è di un particolare punto di blu che contrasta il verde delle piante, sistemate agli angoli della parete a cui è appoggiato. Il basso tavolo rotondo è abbinato alle sedie da terra ed è il punto focale della stanza. Ho sempre pensato che lo stile fosse rigido e armonioso allo stesso tempo. Proprio come il suo proprietario.
Delle grandi fotografie, ritraenti i paesaggi dei posti che Logan ha visitato, decorano le pareti e sono alternate agli scatti monocromatici dei dettagli del suo corpo mentre esegue le arti marziali. Il mio preferito è uno scatto color seppia, in cui il gioco di luci mette in ulteriore evidenza la linea della mascella che appare parallela alla clavicola, leggermente visibile dal kendogi aperto. Fino ad ora non mi è mai venuto in mente, ma potrei chiedergliene una copia da tenere sulla scrivania al lavoro o magari potrei scattare una foto con il cellulare e usarla come salvaschermo.
Ma che sto pensando!
«Torno subito.» Logan richiama la mia attenzione indicandomi dove sedermi, mentre si dirige in cucina.
La tavola è già apparecchiata e, secondo il galateo imparato in collegio, è un totale disastro.
«Chi ti ha insegnato ad apparecchiare?» chiedo, alzando leggermente la voce.
«Perché?» Entra in salotto e appoggia i piatti davanti a noi.
«Non si mettono tutte le posate sul tovagliolo e alla destra del piatto» cerco di spiegare, mantenendo a fatica un tono serio.
«L'importante non è com'è apparecchiata la tavola, ma il cibo buono e l'ottima compagnia.» Mi versa da bere del vino rosso. «A noi.»
Faccio tintinnare il mio bicchiere contro il suo e sorseggio, dando inizio alla nostra serata.
La tensione si è dissolta come per magia e l'atmosfera che si è creata è come a New York, solo più complice. Ho perso il conto di quante volte ho sentito altri parlare del magnetismo che si crea fra due persone e, ora, so cosa significhi. Con uno sforzo enorme, riesco a staccare lo sguardo dal suo viso per spostarlo sui movimenti delle sue mani. Ma, come delle molle, i miei occhi tornano sulla curva della mandibola, scorrono fino al mento e risalgono alle labbra carnose.
Lui è… magnetico.
Schiarisco la gola e porto alla bocca un'altra cucchiaiata di risotto alla boscaiola. Avverto che mi sta fissando, lo sento sulla pelle e cerco di non essere sciocca e di non alzare la testa per ricominciare a fissarlo come un'ebete, come ho fatto fino a due secondi fa.
«Ti piace?» Con la forchetta indica il mio piatto. Appoggia l'avambraccio sul bordo della tavola e, anche se indossa una maglia a maniche lunghe, la stoffa sottile aderisce ai bicipiti mostrandone la forma.
«È delizioso.» Prendo il tovagliolo e mi pulisco la bocca. Anche le tue braccia, penso, ma serro le labbra per non dirlo ad alta voce. «L'hai davvero cucinato tu, oppure hai ordinato la cena al tuo ristorante preferito?»
Assottiglia gli occhi. «Impertinente!»
Lo so benissimo che ha cucinato lui, ma mi diverte pungolarlo per smorzare la sicurezza che in questo momento mostra e che a me, invece, manca.
Porta via i piatti e torna con un vassoio di spiedini di seitan e verdure. Mi porge una ciotola contenente della salsa verde, leggermente piccante, da usare per condirli.
«Accidenti! Mi sono dimenticato il contorno.» Si alza e mi dà le spalle, mostrando un didietro niente male.
Appoggio il gomito sul tavolo e sostengo il viso con la mano. Sospiro, e lo seguo mentre si muove fra le due stanze. Il fisico, plasmato dalle arti marziali, è contrapposto all'eleganza delle movenze e, molto semplicemente, mi incanta. Ha una bella schiena e due spalle di tutto rispetto, come i glutei che si scorgono dai pantaloni che gli avvolgono le lunghe gambe, ma, se dovessi scegliere un dettaglio del suo corpo, l'indecisione sarebbe fra le labbra e le mani.
Dio mio, quelle mani…
«Ti stai mordicchiando le labbra. Che fantasia ti è venuta in mente?» domanda.
Eh, sapessi!
«Ma no! Stasera niente penne colorate e blocco da disegno, solo io e te, come a New York» conclude, puntandomi il dito indice contro.
Tzz, non era quella la fantasia che avevo in mente.
«Sì, sensei Logan» rispondo, alzando gli occhi al cielo.
In un battito di ciglia mi trovo ribaltata con la schiena per terra e con i polsi ai lati della testa, intrappolati fra le sue mani. Ho il fiato corto e accelerato, mentre il cuore si è spostato in gola. Ogni traccia di spiritosaggine è svanita, sostituita da un'eccitante inquietudine che percepisco sotto forma di piccole, quanto piacevoli, scosse sulla pelle.
Logan è immobile, premuto contro il mio corpo, in apparenza padrone della situazione. A tradire l'illusoria tranquillità è il respiro, troppo lento e profondo. I suoi occhi vagano sul mio viso e mi sciolgo per il modo in cui mi guarda, mi fa sentire come se fossi la ragazza più bella e desiderabile del mondo.
Socchiudo leggermente la bocca, inumidendomi con la lingua il labbro inferiore.
«Oh… al diavolo!» sbotta, prima di premere la bocca sulla mia.
Non c'è la delicatezza della volta scorsa, questo bacio è un mix fra urgenza e passione; mi rende languida e cerco di ottenere ancora più contatto tra noi. Le sue labbra si aprono e con la punta della lingua mi solletica i contorni della bocca, un silenzioso invito ad aprirmi a lui. Mi sfugge un mugolio messo a tacere dalla sua bocca che, con avidità, preme di più contro la mia. È un bacio che reclama e dona, è irruente e dolce allo stesso tempo e Dio… Logan bacia in maniera oscena. Vorrei abbracciarlo, ma non sembra intenzionato a liberarmi i polsi. Sono stordita, ho bisogno di sentirlo di più contro di me, sulla pelle. Sposto le gambe e con i piedi sfioro i suoi polpacci, ottenendo in risposta un lento ondeggiamento del suo bacino che mi fa fremere e desiderare di non avere le barriere dei vestiti fra di noi, preferibilmente nel più breve tempo possibile.
Lascia un polso e posa la sua mano sulla mia mandibola, stringendola in modo leggero per approfondire il bacio che mi sta togliendo l'aria dai polmoni. Con un colpo di reni ribalta le nostre posizioni e mi trovo a cavalcioni su di lui, con le mani che, libere, lo toccano ovunque. Stacco la bocca dalla sua e gli mostro un sorriso compiaciuto, nonostante il fiato corto. Con il pollice mi accarezza il labbro inferiore, non prima di aver spostato la mano dietro la mia testa e aver riavvicinato le nostre bocche. Senza indugio, mi apro a lui. Mantenendo la mano dietro alla mia testa, usa l'altra per muoversi provocante su di me, finché si ferma alla base della mia schiena e, con veemenza, mi stringe ancora più a sé.
Il cuore è ormai volato via dal petto, si libra felice nell'aria. Mi crogiolo in questa sensazione composta di sensualità, desiderio e passione. Sono come ubriaca, non riesco a parlare, anche se avrei molto da dire, o da chiedere, tipo quando possiamo spostarci in camera sua.
Interrompe di nuovo il bacio e appoggia la fronte alla mia. I nostri respiri si fondono e accompagnano, sincronizzati, i battiti impazziti dei cuori.
«Sai che mi sei mancata da impazzire in questi sei interminabili giorni?» sussurra con affanno.
«Mi stai dicendo che le video-chiamate serali e i messaggi che mi hai inviato a ogni ora del giorno erano per farmi capire che ti sono mancata?» rispondo sarcastica, alzando leggermente le spalle.
«Sei proprio una piccola impertinente, altro che lady iceberg.» Ribalta di nuovo le nostre posizioni e mi porge la mano. «Vieni, finiamo di mangiare.»
«Stai scherzando, vero?» Cerco di assumere un tono di voce che non appaia disperato e lo convinca a riprendere da dove ci siamo interrotti.
Ma che cavolo!
«Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non si mangia bene.»
«E questo chi lo dice? Un altro dei tuoi maestri di vita zen?» domando piccata.
«No, è una frase di Virginia Woolf» risponde sorridendo sornione. «Su, mangia e fai onore alla tavola e al sottoscritto che da stamattina che sta cucinando per te.»
Vorrei ribattere a tono, ma credo che sia meglio calmarmi e non solo a causa dei bollenti spiriti che imperterriti scorrono ancora lungo il mio corpo. Se tutto questo si è acceso con dei baci, dopo che accadrà?
Cercando di far finta che non sia appena successo nulla, come sta facendo lui, prendo la ciotola di vetro che mi sta porgendo, verso il contenuto nel piatto e, con l'aiuto di una forchetta, lo assaggio. L'insalata mista a foglie verdi, pomodorini, funghi e carote, condita con varie spezie e qualche goccia di limone è un tripudio di sapori.
«Devo lasciare un po' di spazio per la torta» dico, mettendomi una mano davanti alla bocca perché non ho ancora deglutito il boccone.
«Possiamo mangiarla domani mattina per colazione.»
«Cosa?»
Non risponde, ma con un dito traccia delle linee invisibili sul dorso della mia mano appoggiata sul tavolo. Non distoglie gli occhi dai miei che, invece, vorrebbero fuggire.
«Mi sembra tutto così strano, non so come comportarmi.»
Soprattutto dopo quello che è successo pochi istanti fa.
«Siamo sempre noi, Viktoria. Non è cambiato nulla, se non per un piccolo dettaglio.»
«Ieri sera mi sentivo più coraggiosa, mentre ora sono un vortice di insicurezza e non so cos'altro.»
«Cosa ti spaventa?»
«Il tuo regalo ha cambiato tutto.» Sottraggo la mano e la porto all'addome. «Ti conosco da tanti anni e ti ho sempre considerato come il migliore amico di Mikael, nulla di più. Un anno fa non so cosa sia successo, ma ho avvertito una strana sensazione al centro del petto e la tua vicinanza l'ha ampliata, diffondendola in tutto il corpo. A tutt'oggi non lo so spiegare, ma è come se ti avessi visto per la prima volta e starti lontana mi è sembrata la soluzione migliore per gestire quello che provavo.»
Tolgo l'elastico dai capelli e allungo le gambe che sono leggermente intorpidite dalla posizione. La stanza è illuminata soltanto dal camino e da alcune candele sul tavolo. Questo momento è intimo e… nostro.
Logan si alza, mi invita a fare la stessa cosa, facendomi capire di prendere il bicchiere di vino. Ci accomodiamo sul tappeto davanti al camino.
«Va meglio, qui?»
Faccio un cenno d'assenso con la testa e capisco che devo continuare a parlare. Mi sdraio su un fianco, sorreggendo la testa con una mano, lui fa altrettanto.
«Mik sapeva ciò che provavo per te e, se all'inizio l'avrei volentieri strozzato per il vostro cambio, con il senno di poi non più.» Mi perdo a guardare l'ondeggiare delle fiamme alle sue spalle. «Mi spaventa l'idea del fallimento di quello che sta iniziando fra noi. Sai tante cose sul mio conto, per un certo verso mi hai vista crescere, ma la relazione fra due persone è totalmente diversa dall'amicizia.»
Allunga un braccio verso di me, mi prende per il fianco e mi attira al suo petto.
«Non ricordo quando ho iniziato a guardarti con occhi curiosi. Stavo attento a come ti vestivi per uscire con le amiche, se il tuo viso fosse pallido a causa della stanchezza, raccoglievo i sorrisi che mi rivolgevi e ogni occasione era buona per punzecchiarti, per ricevere una tua attenzione. Mikael si è accorto del mio cambiamento alla festa del quattro luglio dell'anno scorso.» Con la mano scorre lungo la mia schiena, facendo riapparire piccole piacevoli scosse sulla pelle. «Il giorno dopo si è presentato nel mio ufficio con un regalo. Era un collirio e, davanti alla mia perplessità, mi ha spiegato che era certo che mi servisse, dato il modo in cui ti avevo fissata per tutto il giorno… “Sai, per rilassare gli occhi stanchi” ha aggiunto.»
«Ho un fratello proprio cretino!» rido.
Mi giro fra le sue braccia e cambio posizione mettendo la schiena contro il suo petto.
«Però aveva ragione. Quella sera non ti avevo perso di vista per un momento, avevi attorno un ragazzo che non mi piaceva ed ero pronto a intervenire al minimo accenno di fastidio.» Con le labbra sfiora leggero il mio lobo, prima di tornare a parlare. «Mi sono scoperto protettivo nei tuoi confronti e cercare di farti stare bene era l'unica cosa che mi permettevo di donarti. C'è un detto zen che dice l’amicizia e l’amore non si chiedono come l’acqua, ma si offrono come il tè.»
Il tempo delle confidenze è finito, per il momento, e l'abbraccio che ci scambiamo mi fa sentire a casa, al sicuro.
«Possiamo stare abbracciati e non andare oltre» bisbiglia. «Non c'è fretta, abbiamo tempo.»
Mi rigiro per guardarlo in faccia. «Solo abbracciati? E nessun altro bacio?» domando con finta espressione scandalizzata.
Non faccio in tempo a prendere fiato che mi ritrovo le sue labbra sulle mie, ancora più decise e per nulla delicate. Avverto le sue mani che stringono, palpeggiano e mi toccano ovunque. Gli unici punti che evita sono la zona del tatuaggio e la mia intimità. Sembra che stia marcando il territorio, una conquista dove la resa è già avvenuta. Infilo le mani fra i suoi capelli e non interrompo questo bacio appassionato che sta parlando al posto della nostra voce.
Con la mano mi sfiora il seno… quando il suono del campanello ci fa voltare in direzione della porta d'ingresso.
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