Scritto il 03/08/2026
da EMMA MEI


All'osservatorio, il tempo a disposizione di un'ora è volato via e l'astronomo, chiamato da Mik e Logan lo scienziato pazzo per il suo aspetto alquanto trasandato e spettinato, ha pazientemente risposto alle nostre numerose domande.

Siccome la notte è solo all'inizio, abbiamo deciso di proseguirla a casa dei miei. Le temperature sono fredde, ma mentre Mik accende il braciere in giardino, sotto la supervisione del pignolo Logan, Rose e Janette preparano il punch e John e Adam devono decidere se preparare due spaghetti oppure gli S'mores. Impazzisco quando si organizzano le cose all'ultimo momento e non si sa che fare. Mik, invece, è abituato, se poi al suo fianco c'è John, le probabilità degli imprevisti e della disorganizzazione sono all'ordine del giorno. O, come in questo caso, della notte.

«Ci potremmo tornare la prossima estate per vedere le stelle cadenti» propone Mik, guardando il cielo.

«Quelle si vedono a occhio nudo, non c'è bisogno di un telescopio» rispondo con tono saccente.

«Se fosse luglio, cara la mia piccola kreisel, mentre scrutiamo la volta celeste, potrei narrarti della leggenda giapponese che ha dato origine alla festa di Tanabata.» Sistema un altro ceppo sopra il fuoco.

«Non puoi raccontarla adesso?» Allargo un braccio per rendere evidente il luogo in cui ci troviamo. «Siamo all'aperto, in cielo non c'è una nuvola e la luna nuova non disturba la visione della volta stellare. Che importa se siamo alla fine di settembre. Non fare il solito dispettoso e inizia a parlare.»

«No!» risponde.

«Perché ho un fratello come te e non uno più gentile e accondiscendente con la sua sorellina minore?»

«Non mi pare di averti obbligato a unirti a noi» dice socchiudendo gli occhi.

Quando fa così è quasi una battaglia persa, deve avere sempre l'ultima parola.

«Verrà il giorno in cui non dovrò più assistere a questi battibecchi adolescenziali?» Janette si siede su uno dei tronchi di legno, seguita da Rose che appoggia per terra il termos e le tazze.

«Potrei farli smettere io, se solo Mikael accettasse la mia sfida e giocasse con me a braccio di ferro con la lingua…»

«ROSE!» urliamo, fintamente scandalizzate, io e Janette.

Mik non risponde, continua a controllare il fuoco, ma noto l'ombra di un sorriso. Gongola, lo so. Gli piace ricevere delle attenzioni e apprezza questo genere di provocazioni. È consapevole della sua particolare bellezza, rientra negli stereotipi del surfista ma dal fascino europeo. Poi, è vero che sono di parte ma, quando si muove, sembra un felino.

Quando vivevamo nel quartiere West Seventh, tradizionalmente abitato da immigrati di origini tedesche, irlandesi e italiane, molte ragazzine si fingevano mie amiche per farsi invitare da noi, per poi ignorarmi e sogghignare vedendolo esercitarsi nel judo o nel karate in giardino. Non ho mai sentito la loro mancanza quando, in concomitanza con la mia partenza per il collegio, è capitata l'occasione di trasferirci a Summit Hill, una delle zone più belle della città. Questa casa è come un porto di mare: sono tutti i benvenuti, nessuno è mai rimasto a dormire per terra e la cucina è sempre a disposizione per preparare qualcosa al volo.

La casa di Logan dista tre vie da quella dei miei, mentre io, quando papà mi ha chiesto cosa volessi come regalo di laurea, ho scelto un appartamento nel quartiere della mia infanzia, distante solo dieci minuti di macchina da casa loro. La posizione è cruciale poiché sono vicina al lavoro, impiego un'oretta per andare al dojo a piedi quando non sono troppo stanca e mi trovo a ridosso del mio paesaggio preferito: il Mississippi.

Mi guardo intorno, attendendo che anche John e Adam ci raggiungano attorno al fuoco. Il rapporto di lavoro che Mik e Logan hanno con loro va oltre la semplice collaborazione. È divertente vederli in situazioni fuori dal dojo e, sembra assurdo dirlo, l'assenza dell'autorevolezza li fa sembrare più giovani.

Scorgo Logan uscire dalla vetrata del salotto: regge delle scatoline masu impilate con una mano, mentre nell'altra ha la bottiglietta di ceramica del sake. Si accovaccia vicino a uno dei tronchi messi in cerchio attorno al braciere, allinea le masu e le riempie fino all'orlo, tenendo la bottiglietta con la mano destra mentre ne tocca il fondo con la sinistra. Aspetta che gli altri prendano le loro scatoline prima di sorseggiare dalla sua.

Posso incantarmi mentre fisso il movimento del suo pomo d'Adamo? Sembrerebbe di sì.

«Tu ti devi far curare.» Rose mi dà una gomitata al fianco. «Raddrizza la testa e chiudi la bocca, stai sbavando sulle mie scarpe. Sembra che tu voglia mangiarlo in un sol boccone. Gnam!»

«Sei tu che ti devi fare curare. Cosa hai detto a Mikael? Braccio di ferro con la lingua… ma davvero?» Le assesto una sberla dietro la testa.

Alza le spalle con una sfrontatezza unica, muove la bocca come se stesse mangiando, mettendosi il dito indice sulla guancia e muovendolo come quando si vuol far capire che si sta gustando qualcosa di buono.

Che stupida!

Logan mi bacia sulla guancia, prima di sedersi e avvolgerci con una coperta. L'istinto mi dice di scostarmi da lui, John e Adam non ci hanno mai visti insieme, ma Logan intreccia le sue dita alle mie, quindi mi lascio andare e appoggio la testa sulla sua spalla.

«Stasera niente regole salutiste, sensei Logan?» lo stuzzico, indicando con il mento la masu che tiene nella mano.

«Ogni tanto mi concedo di sgarrare.» Butta la testa indietro per bere il sake in un sorso.

Perché abbiamo deciso di rimanere assieme agli altri invece di andare a casa sua?

Schiarisco la gola e riporto l'attenzione verso gli altri fino a incrociare gli occhi di Rose. Trattenendo a stento il sorriso, unisce le mani formando un cuore e lancia baci nella mia direzione.

«Sai, John» dice, senza distogliere lo sguardo da me, «Mikael non vuole raccontare alla sua dolcissima kreisel la leggenda di Tanabata, e non ha neppure accettato una sfida con la sottoscritta. Secondo me ha paura di perdere. Se c'è qualcun altro che vuole accettarla…»

Sicuramente la O che sto facendo con la bocca è poco signorile, ma la speranza che Rose la smetta di fare la scema sembra destinata a morire.

«Nessuno non mi ha mai battuto» le risponde Mikael. «Non accetto sfide se do per scontata la mia vittoria.»

«Bastardo presuntuoso» tossicchia Adam, facendo scoppiare a ridere tutto il gruppo.

«Posso raccontargliela io la leggenda di Tanabata» dice John. «È stata una delle prime che ho imparato da uno dei miei maestri d'arti marziali.»

Mi piace John, è uno dei collaboratori più grandi del dojo, credo che abbia una quarantina d'anni e Rose insiste nel dire che ha una storiella senza impegno con una ragazza del nostro corso di yoga; non ho capito chi sia, ma non mi interessa saperlo.

Attende di avere l'attenzione di tutti, si versa dell'altro sake e, dopo averlo sorseggiato, inizia a raccontare.

«Si narra che Tentei, imperatore del cielo e sovrano di tutti gli dei, avesse una bellissima figlia di nome Orihime. Vivevano sulle sponde del Fiume Celeste e Orihime trascorreva le sue giornate a tessere la tela con cui poi cuciva preziosi abiti per tutti gli dei. Si impegnava duramente perché voleva rendere felice il padre, ma era anche triste perché, a causa del suo lavoro, non poteva mai incontrare nessuno. Tentei, amava molto la figlia e si dispiacque nel vederla così triste. Decise di darla in sposa al giovane mandriano che aveva il compito di far pascolare i buoi sacri nel cielo. Il suo nome era Hikoboshi.

Per i due giovani fu amore a prima vista. Trascorrevano ogni giornata insieme, felici ed ebbri d'amore l'uno per l'altra ma, presto, si dimenticarono di tutto il resto e delle loro responsabilità. Orihime non tesseva più la sua tela e i buoi di Hikoboshi vagavano senza controllo per tutto il cielo. Il loro atteggiamento e la loro sconsideratezza fecero arrabbiare Tentei che, non potendo più tollerare la situazione, decise di punire severamente i due giovani sposi. Li separò mettendoli ai due lati del Fiume Celeste, costringendoli a tornare ai loro doveri. La principessa, disperata, continuava piangere perché non riusciva a vivere senza il suo sposo. Così il padre, commosso dalle lacrime della figlia, consentì che i due sposi si potessero incontrare, ma soltanto una volta l'anno, il settimo giorno del settimo mese.»

«Che storia triste. Al loro posto sarei scappata altrove» lo interrompe Rose.

«Non ho ancora terminato di raccontare.» Le lancia una di quelle occhiate da sensei che non lasciano dubbi sul non aggiungere un'altra parola. «Dunque… Ogni anno, il settimo giorno del settimo mese, uno stormo di gazze giunge al fiume e con le loro ali creano un ponte per far sì che Orihime possa attraversarlo e riabbracciare il suo sposo.» Indica la volta stellata. «Se in estate guardaste il cielo, potreste ammirare il Fiume Celeste, rappresentato dalla Via Lattea, ai cui lati si scorgere la brillante Vega, la principessa Orihime, e Altair, il pastore Hikoboshi. Accanto ad Altair ci sono anche due piccole stelle che la leggenda vuole siano i figli dei due innamorati.»

«Rimango dell'idea che sia una storia triste.» Alza le sopracciglia fissando John. Stasera è senza dubbio più insolente del solito.

«Ti lamenti tanto dei tuoi bambini, ma ti comporti peggio di loro» cerco di rimetterla in riga. «Smettila di fare la stupida!»

Mik armeggia con il cellulare e le note di una hit estiva ci fanno cantare in coro a squarciagola, fra uno shottino di sake, il punch e gli S'mores pieni di cioccolato fondente, che mangio davanti all'espressione contrariata di Logan.

Le canzoni si susseguono e i canti, più o meno intonati, rendono questa serata una fra le mie preferite: non ha nulla di particolare, ma la sua semplicità la fa apparire come da ricordare con il sorriso sulle labbra.

La melodia di Say you wont’ let gov si diffonde nell'aria e porta una nota dolce a questa incredibile notte. Siamo tutti infreddoliti, alticci e sereni. Rose trascina in piedi John e lo incita a ballare con lei. Janette si è appisolata sul tronco, mentre Mik ride e scherza con Adam.

Ti ho incontrato nell’oscurità, mi hai illuminato,

mi hai fatto sentire come se fossi abbastanza.

Mi piace il tepore che c'è sotto la coperta e mi accoccolo ancora di più contro Logan, ascoltando la voce che rimbomba nel suo petto.

Poi hai sorriso sopra la spalla.

Per un minuto ero perfettamente sobrio.

Ti ho tirato più vicino al mio petto e

mi hai chiesto di restare a dormire.

Ho detto: te l’ho già detto che dovresti riposare un po’.

Mi abbraccia e china la testa su di me, continuando a canticchiare la canzone. Con le labbra sfiora la mia tempia e chiudo gli occhi per assaporare il momento.

Sapevo di amarti allora.

Ma tu non lo sapevi perché ho finto indifferenza quando

avevo paura di lasciarti andare.

Con le dita, solleva il mio mento in modo da trovarci occhi negli occhi. Il cuore batte impazzito e il mio petto sembra ostacolato da qualcosa che vi preme contro. Lo guardo confusa, mentre lui continua a sussurrare le parole fissandomi intensamente.

So che avevo bisogno di te, ma non l’ho mai mostrato.

Ma voglio stare con te fino a quando saremo grigi e vecchi.

Vorrei capire cosa sta accadendo, perché non si tratta di una semplice canzone della quale viene ripetuto il testo ad alta voce. Lo vedo dai suoi occhi, traspare dalla sua espressione e dal modo in cui ora tiene il mio viso fra le sue mani. Continua a cantare, solo per me, ignorando chi è attorno al fuoco.

Un turbine di pensieri affolla la mia mente e il mio petto è sempre più schiacciato da un peso invisibile. Logan canta, mentre io vorrei urlargli l'intero testo, aggiungendo due parole che non posso dire. Devo essere obiettiva e ragionare sul fatto che, anche se ci conosciamo da sempre, è da poco tempo che ci frequentiamo.

Sono così innamorato di te e spero che tu lo sappia.

Tesoro, il tuo amore vale più

di quanto varrebbe il suo peso in oro.

Siamo arrivati così lontano, mia cara.

Calma, Viktoria, sono solo delle parole scritte da un cantante per il testo della sua canzone.

Mi aggrappo al suo maglione, ho le lacrime agli occhi e mi sembra di essere sul bordo di un precipizio. Non è possibile provare questo sentimento, è troppo presto, ma è così travolgente.

E voglio stare con te fino a quando saremo grigi e vecchi.

Di’ solo che non mollerai. Di’ solo che non mollerai.

Mi avvento sulle sue labbra e lascio che le lacrime bagnino le guance di entrambi. Ho il battito del cuore impazzito e sono in apnea. Il gusto di cioccolato che ho in bocca si mescola al sapore di sake di Logan e aumenta il desiderio che ho di lui.

«Prendetevi una camera!» esclama qualcuno.

«Eh no! Andate a casa vostra, io voglio dormire» dice Mik.

Stacco le labbra dalle sue e respiro con affanno. Ho ancora le mani chiuse in due pugni, stringo il suo maglione, e non riesco ad aprirle. Se lo facessi, crollerei. Logan appoggia una mano sulla mia e la scosta, ripete il gesto con l'altra e poi mi aiuta ad alzarmi.

«Signori.» Ha la voce rauca, ma l'intonazione è quella che usa quando impartisce gli ordini durante le sue lezioni. «È stato un vero piacere stare con voi, stasera. Se non vi dispiace, accompagno Viktoria a casa.»

La rotazione che fa la mia testa è velocissima e mi provoca un leggero capogiro. Appoggio una mano sul suo braccio.

«Quanto hai bevuto?» mi domanda Janette.

«Solo due bicchieri di punch» rispondo, anche se in realtà dovrei dire altro. Tipo: Logan mi ha appena cantato una canzone d'amore, io mi sono trattenuta dal dirgli quello che sento, ho una fottuta paura e sto impazzendo perché ho realizzato che mi sto squagliando come ghiaccio al sole per lui.

Invece non aggiungo altro, salutiamo tutti e usciamo di casa.

«Ti spiace se andiamo a piedi? Ho bisogno di schiarire la mente.» Allunga la mano, un invito a intrecciare le dita alle sue. Non c'è bisogno di specificare dove andremo, però c'è un lasso di tempo totalmente buio, un attimo prima sono sul viale della casa dei miei e l'attimo dopo mi trovo sdraiata sul letto di Logan.

Nella stanza c'è una strana tranquillità, un preludio a qualcosa che avverto sulla pelle, che inumidisce gli occhi, pungola la bocca e bussa al cuore.

Logan mi sovrasta ed è a un soffio dal mio viso.

«Ti amo.» Parla pianissimo mentre mi sfila il maglione. «Ti amo» ripete, abbassandosi su di me. Fa scorrere la zip dei pantaloni e li fa scendere sulle mie gambe, togliendomi anche le scarpe. «Ti amo.» Slaccia la mia camicetta. «Ti amo.» Sfila il reggiseno e le mutandine, lasciandomi nuda davanti a lui. «Ti amo.» Continua a tenere la voce bassa, come se mi stesse confidando un segreto che nessuno deve ascoltare. «Io ti amo, Viktoria, tanto.» Si sorregge sulle braccia e non perde il percorso delle mie lacrime. «Spero che siano lacrime di gioia.»

Questo maledetto nodo alla gola non vuole saperne di andare via. Risalgo con le mani sulle sue braccia, sfioro le spalle, accarezzo il collo fino a toccargli la nuca. Premendo leggermente abbasso il suo viso verso il mio e unisco le nostre bocche.

«Ti amo anch'io, Logan, tantissimo» sussurro prima di zittirmi, lasciando che il mio corpo esprima quello che sto provando.

Ascoltare il suo ti amo scatena un'esplosione incontenibile di sentimenti. Pronunciare il mio ti amo è immensamente liberatorio. Essere fra le sue braccia e fare l'amore, coscienti di quello che proviamo, non ha parole adatte per essere descritto. Dovrei disegnarlo utilizzando le diverse sfumature del blu. Di sicuro userei il colore chiaro della carta da zucchero, passando dal blu fiordaliso al blu reale e terminerei con lo zaffiro. E poi aggiungerei tanti punti di luce, come le stelle del cielo che, stanotte, hanno colto i battiti dei nostri cuori.

 





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