Scritto il 17/08/2026
da EMMA MEI


Questo lunedì mattina è traumatico. Sorreggo la testa fra le mani e cerco di respirare per evitare di tornare in bagno a rimettere. Alla festa di Halloween ne è seguita un'altra, la sera successiva, e mi sono lasciata trasportare all'euforia generale. Ho bevuto così tanto che i pochi ricordi che ho sono confusi e frammentari. In un barlume di lucidità, Rose ha chiamato Mik e Logan per farci venire a prendere, e il disappunto negli occhi di Logan non si è limitato soltanto allo stato pietoso in cui mi trovavo.

Stanca di sentirmi dire che indosso abiti non adatti alla mia età, ho comprato un vestitino che, secondo gli sproloqui borbottati da Logan quando mi teneva i capelli mentre io ero china sul gabinetto, lasciava molto poco all'immaginazione. Deve mettersi d'accordo con mia madre e stabilire cosa posso indossare senza sentirli brontolare: per lei vesto come una signora, per lui metto in mostra troppa pelle. Al momento il mio problema, fra i tanti, è decidere se portare l'abitino dello scandalo in lavanderia e poi da un sarto per cucire lo strappo alla cerniera, oppure buttarlo direttamente nel bidone. Intanto è in ammollo dentro una bacinella, nella speranza che i bagordi della serata vengano via.

Ultimamente ho un approccio alla vita più sereno e mi sento felice come non mai, nonostante il dolore che mi sta martellando nella testa. Mentre ero alla festa mi sono sentita parte del gruppo, nessuno superava i trent'anni e gli abiti non erano eleganti e ricercati come sono abituata a vedere ai party dopo le sfilate della fashion week. In pratica, mi sono comportata da giovane insieme ai miei coetanei.

Rose sostiene che sia tutto merito dell'amore… chissà!

Respiro a fondo e cerco l'aspirina nel cassetto della scrivania. Lo apro pianissimo evitando di far rumore, in lontananza sento la voce di Brianna che risponde alle telefonate e il ticchettio delle sue scarpe. Avrei bisogno di totale silenzio e di un letto per riposare almeno un'oretta.

«Devi proprio essere uno straccio se non accendi la videocamera» afferma Ada.

«Non so neanche in che condizione sia il mio viso. Mi auguro che non entri la mamma, perché me ne direbbe di tutti i colori» dico, con la voce impastata. «Pensa che stamattina, nonostante la pioggia battente, ho preso il taxi indossando gli occhiali da sole.»

Sono ridicola ai miei stessi occhi.

«Ti ricordi di quella volta in cui siamo tornate all'alba da una festa e nonna Anja ci ha tenute tutta la mattina in cucina a sbucciare le cipolline da mettere in agrodolce?»

Se me lo ricordo? Da allora l'odore delle cipolline mi provoca il vomito.

«Ada, ti posso chiamare più tardi? Il tempo di far passare questo terribile post sbronza.»

«Ci sentiamo domani, fra poco chiudo l'ufficio e torno a casa. Ti conviene andare a riposare, in quelle condizioni non riuscirai a combinare nulla se non farti peggiorare il mal di testa» consiglia.

Anche se abita nel vecchio continente, con mia cugina ho un rapporto stretto. Durante il periodo del collegio, lei e nonna mi hanno fatto sentire meno la nostalgia di casa, e, anche se è più grande di me di otto anni, è stata la mia migliore amica durante l'adolescenza.

«Piccola kreisel!»

«Mikael, che cavolo!» Riporto le mani sulla testa e istintivamente chiudo gli occhi per il dolore. «Ti saluto, Ada, è entrato il tuo cugino stronzo ed è meglio riattaccare.»

«CIAO, ADA!» urla, avvicinandosi al mio cellulare.

Premo il tasto di fine chiamata, sbatto il cellulare sul ripiano della scrivania e guardo in cagnesco Mik. Con fatica, mi piego per prendere il blister delle aspirine dal cassetto e la bottiglietta d'acqua.

«Quante volte ti ho detto di non bere troppo e non mischiare gli alcolici?» Prende dalla mia mano la bottiglietta, svita il tappo e me la riporge. «Sei una frana. Cosa faresti senza di me?»

«Quello che faccio sempre.» Ingoio l'aspirina e bevo un lungo sorso d'acqua. «Mi arrangio.»

Inspiro profondamente e mi chino sulla scrivania fino ad appoggiare la fronte sul ripiano. Sento i fruscii dei suoi movimenti, ma non ho la forza di parlare per chiedergli cosa diavolo stia facendo. Un rumore ritmato infastidisce la mia testa e mette a prova la mia pazienza.

«Qual buon vento ti porta qui alle nove e mezza di mattina? Non hai delle lezioni?»

«No.» Il rumore continua, anzi aumenta di velocità.

«Mikael, ti giuro che non la smetti di fare quello che stai facendo, ti stacco le dita una alla volta.»

«È davvero incredibile come l'equilibrio zen di Logan non ti abbia influenzata nemmeno un po'. Devi rilassarti.»

Ho la sensazione di essere in mezzo al mare, appena mi muovo mi sale la nausea e il dolore alla testa diventa più acuto. Non so come abbia fatto ad arrivare in ufficio. Sarà meglio raccogliere le forze; appena riuscirò a raddrizzare la schiena e a sollevare la testa me ne andrò a casa, mi butterò nel letto e ci rimarrò fino a domani.

Mi concedo ancora dieci minuti, per ora sto comoda così.

«Mik, vuoi che suggerisca alla mamma di organizzarti un altro appuntamento al buio?» farfuglio con sforzo.

«AH! Sei stata tu a metterle in testa quell'idea assurda degli appuntamenti con le figlie delle sue amiche? Sai con chi mi ha fatto cenare?»

Rido, ma smetto subito e porto una mano alla tempia.

«Dovevo in qualche modo ripagarti con la stessa moneta per la cena con la famiglia di Logan.»

«Sì, ma io ho fatto solo una battuta.»

«Solo una battuta? Che coraggio che hai.» Inspiro cercando di rilassare le spalle. «Non hai risposto alla mia domanda, perché sei qui?»

«Ho un impegno con il papà e la mamma.»

«Per?»

«Nulla di importante» indugia, senza aggiungere altro.

«Eccoti qui.» Papà entra all'improvviso nel mio ufficio. Dallo spavento salto sulla sedia peggiorando, nella frazione di un secondo, il senso di nausea, il mal di testa e il fastidio ai rumori. «Viktoria, non stai bene?»

«Non regge l'alcol, ma quella sciocchina di tua figlia continua a bere fino a ridursi così.»

«Mikael, ti garantisco che, non appena sarò in forma, ti renderò pan per focaccia.» Provo ad alzarmi, tolgo le décolleté per avere un migliore appoggio, ma non stacco le mani dal bordo della scrivania. «Tieni bene in mente il tipo di associazione che posso mettere in atto con le parole mamma e appuntamenti al buio.»

«Smettetela di comportarvi come dei bambini» ci riprende papà. «Tu, Mikael, alzati da terra, dobbiamo andare.»

Cosa? È seduto a terra? Scoppio in una ridarella che mi porta fino alle lacrime, lasciando sbalorditi entrambi.

«Perché non ti sei seduto sulla poltroncina?» dico spossata. Non riesco a smettere di ridere.

«Quella poltrona è distante dalla tua scrivania, devi aggiungere una sedia e metterla qui davanti a te.» Si volta verso papà. «Diglielo anche tu.»

«Se non ci sbrighiamo, arriveremo in ritardo» taglia corto papà. «Vado a prendere la mamma nel suo ufficio, ti aspettiamo in macchina.» Distoglie l'attenzione dal cellulare e mi scruta con attenzione. «Hai preso un'aspirina?»

Confermo con un piccolo movimento della testa e non riesco a trattenere una smorfia di dolore.

«Papà, porto a casa la piccola kreisel e ti raggiugo direttamente all'appuntamento.» Mi aiuta a infilare le scarpe e, sorreggendomi per il braccio, usciamo.

Non ricordo nulla del tragitto per andare a casa mia.

Sono bagnata di sudore, ma non oso muovermi perché anche il più flebile refolo d'aria mi dà fastidio. Il mal di testa è passato e mi è rimasta la sensazione di pesantezza. Alterno momenti di sonno profondo al dormiveglia e l'unico vero fastidio è la bocca impastata. Ho male ovunque, alle ossa, ai muscoli, e ogni minimo movimento mi costa fatica. Devo andare assolutamente in bagno altrimenti me la faccio addosso. Scosto le coperte e tremo come una foglia. Mi abbraccio e mi rendo conto che sono in maglietta e mutandine. Con una mano protesa in avanti mi muovo al buio.

Che ore sono?

«Dove credi di andare?»

«Logan?» Sento i suoi passi e poi la luce della abat-jour illumina la camera. Si avvicina e mi fa indietreggiare fino a farmi sedere sul bordo del letto. Ha il judogi infilato male nella cintura, i capelli sono scompigliati e l'espressione è stanca. «Devo andare in bagno.» Ho la voce roca e la gola mi fa malissimo. Porto una mano al collo per alleviare il dolore.

«Riesci a resistere un attimo?» Posa il polso sulla mia fronte e corruga il viso. «Sei ancora bollente. Vieni, andiamo in bagno, poi ti rimetti subito a letto e ti riprovi la febbre.»

Eh? La febbre?

Non replico, mi aggrappo al suo braccio, ma un giramento di testa mi fa ondeggiare in avanti. Mi sorregge e mi prende in braccio. Sono spossata e puzzo tantissimo. Logan sembra leggermi nella mente, si assicura che non cada dal gabinetto e va ad aprire l'acqua nella doccia. Ne approfitto per rilassare la vescica.

Sospiro beata.

Logan si volta e mi sorride. Gli faccio segno con la mano di girarsi nuovamente, mi sistemo le mutandine e tiro lo sciacquone.

«Facciamo una doccia» dice. Si slaccia la cintura, apre il judogi e si spoglia completamente. Avrò anche la febbre ma, caspita, ogni volta rimango incantata nel vederlo nudo. È perfetto, non ho altro da aggiungere. Accorcia le distanze e mi aiuta a spogliarmi. Mi lego i capelli in uno chignon disordinato prima di entrare in doccia. L'acqua è ghiacciata e tremo battendo i denti. Logan mi avvolge fra le sue braccia e cerco di godere del suo calore.

«Cerca di rilassare i muscoli, non possiamo fare la doccia con l'acqua bollente, altrimenti non si abbassa la febbre» bisbiglia al mio orecchio, continuando a stringermi a sé.

«Sto congelando» mi lamento.

«Lo so, ma l'acqua deve essere tiepida.» Mette una piccola distanza fra di noi, prende il bagnoschiuma e la spugna e mi insapona. Non tralascia nulla e quando è dietro alla mia schiena, dedica un po' di tempo a massaggiarmi le spalle. Si lava a sua volta e, stando attento a non bagnarmi i capelli, ci risciacqua entrambi. Tenendomi per mano mi fa uscire dalla doccia e mi avvolge nell'accappatoio. Chiudo gli occhi, un po' per la stanchezza e un po' per la dolcezza che dimostra in ogni gesto che compie nei miei confronti.

«Riesci a lavarti il viso e i denti da sola?» domanda. «Cambio le lenzuola.»

È proprio un uomo da sposare.

Stringo le labbra per non dare voce a questo pensiero e scuoto leggermente la testa, immaginando cosa direbbe la mamma sentendomelo dire. Ho le mani che tremano, ma riesco a lavarmi il viso con il latte detergente, ad applicare un po' di crema e a lavarmi i denti. Mi appoggio al lavandino e attendo il ritorno di Logan. Credo di aver esaurito tutte le energie.

«Forza, a letto» dice, prendendomi in braccio e infilandomi sotto le coperte.

«Che ore sono?»

«Ormai è ora di cena.»

Ho dormito così tanto?

«Mentre Mikael ti portava a casa sei stata di nuovo male, vaneggiavi per la febbre alta. Gli ho dato il cambio perché non poteva mancare all'appuntamento con i tuoi genitori. E comunque non ti avrei lasciata da sola con lui in questo stato.» Mi porge il termometro e si siede sul bordo del letto. «Devi curarti di più, te l'avrò detto non so quante volte. Guarda come ti sei ridotta fra indossare un vestitino inesistente e bere a stomaco vuoto.»

«Ho spiluccato qualcosa al buffet» mi difendo. «E non faceva così freddo.» Pronuncio l'ultima parola sottovoce davanti al suo sguardo contrariato. Sollevo le sopracciglia e mi copro meglio con il piumone. In attesa che il termometro suoni, prendo il cellulare e rispondo a un messaggio di Rose. Avvio una chiamata con la mamma e, mentre la rassicuro sul mio stato di salute, restituisco il termometro a Logan. Esce dalla stanza e ritorna con una scodella piena di brodo e del succo di frutta. Mangiamo in silenzio e, anche se mi sento ancora la testa pesante, inizio a sentirmi meglio.

«Ti ho fatto perdere una giornata di lavoro.»

«No, i due nuovi maestri mi hanno sostituito più che volentieri.» Si muove per casa mia con naturalezza, sistema ogni oggetto al suo posto, carica la lavastoviglie e si prende cura di me.

Eh sì, è proprio da sposare.

«Basta fare questi pensieri!» esclamo.

«Che cosa dici?» domanda dalla cucina.

«Niente. Sto vaneggiando.» Sprimaccio il cuscino e mi riappoggio. «È colpa della febbre alta…»

E del romanticismo della mamma.

 





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