TRA LE OMBRE DEL PASSATO - Capitolo 8 di 9

Scritto il 24/07/2026
da SCARLETT DOUGLAS SCOTT


Se avevo pensato di cavarmela vomitando il tè addosso all’agente che mi aveva interrogato la sera prima, mi sbagliavo di grosso.

Il mattino dopo ci interpellarono in Questura, e dovemmo raccontare da capo per filo e per segno tutto quello che sapevamo, in sale separate.

Sean venne invitato a entrare nell’ufficio del Questore, ma prima di scomparire oltre la porta di vetro satinato mi fece un cenno d’incoraggiamento.

Invece io mi trovai seduta al tavolo della saletta interrogatori, con una donna delle dimensioni di un grizzly e l’aspetto di un marine. Le mani enormi dalle unghie lunghe e smaltate di rosso mi ricordavano due vanghe da giardino. Il volto mascolino era una maschera di maquillage a basso costo, più che altro da donna di strada.

L’ispettrice, dottoressa Savi, aveva davanti a sé un fascicolo che non esitò a mostrarmi.

«Riconosce questa donna?»

La foto della scena del crimine 30 x 40 scivolò davanti a me sul piano di fòrmica.

Lavinia, crocefissa alla parete.

Grottesca raffigurazione di una cristianità profanata, inchiodata sotto la grottesca allegoria della scultura, nel riquadro dedicato all’estate.

Distolsi lo sguardo. Per fortuna non avevo fatto colazione.

«Per piacere, Celina. Ho bisogno che lei guardi questa foto» insistette l’ispettrice, senza tanta cortesia.

«È la dottoressa Orsini»  risposi freddamente, ma non guardai l’immagine.

«Cosa mi può dire di quello che vede?»  picchiettò con l’unghia sulla foto, per riportarvi la mia attenzione.

«Mi sembra che non sia necessario descriverlo» protestai.

«Invece è necessario. Lei è stata chiamata al museo perché è l’esperta di decorazioni antiche. Quello che io vedo qui è un messaggio lasciato dall’assassino, che lei forse è in grado di interpretare.»

La scrutai negli occhi, arrabbiata. Ma chi avevo davanti? Una dannata maniaca dei True Crime americani?

Lei sostenne il mio sguardo minaccioso senza farsi intimidire.

«Che razza di messaggio dovrei interpretare, Sant’Iddio?! È un omicidio!»

«E?...»

«E cosa? Hanno inchiodato questa povera donna al muro, l’hanno seviziata, forse violentata e infine squarciata. Non c’è niente altro da dire!» afferrai la borsa, l’aprii rabbiosamente e cercai il mio pacchetto di sigarette e lo zippo.

Mentre mi accendevo una sigaretta, tentando di riacquistare la calma, l’ispettrice si appoggiò allo schienale dalla sedia di plastica, lasciandomi il tempo di tirare due boccate.

Soprassedette sul fatto che sul muro sopra la sua testa c’era un bel cartello rosso con scritto “Non Fumare”.

«Stanotte ho scaricato informazioni sul suo conto dal database dell’Interpol» riprese, prendendola alla larga.

Già sapevo dove voleva andare a parare, ma la lasciai parlare.

«In passato ha avuto qualche problema con le Questure di Torino e Milano. Droga, alcol, prostituzione...» vedendo che non riusciva a impressionarmi con l’elenco di cose cattive che avevo combinato da piccola, procedette con il suo resoconto. «Ma si è raddrizzata con il suo lavoro di restauratrice, e grazie a questo collabora con la N.B.C.I. di Dublino, nella Arts & Antiques Unit. Da questo deduco che svolga un incarico piuttosto impegnativo...»

«Lo è» la interruppi.

«... che non riguarda solo l’arte pittorica. Ha risolto un caso di omicidio, lo scorso anno, grazie alla sua interpretazione di alcuni antichi codici miniati» sfogliò il fascicolo all’indietro.

«Purpurei» la corressi.

«Prego?»

«La definizione esatta è Codici Purpurei. Miniati è riduttivo e generico. Sono pergamene dipinte in porpora, con i caratteri in oro o argento.»

Lei sorrise diabolicamente

«Esatto. È brava nel suo lavoro, a quanto dicono in questo fascicolo. Ha permesso al Bureau di risalire al vertice di una setta massonica che controllava il mercato clandestino di opere d’arte celtica...»

«Non vado fiera di quella storia» la interruppi di nuovo.

Nel fascicolo del Bureau erano state riportate solo le cose che riguardavano Luca, il mio ex fidanzato, pace all’anima sua. Ma sapevo che un altro fascicolo, con il rapporto redatto da Chris Sheridan e classificato “Top Secret” dalla Procura di Dublino, non appariva mai nel mio dossier personale.

Il Commissioner della Garda Síochána a Dublino mi aveva assicurato che nulla di ciò che riguardava la Setta degli Arcangeli sarebbe mai stato divulgato all’Interpol, o a qualunque altro ufficio investigativo internazionale.

La Savi sapeva di me solo quello che la Procura di Dublino le aveva concesso di sapere. Tuttavia aveva deciso di sventolarmelo davanti, e non capivo a quale scopo.

«Dunque, un talento come il suo non deve essere ignorato»  proseguì lei, tamburellando la penna sul fascicolo.  «Deve dirmi che cosa vede su questa foto. Io sospetto, anzi ne sono convinta, che la morte della dottoressa Orsini sia legata a quell’affresco.»

Non le dissi che leggeva troppi romanzi, ma la sua insistenza mi obbligò a riguardare la foto. Un solo istante, non riuscii a fare di più.

«Dovrei avere una prospettiva diversa... Dovrei rivedere la stanza...»

«Bene! Ammette la mia ipotesi!» esultò lei, battendo le mani sulla fòrmica, con un’espressione di vittoria negli occhi stralunati.

«Non ammetto nulla. È l’allegoria della Scultura. Nel riquadro dell’Estate. L’unico collegamento che vedo con la... con il cadavere... sono gli scalpelli da cemento.»

«Quali scalpelli?»

Indicai la foto, girandola verso di lei.

«I polsi... sono inchiodati al muro con scalpelli da cemento.»

La Savi fissò l’immagine, poi tornò a me.

«Cos’altro vede?» Me lo chiese con un’aria strana.

Che sapesse...?

No. Era tutto “Top Secret”. Nessuno sapeva, a parte Sean... e Sean non rivelava segreti d’ufficio.

Non volevo avere a che fare con un altro cadavere. Non volevo vedere i suoi ultimi istanti di agonia prima della morte…

… e tuttavia, era proprio quello che facevo. Vedevo oltre le immagini, oltre gli oggetti.

Lavinia non si era potuta difendere. Era accaduto tutto troppo in fretta, le urla si erano mescolate alla polvere. Le urla di Lavinia e le urla degli altri, quelli morti lì sotto, seppelliti vivi, che erano gli unici testimoni del suo omicidio.

E mi dicevano di fare attenzione, di non tornare in quella stanza.

Sentivo la presenza ostile di un essere vivo, una persona rosa da una rabbia incontrollabile, che non aveva esitato a colpire, e a colpire ancora, a squartare, a fare scempio di quel corpo inchiodato alla grottesca.

Gli altri avevano urlato a Lavinia di fuggire, ma lei non li poteva sentire, non li poteva vedere. Non era come me.

«Sul muro, intendo» aggiunse l’ispettrice. «Cos’altro vede?»

Scrollai la testa, irrigidita dal contatto medianico con i fantasmi del museo. Non mi dovevo lasciare distrarre dalle loro voci.

«Nulla, da questa foto.»

«Se la riportassi nella stanza? Sarebbe più facile? Sì, sarebbe più facile!»

Aveva una tale eccitazione nello sguardo che per poco non la schiaffeggiai.

Ogni protesta fu inutile. Mi ero fregata con le mie mani.



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